
don giovanni d'ercole ed il regista enrico bellani
E’ l’auspicio di Don Giovanni D’Ercole in una intervista esclusiva in Vaticano
di Francesco La Rosa
L’intervista realizzata anche per la televisione con una troupe diretta dal regista Enrico Bellani e la collaborazione dell’operatore specializzato di ripresa Danilo Ronzi, ci vede nello splendido scenario di piazza Santa Marta all’interno delle mura vaticane. Avere alle spalle la cupola della Basilica di San Pietro è certamente insolito e suggestivo ma la bellezza e la sacralità del luogo e l’atmosfera che si respira fa da quinta ad una serena conversazione con Don Giovanni D’Ercole capo ufficio della Segreteria di Stato Vaticana che fin da ora desidero ringraziare per l’amabile disponibilità e la cortesia dimostrata.
Non c’è nulla che possa nascere senza inizio: il Tempio di Pietro nasce e rinforza l’eterno. E’ nella prospettiva e nel desiderio dell’eterno che gli uomini sono chiamati a realizzarlo?
Certamente questa Chiesa che ha cinquecento anni di storia ma è soltanto una delle tante chiese, dei tanti templi che i cristiani sono chiamati a costruire sulla terra. Ma la vera chiesa non è quella fatta di mattoni o da cemento armato come viene oggi costruita, ma è quella fatta dai cuori, da vite, da noi, pietre vive di un edificio immortale. L’edificio spirituale è eterno. cinquecento anni fa iniziarono la costruzione di questo grande tempio e quest’anno ci saranno delle commemorazioni celebrative. Ritornare al passato è riscoprire la fede di quei tempi, di quei cristiani che all’epoca trovavano veramente nella chiesa il simbolo della loro unità, della loro identità. Forse oggi c’e da riscoprire per noi cristiani, il valore di sentirci rappresentati nella Chiesa, la chiesa di pietra, la chiesa fatta di muri, perché possiamo, a partire proprio da questo simbolo, riscoprire la nostra identità di chiesa viva, che cammina per il mondo.
In Benedetto XVI quanto c’è di Giovanni Paolo II e quanto di Pietro?
Innanzi tutto nell’uno e nell’altro c’è il Papa: i papi muoiono, il Papa resta. Il Papa è vicario di Cristo, è il Capo della Chiesa, la pietra su cui è costruito l’edificio spirituale della chiesa, per cui c’è la fede che permane. Questo dal punto di vista spirituale è fondamentale per noi cattolici, perché il Papa non è tanto l’uomo Woityla o l’uomo Ratzinger, ma è Pietro che in questo momento in un certo modo si incarna nel suo successore e in lui si rende visibile tra noi Gesù Cristo, l’unico capo della chiesa che non muore.
Il papa polacco guardava all’opera di San Francesco, Benedetto XVI guarda all’opera di San Benedetto legando la tradizione al futuro, è corretto dire che questo è il messaggio del papa?
Che Papa Woityla guardasse a San Francesco potrebbe anche essere; io direi che egli guardava soprattutto a Gesù Cristo e aveva un grande riferimento con la Madonna. Certamente più forte in Benedetto XVI è il riferimento a San Benedetto, lui stesso lo ha spiegato quando è stato eletto Papa, perché si è chiamato così. E’ ovvio che il messaggio di San Benedetto e il suo programma di vita “ora et labora ”è quanto mai attuale in questo momento della storia, visto che stiamo vivendo un’epoca simile a quella che ha vissuto lui.
Che cosa è stato in fondo San Benedetto nella storia dei suoi tempi?
Lui non ha voluto fondare un ordine monastico che andasse a conquistare o a diffondere il Vangelo, ma ha voluto un ordine che rendesse viva e presente una esigenza fondamentale dell’uomo, quella di Dio, senza Dio non si può vivere. “Nulla anteporre all’amore di Gesù Cristo” è stato il suo programma e mi pare che sia anche il programma di Benedetto XVI, che ha iniziato con un’enciclica tutta dedicata a Dio e all’amore.
La semplicità di questo messaggio aiuta sul piano mediatico gli uomini di studio e di pensiero?
