Archivio per la categoria ‘Storia’
19 marzo 2013
Museo di palazzo Eroli in Narni - sabato 23 marzo 2013, ore 18.00
La società cooperativa Sistema Museo e il Museo di Narni in Palazzo Eroli, sono liete d’invitarvi ad un appuntamento per famiglie particolarissimo e divertente dedicato completamente al mondo dell’antica Roma.
“Quello che nessuno ha mai osato raccontarvi”, la frase è solo un breve (continua…)
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6 febbraio 2013
LO SAPEVATE CHE
L’attuale via Cesare Battisti – che i perugini chiamano da sempre la strada nova – è stata intitolata anche a Francesco Ferrer?
Libertario catalano. Pedagogo convinto che i mali del mondo provenissero in gran parte dall’ignoranza e che istruzione ed educazione fossero strumenti d’emancipazione. Fondò la Scuola Moderna basata su un’educazione razionale e sul rispetto delle naturali tendenze dello scolaro indipendentemente dagli interessi del suo educatore. (continua…)
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27 novembre 2012
Rivive alla Sala dei Notari, dopo oltre 500 anni, la “Congiura della Magione”. Il Pubblico

Presunto ritratto di Cesare Borgia eseguito da Altobello Melone
Ministero sarà il Dott. Sergio Sottani (Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Forlì); il difensore dell’imputato sarà l’Avv. Franco Libori (Presidente della Camera Penale di Perugia).
Sabato 1 dicembre, alle ore 16.30, nella Sala dei Notari, verrà processato Cesare Borgia (1475-1507), detto il Valentino, figlio del Papa Alessandro VI. Il processo giudicherà la feroce vendetta che il Valentino, famoso per aver ispirato a Niccolò Machiavelli la figura del Principe, operò verso i cospiratori della cosiddetta “Congiura della Magione”. Un complotto ordito ai danni di Cesare Borgia nel 1502, dai suoi capitani e alleati, fra cui Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Giampaolo Baglioni signore di Perugia, per fermarne l’espansione in Italia centrale. La congiura deve il suo nome al luogo dove fu organizzata, il castello di Magione, nella Provincia di Perugia.
Si tratta ormai di un appuntamento fisso per i cittadini di Perugia, un modo di riscoprire la propria storia (continua…)
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25 aprile 2012
di Diego Antolini – Jakarta (www.thexplan.net)
La questione dell’autenticità o meno della Sacra Sindone continua a produrre innumerevoli dibattiti, ad esempio, sull’affidabilità dell’analisi al Carbonio-14, così come sulla dinamica che ha permesso all’immagine del volto di rimanere impressa sulla stoffa per così tanto tempo.
Vi sono delle teorie che connettono questa reliquia con i Cavalieri Templari, teorie che comunque non gettano alcuna luce definitiva sul mistero del volto sul lino. La prima teoria supporta l’autenticità’ della Sindone, e si riferisce all’Anno 1204, quando i Crociati saccheggiarono Costantinopoli. Tra di essi vi erano numerosi Cavalieri Templari che, secondo alcuni studiosi, avrebbero sottratto la Sindone alla città Turca. L’autore Ian Wilson nel suo libro “The Shroud of Turin: Burial Cloth of Jesus?” [La Sindone di Torino: la Veste Funebre di Gesù’? N.d.A.] afferma che il volto che i Templari erano accusati di adorare altri non era che il volto di Cristo. Wilson scrive che quando il telo è piegato mostra il volto di Cristo e veniva chiamato “Mandylion”. A supporto di tale teoria vi sarebbe un pannello dipinto a Templecombe (Inghilterra), che mostra un volto con barba molto simile, sul Mandylion.
I ricercatori Christopher Knight e Robert Lomas hanno condotto una ricerca estensiva in ambito Templare e Massonico con i due volumi “The Hiram Key” [La Chiave di Hiram N.d.A.] e “The Second Messiah” [Il Secondo Messia N.d.A.]. Essi tuttavia descrivono la teoria del Mandylion in modo diverso, teorizzando che l’immagine della Sacra Sindone mostri in realtà il volto dell’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, che fu torturato alcuni mesi prima della sua esecuzione nel 1307. L’immagine sul telo certamente coincide con la descrizione che viene data di De Molay come mostrato in alcuni intagli Medioevali: naso aquilino, capelli lunghi fino alle spalle e divisi al centro, barba lunga con biforcazione alla base, e l’altezza (si diceva che De Molay fosse piuttosto alto).
Molti hanno criticato tale teoria sulla base del fatto che la Regola dell’Ordine proibiva ai Templari di far crescere i capelli. La spiegazione regge fino a un certo punto, visto che De Molay passò sette anni in prigione e sembra improbabile che in quel tempo gli fosse concesso il lusso della cura della persona. Knight e Lomas continuano dicendo che il telo figurava nei rituali Templari di risurrezione simbolica e che il corpo torturato di De Molay fu avvolto in un sudario, che i Templari conservarono dopo la morte del Gran Maestro. I ricercatori sostengono che sangue e acido lattico del corpo di De Molay si sarebbero mescolati al franchincenso (usato per sbiancare il panno) così da imprimere l’immagine del volto sul tessuto. Quando la Sindone fu esposta per la prima volta nel 1357 (50 anni dopo la distruzione dell’Ordine) dalla famiglia di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) le persone che videro il telo riconobbero in esso l’immagine di Cristo. Gli autori teorizzano che Jacques De Molay potesse essere stato torturato in una maniera molto simile al Cristo per una sorta di macabra provocazione. A quel punto, allora, le ferite inferte al vecchio Templare erano le stesse di quelle di Gesù sulla Croce. Oggi si crede comunemente (attraverso la datazione del Carbonio), che la Sindone risalga al tardo XIII sec. e non alla possibile data della crocifissione di Cristo. E’ interessante notare come la Chiesa rese noti i risultati dell’analisi al Carbonio-14 il 13 ottobre 1989, cioè lo stesso giorno dell’arresto dei Templari da parte della Chiesa e della monarchia.
Indipendentemente dalla veridicità della teoria di Wilson rispetto a quella di Knight e Lomas, è evidente che la Sacra Sindone ha trovato il suo posto stabile all’interno della storia Templare.
Lynn Picknet e Clive Prince, autori del libro “Turin Shroud: In Whose Image?” [Sacra Sindone: A Immagine di Chi? N.d.A.] presentano una teoria diversa. Gli autori, già conosciuti per aver pubblicato “The Templar Revelation” [La Rivelazione Templare N.d.A.], affermano che Leonardo Da Vinci avrebbe inventato una primissima tecnica fotografica e, con essa, creato l’immagine della Sindone di Torino. Sulla connessione tra Templari e Sacra Sindone si è espresso anche il Vaticano con un annuncio pubblico che sembra far luce sul mistero degli “anni mancanti” della reliquia. I ricercatori Vaticani hanno affermato che i Cavalieri Templari avrebbero nascosto, custodito e venerato la Sindone per più di 100 anni dopo la fine delle Crociate. Barbara Frale, una ricercatrice negli Archivi Segreti Vaticani, ha detto che la Sindone era scomparsa durante il sacco di Costantinopoli del 1204 durante la IV Crociata, per poi riapparire solo nel XIV sec. In un articolo pubblicato dall’Osservatore Romano, la Frale scrive del ritrovamento di un documento nel quale Arnaut Sabbatier, un giovane francese entrato nell’Ordine nel 1287, testimoniò come parte della sua iniziazione fosse avvenuta in un “luogo segreto il cui accesso era permesso solo ai fratelli del Tempio”. Lì gli sarebbe stato mostrato un lungo tessuto di lino sul quale era impressa la figura di un uomo, che doveva essere venerato baciandolo per tre volte ai suoi piedi.
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14 marzo 2012

Augusto Roncetti
Lunedì 19 marzo, ore 17
Sala dei Notari. Sandro Allegrinipresenta l’incontro dell’Accademia del Dónca intitolato: “Augusto Roncetti, un umbro nella Cina del primo Novecento” con Mario Roncetti, ex prefetto della Biblioteca Augusta, e Attilio Bartoli Langeli, presidente della Deputazione di Storia patria per l’Umbria. L’Accademia del Dónca rende omaggio alla gloriosa Arma dei Carabinieri, ricordando un personaggio umbro di grande significato. Da Spoleto a Pechino nella concessione di Tien Tsin, ai primi del XX secolo. Da pastorello a carabiniere e pioniere del volo. Augusto Roncetti, classe 1889, era entrato nell’Arma per sfuggire a una condizione sociale ed economica precaria, animato dalla speranza di poter intraprendere una carriera promettente, alla ricerca di più ampi orizzonti geografici e umani. La sua formazione inizia col conseguimento della licenza elementare, che gli fa scoprire una crescente attenzione per la cultura. Dalle caserme romane, finisce a Mussomeli, vicino a Caltanissetta, un luogo che lo mette in contatto con un mondo e una mentalità diversi dalla sua. Rientrato

Augusto Roncetti
(nel 1912) a Roma, viene inviato nella concessione italiana in Cina di Tien Tsin, con un lungo viaggio in nave, poco dopo la conclusione della guerra dei Boxer. Resta in quell’enclave all’estero per tre anni, rientrando in Italia allo scoppio del primo conflitto mondiale. Appassionato di volo, Augusto Roncetti chiede di arruolarsi nell’aviazione, che compiva allora i primi passi. Ottiene il brevetto di volo: terzo pilota italiano dell’Arma. Dopo la fine della guerra, torna tra i carabinieri coi quali conclude la carriera nel 1937 col grado di maresciallo. Scompare nel 1971. Augusto Roncetti ha raccontato queste fasi della propria esistenza in due distinti diari: il primo, relativo all’esperienza cinese, il secondo intorno alla scuola piloti. I figli Antonio, già insegnante, e Mario, per un ventennio alla guida della biblioteca Augusta di Perugia, hanno pubblicato il volume “Da Spoleto a Pechino. Passione per il volo”, con prefazione di Roberto Abbondanza, edito sotto gli auspici della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Il cui presidente, il noto studioso Attilio Bartoli Langeli, ne tratterà alla Sala dei Notari. Il figlio Mario tratteggerà spigolature di carattere storico e personale, avvalendosi del contributo di uno slide (curato da Luigi Petruzzellis) ricco di immagini d’epoca. È prevista la presenza di rappresentanti dell’Arma.
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6 febbraio 2012

Costanza Bondi
di Costanza Bondi
La guerra era finita, dopo cinque lunghi anni di feroci combattimenti. Eppure, invece che deporre le armi, iniziò una vera e propria guerra civile che in Italia perdurò esattamente dal maggio 1945 alla fine del 1947. Esecuzioni sommarie, rappresaglie, omicidi indiscriminati, vendette, sparizioni, fucilazioni a sfondo di faida e condanne a morte sommariamente emesse da Tribunali cosiddetti speciali che continuarono la loro immorale opera anche a guerra finita. Questo lo scenario in cui le stragi avvenute al confine orientale d’Italia e perpetrate sin dal ’43 si dipanarono, rimanendo però tabù e disegnando una delle vicende più scabrose della nostra storiografia: le foibe. Da considerarsi ancora più tabù alla luce della “sentenza Piskuliç” e di molti altri esempi che potremmo annoverare. Oscar Piskuliç, croato ottantaduenne, nell’inchiesta-farsa sulle foibe era stato accusato di aver ucciso nel’44 l’attivista italiano Giuseppe Sinchic. La Cassazione, per difetto di giurisdizione, rigettò il ricorso della parte civile contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma che l’anno precedente ne aveva formalizzato l’autorizzazione. Sentenza questa appunto presa ad esempio, dicevamo, che non fa che riconfermare come la questione delle foibe, nonché la violenza di regime che ne conseguì, fosse motivata da ragioni di politica interna (insediamento del nuovo potere socialista nel territorio occupato) e internazionali (rivendicazioni territoriali sulla regione in questione). Ecco quindi che la questione delle foibe prese la sua natura intransigente su un doppio binario: da una parte per colpire il fascismo e i triestini legati alla precedente amministrazione fascista, dall’altra per colpire coloro che si opponevano all’annessione di Trieste e del resto della Venezia Giulia alla Jugoslavia. I
comunisti infatti sin da subito posero la popolazione di fronte alla difficile scelta, che poi si sarebbe risolta in una questione di vita o di morte: essere pro o contro il comunismo. Ma resta di fondo una questione lapalissiana: l’Italia e gli italiani costituivano per i comunisti il “nemico del passato, del presente e del futuro”. Ossia, nemico del passato per l’annessione di Vittorio Veneto, del presente per l’opposizione all’annessione della Venezia Giulia, del futuro perché l’Italia sarebbe rimasta uno stato legato agli Stai Uniti: e quindi una minaccia capitalista per la vicina Jugoslavia socialista e territorialmente rivendicativa. E il mondo di fronte a Basovizza, Plutone, Vines (conosciuta anche come foiba dei colombi), Monte Nero, Tarnova e Gargaro… rimase a guardare.
Etichette: basovizza, bondi, costanza, foibe, Gargaro, mattanza, monte, nero, Plutone, Tarnova, tito, trieste, Vines
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14 gennaio 2012
Abbazia di San Pietro, Aula magna della Facoltà di agraria
Venerdì 20 gennaio, ore 16.00
Interverranno: Attilio Bartoli Langeli (Deputazione Storia Patria per l’Umbria), Francesco G.B. Trolese O.S.B. (Centro Storico Benedettino Italiano), Rita Chiacchella (Università di Perugia), l’Autore Giustino Farnedi O.S.B. (Archivio storico di San Pietro).
La presentazione sarà seguita dalla visita guidata della mostra Bibbie e manoscritti atlantici in Umbria (23 settembre 2011-31 gennaio 2012), Archivio Storico di San Pietro.
L’Abbazia di San Pietro in Perugia e gli studi storici di Padre Giustino Farnedi, pubblicato in coedizione dal Centro Storico Benedettino Italiano e dalla Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, è un’opera senza precedenti sia per la novità dell’impostazione che per l’ampiezza dell’analisi storiografica, destinata a divenire un modello di riferimento per tutta la ricerca sul monachesimo italiano e la storia locale dell’Umbria.
Il volume costituisce la più dettagliata e completa storia dell’abbazia benedettina di San Pietro di Perugia. L’abbazia perugina è una delle fondazioni monastiche più antiche e prestigiose di tutta l’Italia centrale. Fondata nel 966 dall’abate Pietro, nel corso della sua storia più che millenaria, San Pietro giunse a costituire un vastissimo patrimonio fondiario lungo la Media Valle del Tevere, sul quale vivevano più di 500 famiglie e sorgevano 20 parrocchie amministrate dall’abate.
La prima parte dell’opera di Padre Giustino Farnedi ricostruisce la storia di San Pietro di Perugia attraverso la storia dell’archivio, dei suoi archivisti e delle molteplici tipologie documentarie e librarie che vi si conservano. La seconda parte comprende la bibliografia storico-ragionata delle opere a stampa pubblicati dal XVI secolo al 2011, che trattano specificatamente di San Pietro.
Per la ricchezza dei dati raccolti e le molteplici prospettive di ricerca che offre, L’Abbazia di San Pietro in Perugia e gli studi storici costituisce uno strumento indispensabile per la ricerca sulla storia perugina, la storia religiosa locale, la storia del monachesimo italiano, oltre che per la storia dell’arte, dell’amministrazione economica e degli scambi tra i monasteri italiani dal Medioevo al XIX secolo.
Per informazioni: http://www.archiviosanpietroperugia.it
Nadia Togni
nadia.togni@unige.ch
Etichette: abbazia, farnedi, giustino, libro, nadia, perugia, pietro, san, togni
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19 settembre 2011

U Liotru, simbolo di catania
di Roberta Capodicasa
A differenza di Siracusa, fondazione dei Dori del Peloponneso, la moderna Catania, in greco, Katane, fu fondazione ionica dei Calcidesi. Visitando la città, il riscontro delle sue origini greche non è così immediato come a Siracusa ma a testimoniarne l’ascendenza greca abbiamo il nome e la prepotente tradizione storica che fa capo a Tucidide nel libro VI della sua opera: Tra i Greci i primi colonizzatori furono i Calcidesi , che fondarono Nasso (Naxos nei pressi di Taormina) … L’anno seguente Archia della famiglia degli Eraclidi, venne da Corinto e fondò Siracusa…Tucle e i Calcidesi, partiti, poi, da Nasso nel quinto anno dalla fondazione di Siracusa, fondarono Leontini, (attuale Lentini presso Siracusa) scacciati i Siculi con una guerra e in seguito Catania (729 a.C.). Della sua storia in questo primo periodo, si conosce davvero poco, solo la notizia dell’origine catanese di Caronda, un celebre legislatore di cui ci parla Aristotele: Caronda di Catania diede leggi ai concittadini e alle altre città calcidesi in Italia e in Sicilia (VI sec.a.C.). Secondo un altro grande storico greco, Plutarco, il suo nome deriverebbe dal termine katane, grattugia a sottolineare le asperità del territorio che sorge sulla lava del vulcano che le svetta alle spalle, od anche dal latino katina (catino, bacinella) per la disposizione delle

Etna visto dal teatro greco di Taormina
colline tutto intorno alla città(!). L’etimologia è, dunque, anch’essa oscura: secondo altre interpretazioni, il nome deriverebbe dall’apposizione del prefisso greco katà- al nome del vulcano Aitnè, vale a dire in greco nei pressi di o appoggiata all’Etna. Questa è per me l’interpretazione più suggestiva dato che corrisponde alla prima impressione che si riceve dalla visita della città, quella di un luogo in strettissima simbiosi con il vulcano. Mi invase gli occhi quel colore scuro, quasi nero, in forte contrasto con l’architettura barocca trionfante dopo il devastante terremoto del 1693, degli edifici cosi antitetico rispetto al

Anfiteatro romano a piazza Stesicoro nel cuore della città
bianco di Siracusa, neri perché realizzati con la pietra lavica dell’Etna che non solo non riuscì mai a travolgere e sommergere Catania ma divenne strumento indispensabile per la sua necessaria sopravvivenza. Le eruzioni d’altra parte non furono mai catastrofiche perché la lava quando fuoriesce dal cratere è molto viscosa e procede lentamente consentendo la fuga: “Iddu” , ( o idda… “a muntagna”) come i catanesi chiamano l’Etna, alto più di 3300 m., protagonista di più di 20 eruzioni solo nel Ventesimo sec., è una colossale montagna che non dorme mai, come un guardiano che veglia sulla città e la protegge dai venti del nord rendendo il suo clima fra i più dolci apprezzati del Mediterraneo, tutto il territorio etneo per circa 60.000 ha di superficie. Il Mongibello, con un altro dei suoi nomi derivato dall’arabo, gebel-monte, ha nel corso degli anni

Ingresso monumentale Giardino Bellini in via Etnea
formato un fertilissimo altipiano lavico plasmato, potremmo dire, con il fuoco. La sua imponenza è tale che, passeggiando alle sue pendici, sembra quasi di respirarne gli effluvi, di sentirne l’intimo respiro, la presenza oscura e imponente, forte fino quasi a forgiare il carattere dei catanesi che lo amano in maniera viscerale. Empedocle, celebre poeta e filosofo della metà del V sec. a.C., poteva dire riguardo i fenomeni vulcanici dell’Etna: Molti fuochi ardono sotto la terra e Lucrezio, il poeta latino grande ammiratore di Empedocle, dirà nel De Rerum Natura a proposito del Vulcano e del suo territorio: Qui c’è l’orrenda Cariddi, qui ci sono i rimbombi sinistri dell’Etna che minaccia di radunare di nuovo le sue irose fiamme e dalle fauci vomitare ancora il fuoco a scagliare ancora dal cielo il bagliore delle fiamme. Questa grande terra sembra degna di ammirazione per tanti aspetti e altrettanto degna che la conoscano molte genti, ricca di molti beni, ammirevole per i molti ingegni.

