Posts Tagged ‘massoneria’

I dati economici condannano senza appello “il fu” governo Monti

27 dicembre 2012

di Vincenzo Merlo

Al di la’ delle opinioni, i dati economici condannano senza remore un anno di governo Monti, tutti gli indicatori essendo peggiorati rispetto al governo Berlusconi. Il PIL mostra infatti un calo del (more…)

La Coppa della Rosa, simbolo del Sacro Graal

21 novembre 2009

di Rossella Cau – studiosa di scienze esoteriche

Non si può ricevere in dono una rosa, senza leggere nel suo colore l’intenzione di chi la offre. Non si può vederla   senza pensare alla perfezione ed alla magnificenza della Natura, e magari alla vita e alla morte. Anche inconsciamente, nelle nostre menti si accumulano simbolismi e significati: per esempio, rosa bianca amore puro spirituale, rosa rossa amore passionale.

Nell’esoterismo occidentale questo splendido fiore rappresenta, in primo luogo, l’archetipo della Madre Cosmica, significato che in Oriente è indicato dal loto. Infatti, studiando la sua struttura e la conseguente raffigurazione grafica, vediamo che la corolla della rosa da un centro si allarga, espandendosi verso l’esterno in una gloria di numerosi petali. Ci vuole poca fantasia, per ravvisarvi l’emblema della Creazione stessa: della Madre (Mater-ia) fecondata dal Padre (profumo = essenza) che fiorisce e si espande in innumerevoli forme, frutto ed espressione della perfezione di quest’Unione, il Figlio, Figlio, Figlio, amoroso Giglio piange la Vergine Addolorata in Iacopone da Todi.  Sempre ritorna il simbolo del fiore, questa volta il Giglio, in relazione con il Figlio. Ma nel Figlio i significati di Morte e Resurrezione, di Creazione e Rigenerazione sono indissolubili, poiché sono i cicli stessi dell’Evoluzione, in cui inevitabilmente uno segue l’altro all’infinito.  E allora il “Calice” della Rosa diventa, in relazione al piano umano, la “Coppa”, il Sacro Graal , che raccoglie il Sangue del Signore, versato per salvare l’uomo e per riportarlo al suo ruolo di figlio di Dio. Ma, sul livello cosmico, la Coppa richiama alla mente sempre la Madre che accoglie lo Spirito Divino e che genera. Sotto quest’accezione, l’iconografia ecclesiastica ha fatto della rosa, regina dei fiori, il simbolo della Regina Celeste, Maria, della sua verginità e del suo essere tramite privilegiato di salvazione. Nella raffigurazione grafica della rosa esiste però anche un altro elemento estremamente importante: è il cerchio che racchiude la moltitudine dei petali e che ne conferma l’appartenenza all’Uno. Il fiore arriva così a rappresentare la Trinità stessa, l’Uno e il Trino. La rosa come simbolo di iniziazione e rigenerazione spirituale è stata usata da moltissime correnti spirituali. In alchimia una rosa bianca ed una rossa indicano il sistema della dualità, mentre la rosa a cinque petali messa al centro di una croce, che rappresenta i quattro elementi, è il simbolo della Quintessenza ( quinta essenza), ovvero lo Spirito. Un  simbolo rosacrociano raffigura cinque rose (il cinque è il numero dell’uomo) una al centro della croce, il Sacro Cuore di Gesù Cristo, ed una su ogni braccio. Le rose della manifestazione salgono sulla croce, le prove della vita, nella loro ricerca spirituale. Anche la Massoneria utilizza simbolicamente la rosa durante lo svolgimento di diversi riti, come, ad esempio, in occasione dei funerali di un “fratello” vengono gettate nella sua tomba tre rose, dette le “rose di S. Giovanni”, che significano Luce Amore Vita. La rosa viene raffigurata con un numero variabile di petali, secondo cui cambia il significato del simbolo. Nel Rosone, elemento architettonico in pietra traforata o in vetro colorato delle Chiese cristiane medioevali, sono presenti tutti i significati di cui abbiamo già parlato. Innegabile la somiglianza con i Mandala della tradizione simbolica tibetana, che può far pensare che queste grafiche archetipiche facciano parte dell’inconscio collettivo dell’Umanità. A questo proposito Jung aveva osservato nei suoi studi su patologie psichiche come i pazienti in via di guarigione tendono a disegnare istintivamente figure  assimilabili ai mandala, come a simboleggiare l’integrazione armonica nell’unità della personalità di parti prima dissociate. Nella sua rappresentazione di ricerca interiore, di viaggio iniziatico, il rosone è posizionato nelle Cattedrali medioevali sulla facciata sopra l’ingresso, come punto di raccordo fra il sacro e il profano, ad indicare il punto di partenza della coscienza umana che, entrando nella casa di Dio, volge le spalle al mondo materiale guardando al punto di arrivo, l’altare, dove avverrà il ricongiungimento col Divino, del Figlio col Padre.