Sicuramente aiuta la gente di oggi ad andare alle cose essenziali. Noi stiamo vivendo un momento storico in cui tutto è superficiale, tutto è messo sullo stesso piano, sembra un supermercato, vorrei dire della spiritualità, purtroppo anche, in cui tutto è messo in vendita e ogni cosa ha un prezzo. Il messaggio di Benedetto XVI, che è anche il messaggio di San Benedetto e Gesù Cristo, ci ricorda c’è qualcosa che invece non si compra ma che è dato in dono: la vita, la fede. Riscoprire che ci sono cose non negoziabili che fanno parte di un patrimonio che non ci appartiene perché l’abbiamo fabbricato noi ma perché è dono di Dio, ti fa riscoprire anche la bellezza della vita e del futuro: perché fortunatamente non tutto è opera dell’uomo ma ciò che è più importante è e resta nelle mani di Dio.
Con quali strumenti pensa di operare in questo particolare momento in cui è fortemente sentita la domanda del sapere chi siamo e dove andiamo, un momento apparentemente banale e senza valori e che rende l’uomo privo di rispetto del sighificato della vita?
Io intendo operare, come credo opererebbe un credente, cioè mettendo Gesù Cristo a fondo della sua esistenza , alla base di ogni suo progetto. Io credo che la nostra sia un’epoca piena di ombre ma anche carica di luci e proprio perché tutto è in fermento, tutto si sta muovendo, è importante riaffermare i principi stabili, fondamentali. E importante dare un esempio, una testimonianza, non cercare di convincere la gente con le chiacchiere perché di chiacchiere ce ne sono tante, si arriva al cuore della gente parlando con il cuore e sopratutto testimoniando che ciò che dici è ciò che credi e ciò che credi è ciò che dici, cioè una coerenza di vita che si traduce in una coerenza di testimonianza che ingenera sicurezza, una sicurezza di chi sa che le cose passano ma ciò che non muore resta, e noi ci attacchiamo sempre a ciò che non muore, cioè all’eterno, a Dio.
Il rispetto delle differenze, dei valori della pace, dell’accoglienza e del perdono, sul piano della comunicazione sociale, chi sono gli uomini chiamati a dare l’esempio?
Vorrei partire per rispondere proprio da questa santa, Santa Teresa del Cile , carmelitana scalza, un apostola di pace che è rimasta tutto il tempo chiusa in un monastero. Vede, per i grandi valori della pace, della differenza, ciò che conta è nella profondità, delle cose, non c’è nessuno che abbia la delega specifica per essere operatore di pace in senso esclusivo, ma tutti siamo chiamati a costruire una società in cui ci sia spazio per tutti. Ecco perché mi impegno a sostenere i valori e a difenderli tutti: se il mondo va male non è solo colpa di alcuni ma è responsabilità di tutti. Se, come si suol dire, nel mondo aumenta il peso del male è probabilmente perché i buoni non fanno sentire la loro presenza. Nel campo dei mass media è quanto mai importante che chiunque si senta responsabile di ogni parola detta, pronunciata, di ogni immagine offerta agli altri; e d’altra parte anche chi riceve le informazioni si senta responsabile di ogni suo gesto, perché anche opporsi, anche esprimere il proprio dissenso è un atto positivo che contribuisce a costruire un mondo dove ci sia spazio per la verità e dove la verità si esprime, fiorisce l’amore.
Don Giovanni, per finire, ha un messaggio per i cattolici umbri?
Ai cattolici all’Umbria direi molto semplicemente di essere all’altezza della loro storia, che è stata scritta da santi, San Benedetto, San Francesco d’Assisi, Santa Chiara, Santa Scolastica, Jacopone da Todi, tanto per citarne qualcuno, anche se sarebbe interessante citarli tutti. Continuare oggi a scrivere questa storia significa mantenere una tradizione che è culturale e insieme spirituale, significa scrivere un’altra pagina di civiltà. In fondo, l’Umbria è il polmone verde dell’Italia, un polmone di fede, di speranza viva, perché dalla fede, da questo seme che non muore mai, nasca l’amore che dà la pace, la gioia al mondo intero.