Cattedrale e l’elefante
Senza voler troppo indugiare in una magari inopportuna ed esagerata retorica, la cosa migliore è una verifica diretta possibile a chiunque almeno fino al rifugio Sapienza, mantenendo sempre, però, una prudente e rispettosa condotta nei confronti della natura e senza esagerare come avrebbe fatto il nostro amico Empedocle che, in maniera presuntuosa, si sarebbe gettato nell’ Etna aspirando ad una divinizzazione almeno secondo quanto sostiene Diogene Laerzio! Su tale evento non cessarono di ironizzare autori antichi come Luciano:
“E questo tutto abbrustolito chi è? - Empedocle. – Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell’Etna? – Per un eccesso di malinconia. – No, per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigettò una scarpa e il trucco fu scoperto” (I dialoghi, trad. Mosca; BUR, Rizzoli, 1990).
Nel V secolo la città ebbe vari e importanti contrasti con Siracusa il tiranno della quale, Ierone, nel 476 ne deportò molti degli abitanti e cambiò il nome in Aitna, titolo con cui è celebrata nella Pitica I di Pindaro e nella perduta tragedia di Eschilo Le Etnee. Solo qualche anno più tardi Catania recuperò, però, il suo nome e i suoi antichi abitanti. In seguito la polis vide una serie di continui disastri alternatisi tra guerre ed eruzioni del vulcano che comportarono frequenti distruzioni anche in età romana. Nonostante tutto Catania conservò notevole importanza e ricchezza tanto che il nostro amico Cicerone nelle Verrine la definisce ricchissima: garanzia di tutto il fatto che Verre vide anche qui di rubare qualcosa, una gigantesca e bellissima statua di Demetra. Lasciando Verre al suo processo e ai suoi ladrocini, continuiamo la passeggiata per le vie della città. Inevitabile assaggiare una granita, con innumerevoli scelte di sapori e di profumi, che nelle ore calde del giorno non potrà che essere graditissima e rinfrescante fino ad imbattersi nell’altro elemento della città che mi colpì particolarmente e che risultò anch’esso collegato col vulcano, il simbolo di Catania, l’elefante o U’ Liotru. La statua dell’elefante simbolo di Catania, si trova proprio dinanzi al duomo dedicato a Sant’Agata che, mollemente adagiato al centro della piazza, gli si erge di fronte.
Il nome deriva da una storpiatura del sostantivo Eliodoro il negromante che lo avrebbe forgiato con la lava del vulcano per cavalcarlo. Attorno ad Eliodoro e all’elefante si hanno una serie innumerevole di leggende, tutte con risvolti magici, difficili ovviamente da registrare e che lasceremo dunque in una beata inconsapevolezza, una statua pagana capace di evocare un aspetto magico e oscuro: ancora una volta un simbolo fortemente collegato all’Etna, che, in ogni minimo aspetto, a Catania la fa da padrone.
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12 marzo 2011
Sangue, sudore e pietra: i castelli crociati, templari e ospitalieri in Terra Santa
Sabato 19 marzo 2011 – ore 17:00

Giuseppe Ligato
Con la relazione del prof. Giuseppe Ligato dal titolo Sangue, sudore e pietra: i castelli crociati, templari e ospitalieri in Italia sabato 19 marzo si inaugura a San Bevignate il secondo ciclo di conferenze sulla storia dell’Ordine del Tempio – promosso dal Comune di Perugia con il patrocinio dell’Università degli Studi – nel corso del quale si ripercorreranno le dinamiche insediative dei Milites Templi negli Stati Latini d’Oriente e in ambito centroitaliano. Allo studioso spetta dunque il compito di descrivere, con il supporto di immagini appositamente selezionate, le varie tipologie di castelli, fortezze e avamposti di fondazione templare e ospitaliera in Terra Santa, spettacolari esempi di architettura militare edificati in posizione strategica a difesa dei territori conquistati grazie all’esito vittorioso della Prima Crociata.
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8 febbraio 2011
di Matteo Bressan
A due giorni dal 10 febbraio, data in cui si ricorda il dramma delle foibe e dell’esodo, molti si interrogano su come e quanto le celebrazioni istituzionali di questi drammatici eventi abbiamo realmente cambiato l’impostazione di molti manuali di storica contemporanea. A giudicare dall’esiguo numero di studenti che hanno optato per il tema di maturità sulle vicende del confine orientale e il dramma delle foibe viene da pensare che poco sia stato fatto nelle sedi preposte a studiare e a spiegare la storia dei nostri connazionali. Non deve quindi stupire se i migliori prodotti della storiografica sulle foibe, l’ esodo, i prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica restano lavori isolati e, nella maggior parte dei casi, considerati storia minore. La sensazione che alcuni settori del mondo accademico, per non parlare di coloro che si sono scagliati contro i lavori di Pansa, siano indifferenti, se non proprio restii a rivedere alcuni assiomi della storiografia italiana è molto forte.
Nonostante ciò molto si è fatto e molto ha contribuito anche la televisione che sicuramente può essere più incisiva sul grande pubblico rispetto ad un manuale di storia, ma certamente è necessario che le giovani generazioni possano comprendere sin dalla giovane età quali e quante sfaccettature ci possano essere nell’interpretare la storia. Si potrà obiettare che non tutto può essere scritto su un manuale e che pertanto si è costretti ad operare delle cesure ma molte volte anche dei singoli spunti, possono fare molto soprattutto se si parla della nostra storia, della storia del nostro Paese.
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8 febbraio 2011
di Raffaella Rinaldi - Responsabile per la Provincia di Perugia del “Comitato 10 Febbraio”

Raffaella Rinaldi
“Il Comitato 10 Febbraio”, associazione costituita per mantenere viva la memoria dei Martiri delle Foibe e degli Esuli di Istria, Fiume e Dalmazia, ha organizzato, con il patrocinio del Comune di Perugia, in occasione del “Giorno del Ricordo” 2011, l’incontro- convegno “ESODO E FOIBE: LE MEMORIE E I SILENZI”, che si terrà giovedì 10 febbraio 2011, ore 10,00 presso la Sala Dei Notari di Perugia. L’iniziativa vedrà la partecipazione del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, dr.ssa Maria Letizia Melina, del prof. Gianni Stelli, docente di filosofia e rappresentante della Società Studi Fiumani, del dr. Franco Papetti, della Associazione Nazionale Venezia Giulia e
Dalmazia, del dr. Livio Zupicich, esule fiumano e del dr. Valentino Quintana, giornalista e saggista nel comitato scientifico dell’Associazione “Libera Storia”; il convegno si svolgerà nella forma dell’incontro aperto al pubblico (in particolare alle scolaresche), nel corso del quale verranno proiettati filmati, alternati ad interventi di diretti testimoni dell’epoca, esuli fiumani e istriani, nonché di storici e giornalisti. Con questo appuntamento, il Comitato 10 Febbraio, unitamente all’Amministrazione Comunale, si propone di celebrare e ricordare una pagina di storia per troppo tempo dimenticata: la tragedia delle foibe e degli esuli giuliano – dalmati rappresenta parte di un passato, neanche troppo lontano, comune a tutti gli italiani, che tutte le Istituzioni, locali e nazionali, hanno il dovere di commemorare, anche sulla scorta della legge del 30 marzo 2004 n. 92, per evitare che tali eventi possano nuovamente cadere nell’oblio.
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3 febbraio 2011

Francesca Romana Plebani
di Francesca Romana Plebani
Esattamente come l’Abbazia di Sant’Eutizio di Preci, le origini dell’Abbazia di San Pietro in Valle affondano le proprie radici nel fenomeno del monachesimo di IV sec. d.C. Attualmente situato nel Parco naturale del fiume Nera, a metà strada tra la Cascata delle Marmore e Spoleto, e immerso in un rigoglioso bosco, il complesso abbaziale deve la sua fondazione ai due eremiti siriaci, Giovanni e Lazzaro, che negli anni centrali del IV sec. d.C. peregrinavano in cerca di un luogo recondito dove dedicarsi alle loro attività di preghiera. Varcato il Monte Solenne e da lì ridiscesi nella valle Suppenga, avrebbero fondato, su un preesistente insediamento pagano, l’eremo che sarebbe poi divenuto l’Abbazia di San Pietro in Valle. Nell’VIII sec. d.C. Faroaldo II, duca di Spoleto, infatti, proprio sui luoghi dove avrebbero vissuto Giovanni e Lazzaro, diede il via ai lavori di edificazione dell’intero complesso monastico. Secondo una leggenda, fu lo stesso San Pietro ad ispirare in sogno il duca di Spoleto, il quale esortato dal santo, fece edificare nel luogo dell’attuale abbazia un monastero benedettino. Pochi anni seguenti, Faroaldo rinunciò al privilegio del titolo e, presi i voti, divenne monaco di San Pietro in Valle. Da allora il cenobio fu strettamente legato alla città di Spoleto, divenendo luogo deputato ad accogliere le spoglie di molti dei duchi della città.
Nell’881 il monastero subì, affrontando la medesima sorte dell’Abbazia di Farfa, il saccheggio dei Saraceni. Fu per volere di Ottone III che risorse solo nel 996. Nel 1234 Gregorio IX assegnò la gerenza del complesso monastico ai Cistercensi, esattamente in linea con quanto stava avvenendo nel Lazio sotto Innocenzo III.

Abbazia San Pietro in Valle
Nel 1484 Papa Innocenzo VIII donò il feudo dell’Abbazia ai Cybo[1].
Dal 1917[2], l’intero complesso risulta proprietà di privati, ed attualmente, ristrutturato, è stato tradotto in struttura ricettiva alberghiera.
La proprietà è comunque un monumento nazionale, meta di molte visite per le sue opere d’arte: la chiesa conserva, ad esempio, il ciclo degli affreschi di scuola romana (1150) antecedenti il Cavallini, e gli affreschi nell’abside del maestro di Eggi del 1445. [1]
La chiesa, corpo separato a se stante rispetto all’abbazia, è ad una sola navata e risale al VII secolo; mentre l’abside venne aggiunta solo del XII secolo. L’intera struttura conserva pregevoli affreschi medievali e rinascimentali[3] di scuola umbra, raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, che si svolgono sulle pareti della stessa, simulando una finta galleria. Di particolare rilievo, sono invece due lastre di epoca longobarda, scolpite a bassorilievo e
impiegate come sostegni per l’altare. Quella che costituisce la fronte della sacra mensa reca un’iscrizione in lingua latina, con una curiosa commistione di caratteri maiuscoli e minuscoli: “Ilderico Dagileopa, in onore a san Pietro e per amore di san Leone e san Gregorio, per la salvezza dell’anima (pro remedio animae)”. Ilderico fu duca di Spoleto tra il 739 e il 742. La lastra presenta due bizzarre figure a petto nudo, con braccia piegate a 90° e levate verso l’alto, e corto gonnellino che scopre metà delle cosce. Entrambe sono intercalate da fusti vegetali stilizzati, che le circondano, e i quali culminano con dischi con delle croci inscritte. Una delle due figure brandisce uno sorta di stiletto, interpretato da alcuni come uno scalpello. Ciò avrebbe fatto supporre che la figura in questione fosse la rappresentazione stilizzata di Orso, lo scultore indicato come autore della lastra, la quale, non a caso, reca l’epigrafe Ursus magester fecit (“Il maestro Orso l’ha fatto”).
Più difficile comprendere chi sia l’altra figura: il gonnellino, indumento forse adatto all’attività di scultore, mal si addice alla dignità del duca. Le braccia levate sono state interpretate come atteggiamento rituale. La posa si riscontra anche per la figura del vescovo Liudger di Werden (frazione di Essen), effigiata sul coevo altare in osso, o per quella del vescovo Agilberto, raffigurata sul suo stesso sarcofago (leggermente più antico ai casi precedenti), conservato nella cripta di Jouarre (Francia). Congiunto alla navata della chiesa, il lato settentrionale del chiostro è scandito da tre alti e grandi archi sorretti da pilastri quadrangolari. I rimanenti lati presentano una diversa

lastra di orso di fronte all'altare
situazione: l’ordine inferiore è costituito da portici con poderose volte a crociera sostenute da robuste e basse colonne di pietra locale. Il Campanile è di pianta quadrata leggermente asimmetrica e presenta un parato murario costituito da blocchi irregolari di pietra locale. Le sue pareti permettono di osservare il classico fenomeno del rimpiego di materiali antichi: ad altezze differenti si notano, tra l’altro con intento decorativo, suggestivi frammenti di epoca romana e longobarda.
Bibliografia:
C. Favetti, Ferentillo Segreta: L’Abbazia di San Pietro in Valle Suppegna.
Francesco Dell’Acqua, Ursus «magester»: uno scultore di età longobarda, in Enrico Castelnuovo, Artifex bonus – Il mondo dell’artista medievale, ed. Laterza, Roma-Bari, 2004.
[1] Il papa Innocenzo VIII (Giovan Battista Cybo – ossia Giobatta, ricordato come il pontefice romano che iniziò la caccia spietata alle streghe), come detto, costituì per suo figlio Franceschetto Cybo un principato, nominandolo oltre che duca di Spoleto, anche conte di Ferentillo, e quindi governatore dell’Abbazia. A Franceschetto, che sposò Maddalena de’ Medici, successe il figlio Lorenzo Cybo, il quale sposò Ricciarda Malaspina marchesa di Massa e Carrara. Dal matrimonio nacque Alberico I Cybo, il quale, dopo la morte della madre Ricciarda, assunse anche (sempre per volere della madre) il cognome di Malaspina. Alberico I Cybo Malaspina divenne cosi Marchese di Massa, Signore di Carrara, Conte di Ferentillo governatore di Monteleone di Spoleto, e dunque signore anche della Abbazia di San Pietro in Valle. Il feudo di dominio dei Cybo Malaspina durò fino al 1730 con Alderano Cybo.
[2] L’abbazia comunque ebbe sempre la commenda degli Ancaiani, nobili spoletini, fino alla sua vendita definitiva avvenuta nel 1907.
[3] L’intero ciclo pittorico è stato da pochi anni restaurato.
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3 febbraio 2011

Marina Antinori
In mancanza di studi che lo confermino, una domanda resta senza risposta certa: esiste, dunque, un lungo viadotto sotterraneo che conduceva dalla Rocca all’abitazione del castellano, e lì a breve distanza, proseguendo giù per il declivio del colle, traversando il piano, passava per il Convento dei Capuccini ( S. Martino ) e riusciva dalla Piazza Maggiore di Terni?
di Marina Antinori
La Forterocca di Terni, Colleluna, simbolo di cruenti battaglie volte alla difesa della città, ha visto avvicendarsi importanti personaggi storici come Andrea Castelli, Braccio da Montone, Bartolomeo d’Alviano, agli ordini del celeberrimo e temuto papa Borgia, Alessandro VI, la dolce castellana Cremesina Paradisi e, molti altri …
Il pittore naif O. Melelli ha dedicato un quadro alla “Battaglia di Colleluna” famosa perché i Ternani, ribelli, nel 1348 “rivendicarono la propria libertà” nei confronti del papato.
Cruciani ha invece ambientato presso questa roccaforte un intero capitolo del suo romanzo storico, pubblicato nel 1867, “Rosa Venturina degli Arroni: cronaca romantica spoletina del 1499”.
La fantasia popolare e racconti orali, ma pare anche testimonianze documentarie (Ceroni), farebbero sospettare la presenza di un lungo viadotto sotterraneo che collegherebbe la Torre fino all’attuale Piazza del Popolo a Terni. Di certo c’è che la roccaforte ha un ambiente sotterraneo.
Infatti, il Medori ci dice che “Italia Nostra” ( sezione di Terni) effettuò delle esplorazioni nella Torre di Colleluna che lo confermano con certezza. Dal vestibolo scende una terza scala, oltre alle due di cui parla il Ceroni, e in fondo ad ogni scala lo spazio si allarga e converge verso le feritoie ( di queste una rimasta intatta ed è simile a quella del vestibolo ). I rifiuti di ogni genere non permettono di dire di quanto si possa scendere; tuttavia è sicuro che si possa scendere ancora, poiché lo spazio doveva consentire ai difensori di stare in piedi o almeno curvi per usare le armi. Segni che lo proverebbero sono un foro e una feritoia interrata al livello del primo gradino della scala che evidentemente comunica con un locale sottostante. Non è un caso che il Ceroni – il quale esplorò la torre oltre cento anni fa- parlasse di casematte, prigioni, nascondigli sotterranei, cisterne, camere di comando,
illuminati da un foro a sghembo “filtrante languida luce dall’alto”. Il Lanzi fa addirittura menzione di un “ascensore” e altri marchingegni facenti parte dell’arte militare di allora. Nel vestibolo è stato possibile individuare anche un pozzo–trabocchetto, pieno di rifiuti di varia natura e si è potuta misurare una profondità di circa 4,60 m. Al primo piano c’è una canna fumaria e al secondo resti di una scala ardita.
La torre si ergeva molto più alta dell’attuale (oltre 35 m, oggi sono 17 m), al culmine del colle, fortificata dall’arte e dalla natura. Sulla cima c’era tutt’intorno una corona di merli molto spessa e a ciascun angolo vi era una gotica torretta acuminata al vertice e, ciascuna dava modo ad un arciere di stare al coperto al fine di scoccare una freccia attraverso la feritoia.
Oggi la torre non è più munita e temibile come un tempo, è senza difese: proprietà privata e in vendita. Tuttavia l’attuale proprietaria, la gentile sig.ra Emiliani Luciana, aveva manifestato il suo interesse verso i progetti di valorizzazione presentati da associazioni culturali quali “Terni Racconta” ( pres. Luciano Ragni) e “ Centro Insieme San Matteo” ( pres. Adriano Fabrizi ).
Tre conferenze con relatori la dott.ssa Marina Antinori, studiosa di archeologia, e il sig. Luigi di Sano, archivista dell’Archivio di Stato, si sono svolte tra il 2009 e il 2010 riguardo a questo tema, riscuotendo interesse e consensi. In progetto erano scavi, esplorazioni, manifestazioni, concorsi per le scuole ( del quale uno svoltosi ) e, una rievocazione storica.
Purtroppo, nonostante la ricerca di un sostegno, anche da parte di organi istituzionali, le risorse non sono state trovate. In cantiere rimane solo la possibile realizzazione di un libro, corredato d’ immagini fotografiche, riguardante non solo la Torre, ma anche il territorio della circoscrizione Nord ( Cesi, scavi di Maratta, i santuari di S. Erasmo e M. Torre Maggiore, ecc … ) di valenza divulgativa ma anche scientifica, in cui raccogliere articoli risultanti dalle nuove ricerche effettuate da studiosi locali e pubblicisti affermati, e i lavori scelti dei ragazzi delle scuole. Non soltanto verrebbero raccolte le notizie storiche, archeologiche ed artistiche, ma si cercherebbe di dare anche delle indicazioni sullo stato attuale del territorio con proiezioni rivolte al futuro. Il libro sarebbe distribuito gratuitamente presso scuole, biblioteche, e a tutti coloro che sono interessati.
Per info mars2@teletu.it
BIBLIOGRAFIA
F.Angeloni, Storia di Terni.
G.Medori, Colleluna, una forte rocca di Terni, Storia documenti e notizie, 1982.
Tabarrini, l’Umbria Racconta, dizionario.
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17 gennaio 2011

di Francesca Romana Plebani

Francesca Romana Plebani
Le rovine dell’antica Carsulae romana (Comune di Terni e Sangemini[1]) sono ubicate lungo l’originario ramo occidentale della Via Flaminia, asse viario di fondamentale importanza che permetteva la comunicazione tra Roma e le zone alto-adriatiche.
Va premesso che il territorio del ternano entrò nell’orbita d’interesse di Roma quando questa, nella seconda metà del IV sec a.C., pianificò la conquista dell’Italia centro – orientale. A seguito della battaglia di Sentino (295 a.C.) e grazie all’azione militare di M. Curio Dentato, avvenne la definitiva occupazione della zona, la quale fu rafforzata dalla fondazione di alcune colonie e dall’apertura della Via Flaminia. La romanizzazione di queste aree comportò, dunque, una più razionale organizzazione del territorio attraverso pianificati ed intensi interventi di urbanizzazione: Carsulae, colonia romana fondata successivamente al 220 a.C. (apertura della via Flaminia), ne costituisce uno tra i più tangibili segni.
Le rovine di questa città antica furono descritte e identificate fin dal XVII secolo. Tuttavia, soltanto le campagne di scavo svoltesi tra il 1951 e il 1972 hanno permesso di riportare alla luce buona parte del foro, il teatro e l’anfiteatro, un lungo tratto della Via Flaminia[2] e alcune tombe monumentali.
La città occupa un’area di oltre 20 ettari, di cui con immediata evidenza salta agli occhi la favorevole e strategica posizione geografica: protetta ad est dalle pendici del poggio Chicchirichi, propaggine meridionale dei vicini e visibili Monti Martani, si estende su un pianoro appena ondulato, con direzioni aperte ad ovest, a nord e a sud, dominando la vallata del torrente Naia, immissario del Tevere. Rispetto all’originario nucleo insediativo di fine III sec. a.C., s’ingrandì successivamente non solo per la sua posizione privilegiata lungo la via Flaminia, ma anche per la bellezza del luogo, di cui ne rimane memoria nelle parole di Tacito[3] e di Plinio il Giovane[4].
La via Flaminia, attraversando la città in senso nord-sud, coincide con il cardo maximus della città. Il tratto urbano della strada è pavimentato con basoli e, all’altezza dell’ingresso al foro, incrocia il decumanus maximus, altro fondamentale asse viario, che, con orientamento est-ovest, conduce agli edifici di spettacolo.