Amici di Goodmorningumbria

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Orazio Antinori

11 ottobre 2009
orazio antinori 1811 - 1882

orazio antinori 1811 - 1882

L’arabo perugino.

di Loris Accica


Il 23 ottobre 1811 nasce a Perugia Orazio Antinori, dal marchese Giacomo e dalla contessa Tommasa Bonaini Boldrini, di antica nobile famiglia.

Avviato agli studi nel collegio dei benedettini dell’Abbazia di San Pietro, ne esce diciassettenne senza alcun diploma, per la scarsa propensione agli studi.

La sua smodata passione è il disegno e la caccia. Un monaco gl’insegna i segreti e l’arte della tassidermia, un professore di scienze naturali lo indottrina sull’ornitologia e, in pochi anni Orazio Antinori diventa il più esperto conoscitore, disegnatore e imbalsamatore di uccelli della regione, mettendo insieme una ricchissima e corposa collezione, che in seguito dona all’Università degli Studi di Perugia.

Nel 1838 acquisita una notevole esperienza in queste discipline, si trasferisce prima a Roma, alla corte del principe Conti di Albano come preparatore naturalista e poi a Canino, nella bassa maremma, alla corte del principe Carlo Luciano Bonaparte col quale collabora alla stesura e all’edizione della “Fauna italica” e del “Conspectus generum avium”.

I capovolgimenti politici nazionali, culminati nella prima guerra d’indipendenza, coinvolgono a tal punto il sedentario marchesino, che improvvisamente sospinto da un’entusiasmo dirompente, lo trasformano in un fervente patriota ispirato dai principi liberali.

Torna a Perugia nei primi mesi del 1847, si immerge letteralmente nei circoli liberali repubblicani dove aleggia il pensiero mazziniano, entra in massoneria presumibilmente nel 1848 e siede sugli scranni tra le Colonne con i Fratelli Ariodante Fabretti, Giovanni Pennacchi, Reginaldo Ansidei, Pompeo e Nicola Danzetta, Carlo Bruschi ed altri, divenendo attivo protagonista della “Vendita” perugina e degli alti gradi del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

L’anno successivo si arruola come ufficiale nell’esercito pontificio, agli ordini del comandante Giovanni Durando e partecipa alla sfortunata campagna del Veneto, dove il 9 maggio a Cornuta, è colpito da una pallottola austriaca al braccio destro. A giugno è ancora al fronte nei pressi di Vicenza e batte in ritirata col suo reggimento.

Tornato nella capitale dello Stato pontificio, partecipa intensamente ai moti democratici d’indipendenza per la costituzione della Repubblica Romana, battendosi con coraggio, da tiratore scelto qual’era, nell’assedio di Roma, che induce alla fuga papa Pio IX. e, con Giuseppe Mazzini ed altri, il 17 marzo 1848, è eletto deputato alla Costituente della Seconda Repubblica Romana.