Templi Gemelli
Divenuta municipium e iscritta alla tribù Clustumina, Carsulae viene menzionata da Strabone (Geogr. V, 2, 10) tra i centri più importanti lungo la strada consolare. Tacito (Hist. III, 60), rivela che il sito venne scelto da Vespasiano per accamparvi, durante l’inverno dell’anno 69 d. C., le sue truppe in marcia verso Roma alla conquista del soglio imperiale, in considerazione sia alla possibilità di recuperare rifornimenti dai fiorenti municipi vicini, e in virtù della sua posizione strategica, posta di fronte alle truppe fedeli a Vitellio, acquartierate a Narni. Si devono a Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XVII, 213) le notizie circa il terreno locale, particolarmente adatto alla coltivazione della vite, mentre è Plinio il Giovane (Ep. I, 4) a testimoniare la presenza nel territorio carsulano di parte della proprietà della sua ricca suocera, Pompea Celerina.
La città conobbe il momento di massimo splendore tra il I ed il II sec. d.C., periodo a cui è riferibile la maggior parte degli edifici pubblici finora rinvenuti. Nulla resta del nucleo insediativo originario, formatosi probabilmente già nel corso del III sec. a.C., poco dopo la costruzione della strada.
Carsulae fu abbandonata in seguito ad un grave evento tellurico, collocabile ragionevolmente intorno al IV sec. d.C., evento che si rivelò catastrofico poiché, oltre ad abbattere numerosi edifici, comportò il collasso di alcune delle doline carsiche sopra le quali erano stati costruiti i principali edifici pubblici. Il cataclisma fu con tutta probabilità il colpo di grazia per la città, che già impoverita dallo spostamento ad est della Via Flaminia e dalla sua posizione che la rese successivamente esposta alle invasioni barbariche, finì per ridursi l’ombra delle sue antiche vestigia.
Nel medioevo, fu abitata soltanto da una comunità benedettina, raccoltasi intorno alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano[5], che non a caso, fu edificata con materiali di rimpiego, su di un edificio romano nei pressi del foro.
Nel corso del 1500 iniziarono i primi scavi ad opera dei Conti Cesi, fra cui Federico, fondatore nel 1602 della prestigiosa Accademia dei Lincei.
Complice la luce di queste assolate giornate di metà gennaio, lo splendido panorama, incorniciato da un terso cielo azzurro, il Parco archeologico di Carsulae, oltre al suo inestimabile valore culturale, assume i contorni di una preziosa oasi di bellezza nel territorio dell’Umbria meridionale.

Chiesa Santi Cosma e Damiano
Approfondimenti: Il Centro Visita e Documentazione “Umberto Ciotti”, realizzato grazie alla collaborazione tra il Comune di Terni e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, sorge a sud dell’area archeologica, in posizione rialzata rispetto agli scavi, e funge da porta d’ingresso alla città romana e da punto di accoglienza, informazione ed orientamento per i visitatori. Al suo interno ci sono la biglietteria, un bookshop, un angolo giochi per bambini, la sala di studio “Cinzia Perissinotto” sul territorio della bassa Umbria ed un’aula didattica. Nelle due sale superiori e nella galleria centrale è allestita un’esposizione permanente di reperti, rinvenuti durante gli scavi condotti fra il 1951 e il 1972, che si riappropriano del loro contesto originario dopo esserne stati allontanati per motivi logistici e di sicurezza.
http://carsulae.it/home.php?lang=ita
http://www.fastionline.org/micro_view.php?fst_cd=AIAC_1027&curcol=sea_cd-AIAC_3104
[1] Carsulae si raggiunge facilmente dalla Villa di Monte Solare percorrendo la E45 in direzione Terni e, superata Acquasparta, uscendo a Sangemini.
[2] Partendo da sud e seguendo quest’antica via consolare si intravedono le terme, attualmente ancora interrate, ma di cui si conoscono la struttura e l’esistenza di pavimenti a mosaico.
[3]Tacito, Hist., III, 60. “I capi del partito, giunti a Carsulae, si prendono pochi giorni di riposo [...] . La località stessa del campo era assai piacevole: la vista era molto ampia, assicurati i rifornimenti per le truppe, avevano alle spalle municipi estremamente fiorenti [...].
[5] La venerazione di questi due santi sarebbe da porsi in relazione con il culto dei Dioscuri, largamente diffusosi in Umbria in età medio-repubblicana, e che a Carsuale sembrerebbe trovare la sua sede presso i templi gemelli – di età augustea – siti nei pressi del foro, e a breve distanza dalla chiesa stessa. Il culto dei gemelli divini, infatti, potrebbe essersi tradotto nella devozione, a partire dal VI sec. d.C., dei santi Cosma e Damiano, gemelli medici martirizzati tramite decapitazione nel 300 d.C.
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10 gennaio 2011
L’11 gennaio, prenderà avvio il ciclo di conferenze “I Giovedì della storia”, organizzate dalla Pro Foligno per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Gli incontri, che saranno nove per il 2011 e altrettanti per il 2012, sono stati programmati con il coordinamento del professor Fabio Bettoni. Eccezionalmente di martedì, per questa settimana, appunto l’11 gennaio, si terrà alle 16.30 la prima conferenza sul tema “Dall’estero alla città: i viaggiatori”, durante la quale Don Dante Cesarini ricostruirà l’immagine che i visitatori avevano di Foligno poco prima del 1860. L’appuntamento, aperto a tutti, sarà alla sala dei convegni della “Biblioteca Jacobilli”.
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8 gennaio 2011

Francesca Romana Plebani
di Francesca Romana Plebani
Di origini antichissime, l’Abbazia di S.Eutizio si trova a Preci in Valnerina a circa 18 Km. da Norcia, e per diversi secoli fu il centro ispiratore di tutte le attività della valle e culla del monachesimo occidentale. Fu fondata agli inizi del V sec. dai monaci Siriani (i Padri del Deserto) giunti in Valnerina[1], la cui conduzione di vita suscitò l’ammirazione delle persone del luogo che si unirono ad essi proseguendone la loro esperienza.
Le vicissitudini e la costituzione della “congrega” videro emergere la figura di S. Spes, guida spirituale di S. Benedetto, di S. Eutizio e di S. Fiorenzo. Come tramandato da S. Gregorio Magno, fu S. Spes, nel 470 d.C., a fondare questa abbazia, o meglio, a far erigere un oratorio dedicato alla Vergine, su cui quindi sorse l’intero complesso. 
A questo stesso momento storico, si fa risalire, infatti, la costituzione di una comunità definita ed organizzata. Morto S. Spes, gli successe S. Eutizio, al quale vennero riconosciute grandi virtù, e che divenne, così, la guida spirituale del cernobio. La comunità ebbe un notevole impulso in questo periodo. Venne eretto il primitivo monastero, e di seguito, la chiesa nella quale, alla sua morte, vennero deposte le stesse spoglie di S. Eutizio.
Nel periodo altomedievale molte donazioni arricchirono l’Abbazia, che in primo luogo acquisì diritti feudali su un vasto territorio esteso fino all’Adriatico, e che divenne una Congregazione propria. Il complesso di S. Eutizio, a differenza delle abbazie di Farfa e Montecassino, non fu distrutto nè dalle incursioni dei Longobardi, né cadde ad opera dei Saraceni.
Nei “tempi bui” del Medioevo molti Vescovi di Spoleto furono monaci eutiziani. La prosperità di cui godeva l’Abbazia permise ai monaci di migliorare gli edifici, di dotarsi di una biblioteca e di un operoso “scriptorium”. Questo la resero uno dei più rilevanti poli religiosi e culturali dell’Italia centrale per quel periodo. Non è un caso, infatti, se proprio dall’abbazia di S. Eutizio proviene il più antico documento in volgare dopo il Placito di Montecassino: la “Confessio Eutiziana”, risalente alla metà dell’XI sec.
Vanto della biblioteca eutiziana erano i testi tramandati, i quali conservavano gli antichi trattati della medicina greca e romana, e gli erbolari in cui erano enucleate le virtù curative delle erbe. I monaci arricchirono queste conoscenze con l’esperienza e dettero origine ad una importante scuola medico-chirurgica specializzata, la Scuola Chirurgica Preciana. Infatti, quando i Concilii proibirono agli ecclesiastici di esercitare l’arte medica, l’ordine monastico eutiziano trasmise il suo sapere agli abitanti dei paesi circonvicini, allora soggetti all’Abbazia.
Nel 1180, l’abate Teodino I diede inizio ai lavori per il restauro e l’ampliamento della chiesa. L’opera si conclusenel1236,sotto il successore Teodino II. Anche S. Francesco d’Assisi ebbe rapporti con l’Abbazia: egli ottenne dall’abate Raynaldus la chiesa di S. Cataldo al Valloncello per erigervi un lebbrosario.
Attualmente la chiesa, cuore dell’abbazia, mostra, ancora priva di manomissioni, la superba facciata ingentilita da un rosone in stile romanico-spoletino. All’interno, sottostante ad un presbiterio decisamente rialzato, è conservata un’ampia cripta, le cui volte poggiano su due massicce colonne in pietra locale di probabile pertinenza all’antico oratorio. Un pregevole tempietto, nel quale si conservano le spoglie di S. Eutizio, occupa il centro del presbiterio. Il monumento, la cui pregevole realizzazione fu attribuita a Rocco da Vicenza, venne scolpito nel 1514, su commissione dell’abate Scaramellotti. Posto a contornare il tempietto, sempre di realizzazione coeva, un coro intagliato in legno di noce, opera di Antonio Seneca, artigiano della vicina Piedivalle.
Il complesso dell’abbazia si affaccia su due cortili: il primo, il più ampio e dominato dalla chiesa è meravigliosamente ingentilito da due splendide bifore trecentesche; l’altro presenta una fontana, ad ornamento della quale, venne posta una transenna in pietra, scolpita a losanghe. Tale transenna, riferibile all’VIII sec., dovette appartenere alla antica chiesa dedicata alla Vergine.
Molto suggestive sono le grotte dove si ritirarono S. Eutizio e S. Fiorenzo, scavate nello sperone roccioso che sovrasta a picco l’Abbazia e, sulla cui sommità venne poi eretto il campanile. Nel X secolo vicino alle grotte fu costruito in pietra un piccolo eremo, con la cappella dedicata a san Fiorenzo. Si deve a Legambiente il recupero e la valorizzazione del percorso naturalistico e storico che si diparte dalle grotte di V sec. e giunge sino a Norcia, attraversando gli senari della Val Castoriana.
http://www.museiecclesiastici.it/museisingoli.asp?museoId=21#
Curiosità: Oggi in questo luogo isolato ma ricco di storia vive un altro eremita “venuto da lontano”: un giovane polacco di nome Tadeusz , la cui vocazione lo ha condotto a vivere da anacoreta nei luoghi che furono di San Benedetto. Il monaco ha già restaurato la cappella dedicata al san Fiorenzo e lì ne ha ricavato una minuscola stanza dove vive. Due piccoli pannelli solari gli forniscono l’energia per illuminare la sua cella, mentre una semplice stufa a legna gli è funzionale per riscaldarla nei lunghi mesi d’inverno.
http://domenica.niedziela.pl/artykul.php?dz=swiat&id_art=00008
[1] Nel V secolo – in seguito alle persecuzioni dell’imperatore Anastasio Dikoro che sosteneva l’eresia ariana e del vescovo Severio di Antiochia – circa 300 monaci salirono sulla nave che li portò dalla Siria ad Ostia, in Italia. A Roma i monaci chiesero al Papa di affidare loro una zona isolata e tranquilla dove poter fare la vita eremitica. Il Papa li mandò nelle valli tra Spoleto, Cascia e Norcia. Un gruppo di monaci formò un importante insediamento eremitico a Monteluco di Spoleto, mentre circa 50 di loro, guidati da Santo Spes, arrivarono alla valle chiamata “Valcastoriana”. Lì formarono una piccola comunità dove oggi si trova l’abbazia di Sant’Eutizio e 15 eremi sparsi sulle montagne circostanti.
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10 dicembre 2010

Timpano, raffigurazione dell'Agnus Dei
di Francesca Romana Plebani e Benedetta Martini

Francesca Romana Plebani
Castel San Felice (frazione di Sant’Anatolia di Narco), castello medievale cinto da mura nelle quali si aprono tre porte di accesso, custodisce alle sue pendici il complesso abbaziale di San Felice di Narco. L’abbazia, che trae il nome dagli eremiti che per primi abitarono questo luogo, si incontra in mezzo alla piccola valle, lambita dal fiume Nera che nel corso del tempo ne ha disegnato i contorni.

Benedetta Martini
Il complesso santuariale per tradizione si fa risalire all’Alto Medioevo, anche se l’edificio, in quel periodo, era di natura diversa da quella attuale. In principio l’area era un cenobio[1] fatto erigere da San Mauro di Siria, padre di San Felice[2]. Dell’edificio precedente alla chiesa non rimango tracce, se non nella tradizione.
La chiesa venne edificata nell’aspetto ancora oggi conservato nel 1194. In un manoscritto miniato del XII secolo proveniente da questa chiesa si trova infatti questa preziosa indicazione, che la specifica come eretta in questa data, a rifacimento di un preesistente edificio realizzato dai benedettini dopo la bonifica delle paludi circostanti. Della sua fondazione si trovano notizie in due Codici, i cosidetti “Leggendari del Capitolo del Duomo di Spoleto”, oggi conservati

Chiesa di San Felice
nell’archivio Capitolare di Spoleto. Menzione della chiesa si ritrova inoltre attestata nelle “Rationes Decimarum” del 1333 e 1334 e nel “Codex Pelosius”, redatto dalla diocesi di Spoleto nel 1393[3].
[1] Il cenobio è una comunità di monaci riuniti in un monastero sotto la medesima regola.
[1] Nella scena dell’uccisone del Drago, effigiata nel fregio decorativo al di sotto del rosone, compaiono entrambi i santi.
[1] Ulteriori documenti del 1254 e del 1257 la collocano sotto la giurisdizione della Pieve di Santa Maria di Narco (oggi distrutta)

Castel San Felice
Il santuario prende il nome dalla leggendaria figura di San Felice, personaggio i cui contorni si sfumano in quelli di eroe locale, e a cui la tradizione attribuisce la miracolosa uccisione del Drago che infestava la zona. Il Drago, figura dal complesso significato sia pagano che cristiano, oltre ad essere il simbolo della malaria che infestava i bacini[4], presso gli antichi cristiani era l’emblema del paganesimo. Nel caso specifico, la vittoria su questo mitico animale va ricondotta all’idolatria vinta dall’apostolato dei santi e, più verosimilmente, ad un’opera di bonifica della zona, un tempo paludosa[5]: non casualmente, la chiesa è situata proprio lungo il corso del Nera.

Uccisione del drago per mano di San Felice
La chiesa, in architettura romanica, è di notevole pregio. La facciata a doppio spiovente, oggi mutila del loggiato, presenta un magnifico rosone riquadrato e, posti al di sotto di questo, due bassorilievi istoriati: il primo, raffigurante la leggendaria uccisione del Drago, l’altro, la resurrezione di un bambino. Nel timpano è invece rappresentato l’Agnus Dei. Nella parte inferiore si apre il portale con arco a tutto sesto, lunettato.
L’interno della chiesa, ad un’unica navata, presenta un presbiterio rialzato e delimitato da plutei cosmateschi[6]. L’abside esternamente è diviso in cinque paraste[7], collegate tra loro da tre archetti che presentano due monofore negli intradossi[8].

Adorazione dei Magi
Della decorazione originale della chiesa rimangono solo alcuni lacerti, di cui l’unico di chiara identificazione è quello con la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. Si conserva, inoltre, un pannello con angelo che assiste al giudizio delle anime penitenti, rappresentate sui piatti di una bilancia, e nell’abside semicircolare un Cristo Benedicente, opera del Maestro di Eggi (attivo anche nella vicina chiesa di Santa Cristina presso Caso).
Dal presbiterio, per mezzo di due scalinate laterali, si accede alla cripta, in cui è conservato un sarcofago, che la tradizione ricorda come quello di San Felice.

Polla surgiva
Degna di nota è, infine, una polla sorgiva che sgorga presso il lato dell’abbazia più vicino al fiume. A questa fonte vengono attribuite fin dal Medioevo proprietà benefiche e guaritrici. La vasca originale della fonte è tornata ad essere visibile a seguito del suo ripristino, compiuto insieme al restauro del complesso abbaziale, avvenuto in occasione del Giubileo del 2000.
Sapiente esempio di integrazione che coniuga bellezza antica ed esigenze moderne, l’abbazia attualmente dispone al suo fianco una struttura ricettiva dall’aspetto esterno in pietra a faccia vista e dotata internamente di tutti i comfort.
Vale, inoltre, la pena ricordare la “Fiera dei Fiori”, mostra mercato di giardinaggio e di florovivaismo, ospitata annualmente nello spazio prativo dell’abbazia, durante i primi giorni di maggio.
Bibliografia:
L. Fausti, Le chiese della diocesi spoletina nel XIV secolo, in Archivio storia ecclesiastica umbra 1, pp. 129-205, Foligno 1913.
P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV: Umbria, Roma 1952
B. Sperandio, Chiese romaniche in Umbria, Perugia 2001.
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9 novembre 2010
Abbazia di Santa Croce di Sassovivo Foligno (PG) 13 novembre 2010 ore 16.00
Torna alla luce un documento inedito di assoluto valore che racconta rilevanti particolari sulla storia di uno dei più insigni monumenti nel territorio di Foligno

Pergamena di Sassovivo
Il fascino e l’emozione del ritrovamento di quest’antico foglio di pergamena rivivranno una seconda volta. Torna alla luce un documento inedito di assoluto valore che racconta rilevanti particolari sulla storia di uno dei più insigni monumenti nel territorio di Foligno, l’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo. Protagonista dell’appuntamento di sabato 13 novembre alle ore 16 presso la stessa Abbazia sarà la copia notarile duecentesca del privilegio di papa Alessandro IV, il cui originale, datato 28 agosto 1256, è andato perduto. Il privilegio apostolico è il documento “solenne” della cancelleria papale ed era destinato principalmente a monasteri, ma anche a episcopati e capitoli cattedrali urbani. L’iniziativa è promossa dalla Società Sistema Museo in collaborazione con i Piccoli Fratelli Jesus Caritas, Club Unesco-Foligno e Valle del Clitunno e Deputazione di storia patria per l’Umbria.
Aprirà l’incontro la presentazione del saggio “Per la storia dell’abbazia di Santa Croce di Sassovivo: un restituito testimone del privilegio di papa Alessandro IV (1256)”, opera di Melinda Cavalli con Attilio Bartoli Langeli, pubblicata in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria” (volume CVII, 2010), già suo oggetto di tesi di laurea specialistica in storia dell’arte.
Interverranno all’incontro: Attilio Bartoli Langeli Presidente della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Mario Squadroni Soprintendente archivistico per l’Umbria, Gian Carlo Sibilia Priore Generale dei Piccoli Fratelli Jesus Caritas, Maria Vittoria Garibaldi Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici dell’Umbria, Roberto Bertini Assessore al turismo – sport – agricoltura – controllo costruzioni e protezione civile – gestione e controllo ambientale della Provincia di Perugia
Alle ore 17.15 è prevista una visita guidata all’abbazia benedettina, diventata nel maggio 2010 patrimonio dell’Unesco. A suggello di tale riconoscimento è stata apposta una lapide che evidenzia non solo l’alta qualità storico-artistica e ambientale dell’edificio, ma anche la”vocazione di pace” alla quale l’Abbazia è rimasta fedele dalla sua fondazione. Un aperitivo offerto dal Club Unesco-Foligno e Valle del Clitunno concluderà la serata.
Breve storia dell’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo
Arroccata in un idilliaco paesaggio naturale, a breve distanza dalla città di Foligno, l’Abbazia di Santa Croce in Sassovivo si staglia con la sua mole di pietre calcaree sul cupo bosco di lecci che riveste le pendici dei monti circostanti. Il nucleo originario dell’insediamento religioso risale al 1082, quando l’eremita Mainardo di Sitria vi si insediò, grazie all’ospitalità concessagli dai conti di Uppello e ne divenne il primo abate. 
Nel corso dei secoli l’abbazia crebbe e prosperò in grande stima, accumulando nel tempo numerose donazioni e concessioni pontificie. Dal cortile superiore si entra nella Chiesa ricostruita dopo il terremoto del 1832, a destra è un altare e nella parete vi sono diversi frammenti pittorici quattrocenteschi. Dall’atrio che precede la chiesa, una porticina conduce al bellissimo chiostro romanico (1229), opera del maestro romano Pietro de Maria: nel mezzo del chiostro è la vera della sottostante cisterna, costruita nel 1340 e rimaneggiata nel 1623. Scendendo per uno scalone seicentesco si accede alla Loggia del Paradiso con frammenti di affreschi monocromi del primo Quattrocento forse opere di Giovanni di Corraduccio. Infine è possibile visitare la cripta di San Marone, un eremita siro-babilonese vissuto nel IV secolo presso la città di Tiro, le cui spoglie furono trafugate il 25 novembre del 2005. Nei terremoti che sconvolsero le città dell’Umbria nel 1832, l’abbazia di Sassovivo fu gravemente danneggiata e i monaci ne cedettero i diritti al vescovo di Foligno (1834). In seguito all’unità nazionale (1860) l’immobile fu demaniato e diviso tra lo Stato, la mensa vescovile e la famiglia Clarici di Foligno
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28 ottobre 2010

Ing. Luciano Vagni, Ing. Giovanni Orlandi, Arch. Franco Anesi
di Francesco La Rosa
Presentato a Città della Pieve nella sala dell’astronomia presso il Centro Congressi dell’Associazione Etica Vivente il libro sugli “Etruschi sotto la Cattedrale” “Il Cielo degli Etruschi”, scritto da Luciano Vagni a seguito degli scavi eseguiti a San Lorenzo per il consolidamento delle fondazioni della Cattedrale di Perugia.

Alla presentazione è seguito un convegno che ha affrontato il tema della corrispondenza, tipica del popolo etrusco, fra il macrocosmo cielo ed il microcosmo sulla terra, in particolare la città di Perugia e le altre città etrusche.

Perugia Cattedrale e p. IV Novembre
Il tema, a prima vista difficile e di chiari riferimenti esoterici è risultato alla luce dei fatti una puntuale corrispondenza geometrica e stellare delle città del popolo etrusco che, come è noto, era un attento e valente osservatore astronomico e delle costellazioni.

Strada sotto la Cattedrale
Il tema, come era prevedibile, ha destato la grande curiosità di un pubblico particolarmente attento e qualificato del mondo scientifico ed intellettuale, tanto è vero che sono state numerose le domande che hanno tenuto alto il livello del dibattito che ne è seguito e per certi versi inaspettato.
Si spera che l’eco di queste giornate di riflessione dia l’opportunità di nuovi incontri magari prima dell’apertura ufficiale al pubblico degli scavi prevista all’inizio del 2011.
L’apertura e la levatura delle menti che hanno partecipato al dibattito ha dato per certa l’ipotesi di corrispondenza che ancora oggi il mondo accademico ufficiale, soprattutto nel settore storico archeologico ha difficoltà ad accettare.
Da registrare la gradita presenza fra il pubblico di Maria Rosi, neo eletta in consiglio regionale che già da tempo segue con particolare interesse ed attenzione i risultati degli scavi e che ha rilevato che la comprensione di certe opere presuppone uno studio interdisciplinare e che non può essere limitato, come interdisciplinare è stata la partecipazione del pubblico costituito da scienziati del mondo umanistico e tecnologico
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7 ottobre 2010
A 700 anni dal processo ai Templari del Monte Cucco del 1310, l’abbazia di Sant’Emiliano e il borgo di Pascelupo ospitano una commemorazione storica che prevede un congresso nazionale, una tavola rotonda di proposte tra Umbria e Marche, una rievocazione medievale con Torneo dei Templari ed escursioni.
Saranno tanti i relatori a cedersi il passo sabato 9 ottobre, a partire dalle 9,30, all’abbazia di Sant’Emiliano in Congiuntoli. Esperti di storia templare e in seguito figuranti in costume ad animare la giornata, oltre alla tavola rotonda tra Marche e Umbria, tra Perugia e Ancona e i Comuni coinvolti nel progetto, per confrontarsi ancora sul territorio, con idee e proposte degli amministratori. La conclusione dei lavori (durante i quali sarà presentato anche un particolare e tipico “Menù dei Templari”) è prevista nel pomeriggio, con la possibilità di bus navetta per il castello di Pascelupo che, già dal primo pomeriggio, ospita i mercatini per le botteghe del borgo e giochi medievali. A popolare il castello, poi, in serata, corteo storico (accompagnato dai tamburini di Scheggia), sbandieratori (con il gruppo di Gualdo Tadino), figuranti, falconieri e mangiafuoco, spettacolare e competitivo il Torneo medievale dei Templari con le gare degli arcieri storici in notturna nel piazzale della chiesa di San Bernardino.
Domenica 10 ottobre c’è ancora il territorio al centro della prima edizione di “La Montagna Unisce”: si parte presto, con escursioni guidate sui due versanti dell’Appennino umbro-marchigiano e ritrovo nel primissimo pomeriggio a Scheggia, dove, con la presentazione del progetto, sono previsti anche assaggi di prodotti tipici e visita guidata del paese.
Info: Comune di Scheggia e Pascelupo – Tel. 075 9259722
Fax 075 9259724 – info@comunescheggiaepascelupo.it -
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3 ottobre 2010
Nello stesso anno (1118), alcuni nobili cavalieri, pieni di devozione per Dio, religiosi e timorati di Dio, rimettendosi nelle mani del signore patriarca per servire Cristo, professarono di voler vivere perpetuamente secondo le consuetudini delle regole dei canonici, osservando la castità e l’obbedienza e rifiutando ogni proprietà. Tra loro i primi e i principali furono questi due uomini venerabili, Ugo di Payens e Goffredo di Saint-Omer…” [Guglielmo di Tiro, XII sec.]
Ricostruire i primi anni di vita dell’Ordine dei Templari è molto difficile, in quanto le fonti in possesso degli studiosi sono poche e frammentarie; inoltre la loro veridicità è stata messa in dubbio dal controverso “Documento Rubant”, che afferma che Filippo il Bello, sottraendo i documenti dell’Ordine, avrebbe preso dei falsi.
Il primo testo templare ufficiale è datato 1128, quando il Concilio di Troyes approvò la Regola Templare. Sebbene i Templari avessero indicato il 1119 come l’anno della fondazione dell’Ordine, la maggior parte degli studiosi anticipa il momento storico: sarebbe stato infatti il 1118 l’anno in cui Re Baldovino II mise a disposizione dei Cavalieri di Cristo alcuni locali nei pressi delle rovine del Tempio di Gerusalemme.
I Templari non furono in realtà il primo Ordine religioso nato dopo la vittoriosa crociata in Terra Santa. Goffredo di Buglione, nel 1099, aveva fondato l’Ordine del Santo Sepolcro; poi nacquero l’Ordine di San Giovanni dell’Ospedale (Ospitalieri) e di Santa Maria di Gerusalemme (Teutonici); infine venne l’Ordine del Tempio.
Il primo simbolo dei Templari rappresentava la cupola della Rocca e due cavalieri su un cavallo.
Nel 1120, davanti al patriarca di Gerusalemme Gormond de Picquigny, i Templari pronunciarono i voti di castità, obbedienza e povertà, aggiungendone un quarto: quello della lotta armata contro gli infedeli. Tutti e quattro i voti furono benedetti dalla Chiesa.
In seguito al Concilio di Troyes e alla pubblicazione del “De Laude Novae Militiae” di Bernardo di Chiaravalle, i Cavalieri del Tempio cominciarono la loro inarrestabile ascesa: per oltre due secoli l’Ordine accumulò – grazie a lasciti, donazioni, terre, castelli, casati – ricchezze e potere, tanto da divenire in breve tempo temuto e rispettato.
I Templari usarono l’Occidente come un immenso magazzino, predisponendo in tutta Europa sedi centrali e periferiche di riferimento per le loro attività economiche, militari, politiche.
In Italia il Regno di Sicilia divenne la prima provincia templare (la Puglia in particolare), dove vennero impiantati casali, masserie e grange. Conductores scelti dai Templari praticavano l’agricoltura e gestivano le risorse sul territorio italico.
Navi cariche di carne, cereali, legumi salpavano frequentemente dai porti meridionali dirette verso la Siria, per rifornire le proprietà Templari d’oltremare. Le regioni mediorientali dipendevano sempre di più dall’Occidente a causa della progressiva perdita di terreni a favore dei Saraceni, in una guerra senza quartiere che non conosceva pause (Dopo il 1291 le scorte alimentari via mare si fermarono a Cipro).
Una seconda, importantissima, fonte di reddito per i Templari era costituita dall’attività bancaria. La regola del Tempio voleva che, chiunque entrasse nell’Ordine, doveva donare le proprie terre e ricchezze ad esso per rispettare il voto di povertà. Ma poiché in ogni casa o tempio vi era denaro contante, i Cavalieri cominciarono a prestare delle somme ai pellegrini spagnoli che intendevano viaggiare in Terra Santa (1135). L’attività finanziaria crebbe e assunse un’efficienza tale da coinvolgere interi Stati europei, che chiedevano denaro in prestito o davano mandato ai Templari di gestire la cassa reale (come ad esempio la Francia). Il problema dell’interesse richiesto (che rasentava l’usura) venne abilmente eluso grazie ai tassi di cambio delle valute e grazie ad un accordo che assegnava all’Ordine i diritti della produzione sulle proprietà ipotecate.
La potenza politica e finanziaria dei Templari preoccupò fortemente la Chiesa e i suoi ordini, che cercavano di mantenere il controllo sugli Stati europei. Le stesse famiglie reali temevano i Templari, verso i quali accumulavano debiti ingenti anno dopo anno. I cavalieri del Tempio possedevano ormai terre in tutta Europa e in Medio Oriente, e la loro influenza sulle vicende storiche più importanti era continua.
Dal punto di vista militare l’Ordine non era inferiore, come organizzazione e come abilità, agli eserciti dei più grandi Stati. I Templari, oltre alle battaglie in Terra Santa, parteciparono alla Reconquista di Spagna e Portogallo, guadagnando possedimenti importanti sulla frontiera tra le terre cristiane e quelle musulmane.
Il coraggio in battaglia, il fervore con il quale seguivano le regole del Tempio, la tenacia, l’astuzia, l’abilità con la quale controllavano l’Occidente e combattevano in Oriente, alimentò il mito dei Templari e li rese invincibili agli occhi della popolazione. Ma per la Chiesa e per i sovrani, l’Ordine costituiva ormai solo un pericolo.
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27 settembre 2010
sabato 2 ottobre, ore 15.00
La scrittrice di gialli storici Danila Comastri Montanari, autrice della serie di Publio Aurelio Stazio, nei giorni 1/2/3 ottobre visita Carsulae,Terni, Otricoli, Narni e la Cascata delle Marmore. A Carsulae, attraverso le sue spy stories, ci conduce dentro l’indagine più avvincente sull’archeologia romana.
L’evento è gratuito.
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17 settembre 2010
Dal 10 al 29 settembre fitto programma di iniziative, Mostre, Convegni, Pubblicazioni, Sfilata e Rievocazione storica
Sono iniziate il 10 settembre le celebrazioni del 150° anniversario della battaglia di Castelfidardo e si concluderanno il 29 del mese: mostre, convegni, pubblicazioni di pregio, concerti, sfilate, rievocazioni in costume; un fitto calendario di eventi rimarca il ruolo di una data storica nel processo risorgimentale e nell’unificazione italiana.
Un programma di elevato spessore culturale, che compendia il lavoro di un anno del Comitato promotore, di cui fa parte Paolo Scisciani, in rappresentanza dell’Associazione Tolentino 815 e della città di Tolentino. Iniziativa ricompresa nel programma delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, autorizzata all’utilizzo del logo del 150° unità d’Italia. Quel 18 settembre 1860 permette oggi a Castelfidardo ed alle Marche di giocare d’anticipo rispetto ai festeggiamenti Nazionali e di rendersi promotrice di un messaggio di unità (http://www.comune.castelfidardo.an.it/visitatore/index.php?id=6 )
L’avvio ufficiale si è avuto il giorno 10 con l’uscita straordinaria sul Corriere Adriatico dell’inserto “La Battaglia di Castelfidardo, 18 settembre 1860” in 25.000 copie, un opuscolo di 48 pagine a colori, ove nelle prime è riportata anche descrizione e foto della Battaglia di Tolentino, mentre in quelle finali viene presentato il progetto del Parco storico ambientale delle battaglie di Tolentino e Castelfidardo. La legge regionale n. 5 del 9.2.2010 “Valorizzazione dei luoghi della memoria storica relativi alle battaglie di Tolentino e Castelfidardo e divulgazione dei relativi fatti storici”, ne è un primo passo, per allargare a tutti i comuni dei due territori ove di fatto nel 1815 ebbe inizio il Risorgimento e nel 1860 si svolse l’evento bellico determinante nel processo unitario.
Le iniziative avranno il massimo sviluppo nel prossimo week-end, con un congresso internazionale di studi il 18 settembre, il corteo storico-istituzionale e la rievocazione storica domenica 19.
Per i fini palati degli appassionati, non mancherà una ristampa anastatica di grande qualità del volume storico del 1864 “Album della guerra d’Italia 1860-61” di Gustavo Strafforello, abbinata alla mostra, un convegno nazionale di studi promosso dall’Anpi; e ancora, le visite guidate di Italia Nostra al Museo del Risorgimento e all’accampamento storico al Parco del Monumento Nazionale delle Marche.
Proprio qui si svolgerà la prima edizione della rievocazione storica della battaglia di Castelfidardo, curata dall’Associazione Tolentino 815, con la partecipazione di vari gruppi storici risorgimentali in divisa, equipaggiamento ed armi dell’epoca; effettuano sfilate, manovre, esercitazioni e simulazioni di scontri tra eserciti. La rappresentazione all’aperto, come un teatro di strada, proprio nei luoghi ove si è svolta la battaglia nel 1860, risulta un evento altamente spettacolare, didattico, pacifico e coinvolgente; occasione di cultura e di piacere, attraverso una sorta di “storia vivente”.
Giovedi 23 settembre è prevista la presentazione del libro “Battaglia di Tolentino del 2 e 3 maggio 1815, la prima per l’indipendenza Italiana” (Materiali e Documenti, nel XV di attività dell’Associazione Tolentino 815) a cura di Paolo Scisciani.
L’ispirazione di fondo nasce dalla volontà di mantenere un profilo alto, che renda giustizia alle battaglie marchigiane, valorizzi il ruolo del risorgimento e lo trasmetta concretamente alle generazioni future.
Altre manifestazioni collegate sono il concerto delle bande, quello dell’associazione carabinieri in congedo e via dicendo fino a cedere il testimone ad Ancona a fine settembre; senza dimenticare gli importanti interventi di restyling volti a ridare dignità alle strutture simbolo del patrimonio di Castelfidardo: Ossario, Cancellata del Monumento e gruppo bronzeo.
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10 settembre 2010

“L’11 settembre rappresenta una data che rimarrà nei libri di storia e costituirà uno degli spartiacque più emblematici della storia contemporanea, che rimarrà per sempre nei libri di storia”. È quanto afferma una nota del consiglio direttivo dell’associazione culturale di promozione sociale Libera Storia. “All’indomani dell’attacco al World Trade Center, infatti, è divenuta immediatamente manifesta la difficoltà del nostro tempo dal rendersi immuni da attacchi esterni, soprattutto se inaspettati e se realizzati sfruttando le potenzialità che la routine della vita civile, come le linee aeree, mette a disposizione. In secondo luogo ha certificato l’apolarità dello scontro a livello militare, che ha comportato due guerre ancora lontane dalla conclusione definitiva o dal pieno raggiungimento degli obiettivi che si erano poste, nonché l’estrema difficoltà pratica per gli Stati Uniti di pensare di mantenere il loro status di prima potenza mondiale, e garanti dell’ordine internazionale, come avvenuto dal dopoguerra ad oggi. Al contrario, proprio la provocazione della discesa in campo a livello militare in Iraq e Afghanistan, ha prodotto cambiamenti sociali, economici e politici non indifferenti negli Stati Uniti, concorrendo ad aggravare la crisi economica ed evocare gli spettri mai sopiti del Vietnam. L’11 settembre, oltre a provocare la tragica fine di oltre 2500 persone, alla cui memoria e alle cui famiglie va la nostra massima solidarietà, incide tuttora sulla nostra quotidianità in maniera tutt’altro che secondaria: dall’innalzamento dei livelli di sicurezza, ai costi umani ed economici delle missioni militari internazionali, dalla diffidenza culturale e religiosa che ha prodotto nei confronti dell’elemento islamico, alla percezione di un presunto scontro di civiltà su cui ancora oggi si fa molta confusione. A questo proposito – conclude la nota – è bene considerare il peso di questo evento anche nell’evoluzione del mondo islamico verso l’Occidente e la sua civiltà, nonché nei confronti dell’Iran, prossimo presumibile obiettivo di una guerra al terrorismo dall’esito sempre più incerto”.
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4 settembre 2010