La successiva caduta della Repubblica con conseguente restaurazione papalina, costringono l’Antinori al volontario esilio e lascia l’italia per un percorso itinerante in Grecia, Turchia, Egitto e Sudan. Un esilio che rappresenta anche la chiave di svolta della sua vita avventurosa.

In questo periodo la sua unica fonte di sostentamento è la caccia di animali, che imbalsama e vende a musei di Germania e Inghilterra, con il sostegno e la collaborazione del socio occasionale Guido Ganzenbach, console svizzero, col quale instaura una duratura amicizia.

Nel 1858, con la morte del padre eredita una discreta fortuna, pari a tredicimilalire, che gli consente un’ indipendenza economica e soprattutto la ripresa degli studi naturalistici con un ambizioso programma di esplorazione di quegl’immensi territori sconosciuti nel continente africano.

L’anno successivo infatti torna in Africa, fissa la sua base a Kartum e inizia a compiere una lunga serie di escursioni nel Sudan e in Egitto, e consacra definitivamente la sua vocazione all’esplorazione conseguendo tangibili risultati scientifici.

La spedizione incontra ostacoli di ogni tipo, sofferenze fisiche e malattie comprese, deve fare i conti con guide, portatori, tribù ostili, tanto che più volte rischia la vita, come quando davanti ad un leone, si accorge che ha il fucile caricato a pallini per piccoli uccelli. Ma la fortuna aiuta gli audaci e l’Antinori di coraggio ne ha in abbondanza, una dote innata che lo sostiene per tutta la vita.

Tornato a Kartum prende amara coscienza di trovarsi sul lastrico. I denari che aveva lasciato in deposito, a causa di un fallimento, sono perduti. Corre a Smirne dove aveva consegnato il resto del contante, ma non riesce a riscuotere una lira, perché il depositario nel frattempo era morto.

Con l’aiuto del fratello Raffaele riesce a rientrare in Italia nel 1861, è festosamente acclamato dagli amici e i Fratelli di Loggia lo eleggono Venerabile, ma trova a Perugia una situazione politica profondamente mutata.

L’Umbria insieme con altre regioni, fa parte del regno d’Italia e il re di Casa Savoia è Vittorio Emanuele II. Dopo due anni d’intensa attività massonica e politica, col mal d’Africa che si ritrova, torna al Cairo e presenta i risultati dell’ampia opera di esploratore, geografo, di osservatore della flora e della fauna, nonché degli usi e costumi indigeni.

Antesignano nel documentare scientificamente, le sue opere unanimemente considerate autorevoli, sono richieste ed accolte da tutte le riviste specializzate d’Europa.

Vendute le sue notevoli preziose collezioni ornitologiche al Governo per oltre ventimilalire, si trasferisce a Torino, dedicandosi alla stesura di altre documentazioni da pubblicare. E’ qui affiliato alla Loggia massonica Dante Alighieri, dove Ariodante Fabretti è il Venerabile e con lui, da Torino, si adopera per il rilancio della massoneria a Perugia e a Terni riuscendo infine a costituire una Gran Loggia dell’Umbria, che poi confluirà nel Grande Oriente d’Italia.

Nel 1866 parte alla volta della Tunisia per realizzare un accurato tracciamento della cartografia idrografica ed un eccellente repertamento di vari monumenti archeologici  d’epoca romana.

L’anno successivo insieme con altri insigni geografi, fonda la Società Geografica Italiana, con sede prima a Firenze poi a Roma e né è direttore e segretario, impegnandosi non poco anche alla realizzazione del Notiziario Scientifico il cui primo numero è datato 1868.

La fama acquisita e l’autorevolezza riconosciutagli inducono il Governo italiano ad inviarlo, quale rappresentante dello Stato, alla cerimonia d’inaugurazione del Canale di Suez, che si tiene il 17 novembre 1869, alla presenza dell’imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, di molti regnanti e centinaia di ministri provenienti da tutto il mondo. Con l’occasione qualche giorno dopo si dirige per un’ennesima esplorazione intorno al mar Rosso e nel paese dei Bogos.