“Sulla Via d’Alessandria” nasce da un’intuizione dell’autore, Gianni Morcellini, volta a denunciare quello che, a suo giudizio, è l’assurda deriva dei valori primari nella società contemporanea.
il libro sarà presentato per la prima volta il 18 Settembre sera a Roma in Piazza del Campidoglio all’interno del Concerto per i 140 anni di Roma Capitale, alla presenza del Sindaco Alemanno, del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e altre autorità civili, militari e religiose.
La spinta all’esaltazione delle rivalità individuali tramite illusorie promesse d’un facile successo, l’istigazione al “mors tua vita mea”, piuttosto che alla solidarietà sociale, l’ostentazione dei lati negativi e degli atteggiamenti più “bassi” dell’individuo al solo scopo di far “rumore” e guadagnare attenzione mediatica, il lancio di messaggi diseducativi portati avanti dai mezzi di comunicazione di massa, in particolar modo dalle trasmissioni televisive più gettonate e vicine ai ragazzi degli ultimi quindici anni, hanno condotto, in un lasso di tempo straordinariamente breve, ad un radicale mutamento dell’atteggiamento dei singoli nei confronti della società.
Se s’interroga un giovane su quali siano per lui le tre “cose” davvero importanti della vita, nella stragrande maggioranza dei casi, è probabile che ci sentiremo rispondere con lo scontato paradigma delle 3 esse. Soldi, successo, sesso.
Questo avveniva anche in passato, ma le proporzioni, di sicuro, non erano quelle di oggi e le modalità per raggiungere gli scopi prefissi, di certo, non così “disinibite”. Ogni paletto etico, morale o religioso che potesse frenare, arginare o semplicemente regolare questa rincorsa forsennata a delle pie illusioni, è stato abilmente rimosso.
Come spesso accade, alle spalle di profondi mutamenti sociali, prende posto una “regia elitaria”, più o meno occulta, che si trova nelle condizioni di poter influenzare profondamente la massa, indirizzandone le prevedibili reazioni a proprio vantaggio. Sia chiaro che non si sta parlando di potere politico, di un colore piuttosto che di un altro, o di un tipo d’imprenditoria, piuttosto che di un’altra, ma di un format che sta facendo il giro del mondo cavalcando l’onda, non sempre controllabile, delle nuove tecnologie.
Gianni Morcellini fa sua questa visione della contemporaneità allegorizzandola e trasportandola in un’altra epoca, non molto distante nel tempo da noi, ma di sicuro diversa e per certi aspetti antitetica a quella attuale.
Egli apre il suo racconto a Roma, nel 1942, introducendo le figure di due loschi individui (la regia occulta, se vogliamo…), che tramano alle spalle della loro stessa gente (la massa, che nel romanzo è sintetizzata nella proba figura dei Bersaglieri…) facendo leva sulle debolezze d’una minoranza di questa per attuare il loro “boicottaggio” contro un popolo che combatte per la propria affermazione (la lotta dei popoli per la sopravvivenza, come la lotta d’ognuno per la quotidianità…) e che si scopre, d’improvviso, tradito al suo interno.
È l’inizio della fine dell’epoca dei “sani principi”, dei valori tradizionali di Fede, amicizia, fratellanza, solidarietà, ecc., in favore di quello che sarà il ribaltamento dei “punti di vista maggioritari” nella società della seconda metà del XX Secolo e in quella dei primi anni del nuovo millennio.
Il messaggio dell’autore, però, non si ferma alla mera denuncia e va oltre. Quando tutto sembra concludersi nel peggiore dei modi, un finale inaspettato ci fa intendere che i falsi valori sono destinati ad invecchiare e a perire con coloro che li hanno adottati facendoli propri, mentre quelli autentici, che sembravano ormai smarriti nell’oblio del tempo e soprafatti, sono chiamati a risorgere dalle loro ceneri e a perpetuarsi in quanto elementi primi ed indispensabili all’evoluzione della razza umana.”
Titolo: SULLA VIA D’ALESSANDRIA
Autore: Gianni Morcellini
Editore: Albatros
il prezzo del volume è di euro 15.90
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26 agosto 2010

Daniela Frullani
Un nuovo sigaro toscano, rigorosamente con la fascetta “tricolore” denominato “Cospaia”, per veicolare da un lato i valori repubblicani e dall’altro l’immagine di un territorio che ha saputo realizzare sogni di libertà ed emancipazione. Nella giornata di presentazione ufficiale della seconda Rievocazione storica dell’antica Repubblica di Cospaia (in programma per il 4 e 5 settembre 2010 nel comune di San Giustino), il presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi insieme alla presidente della Fondazione per il Museo storico scientifico del tabacco Daniela Frullani, lancia la proposta, che verrà presto formalizzata ai Monopoli di Stato, di creare un nuovo marchio, quello appunto del Sigaro di Cospaia, in occasione delle cerimonie per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Due giornate, quelle appunto del 4 e 5 settembre prossimo, volute dalla Fondazione per il Museo Storico Scientifico del Tabacco e dal Comune di San Giustino, in collaborazione con le associazioni del capoluogo, gli operatori economici e gli abitanti, per ridare vita a quella che fu la più piccola repubblica della storia grazie alla capacità dei suoi abitanti che seppero approfittare di un banale errore di riconfinazione tra il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio. Per circa 400 anni, dal 1441 al 1826, dunque senza un riconoscimento ufficiale vero e proprio, ma con il beneplacito dei due stati confinanti, riuscirono a mantenersi liberi con capacità diplomatiche e con i frutti del contrabbando. Per secoli infatti, questa fu una terra di contrabbandieri, fuoriusciti politici e esiliati, meta di chi voleva ricostruirsi una vita, luogo dove si esercitò una forma di democrazia diretta.
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21 agosto 2010
Libera Storia sollecita iniziative e visite guidate per focalizzare il ruolo dell’Umbria nelle dinamiche unitarie e gite scolastiche nei luoghi simbolici dell’Unità nazionale

“In vista del 150° anniversario dell’Unità d’Italia il Comitato dei Garanti delle iniziative legate alle celebrazioni, presieduto dal professor Giuliano Amato, nell’ambito del progetto “I luoghi della memoria”, ha stilato un elenco di 371 località, di cui 4 in Umbria, teatro di avvenimenti rilevanti dell’indipendenza nazionale. A questo proposito ci auguriamo che abbiano luogo i necessari e debiti approfondimento del ruolo e della partecipazione della nostra Regione nelle dinamiche che hanno portato all’Unità d’Italia”. È quanto afferma una nota del consiglio direttivo dell’associazione culturale di promozione sociale, Libera Storia. “La conoscenza della storia contemporanea del nostro Paese è generalmente limitata a poche linee essenziali, realtà sulla quale le istituzioni e il sistema scolastico debbono cercare di intervenire promuovendo una conoscenza dinamica, e non solo meramente nozionistica, della storia d’Italia, per cui le imminenti celebrazioni possono costituire un’occasione irripetibile.

Cavour
Il territorio è uno spazio essenziale dell’identità locale e nazionale e l’individuazione di ben 371 luoghi ritenuti fondamentali per la nostra storia, ai quali è stato deciso di dare rinnovata linfa e visibilità attraverso opere di classificazione, descrizione, restaurazione e riqualificazione, fa sì che sia necessario che anche in Umbria ci si muova in tal senso, soprattutto in ambito scolastico. Il 150° dell’Unità non deve portare alla nostra Regione solo il progetto di completamento dell’aeroporto di Sant’Egidio, ma anche occasione afflusso turistico, di analisi e approfondimento della storia locale in rapporto con quella nazionale. Tra i luoghi dei fatti rilevanti dell’indipendenza nazionale o degli eventi bellici ad essi collegati – prosegue la nota – sono stati infatti inseriti le tappe del cammino della legione italiana nel 1849 (che attraversò l’Umbria passando per Terni l’8 luglio, Todi l’11 luglio, Orvieto il 14, Ficulle nella sera del 15 per poi passare in Toscana e tornare ad attraversare l’Appennino tra il 23 ed il 26 luglio nella regione di Citerna e Bocca Trabaria) e Perugia, dove il 14 giugno 1859 le truppe svizzere vengono autorizzate dal cardinale Antonelli al saccheggio della città, a cui seguirà l’occupazione del 20 giugno, con una strage che non risparmiò donne e bambini.

Mazzini
Il centro storico di Perugia, per questi fatti, è stato inserito anche tra i luoghi della memoria, insieme all’ossario del cimitero monumentale, nel quale giacciono i resti dei soldati della campagna dell’esercito italo-piemontese tra Marche e Umbria del 1860. Senza dimenticare la Rocca Albornoz di Spoleto in relazione ai fatti del 17 settembre del 1860 e le città di Foligno e Terni che, insieme a Spoleto, costituivano le piazzeforti militari dell’esercito pontificio comandato all’epoca dal generale Christophe de Lamoriciere. Per questo motivo, rivolgiamo un appello all’assessore regionale Carla Casciari

Garibaldi
affinché si adoperi per valorizzare le località individuate nella nostra Regione, adotti le opportune linee di indirizzo atte alla conoscenza dei luoghi e dei fatti di cui furono protagonisti da parte degli studenti – soprattutto degli ultimi anni dei rispettivi cicli di studio – e solleciti gli stessi dirigenti scolastici, a poche settimane dall’inizio dell’anno scolastico, a privilegiare nelle gite didattiche le molteplici località individuate come attinenti e protagoniste del processo unitario e delle relative celebrazioni”.
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19 agosto 2010
Hispellum è anche la scoperta dei segreti della Villa di Sant’Anna e dei colori, i sapori ed i profumi dei cibi dell’antica Roma. In programma domani due gran di appuntamenti per celebrare la Splendidissima colonia julia: alle ore 17 nella Sala dell’Editto del palazzo comunale si svolgerà un convegno su “La Villa romana in località Sant’Anna. Nuove scoperte, restauri e ricostruzione virtuale”. Intervengono: il sindaco di Spello Sandro Vitali, l’assessore alla cultura Liana Tili, la Soprintendente ai Beni Archeologici dell’Umbria Elena Calandra, l’Ispettrice di zona della Soprintendenza Archeologica dell’Umbria Laura Manca, l’archeologa Sabina Guiducci, il restauratore Adamo Scareggi e l’archeologa Maria Letizia Cipiciani. In particolare il convegno documenterà i lavori di scavo e restauro della splendida Villa romana. I primi saranno illustrati dalla dottoressa Sabina Guiducci, i secondi da Adamo Scareggi.

I policromi pavimenti musivi recentemente recuperati, gli affreschi, gli stucchi offriranno infatti spunti per meglio precisare la datazione dell’edificio, mentre le nuove scoperte saranno illustrate dalla dottoressa Laura Manca. I resti della struttura e delle sue decorazioni recuperati e restaurati, forniranno così elementi sufficienti per ipotizzare un’attendibile ricostruzione virtuale della domus. E’ stato infatti realizzato dalla Soprintendenza ai beni archeologici dell’Umbria un video che sarà presentato dalla dottoressa Maria Letizia Cipiciani che svelerà la Villa, il suo peristilio, il giardino e le sue essenze immateriali. Al termine del convegno la visita del sito archeologico permetterà di godere e apprezzare i nuovi interventi portai a compimento negli ultimi mesi. 
Alle ore 21 nel Piazzale di Sant’Andrea è in programma l’atteso appuntamento con la Cena Imperiale dove saranno serviti panini con uovo e ricotta, carta di musica e formaggio, caviale di olive, olive, formaggio aromatizzato, melograni, panzanella, uova con salse, tortino di ortiche, rocciata con erbe, lumache, pasticcio di lagane, maialino ripieno, bieta in salsa, carote e zucchine in salsa, rocciata con frutta secca e spezie e rocciata con ricotta, frutta fresca e secca con miele, vino. Durante la cena i commensali saranno allietati dalla rappresentazione teatrale “Il Banchetto degli Dei”. L’ evento è su prenotazione: Pro Loco IAT Spello 0742301009.
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15 giugno 2010

Vincenzo Ambrogi
di Vincenzo Ambrogi
Lo Studiolo è la stanza più importante del palazzo di un Principe del Rinascimento italiano, uno spazio segreto dove questi si ritira per studiare e pensare. Di solito è un piccolo vano, ricco di decorazioni, rivestito di pannelli intarsiati e pitture.
Con il decadere delle Signorie, gli Studioli hanno dovuto quasi sempre subire un sistematico saccheggio con la diaspora o la scomparsa di arredi e dipinti. Un destino simile aveva conosciuto lo Studiolo del Palazzo Ducale di Gubbio voluto dal Duca Federico da Montefeltro. 
L’opera era stata realizzata tra il 1475 ed il 1482 su probabile disegno di Francesco di Giorgio Martini, coadiuvato dai fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, per gli intarsi, e da Giusto di Gand, per le tavole dipinte. Queste ultime furono smontate nel 1673 e successivamente vendute a musei di Londra e Berlino. La parte lignea invece fu smantellata nel 1874 e, dopo vari passaggi di proprietà, fu acquisita nel 1939 dal Metropolitan Museum di New York.
Con grande coraggio si è deciso di eseguire una replica “reale” e non virtuale o fotografica dello Studiolo. L’idea è nata nel 2002 da un’iniziativa dell’Associazione Maggio Eugubino coofinanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Gli artigiani in grado di replicare lo Studiolo, sono stati identificati nei maestri ebanisti eugubini Marcello e Vincenzo Minelli, che vantavano una grande esperienza nel restauro e riproduzione del mobile antico. Il progetto è stato portato a termine con successo dopo sette anni di lavoro e adesso Gubbio ha di nuovo il suo Studiolo.
I grandi pannelli intarsiati, che ne rivestono la parte inferiore sono impostati su giochi di illusione ottica con falsi sedili, false scansie con sportelli semiaperti dentro le quali si intravedono numerosi oggetti della vita abituale del Duca, come l’armatura, gli strumenti musicali e i libri, e i simboli a lui cari: l’ermellino, simbolo di purezza, animale che non vuole mai sporcarsi, preferendo piuttosto la morte, e che si ricollega al Collare dell’ermellino, onorificenza concessa al Duca dal Re di Napoli; la Giarrettiera, simbolo dell’ordine cavalleresco conferito dal Re d’Inghilterra.
Ma negli oggetti ci sono significati più profondi. Lo Studiolo è lo spazio in cui il mondo reale e quello ideale dei neoplatonici si toccano. Ogni oggetto è un simbolo che ha una collocazione precisa nell’universo e che trae origine sia dalla tradizione pagana, che da quella ebraico-cristiana.
In primo luogo si dovranno interpretare i simboli legati alle Muse (la sfera dei sensi, emanatio secondo i neoplatonici): il libro e lo stilo di Callìope (poesia epica), la ribeca di Talìa (commedia), il corno di Melpòmene (tragedia), l’arpa di Èrato (poesia amorosa), la cìtola di Tersìcore (danza), l’organo di Polìmnia (musica sacra), il doppio flauto di Eutèrpe (musica), la pergamena di Clio (storia), il compasso di Urania (astrologia).
Poi quelli delle arti liberali (la sfera della conoscenza, vivificatio per i neoplatonici) con il mazzocchio, un copricapo simile ad una ciambella sfaccettata a scacchi bianchi e neri, centro di molteplici giochi prospettici, che insieme alla squadra ed al filo a piombo, è simbolo della Geometria, la scatola di granuli dell’Aritmetica e la sfera armillare dell’Astronomia. La Musica, oltre ai vari strumenti musicali, è rappresentata dalla chiave a forma di “Tau” per accordare l’arpa, che ha anche la forma di una piccola croce egizia ansata. La Retorica è simboleggiata dal pappagallo nella gabbia, la Grammatica dal vaso a due manici e la Logica dalla chiave.
Ed in terzo luogo quelli legati alle Virtù cardinali (la sfera morale, la remeatio dei neoplatonici): la spada sguainata, pronta sempre a colpire, è la Giustizia, il pugnale nel fodero, la Temperanza; la mazza, la Fortezza; lo specchio, la Prudenza; e quelli legati al fluire del tempo: la clessidra, il candelabro con la candela, ed il brano dell’Eneide che descrive la morte di Pallante: “A ognuno il suo giorno breve e irreparabile è il tempo della vita per tutti: ma estedere la fama con i fatti è proprio della virtù.” Queste parole risuonano come il testamento spirituale del Duca, che probabilmente al tempo dell’ultimazione di questo pannello era già morto.
Lo Studiolo è completato dalle tavole dipinte con le sette Arti liberali, oggi riproposte nei soli quattro esemplari di cui ci sia giunta documentazione fotografica. I dipinti rappresentano una figura maschile inginocchiata al cospetto della personificazione di un’arte liberale assisa in trono. L’elegante inscrizione in latino sottostante spiega come questi uomini, definiti come “eterni alunni” debbano sottomettersi a questa donna, chiamata “Veneranda Madre” che potrebbe essere interpretata come la Sapienza, o meglio la Filosofia, la massima espressione del pensiero dell’uomo. Questo è, in ultima analisi, il messaggio nascosto nello Studiolo: l’iniziato dovrà interpretare tutti i simboli e ricostruirne l’ordine, costituendo così un percorso che dovrà elevarsi fino a livelli di Conoscenza sempre più elevati.
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12 aprile 2010

di Christian Grasso
Le origini dell’Ordine templare sono in qualche modo legate al nome di Bernardo di Fontaine (1090-1153), primo abate del monastero cistercense di Clairvaux. Il ruolo da lui giocato nel Concilio di Troyes (13 gennaio 1129), durante il quale viene stilata la Regula latina del primo Ordine religioso-miltare, e la redazione dell’ormai celebre Liber ad milites Templi – De laude novae militiae hanno garantito a Bernardo il

Christian Grasso
diritto di essere considerato come uno degli artefici principali del successo dei cavalieri templari. E non c’è alcun dubbio che l’influenza di cui allora godeva l’abate di Clairvaux a livello politico ed ecclesiastico sia stata decisiva per la legittimazione storica e religiosa dei templari.
In effetti, Bernardo è stato l’unica personalità a esprimersi apertamente sul valore della missione a cui Ugo di Payens e il gruppo di cavalieri da lui guidato intendevano perseguire. Il magister della fraternitas templare, nata e legittimata in Oriente intorno al 1120, aveva però dovuto faticare non poco prima di trovare un interlocutore capace di dare una risposta concreta ai dubbi che attanagliavano i suoi seguaci e che probabilmente avevano un eco anche nell’opinione pubblica. Il punto delicato della proposta di Ugo di Payens era proprio quella di unire nella nuova figura del miles templare preghiera ed esercizio delle armi. Poteva un cavaliere che professava i voti di povertà, castità e obbedienza, e che nello stesso tempo ambiva a dare un valore spirituale al proprio impegno, combattere ed eventualmente uccidere? Questa, in sintesi, era la domanda che i primi templari si ponevano e ponevano alla società del tempo. Bernardo di Clairvaux non fu il solo ad esprimere la sua opinione in merito. Un certo e misterioso Hugo peccator, la cui identità è per gli stessi storici ancora un enigma (si tratta di Ugo di Payens o del canonico vittorino Ugo di San Vittore ?), e il monaco certosino Guigo I intervennero nella discussione redigendo delle lettere in cui declinavano la questione nell’ottica del combattimento spirituale con cui ogni cristiano è tenuto a confrontarsi per liberarsi dal male e dal peccato che si annida nel proprio intimo. Bernardo di Clairvaux, da parte sua, preferì affrontare il problema nella sua complessità inserendo la sua riflessione sul novus miles in una prospettiva nuova e, per certi aspetti, rivoluzionaria.
Il suo De laude novae militiae è certamente un testo finalizzato a presentare a un ampio pubblico la novità templare, formalmente riconosciuta dal Concilio di Troyes, ma è anche un exhortatorium sermo rivolto agli stessi milites del Tempio invitati a conformarsi ad un nuovo ideale di vita cavalleresca radicalmente diverso da quello rappresentato dalla militia saecularis. Scopo dell’opera di Bernardo non è perciò soltanto quello di legittimare ruolo e funzione della nuova cavalleria, ma anche quello di dotarlo di una precisa e convincente fisionomia spirituale. Di qui la complessità del De laude che per essere compreso va letto nella sua integralità.
Nella prima parte del suo trattato, Bernardo affronta con decisione le questioni per così dire più pratiche e delicate. In questo senso riprende e sviluppa la riflessione agostiniana sul bellum iustum, legando ai principi della bona causa e della recta intentio l’azione militare a cui il templare è chiamato a contribuire in vista della difesa della Terra Santa dall’aggressività dei musulmani. In tale contesto, volto a presentare il ricorso alla forza come legittimo se finalizzato ad un’azione difensiva, Bernardo ricorre a un linguaggio intessuto di riferimenti militari e citazioni bibliche desunte dall’Antico Testamento che si rivelano quasi come un’introduzione alla seconda e molto più lunga parte del De laude. In essa l’abate cistercense lascia ampio spazio all’interpretazione simbolica e allegorica dei nomi dei principali Luoghi Santi. La lettura di queste pagine, tanto suggestive quanto esigenti, è fondamentale se si vuole davvero valutare la prospettiva da cui Bernardo interpreta l’esperienza templare. Quello che, in effetti, egli vuole indicare è il cammino di conversione del novus miles che è invitato a vivere nell’imitazione del Cristo. Del resto, se Bernardo concede ai templari il titolo onorifico di milites Christi, fino ad allora riservato solo ai martiri e ai monaci impegnati nel cammino di perfezione cristiana, è proprio perché li considera come dei cavalieri che hanno assunto un impegno religioso formalizzato dai voti emessi e dall’impegno a vivere nell’obbedienza di una Regula (che egli chiama “disciplina”). Bernardo presenta ai templari la propria visione del monachesimo incentrata sulla carità fraterna, l’obbedienza e la povertà e ad essa incita a conformarsi. La lotta del templare è così, almeno dal suo punto di vista, indirizzata non solo verso i musulmani, ma anche contro i vizi e i peccati che ostruiscono la via verso la santità. Queste due diverse prospettive sono complementari nel De laude, che gioca molto sui due registri di lettura, quello letterale e quello simbolico. Un esempio in tal senso celebre è relativo al neologismo coniato da Bernardo di malecidium, che è appunto l’uccisione del nemico (fisico) in quanto figura del Male.
Molte sono, come si può intuire, le suggestioni e gli spunti che la lettura del De laude è in grado di offrire. Si tratta di un testo che è certamente complesso anche in conseguenza della proposta che nasconde, che è in definitiva quella di unire l’ideale del cavaliere alla vocazione del monaco. Tale complessità non deve tuttavia scoraggiare. Anzi, deve essere una ragione in più per confrontarsi con un testo e un autore capaci di sorprendere e delle volte anche di interrogare.
E per coloro che volessero impegnarsi in tale sfida di lettura e di comprensione ci sia – infine – consentito indicare un piccolo ma prezioso volume edito da un fine conoscitore dell’abate cistercense, Jean Leclercq (San Bernardo e lo spirito cistercense),che in poche ma ricche pagine riesce a rendere più agevole l’incontro con l’autore del De laude novae militiae.
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14 marzo 2010

Giuseppe Ligato
di Giuseppe Ligato
Ogni tanto non guasta fare chiarezza nella conoscenza dei templari, insidiata dalla cattiva divulgazione: e senza scomodare le consuete frottole esoteriche, troviamo nei primi tempi della Gerusalemme all’indomani della prima crociata (1099) le condizioni che avrebbero portato, nel giro di una generazione, alla costituzione del Tempio come struttura monastico-militare. La partenza di molti crociati dopo la conquista della Città Santa e la debolezza demografica dei primi insediamenti cristiani e latini, avevano impoverito la difesa delle recenti conquiste e adesso imponevano la formazione di un nucleo permanente di combattenti, ben inquadrati, il cui equipaggiamento e addestramento fossero sottratti all’improvvisazione e alla penuria di risorse che avrebbero caratterizzato pure le crociate successive. Il nemico, infatti, disponeva di riserve pressoché illimitate e non aveva monti e mari da attraversare prima di far affluire rinforzi e rifornimenti sui campi di battaglia.

Fu così che i primi templari, guidati da Ugo de Payns (un monaco mancato, secondo una cronaca siriaca), si votarono intorno al 1120 alla difesa del Santo Sepolcro e dei pellegrini, i quali avevano bisogno di una scorta per l’ultimo tratto del cammino verso la Città Santa attraverso i monti della Giudea. A patrocinare e sostenere questi volontari fu soprattutto il patriarca latino di Gerusalemme, sotto la cui guida si formò una struttura articolata secondo tre specializzazioni: 1) i canonici della basilica del Santo Sepolcro, nelle cui mani si concentravano le copiosissime donazioni dall’intera Cristianità, avrebbero monopolizzato la liturgia e la distribuzione delle elemosine; 2) il primo nucleo del futuro Ordine dell’Ospedale di S. Giovanni, che avrebbe curato le opere assistenziali per i pellegrini; 3) i templari, specializzati nella difesa armata. I canonici del Templum Domini, dal canto loro, fornirono uno spazio nell’area del Tempio (l’attuale Spianata delle Moschee) affinché i templari potessero acquartierarvisi, superando le gravissime difficoltà iniziali segnate, più che dalla povertà, dalla miseria se è vero che questi uomini dovettero inizialmente accontentarsi degli avanzi della mensa degli ospitalieri e coprirsi con abiti usati. Ben presto, i templari mostrarono insofferenza per il controllo ecclesiastico e ottennero dal re di Gerusalemme Baldovino II efficaci pressioni affinché il priore dei canonici del Santo Sepolcro (un uomo del patriarca) rinunciasse a esercitare il proprio controllo su di essi. Lo stesso re assegnò loro il “Tempio di Salomone”, ossia l’ex-moschea di el-Aqsa, quale loro residenza.
![sanbevignate_interno[1]](http://goodmorningumbria.files.wordpress.com/2010/03/sanbevignate_interno11.jpg?w=450&h=300)
Interno della Chiesa di San Bevignate a Perugia
Mancava ancora ai templari una veste giuridica e spirituale, e qui iniziarono i problemi. Il medioevo non amava le novità sociali e fissava una tripartizione dei ceti: le
élites aristocratico-militari monopolizzavano la politica e la guerra, il clero pregava e accumulava la grazia divina per il funzionamento di tutto e i lavoratori producevano beni e servizi, una struttura non casualmente simile a quella che abbiamo descritto sopra e di cui i templari avrebbero dovuto costituire l’elemento più prestigioso sul piano militare. Infatti, essi non erano monaci-cavalieri (definizione mai esistita) bensì cavalieri con “qualcosa” dei monaci, in particolare i voti di povertà, castità e obbedienza. Ma per molti templari questa condizione costituiva motivo di perplessità, e buona parte del mondo intorno a loro non mancava di ricordarlo: che razza di uomini erano questi, che mescolavano preghiera e guerra? A parte la Bibbia nella quale i passi adattabili a una giustificazione della guerra non mancavano, restava il problema di una condizione ibrida, estranea alla netta separazione delle funzioni sociali: chi non lavora, può solo pregare o combattere. Ecco dunque qualche dubbio insinuarsi nelle coscienze dei primi volontari, accusati di essere una stranezza antievangelica; non per l’uso delle armi, ma per la fusione nelle stesse persone di violenza e vita consacrata, per quanto laica.
Occorreva pertanto “sdoganare” quella stranezza, e se incaricò lo stesso Ugo de Payns scrivendo ai propri uomini che le vie della vita cristiana sono varie e imprevedibili, che c’era una Cristianità orientale da difendere e che era troppo facile beneficiare di tale difesa criticando chi si impegnava personalmente nella medesima. Ma l’intervento più massiccio fu quello di san Bernardo, abate di Clairvaux e massimo pensatore dell’Europa coeva, un mistico pronto – se non altro per fedeltà al papato che aveva bandito la crociata – a occuparsi della delicata situazione dei templari: nel proprio trattato Elogio della nuova cavalleria, Bernardo non risolse del tutto il problema dell’ambigua natura quasi-monastica di quei combattenti (al pari di Pietro il Venerabile abate di Cluny, l’altro gigante del monachesimo coevo), e preferì appoggiarsi a un tema già diffuso dal papato: la Terra Santa era la terra di Cristo, ma soprattutto i cavalieri chiamati a prendere l’abito templare erano spesso la feccia della società occidentale, uomini d’armi avidi e vanesi. Per costoro, la dannazione eterna (un pericolo al quale allora potevano prestare attenzione anche i predatori più scatenati) era evitabile solo uccidendo non tanto i nemici musulmani quanto il Male di cui quei nemici erano portatori. Anche papa Onorio II, al momento di definire nel 1139 la qualifica e il ruolo sociale dei templari, si aggirò tra le varie definizioni senza riuscire a chiamarli “monaci”: per lui erano “guerrieri del Tempio”, una semplice societas, una “istituzione sacra”, una struttura fra il militare e il religioso. Più facile, anche per il pontefice, richiamarsi alla concezione dei templari quali cavalieri finalmente approdati al riscatto della propria anima attraverso la guerra santa.
Più prosaicamente, i templari formarono una struttura che, per quanto benedetta dal papato da cui si riconoscevano dipendenti, richiama più la Legione Straniera che una confraternita di penitenti: erano spesso vassalli ribelli, avventurieri, spiantati che cercavano nella Terra Santa una nuova vita, non solo spirituale. La loro determinazione in guerra era fuori discussione e riconosciuta dagli stessi nemici, per quanto contaminata da una volontà di “politica estera” indipendente da quella del re di Gerusalemme, con una diplomazia separata e con una volontà di dominio che attirò sull’Ordine nuove critiche: troppo ricco e spregiudicato, e persino capace provocare sconfitte con la propria irruenza tattico-strategica. Ma una scelta maggiormente improntata alla vita monastica avrebbe reso tecnicamente inservibile l’Ordine templare, e lo stesso san Bernardo scrisse che di monaci salmodianti era già pieno il mondo; diventare templari poteva essere allora un male minore, e nemmeno inutile.
Insomma, in un mondo che intuiva la necessità di trovare una nuova spiritualità laica si voleva indicare alla cavalleria una forma di vita cristiana di cui possedesse già i requisiti: la perizia bellica, ripulita mediante un voto di tipo monastico.
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15 febbraio 2010

![sanbevignate_interno[1]](http://goodmorningumbria.files.wordpress.com/2010/02/sanbevignate_interno1.jpg?w=450&h=300)
PERUGIA, Ex Chiesa di San Bevignate Via Enrico Dal Pozzo
Sabato 20 Febbraio 2010 – ore 17.00
La preistoria dei Templari: il contesto e gli uomini
Giuseppe Ligato Society for the Study of the Crusades and the Latin East
Sabato 27 Marzo 2010 – ore 17.00
La militia Christi templare nell’opera
di Bernardo di Clairvaux
Christian Grasso Centre Interuniversitaire d’Histoire et d’Archéologie Médiévales – Université Lumière Lyon 2
Sabato 17 Aprile 2010 – ore 17.00
La rivoluzione dei Templari
Simonetta Cerrini – Medievista
Sabato 29 Maggio 2010 – ore 17.00
Il reclutamento dell’Ordine del Tempio
Alessandro Barbero – Università degli Studi del Piemonte Orientale
Martedì 29 Giugno 2010 – ore 17.30
Il papato e il processo ai Templari
Barbara Frale – Officiale dell’Archivio Segreto Vaticano
INGRESSO LIBERO
Comune di Perugia – U.O. Attività Culturali, Museali e Giovanili
Tel. 075 5772416
E-mail: info.cultura@comune.perugia.it
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30 gennaio 2010

l'esterno della Cappella del Sancta Sanctorum in Laterano ( notare le finestre ad oculo )
di Gianfranco Pirodda
Nel 1240 appare un primo documento che menziona un certo Frerus Bonvicinus, di probabile origine assisana, circa due anni dopo la concessione di San Giustino di Perugia alla milizia del Tempio. Il Frerus Bonvicinus di Perugia, fu nominato poi dal Papa suo cubiculario, ovvero capo della sua guardia del corpo nel Laterano a Roma. Il Precettore Bonvicinus gestì a lungo i beni del Tempio dell’Umbria e di altre zone come la Sardegna. Le proprietà templari della Precettoria perugina di San Giustino e San Girolamo comprendevano estesi domini che continuavano ad essere chiamate con l’antico nome di Massae. La Massa Arni era appunto uno di questi domini, che annoverava castelli, ville e chiese, oltre una trentina. L’insieme dei beni prima che Gregorio IX lo devolvesse ai Templari era di proprietà del Benedettini fin dal sec. XII. Benchè costituisse un solo enete ecclesiastico, la Precettoria di San Giustino e San Girolamo si articolava in due domus templari, distanti circa 12 km l’una dall’altra. San Giustino di Pilonico Paterno si trova in una pianura, situata fra il Tevere ed il Chiascio, non lontano dalla rotabile per Gubbio. San Girolamo sorgeva dove oggi esiste il San Bevignate, a due km circa ad est di Porta Sole di Perugia.
Gli insediamenti dei Templari a Perugia – dice Francesco Tommasi – non differivano granchè dalla degli stabilimenti templari nelle città dell’Alta Italia, che erano di norma posti a levante o a amezzogiorno, fuori dalla cinta muraria. Tutto ciò rispondeva ad un preciso simbolismo, dove orientamento delle case verso Gerusalemme e missione dell’Ordine appaiono intimamente connessi.
Sveliamo ora il primo mistero. La costruzione delle sedi templari ad est ed a sud delle città era la conseguenza della imitazione di Gerusalemme, in modo che venisse rappresentata la città santa e poste le sedi del Tempio come erano collegate a Gerusalemme, dove appunto il Tempio di salomone era posto ad est ed a sud dell’antica città santa.
Il Tommasi non si spiega il perché nelle precettorie di San Girolamo e San Giustino talvolta erano presenti due Precettori e in altri tempi un solo precettore le governava entrambe. Le due precettorie umbre erano gemellate, perché questo era il sistema templare che funzionava come metodo organizzativo e quando la situazione economica lo imponeva il sistema funzionava con un solo centro. Ma quando l’abbondanza era presente il sistema si duplicava. Nella chiesa di San Bevignate a Perugia, molto conosciuta come chiesa dei Templari, appaiono appunto delle rosette a diverso simbolismo, che confermano questo segno come caratteristico dell’Ordine del Tempio. Queste forme sono legate all’inizio del cristianesimo e spesso si tratta di due rosoni con sei o otto raggi. Renè Guenon parla della rosetta a sei e a otto raggi nel suo testo più significativo (I Simboli della scienza sacra). La scintilla che ci ha fatto collegare i due oculi con le due rosette è scoccata quando abbiamo visto la forma di alcuni sarcofagi ebraici antichi, in cui appunto si vedevano due cerchi o rosette con fioriture di vario genere. Gli oculi che nelle chiese permettevano il passaggio della luce all’interno della chiesa in penombra probabilmente volevano rappresentare lo stesso simbolismo dei due cerchi scolpiti o disegnati nei sarcofagi protocristiani o ebraici. Il loro simbolismo esprime il concetto di due mondi con cui chi lascia questa vita si trova a contatto: il mondo materiale da cui sta uscendo e quello spirituale in cui sta entrando. L’aggiunta della Croce, come a San Bevignate, perfeziona il trittico dei simboli.
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31 ottobre 2009

Commento sugli scritti di Euro Puletti (nella foto) appassionato e prestigioso ricercatore del mondo misterioso dei Templari
di Gianfranco Pirodda
Riprendiamo il commento con una serie di osservazioni sull’ insediamento templare nella zona di Monte Cucco e Costacciaro utilizzando i testi di Euro Puletti, appassionato ricercatore del mondo misterioso dei templari. Euro Puletti scrive: tra V e VI secolo, infatti, dalla Sardegna (forse dall’antico centro fenicio-punico e poi romano di Sulci, l’attuale Sant’Antioco, dove ci sono memorie del passaggio dei primi testimoni della nuova Fede) furono traslate a Gubbio le reliquie di alcuni santi martiri di Numidia,: quelle di Mariano (lettore) e Giacomo (diacono), che furono portate nella cattedrale, di cui divennero titolari; quelle di Emiliano, soldato martire e di una santa donna con due figli gemelli, martiri anch’essi, furono traslate in località Congiuntoli, dove, poi, forse su un preesistente luogo sacro pagano (il paganesimo considerò sempre le confluenze fluviali e torrentizie, così come il trivium stradale, anche esso presente in questo sito, luoghi sacri, perché fungenti da metafora oggettuale del concetto della “coincidentia oppositorum” la conciliazione delle manifestazioni e delle realtà antitetiche), fu edificato all’interno della diocesi di Nocera Umbra e nella parrocchia di Perticano l’eremo di cui parla Pier Damiani, e, in progresso di tempo, tra il principio del XIII e gli inizi del XIV secolo, l’attuale chiesa e complesso abbaziale. Solo la ricchezza di un Ordine Religioso Cavalleresco come quello dei Templari, che, lo ripeto, aveva una precettoria proprio nella vicinissima Perticano, poteva far fronte alle ingenti spese derivanti dalla costruzione del cenobio, e, soprattutto, della magnificente chiesa dagli altissimi archi a tutto sesto di stile romanico-gotico. Le linee sobrie ed essenziali di tale tempio cristiano, poi, ben si attagliano allo stile spoglio e purissimo che caratterizzò l’architettura sacra prediletta dai Templari, con 1′angolo retto come elemento costruttivo di base, che unicamente ingentilivano taluni fregi scultorei in corrispondenza di finestre e capitelli. Una croce greca, cui s’è poco sopra accennato, datata 1286, è murata sopra l’arco sestiacuto della finestra della navata laterale della chiesa, che guarda verso il retrospetto del medesimo edificio. Non appare per nulla casuale il fatto che l’ambiziosissimo progetto della chiesa rimanesse incompiuto per probabile, improvvisa mancanza di mezzi finanziari, proprio al tempo della soppressione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, decretata nell’anno 1312. Venuti a mancare i denari dei Templari, ma, probabilmente, anche la volontà (da parte dei loro acerrimi detrattori ed avversari) di portare avanti il progetto (dall’Ordine religioso-cavalleresco elaborato e già parzialmente realizzato), la chiesa abbaziale dovette essere lasciata mutila e incompiuta. L’ipotesi secondo cui la chiesa e l’abbazia di Sant’Emiliano furono erette e “gestite” dai Templari potrebbe chiarire anche la ragione della scarsità dei suoi documenti, che, come tutto ciò che riguardava i Templari (epigrafi, croci, monete, pergamene, precettorie, domus, magioni e quant’altro) dovettero andare incontro alla distruzione fisica e ad una sorta di “damnatio memoriae” di romana memoria. L’Abbazia, sorgendo su di una posizione davvero strategica, fu fortificata tra i secoli XIV e XV, con il nuovo nome di Palatium Sancti Miliani o Castri Sancti Miliani. In Sardegna numerose sono le chiese dedicate a Sant’Emiliano o a San Gemiliano o San Mamiliano. Tra queste spesso si fa una gran confusione. Tutti questi santi spesso sono denominati nella parlata locale Santu Millanu, più o meno come il Palatium Sancti Milani che abbiamo appena citato. Ma, mentre Sant’Emiliano ha una storia diversa, San Mamiliano era ricordato come santo che aveva creato la comunità monastica di Montecristo, che aveva delle dipendenze in Corsica e in Sardegna, dedicate a Santu millanu, a S. Gregorio, a Sant’Elia ed ad altri santi diversi. Abbiamo trovato che alcune chiese di Santu Millanu in Sardegna ricadono in zone di influenza o di presenza dei Templari, (come Santu Millanu in Sestu, San Gemiliano presso Cagliari). Sarebbe successo che Montecristo, abitato da frati ribelli al Pontefice, sarebbe stato assegnato dal papa ai Camaldolesi, poi ai Cistercensi ed infine ai Templari, nella ricerca di un loro controllo adeguato. Questa serie di cambiamenti si può notare in alcuni documenti, segnalati da Bianca Capone, relativi alla famosa Abbazia del Ponte presso Vulci, dove appunto il castello viene occupato in successione dai tre ordini (benedettini, cistercensi, e Templari). E per il terzo ordine un documento pubblicato da Fulvio Bramato ci indica come castellano del Castello dell’Abbazia del Ponte un Templare, un certo frate Paolo. Tutto ciò non può che confermare ciò che ha scritto Euro Puletti per l’abbazia o Palatium Sancti Miliani del Monte Cucco.
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31 ottobre 2009