Orazio Antinori è ancora ad Assab per la caccia a fini puramente scientifici, quando Sapeto al comando della compagnia Ribattino, prende possesso dell’intero territorio d’Etiopia.

Rientrato in Italia il Ministero della Pubblica Istruzione gli dà mandato di compiere la “Grande Spedizione” finalizzata all’esplorazione dei grandi laghi equatoriali e, alla partenza è solennemente salutato dal principe Umberto. Questa volta coinvolge anche l’amico fraterno Giuseppe Bellucci, noto docente e più volte rettore dell’Università degli Studi di Perugia. Gli esiti della spedizione tuttavia, risulteranno disastrosi per la diffidenza e l’ostilità del governatore egiziano ed un banale incidente di caccia lo priva della mano destra.

Malato e demoralizzato, decide di non rientrare in Italia e accetta l’ospitalità di Menelik, imperatore dello Scioa, autoproclamatosi re dei re, il quale gli concede un’ampio territorio dove l’Antinori edifica in breve una vera e propria stazione scientifica secondo gli standard internazionali più evoluti del tempo.

Quasi certamente Orazio Antinori rappresenta anche il punto di riferimento del Governo italiano per il compimento delle imprese coloniali d’Africa, poiché quella parte del Continente assurge a straordinaria importanza strategica militare e commerciale dopo l’apertura dell’istmo di Suez.

Certo è che la sua vita sembra un bellissimo e affascinante racconto. In Europa gli scienziati lo ritengono un talentuoso naturalista esploratore, a Perugia anche un patriota e pilastro fondamentale della massoneria umbra, ma le sue doti sono ancora più grandi, perché vive e si adopera costantemente nel percorso della conoscenza per il progresso dell’Italia e dell’intera umanità.

Sente dentro di sé questa missione e vi si dedica con coraggio, con generosità, con passione e perizia, trasmettendo al mondo intero tutto quello che in campo zoologico, naturalistico, geografico, cartografico e astronomico riesce a scoprire e descrivere con precisione nelle sue opere, pare trentasei pubblicate .

Anche nell’ultimo periodo della sua esistenza si affanna per realizzare una scuola tecnica agraria a beneficio degli indigeni e al tempo stesso promuovere l’espansione del commercio italiano con questa regione d’Africa.

Ed è qui a Let-Marefià che, gravemente malato da mesi, “l’arabo perugino” spira il 26 agosto 1882. Gli indigeni perdono un carismatico rispettato amico e l’imperatore fa erigere in suo onore una tomba a forma di capanna, secondo le tradizioni abissine. Il mondo intero perde una grande figura risorgimentale con l’irresistibile vocazione alla scienza, che spesso oggi come ieri, il grande pubblico non conosce.

Nel 1936, con l’occupazione coloniale italiana d’Etiopia, i primi soldati che arrivano, trovano la tomba di Orazio Antinori ancora intatta. Dopo cinquantaquattro anni.

“Io credo che poche ebrezze siano comparabili a quella di colui che si mette in cammino per inoltrarsi verso paesi ignoti…” così ben riassume anche le motivazioni che sono alla base del periodo “romantico” della scoperta del continente africano, il cui interno rimane praticamente sconosciuto agli europei fin quasi la fine del XVIII secolo.

Angelico Fabbri

11 ottobre 2009
angelico fabbri

angelico fabbri

di Loris Accica  

A Gubbio, antichissimo insediamento umbro, testimoniato dalle famose Tavole Eugubine, nasce Angelico Fabbri il 22 Agosto 1822, dal farmacista Raffaele e da Francesca Leonardi.

All’epoca la Signoria di Gubbio, per donazione dell’ultimo dei discendenti dei Della Rovere al pontefice regnante Pio VII, è parte integrante dello Stato Pontificio.