acquasantiera con segni templari nella chiesa di san francesco a costacciaro, ritrovata a seguito della demolizione di una parete. foto di francesco la rosa
Commento sugli scritti di Euro Puletti appassionato e prestigioso ricercatore del mondo misterioso dei Templari
di Gianfranco Pirodda
Aabbiamo dato , una lettura delle immagini presenti nella chiesa di San Francesco di Costacciaro, che conferma pienamente dai simboli riscontrati, che si trattò certamente di una chiesa dei Templari, passata poi ai francescani. la segnalazione arriva da Euro Puletti, un appassionato ricercatore del mondo misterioso dei Templari, di cui possediamo alcuni testi, alcuni dei quali si riferiscono alla presenza dei Templari sul Monte Cucco. Ci è sembrato quindi utile per gli appassionati umbri aggiungere qualcosa a quanto già scritto per la chiesa di San Francesco di Costacciaro, inquadrando l’insediamento con una serie di osservazioni sulla zona citata. Il Monte Cucco, che sorge nella provincia di Perugia tra i comuni di Gubbio e Fabriano, che non è più Umbria, fu caratterizzato dalla forte presenza dell’Ordine del Tempio, di cui conosciamo già l’insediamento di Sigillo, dove sono state trovate delle pietre segnate con la Croce patente dei Templari. L’ultimo Gran Precettore Templare per l’Italia si chiamava Iacopo di Montecucco e, nonostante altri ritengano fosse nativo del Piemonte (esiste un Moncucco piemontese), noi invece riteniamo potesse provenire appunto dal Monte Cucco umbro, ricchissimo di presenze templari. Euro Puletti scrive che presso Purello, località vicina a Borghetto e poco più a meridione di Sigillo “alla fine del secolo X, in una località imprecisata, compresa tra Purello (Villa Sancti Apollinaris) e Villa Scirca (Sirca) si ergeva un castello di fondazione altomedievale, passato alla storia con il nome di Ghelfone. E’ assai probabile che esso fosse di proprietà dell’antichissima ed illustre famiglia nobiliare De Guelfonibus, Guelfoni o Ghelfoni, signori di Costacciaro e Colmollaro, dalla quale il maniero potrebbe aver mutuato anche la propria specifica denominazione. E’ altresì possibile che quest’antichissimo castello, di cui si è completamente perduta la memoria storica, possa essere identificato con gli imponenti resti di mura che sorgono, ad oriente del paese Villa Scirca, sopra altrettante alture, il Poggio de le Salare ed il Poggio degli Ortacci, facenti entrambi parte del monte Sassubaldo. In quest’area doveva, infatti, sorgere un castello assai vetusto, Castelvecchio, ricordato ormai più solo dal nome di un’abitazione del paese. I Templari erano altresì insediati poco aldilà dell’attuale confine tra Monte Cucco e Sassoferrato, nei siti di Perticano e Casalvento, dove sorgono ancora oggi i centri di San Felice e poco più a sud di San Nicolò. Euro Puletti, riferendosi ad un insediamento militare a Pascelupo, che sta in Umbria di fronte ai luoghi citati di Perticano e Casalvento, afferma che: “Non sembra affatto casuale la circostanza secondo la quale il presidio militare di Pascelupo comincia ad apparire citato in documenti scritti solo poco dopo la soppressione dell’Ordine Templare. Si è, infatti, portati a pensare che, prima di tale data, i Templari di Perticano e Casalvento, e forse dello stesso San Girolamo, fossero ancora intenti a fortificare tali luoghi confinali… “. Noi aggiungiamo che la presenza dei siti Templari che si rivela dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio dipende spesso dal fatto che quei luoghi, prima templari, cominciano ad essere tassati, e quindi risultano nei relativi elenchi perché devono pagare le imposte allo Stato e le decime alla Chiesa, mentre come Templari ne erano esenti. “Persino le testimonianze storico-documentarie certe della presenza di uno stanziamento eremitico a San Girolamo risalgono al periodo immediatamente successivo alla soppressione dell’Ordine dei Templari. Come si è sopra accennato, soltanto un potente e ricco ordine militare, politico e religioso, come quello dei Templari, poteva avere i mezzi finanziari per erigere tra il XII ed il XIV secolo le imponenti strutture dell’eremo primitivo, o medioevale, o pregiustinianeo che dir si voglia. Un presidio militare di carattere unicamente secolare non spiegherebbe, infatti, la necessità della costruzione di un sacello. Il cabreo, che si conserva nell’archivio di Sassoferrato, mostra come l’Ordine religioso-cavalleresco degli Ospitalieri di San Giovanni che in Italia ereditò i possedimenti e molte delle tradizioni dei Templari possedesse talune proprietà a Perticano e nei suoi dintorni. Una croce, scolpita in bassorilievo sulla viva roccia dell’eremo, sembrerebbe, inoltre, essere di apparente tipologia templare.” Il Puletti aggiunge: “Risulta significativa, in questo contesto, la vicina presenza dell’importante e grandiosa abbazia di Sant’Emiliano e Bartolomeo Apostolo in Congiùntoli, eretta originariamente per custodire le reliquie del soldato martire Emiliano e di una santa donna con due figli gemelli”. In effetti il Puletti non precisa il perché egli consideri significativa la vicinanza dell’abbazia di Sant’Emiliano, ma noi aggiungiamo qualche altra considerazione che ci risulta per gli studi fatti in Sardegna e dei quali vi daremo conto nel prossimo articolo.
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17 ottobre 2009

le tavole eugubine
di Piero Calmanti
Le tavole di Gubbio sono, a parere di Giacomo Devoto, il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica. Non esiste nulla di simile né in lingua latina né in lingua greca. Contengono la descrizione dei riti religiosi che in occasione delle feste, le “Bimestrali” e le “Cereali”, dovevano essere eseguiti con un particolare cerimoniale.
Accanto all’interesse storico-religioso, esse hanno un notevole interesse linguistico, in quanto documento fondamentale della lingua degli antichi Umbri, che ha subito ed esercitato influenze non trascurabili nei confronti del latino.
Sono sette: quattro scritte in un alfabeto di derivazione etrusca e tre in alfabeto latino adattato alle esigenze della lingua umbra. La differenza di alfabeto corrisponde ai due momenti essenziali della storia di Gubbio, come del resto di qualsiasi altra città-stato dell’Italia centrale: un primo periodo di inserimento nella cultura etrusca seguito dal coinvolgimento nel modello romano. Circa il loro ritrovamento, le notizie non sono concordi.
Secondo un anonimo cronista del XVII secolo sarebbero state trovate vicino alla chiesa di San Francesco, a Gubbio; secondo altri, in un sotterraneo vicino al Teatro Romano. Altri infine sostengono che siano state rinvenute a Scheggia, paesino a pochi chilometri da Gubbio, nelle vicinanze di un tempietto dedicato a Giove Appennino.
Anche l’anno del loro ritrovamento rimane avvolto nel mistero. Esiste un solo documento inconfutabile: dall’atto notarile “Emptio certarum tabularum eburnearum facta per Comune a Paolo Sclavo”, apprendiamo che furono cedute al Comune di Gubbio da un non meglio identificato Paulus Greghori il 25 agosto del 1456.
In cambio di queste tavole di bronzo, considerate come oggetto di pregio e nulla più, il Comune di Gubbio gli cedeva per due anni i proventi delle “Gabelle sui Monti e sui Pascoli” ( circa quaranta fiorini d’oro ) con inizio 1° gennaio del 1457. Durante il Rinascimento ebbe inizio lo studio sistematico di queste eccezionali epigrafi.
Nel 1530 furono riprodotte in un’unica copia con impressione manuale
Neo 1718 il Vescovo di Gubbio, Fabio Monciforti, ebbe il permesso di riprodurre con pressa meccanica alcune copie che divennero oggetto di studio di specialisti ed appassionati. La prima edizione completa fu quella di Tommaso Dempster in appendice al suo libro “De Etruria Regali”, scritto fra il 1616 ed il 1619.
La maggiore difficoltà incontrata dagli studiosi è stata quella dell’alfabeto.
Era convinzione generale che si trattasse di un documento in lingua etrusca. Il primo ad intuire, senza darne dimostrazione, che le Tavole erano scritte in lingua “Gubina” antica fu l’abate G.B. Passeri nel 1723. Nel 1828, ad opera di Carlo Ottofredo Muller, la lingua degli Umbri ebbe la sua definizione ortografica. Da allora lunghissimo è l’elenco degli studiosi che si sono interessati all’interpretazione delle Tavole.
Ci limitiamo a ricordare, fra i più noti, Pallottino, Devoto, Moscati, Newman; Robert. Recenti diatribe e querelle fra specialisti indicano che le Tavole non hanno ancora finito di stupirci; su di loro permane un alone di mistero che ci riporta di istinto agli Etruschi dai quali, non a caso, traggono origine.
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16 ottobre 2009
di Fabrizia Cesarini
Galgano cavaliere senese intreccia la sua storia tra ufficialità e mistero. Viene descritto “… feroce e lascivo…e…. implicato nelle cose mondane e terrene…..” quando ha una prima visione e gli appare L’Arcangelo Michele che lo esorta a diventare cavaliere.
Quindici anni dopo l’Arcangelo gli riappare e gli fa avere una visione, nella quale vede una caverna con 12 apostoli. Il cavaliere continua a condurre la sua vita, ma un giorno, mentre si reca dalla futura sposa Polissena, per un appuntamento galante, l’Arcangelo Michele riappare tra lampi e fragori, che spaventano il cavallo, che disarciona Galgano; il quale si rialza e non avendo una croce conficca la spada come una croce nella dura pietra. All’età di 33 anni (1180) si ritira sul colle di Montesiepi e seguendo le indicazioni dategli dalla voce dell’Angelo, costruisce una capanna (dove poi sorgerà la Rotonda) e attorno a lui si raccoglie una comunità. Si reca a Roma dal Papa Alessandro III ma non riesce a far approvare la sua regola e deve adottare quella agostiniana.
La nascita di Galgano non è sicura, è presunta 1147 e la sua morte 1181, avviene nello stesso anno in cui il Papa indice la crociata contro i Catari; durante la sua esistenza avvengono la II e la III crociata. Il Processo di Beatificazione e la “Leggenda Beati Galgani” sono le fonti storiche di riferimento. Fin qui la storia ufficiale: un giovane che nasce da una nobile famiglia, quando compie 16 anni il padre muore, la madre lo appoggia nella sua scelta di cavaliere, ma non lo appoggerà in quella di mistico. L’uomo conduce una vita fatta di pericolo e di avventure galanti, poi la conversione e la nuova esistenza spirituale, con la fondazione di una comunità di preghiera. L’eccezionalità dell’uomo che diventa santo e della spada nella roccia appartengono comunque ad una realtà storica ed archeologica. Dopo la morte inizia il mistero. Nel 1185 il Papa Lucio III nomina una commissione che, fatto unico nella storia della chiesa, riconoscerà in soli tre giorni, la santità di Galgano Guidotti. I testimoni sono la madre e pochi altri, i miracoli a lui riconosciuti sono 19. Spariscono altrettanto velocemente gli amici che lo avevano seguito nella sua esperienza mistica e non si sa dove vadano, le fonti tendono ad ignorarli. San Galgano e la sua comunità vengono sospettati di eresia catara, così come il culto devoto a lui. Questa potrebbe essere la spiegazione di un processo di santificazione senza paragoni, che metterebbe a tacere e farebbe rientrare nella chiesa ufficiale, deviazioni che avrebbero potuto costituire un pericolo. La zona senese in questione in quel tempo era politicamente e geograficamente importante.
Politicamente perché era sotto il potere dei potenti Aldobrandeschi i quali avrebbero fatto la differenza alleandosi ora con il Papa ora con l’Imperatore. Attorno al mondo di Galgano volteggiavano personaggi importanti e lotte politiche; la lotta tra impero e papato si concretizza nelle figure di Federico I Barbarossa e dei Papi Alessandro III e Lucio III, attorniavano questo scontro La Repubblica Marinara di Pisa alla quale era soggetto parte del territorio, la potente famiglia degli Aldobrandeschi che aveva la Signoria di una parte dell’area geografica. Stavano nascendo quelle prime aggregazioni Regionali e linguistiche, che avrebbero dato vita all’Europa futura. Il territorio inoltre si trovava nella via Francigena una via di cruciale importanza per i pellegrinaggi e quindi per gli scambi ed i commerci. Nei pressi del vicino lago di Chiusdino le grotte delle Colline Metallifere contenevano potenziali ricchezze. Questa breve panoramica spiega l’urgenza di non creare dissidi pericolosi nella zona a livello religioso e a livello politico; e quindi spiega bene la conseguente fulminea santificazione di San Galgano all’interno della Chiesa Cattolica. Il Papa Lucio III sotto il quale si svolge il
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11 ottobre 2009

GLI UMBRI:
Di Diego Antolini
Gli Umbri giunsero in Italia centrale intorno al I millennio a.C., occupando un’area che si spingeva fino alla costa adriatica e Est, all’attuale Romagna a Nord e alla Toscana a Ovest. Il nucleo portante di questa popolazione era tuttavia la zona appenninica centrale, che digradava sulla pianura dell’Alto Tevere.
Le fonti classiche, di derivazione romana, sono quelle di Strabone e Plinio il Vecchio, il quale scrisse: “…La gente umbra è considerata la più antica d’Italia, tanto che si ritiene che fossero chiamati ‘Ombrioi’ dai Greci per essere sopravvissuti alle piogge dopo il diluvio…”.
Tra l’VIII e il VII sec. a.C. gli Umbri svilupparono un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e la lavorazione dei metalli, mentre nel V sec. cominciarono a sorgere i primi aggregati “pseudourbani”, quali Asisium, Fulginium-Fulginia, Ikuvium, Nuceria, Spoletium, Tadinum, Plestia, Tifernum, Tular, Vettona. Si passò perciò dalle semplici fortificazioni collinari a più estese concentrazioni urbane. I centri nodali di incontro, sparsi per il territorio, avevano diverse funzioni: commerciali, abitative, religiose. I villaggi fortificati sorgevano sulle colline a mezza costa o su alture che dominavano le principali vie di comunicazione. Lungo i fiumi si trasportavano le merci, in particolare cibo e legname.
Ben presto il territorio degli Umbri si andò assottigliando, a seguito della conquista della Toscana da parte degli Etruschi e dell’espansione dei Sabini. Nel 295 a.C. i Romani sconfissero la Lega che le popolazioni italiche avevano stretto con Galli ed Etruschi. Nell’invasione del territorio, anche gli Umbri vennero sottomessi e le loro terre occupate dai legionari.
Riguardo alla cultura religiosa, ancora una fonte romana (Cicerone) scrive che gli Umbri erano famosi per la elevata conoscenza dell’arte divinatoria (al pari degli Etruschi e dei Celti), grazie alla esplorazione e all’osservazione di tutti gli aspetti della natura.
Tutto quello che si conosce di questo antico popolo è riportato su alcune tavolette conservate presso il museo civico di Gubbio. Le “Tavole Eugubine” rappresentano ad oggi la più completa e organica testimonianza sugli Umbri. Si tratta di sette tavole in bronzo, redatte tra il III e il I sec. a.C. e trovate a Gubbio (sotto il teatro romano) nel 1444 da un agricoltore che poi le vendette al Comune. Cinque tavole sono scritte su entrambe le facce, mentre la VI e la VII hanno solo una faccia incisa. La lingua usata è il latino e l’umbro (un dialetto simile alle altre lingue italiche). Le prime quattro sono in dialetto umbro (paleoumbro) e le ultime due in lingua latina (neoumbro). Nella Tavola V sono invece presenti entrambi gli idiomi. Le Tavole Eugubine descrivono cerimoniali di “lustrazione ed espiazione” della città, e sono talmente importanti che Giacomo Devoto, linguista del ‘900, ebbe a dire: “[Le Tavole Eugubine]… sono il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica. Non possediamo nulla di simile né in lingua latina né greca: per trovare paralleli, bisogna ricorrere a letterature del vicino o lontano Oriente…”
Le Tavole rappresentano inoltre l’unica fonte per la conoscenza della grammatica della lingua Umbra che, a differenza del latino, non possedeva segni per le lettere o, g, d e spesso scriveva p al posto della b.
Del contenuto delle tavole va menzionata la preghiera che gli Ikuvini, cioè gli abitanti dell’attuale città di Gubbio, rivolgevano ai propri dèi tutelari per proteggersi dall’attacco di popoli nemici, come i Nahartes, gli abitatori della conca ternana in cui scorre il Nera (Nahar), i Japuski, probabilmente popolazioni adriatiche come Piceni e Iapigi, e il Turskum Nomen, ossia la vicina nazione etrusca.
Tra le leggende legate agli Umbri vi è la cosiddetta “Strage”, riportata nelle cronache da Tito Livio nelle sue Historiae: “Durante il consolato di Lucio Genucio e di Servio Cornelio [...] ci fu una modesta spedizione in Umbria; era infatti giunta notizia di una banda armata che, partendo da una caverna, compiva scorrerie per le campagne. Truppe romane raggiunsero la caverna, ma per l’oscurità sulle prime subirono molte ferite, fino a quando non scoprirono un altro accesso percorribile in entrambe le direzioni, e appiccarono il fuoco a cataste di legna alle due imboccature. E così i 2.000 uomini circa che si trovavano all’interno della grotta, costretti a gettarsi attraverso le fiamme, alla fine morirono soffocati dal fumo e dal calore nel tentativo di uscire“.
La grotta in questione sarebbe stata identificata nella montagna di Cesi. A sostegno di tale ipotesi è il fatto che i Martani costituirono l’ultimo baluardo della resistenza degli Umbri all’invasione romana. In molti hanno cercato traccia dei 2000 sepolti vivi nella caverna, ma fino ad oggi non è stato trovato niente che potesse dare al mito la veridicità del fatto storico. Certo è che la ricerca continua, sui sentieri di un popolo che, forse, troppo in fretta è scomparso.
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11 ottobre 2009

san benedetto
di Marco Francisci
DAI RACCONTI SULLE ORIGINI ALLE EPOPEE CAVALLERESCHE.
Particolarmente ricco è il repertorio di letteratura memorialistica prodotto a Norcia tra il XVII e il XVIII secolo, cui si dedicarono numerosi eruditi locali, laici ed ecclesiastici, mossi dal proposito di elogiare le vetuste e nobili ascendenze della città e di mostrare con ciò soprattutto che essa fosse senza alcun dubbio degna di essere eletta ad esclusiva sede vescovile. Ne citiamo alcuni: Fortunato Ciucci, Giovan Battista Lalli, Carlo Capitani, Egidio Mocavino, Antonio Seneca, Giacinto Rosa, Giacomo Lauro, un anonimo Minorita norcino e molti altri. Dai racconti di questi collezionisti di leggende popolari e costruttori di genealogie fantastiche si ricava un sistema mitologico-narrativo, raro nella sua complessa struttura, che coinvolge un periodo che va dalle supposte remote origini fondative, attraversa l’età romana e tardo-antica includendo elementi di effettiva storicità, fino al periodo delle guerre gotiche e inoltrandosi in epoca feudale e nobiliare. La fondazione di Norcia venne inserita all’interno del fenomeno migratorio delle misteriose genti pelasgiche che nel secondo millennio a.C. si sarebbero trasferite dalla Grecia sulla penisola italica, originando un nuovo assetto etnico da cui successivamente, in parte per fusione con le ondate celtico-villanoviane provenienti dal Nord Italia, scaturì il variegato mosaico dei popoli italici preromani. Fu in particolare la pubblicazione, nel XVI secolo, delle versioni latine e volgari del testo greco di Dionigi di Alicarnasso sulle ‘antichità romane’ a fornire inizialmente il sottofondo narrativo in cui collocare i racconti sulle origini di ‘Nursia’, il cui nucleo etnico venne ad essere costituito dalle popolazioni provenienti dall’Arcadia guidate da Enotro o Enotrio, considerato l’iniziatore del ceppo sabino cui fu attribuita anche la fondazione di Rieti. Un discendente di Enotro, Nursino, sarebbe stato l’effettivo fondatore della città, una generazione precedente la guerra di Troia, ma il nome le sarebbe derivato invece da un simulacro dalla dea della fortuna Northia che Enotro condusse dalla Tuscia dove era inizialmente approdato. Lo stesso Nursino, che regnava con il fratello Imbrone su una vasta area dell’Italia centrale appenninica, avrebbe costruito una ‘Regis cameram’, innovativa struttura a volta contenente il tesoro reale, nel sito dove poi sorse la città di Camerino. Altri re furono Tarone, alla cui figlia fu dedicato un edificio reale analogo al precedente nel territorio detto ‘Le Preci’, Sabo, da cui derivò l’etnico dei Sabini e dei Sabelli, e infine Vespaso e Ploto iniziatori rispettivamente delle importanti stirpi romane dei Vespasiani e dei Plotii. Questi monarchi delle origini costruirono una serie di rocche contornanti la regione norsina (Savelli, Vespia, Palatina o Rocca Florida, Rodoflano, Tollenza, Grappa), che ne segnarono il territorio di riferimento e che praticamente sono le stesse citate (alcune corrispondono a nomi di luoghi tuttora esistenti) nella cosiddetta ‘Chronica Nursina’, racconto presumibilmente di epoca medievale, parte in prosa parte in stile epico-cavalleresco, che costituisce il reperto letterario più importante della memorialistica di Norcia. Questo testo, conservato alla biblioteca Vallicelliana di Roma, di una cui prima versione manoscritta corrotta si ha notizia alla fine del ‘400, narra delle gesta del principe Proprio, definito figlio dell’imperatore Giustiniano, il quale liberò la città dalla minaccia incombente costituita dai signori delle rocche e che dopo la vittoria su questi sposò Abondanza, figlia dei nobili della Rocca Sassaria Milleo e Diana e madre dei gemelli Benedetto e Scolastica. Appare evidente lo scopo agiografico del racconto finalizzato a fornire lustro genetliaco al personaggio più famoso nativo di Norcia e universalmente conosciuto come fondatore dell’omonimo movimento monastico, ovvero S. Benedetto. In realtà la struttura della ‘Chronica’ non è lineare ed è con evidenza composta di due distinte storie fuse insieme, riferibili a periodi diversi e con differente attendibilità storica. Gli stessi riferimenti riportati nel testo a Giustiniano, all’ascesa politica di Totila e alla cornice quindi della guerra greco-gotica contrastano con quella che tradizionalmente è considerata la data di nascita di S. Benedetto, il 480 d.C., ovvero sessanta anni circa prima dei supposti avvenimenti narrati. Ciò tuttavia non riduce l’importanza della ‘Chronica Nursina’ dalla quale è comunque possibile estrapolare numerosi elementi di grande interesse ed anche di valore storiografico.
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11 ottobre 2009

orazio antinori 1811 - 1882
L’arabo perugino.
di Loris Accica
Il 23 ottobre 1811 nasce a Perugia Orazio Antinori, dal marchese Giacomo e dalla contessa Tommasa Bonaini Boldrini, di antica nobile famiglia.
Avviato agli studi nel collegio dei benedettini dell’Abbazia di San Pietro, ne esce diciassettenne senza alcun diploma, per la scarsa propensione agli studi.
La sua smodata passione è il disegno e la caccia. Un monaco gl’insegna i segreti e l’arte della tassidermia, un professore di scienze naturali lo indottrina sull’ornitologia e, in pochi anni Orazio Antinori diventa il più esperto conoscitore, disegnatore e imbalsamatore di uccelli della regione, mettendo insieme una ricchissima e corposa collezione, che in seguito dona all’Università degli Studi di Perugia.
Nel 1838 acquisita una notevole esperienza in queste discipline, si trasferisce prima a Roma, alla corte del principe Conti di Albano come preparatore naturalista e poi a Canino, nella bassa maremma, alla corte del principe Carlo Luciano Bonaparte col quale collabora alla stesura e all’edizione della “Fauna italica” e del “Conspectus generum avium”.
I capovolgimenti politici nazionali, culminati nella prima guerra d’indipendenza, coinvolgono a tal punto il sedentario marchesino, che improvvisamente sospinto da un’entusiasmo dirompente, lo trasformano in un fervente patriota ispirato dai principi liberali.
Torna a Perugia nei primi mesi del 1847, si immerge letteralmente nei circoli liberali repubblicani dove aleggia il pensiero mazziniano, entra in massoneria presumibilmente nel 1848 e siede sugli scranni tra le Colonne con i Fratelli Ariodante Fabretti, Giovanni Pennacchi, Reginaldo Ansidei, Pompeo e Nicola Danzetta, Carlo Bruschi ed altri, divenendo attivo protagonista della “Vendita” perugina e degli alti gradi del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
L’anno successivo si arruola come ufficiale nell’esercito pontificio, agli ordini del comandante Giovanni Durando e partecipa alla sfortunata campagna del Veneto, dove il 9 maggio a Cornuta, è colpito da una pallottola austriaca al braccio destro. A giugno è ancora al fronte nei pressi di Vicenza e batte in ritirata col suo reggimento.
Tornato nella capitale dello Stato pontificio, partecipa intensamente ai moti democratici d’indipendenza per la costituzione della Repubblica Romana, battendosi con coraggio, da tiratore scelto qual’era, nell’assedio di Roma, che induce alla fuga papa Pio IX. e, con Giuseppe Mazzini ed altri, il 17 marzo 1848, è eletto deputato alla Costituente della Seconda Repubblica Romana.
La successiva caduta della Repubblica con conseguente restaurazione papalina, costringono l’Antinori al volontario esilio e lascia l’italia per un percorso itinerante in Grecia, Turchia, Egitto e Sudan. Un esilio che rappresenta anche la chiave di svolta della sua vita avventurosa.
In questo periodo la sua unica fonte di sostentamento è la caccia di animali, che imbalsama e vende a musei di Germania e Inghilterra, con il sostegno e la collaborazione del socio occasionale Guido Ganzenbach, console svizzero, col quale instaura una duratura amicizia.
Nel 1858, con la morte del padre eredita una discreta fortuna, pari a tredicimilalire, che gli consente un’ indipendenza economica e soprattutto la ripresa degli studi naturalistici con un ambizioso programma di esplorazione di quegl’immensi territori sconosciuti nel continente africano.
L’anno successivo infatti torna in Africa, fissa la sua base a Kartum e inizia a compiere una lunga serie di escursioni nel Sudan e in Egitto, e consacra definitivamente la sua vocazione all’esplorazione conseguendo tangibili risultati scientifici.
La spedizione incontra ostacoli di ogni tipo, sofferenze fisiche e malattie comprese, deve fare i conti con guide, portatori, tribù ostili, tanto che più volte rischia la vita, come quando davanti ad un leone, si accorge che ha il fucile caricato a pallini per piccoli uccelli. Ma la fortuna aiuta gli audaci e l’Antinori di coraggio ne ha in abbondanza, una dote innata che lo sostiene per tutta la vita.
Tornato a Kartum prende amara coscienza di trovarsi sul lastrico. I denari che aveva lasciato in deposito, a causa di un fallimento, sono perduti. Corre a Smirne dove aveva consegnato il resto del contante, ma non riesce a riscuotere una lira, perché il depositario nel frattempo era morto.
Con l’aiuto del fratello Raffaele riesce a rientrare in Italia nel 1861, è festosamente acclamato dagli amici e i Fratelli di Loggia lo eleggono Venerabile, ma trova a Perugia una situazione politica profondamente mutata.
L’Umbria insieme con altre regioni, fa parte del regno d’Italia e il re di Casa Savoia è Vittorio Emanuele II. Dopo due anni d’intensa attività massonica e politica, col mal d’Africa che si ritrova, torna al Cairo e presenta i risultati dell’ampia opera di esploratore, geografo, di osservatore della flora e della fauna, nonché degli usi e costumi indigeni.
Antesignano nel documentare scientificamente, le sue opere unanimemente considerate autorevoli, sono richieste ed accolte da tutte le riviste specializzate d’Europa.
Vendute le sue notevoli preziose collezioni ornitologiche al Governo per oltre ventimilalire, si trasferisce a Torino, dedicandosi alla stesura di altre documentazioni da pubblicare. E’ qui affiliato alla Loggia massonica Dante Alighieri, dove Ariodante Fabretti è il Venerabile e con lui, da Torino, si adopera per il rilancio della massoneria a Perugia e a Terni riuscendo infine a costituire una Gran Loggia dell’Umbria, che poi confluirà nel Grande Oriente d’Italia.
Nel 1866 parte alla volta della Tunisia per realizzare un accurato tracciamento della cartografia idrografica ed un eccellente repertamento di vari monumenti archeologici d’epoca romana.
L’anno successivo insieme con altri insigni geografi, fonda la Società Geografica Italiana, con sede prima a Firenze poi a Roma e né è direttore e segretario, impegnandosi non poco anche alla realizzazione del Notiziario Scientifico il cui primo numero è datato 1868.
La fama acquisita e l’autorevolezza riconosciutagli inducono il Governo italiano ad inviarlo, quale rappresentante dello Stato, alla cerimonia d’inaugurazione del Canale di Suez, che si tiene il 17 novembre 1869, alla presenza dell’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, di molti regnanti e centinaia di ministri provenienti da tutto il mondo. Con l’occasione qualche giorno dopo si dirige per un’ennesima esplorazione intorno al mar Rosso e nel paese dei Bogos.
Orazio Antinori è ancora ad Assab per la caccia a fini puramente scientifici, quando Sapeto al comando della compagnia Ribattino, prende possesso dell’intero territorio d’Etiopia.
Rientrato in Italia il Ministero della Pubblica Istruzione gli dà mandato di compiere la “Grande Spedizione” finalizzata all’esplorazione dei grandi laghi equatoriali e, alla partenza è solennemente salutato dal principe Umberto. Questa volta coinvolge anche l’amico fraterno Giuseppe Bellucci, noto docente e più volte rettore dell’Università degli Studi di Perugia. Gli esiti della spedizione tuttavia, risulteranno disastrosi per la diffidenza e l’ostilità del governatore egiziano ed un banale incidente di caccia lo priva della mano destra.
Malato e demoralizzato, decide di non rientrare in Italia e accetta l’ospitalità di Menelik, imperatore dello Scioa, autoproclamatosi re dei re, il quale gli concede un’ampio territorio dove l’Antinori edifica in breve una vera e propria stazione scientifica secondo gli standard internazionali più evoluti del tempo.
Quasi certamente Orazio Antinori rappresenta anche il punto di riferimento del Governo italiano per il compimento delle imprese coloniali d’Africa, poiché quella parte del Continente assurge a straordinaria importanza strategica militare e commerciale dopo l’apertura dell’istmo di Suez.
Certo è che la sua vita sembra un bellissimo e affascinante racconto. In Europa gli scienziati lo ritengono un talentuoso naturalista esploratore, a Perugia anche un patriota e pilastro fondamentale della massoneria umbra, ma le sue doti sono ancora più grandi, perché vive e si adopera costantemente nel percorso della conoscenza per il progresso dell’Italia e dell’intera umanità.
Sente dentro di sé questa missione e vi si dedica con coraggio, con generosità, con passione e perizia, trasmettendo al mondo intero tutto quello che in campo zoologico, naturalistico, geografico, cartografico e astronomico riesce a scoprire e descrivere con precisione nelle sue opere, pare trentasei pubblicate .
Anche nell’ultimo periodo della sua esistenza si affanna per realizzare una scuola tecnica agraria a beneficio degli indigeni e al tempo stesso promuovere l’espansione del commercio italiano con questa regione d’Africa.
Ed è qui a Let-Marefià che, gravemente malato da mesi, “l’arabo perugino” spira il 26 agosto 1882. Gli indigeni perdono un carismatico rispettato amico e l’imperatore fa erigere in suo onore una tomba a forma di capanna, secondo le tradizioni abissine. Il mondo intero perde una grande figura risorgimentale con l’irresistibile vocazione alla scienza, che spesso oggi come ieri, il grande pubblico non conosce.
Nel 1936, con l’occupazione coloniale italiana d’Etiopia, i primi soldati che arrivano, trovano la tomba di Orazio Antinori ancora intatta. Dopo cinquantaquattro anni.
“Io credo che poche ebrezze siano comparabili a quella di colui che si mette in cammino per inoltrarsi verso paesi ignoti…” così ben riassume anche le motivazioni che sono alla base del periodo “romantico” della scoperta del continente africano, il cui interno rimane praticamente sconosciuto agli europei fin quasi la fine del XVIII secolo.
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11 ottobre 2009

croce celtica
di Diego Antolini
Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.
I Celti, popolazione di origine indoeuropea dal passato ancora in buona parte oscuro, si sarebbero formati come popolo all’incirca nel 600 a.C. nel bacino dell’Europa centrale (tra il basso Rodano e l’Alto Danubio). Di cultura nomade, essi furono protagonisti di varie e importanti ondate migratorie che li portarono a colonizzare l’Europa, venendo a contatto con le genti che allora popolavano il continente (Sciiti, Kurgan, Greci, Etruschi, popoli del Nord). Da tale incontro i Celti mutuarono alcune usanze, come la costruzione di tumuli funerari e la venerazione per il cavallo. I Romani, dalle cui fonti abbiamo la maggior parte di notizie riguardanti questo popolo misterioso, narrano di gente guerriera e barbara, che conservava le teste dei nemici a protezione della casa e praticava sacrifici umani e cannibalismo.
Sarebbe tuttavia riduttivo dipingere un’immagine dei Celti così limitata e crudele, se pensiamo alla loro struttura sociale, stratificata in tre livelli di base: il druido (sacerdote), il cavaliere (uomo di potere economico e militare) e il popolo. Il trittico sacro era abilmente intrecciato nel tessuto sociale, con il Druido come “tramite” tra la natura e l’uomo, il guerriero come condottiero in battaglia e il popolo come piattaforma sociologica familiare. Se è vero infatti che i Druidi, erano l’apice della piramide sociale, la famiglia, riunita in clan, ne rappresentava le fondamenta. Da qui il perfetto equilibrio trifunzionale di questa cultura.
Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.
La religione, che risente moltissimo dell’origine indoeuropea del ceppo originario celtico, contemplava la reincarnazione, la rigenerazione dell’anima e la resurrezione; il culto della natura e il contatto con il cosmo era la matrice mistica fondamentale. Del pantheon celtico va menzionato il trittico Teutate (dio molto potente che veniva placato con sacrifici umani), Eso (anch’esso dio sanguinario, simboleggiato dal Toro) e Tarani (dio della guerra). In seguito il dio Lugh prese il potere su tutti.
Anche l’Italia ha conosciuto l’influenza celtica. In Umbria questo è ravvisabile anzitutto nel nome di alcune divinità locali antichissime, come il Dio Penn, o Pennin.
Penn significa “cima”, ma alcuni storici romani ne parlano come di una misteriosa divinità femminile. La Dea Pennina venne in seguito sostituita da un nuovo culto maschile, quello di Giove, poi detto Pennino.
L’Umbria sarebbe una delle regioni italiane che presentano più connessioni con il “Popolo della Quercia”, come dimostrano le molte similitudini tra il dialetto umbro e la lingua celtica (ancora oggi conservata intatta grazie alla diffusione del gaelico in Irlanda, in Galles e in Scozia).
Ad esempio l’articolo “il” si dice “Lu” in gaelico, ma anche nel dialetto ternano. Come Asun è Asino, Mul è Mulo e Gapr è la Capra per entrambi gli idiomi.
Il professor Farinacci fondò anni fa un’associazione (nel ternano) con lo scopo di dimostrare l’origine celtica delle popolazioni e delle tradizioni umbre. Questa sua tesi è accompagnata da moltissimi indizi: a Monte Spergolate (Stroncone) si trova un tempio dedicato al Sole; a Torre Alta c’è un osservatorio astronomico ancestrale, formato da una roccia–menhir con la cima scavata, a formare una vaschetta quadrata riempita d’acqua. Le costellazioni si specchiavano nella vasca e indicavano nei vari periodi dell’anno solstizi ed equinozi con precisione matematica; a Cesi vi sarebbe la “Pietra Runica di Cesi”, una pietra che presenta simboli runici e che, secondo Farinacci, sarebbero attributivi del “culto fallico”, rituale presente anche a Carsulae.
Qui vi sarebbero tracce del “Culto del Priapos”, antico rito della fertilità legato al Sole che con i suoi raggi mutati in pietra penetrava la Madre Terra e la rendeva fertile.
La conferma dell’esistenza di tali riti nella zona si troverebbe nella presenza di simboli sotto il Menhir, che rappresenterebbero segni zodiacali e il “Fiore della Vita”, simbolo di fertilità, orientato ad Est, verso il Sole (elemento maschile) che tramite il “Priapos” rende fertile la terra (elemento femminile).
Il santuario del culto fallico si sarebbe trovato al posto dell’attuale Chiesa di San Damiano; lì gli iniziati venivano portati per il sacrificio rituale.
Altri indizi a sostegno della tesi dell’influenza celtica in Umbria sono il mosaico con le croci uncinate (o svastiche) e il nodo gordiano, che un tempo dovevano ornare il Santuario del Culto Fallico (oggi il mosaico è conservato al Museo Civico di Spoleto). Nel mosaico è rappresentato un uomo che porta un bastone con una scacchiera in equilibrio e orina. L’immagine descrive forse un Druido nell’atto di preparare la magica “Acqua Santa”, che utilizzava una miscela di orina e acqua. La scacchiera potrebbe rappresentare l’unione delle tribù celtiche sotto il comando di Carsulae.
Presso questo luogo mistico vi sarebbe inoltre l’ingresso del Regno dei Morti, o la Porta di Saman (oggi Arco di San Damiano).
Sulla cultura celtica si protendono ancora molte ombre di carattere mistico ed esoterico, relative soprattutto al ruolo effettivo dei druidi e a quello della donna, la quale era considerata un “veicolo” spirituale e medianico importantissimo. Il principio femminile è stato in seguito interamente sostituito dal predominante maschile della cultura romana, e questo rende molto difficile il lavoro di chi tenta di riportare alla luce i segreti di un popolo che, attraverso i millenni, è capace ancora di suscitare fascino e mistero.
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9 ottobre 2009

braccio fortebraccio
BRACCIO FORTEBRACCIO DA MONTONE
di Fabrizia Cesarini
Grande capitano di ventura arrivò quasi a fare dell’Italia Centrale un’unica signoria sotto il suo dominio. Nato da una famiglia nobile di Perugia caduta in disgrazia dedicò tutta la sua vita a recuperare ciò che aveva perduto. Lo storico umanista Antonio Campano ci racconta che Braccio nacque dal nobile d’Oddo nel castello di Montone nel 1368 e che con la sua “eroica virtù riuscì a piegare l’avversa fortuna”. Militò molti anni rischiando la vita sotto papa Bonifacio IX meritandosi la fama di guerriero astuto ed energico anche se esposto a molti rovesci della sorte. Sognava di tornare vincitore nella sua Perugia, l’occasione determinante arrivò per lui a 39 anni, quindi tardi, in una società dove per il pericolo e le malattie, la vita media di un uomo era di 35 anni. Gli venne offerta dai marchigiani la signoria di Roccacontrada in cambio della sua protezione contro il nipote di Innocenzo VII che organizzava incursioni violente sul territorio. Braccio fu così provvisto di una base stabile e signore di un territorio, s’inserì nella lotta in Italia centrale tra Ladislao d’Angiò che era contro il Papa e che aveva come sua alleata Perugia e Luigi II d’Angiò tutti e due rivali per il trono di Napoli, ma il Luigi si era impegnato a proteggere e ad appoggiare il Papa e i suoi territori. Braccio al servizio dei Papi che si succedettero in quel periodo storico (Giovanni XXIII, Martino V) riunì sotto il suo controllo tutta l’Umbria, parte delle Marche e il Principato di Capua. Un ritornello popolare cantava : “Papa Martino non vale un quattrino, Braccio valente vince ogni gente”… Braccio fu aiutato in questa sua scalata al potere da un’ alleata singolare: una strega, Matteuccia da Todi, così ci riferiscono le cronache dell’epoca e anche il processo per stregoneria che si tenne e che la condannò morto il suo protettore. Le cronache ci narrano della loro amicizia e il processo ci racconta che il Condottiero le diede due uomini per ripescare un cadavere nel Tevere che doveva servire alla strega per fare degli unguenti. Braccio morì avendo fatto di Perugia il centro, o diremmo la capitale, di una signoria che senza la sua “virtus” si dissolse.
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