Il giovane Angelico è avviato ai primi studi nella millenaria Canonica Regolare eugubina di San Secondo, dove sono protagonisti del sapere e dell’insegnamento uno sparuto gruppo di sacerdoti.

Ovviamente il padre lo vuole farmacista e dopo l’istruzione primaria, lo iscrive fiducioso alla prestigiosa Università degli Studi di Bologna, dove riesce comunque a conseguire la laurea in Scienze Fisiche e Naturali.

Ma Angelico non è mai stato un brillante studente, anzi, fin dall’inizio è distratto e pervaso da una continua insofferenza verso i suoi sacerdoti insegnanti ed ancor più verso i lacciuoli dispotici del Governo pontificio, lasciandosi progressivamente sedurre dagli ideali derivanti dall’illuminismo. Alla precoce età di diciott’anni, matura in lui e si fa sempre più spazio la cultura massonica, destinata in futuro a diventarvi dominante ed a condizionarne l’intera esistenza.

Nel 1840 infatti, diventa il più giovane Libero Muratore, affiliato all’attiva Loggia Giordano Bruno di Gubbio, della quale sarà in seguito Venerabile e, allorquando le Logge Umbre si unificheranno in una Gran Loggia, sarà pure eletto all’unanimità Gran Maestro.

Nel corso degli studi universitari a Bologna, conosce occasionalmente, frequenta e subisce una notevole influenza del radicale democratico Felice Orsini, quell’esule italiano che in Francia, anni dopo, assurge a notorietà perché scaglia proditoriamente tre bombe contro la carrozza dell’imperatore Napoleone III. L’Orsini, immediatamente individuato, arrestato e processato, finirà al patibolo, ma l’astuto conte di Cavour ne approfitta per trasformare l’isolato cospiratore in un martire e convincere i francesi a cacciare gli odiati austriaci dal suolo italico.

Sospinto dagli ideali patriottici Angelico Fabbri non si accontenta dei primi timidi provvedimenti liberali del nuovo papa Pio IX, succeduto a GregorioXVI e, nel medesimo anno 1846, condividendone appieno le visioni e gl’intenti si affilia prima alla Carboneria e l’anno seguente alla Giovine Italia di Mazzini. Quest’ultima un’associazione molto diversa dalla Carboneria, ritenuta dal “profeta”, potente, ma troppo chiusa, di casta aristocratica moderna, ma lontana dal popolo, rivoluzionaria, ma troppo nascosta.

E’ già pronto, lui insieme con tanti altri, a quelle nuove spinte sociali, economiche, culturali e politiche già presenti in altri Stati, rispetto all’arretratezza ed alle divisioni degli abitanti della penisola. La grave crisi economica sopraggiunta, aggrava la già esplosiva situazione.

Nel 1848 l’anno della rivolta antiaustriaca, l’anno del ritorno in Italia di Garibaldi, l’anno in cui inizia ad emergere la figura di Cavour, il Fabbri si arruola nella Compagnia Volontari Eugubini partecipando alla campagna della prima guerra d’indipendenza, ricevendo il grado di Sottotenente e l’anno seguente, è tra i primi ad accorrere coraggiosamente alla difesa della breve vita della Repubblica Romana, conquistando sul campo la stima, la fiducia e l’amicizia di Garibaldi, nonché una meritata promozione sul campo al grado di Capitano.

Angelico Fabbri entra così da protagonista in quel processo di unificazione dell’Italia, che secondo le varie visioni degli Artefici, porterà alla nascita del Regno d’Italia con Roma capitale.

Con questo primario obiettivo e con la consapevolezza della sua missione, tornato a Gubbio, si fionda generosamente in un’intensa attività sociale e politica. Fonda l’associazione Italia e Popolo, che raccoglie in sé ed arma, un piccolo esercito di anticlericali, che esorta e convince, con il precipitare degli avvenimenti nel 1859, ad arruolarsi per la seconda guerra d’indipendenza. Raggiunge i Mille, aggregandosi col grado di Capitano, alla eroica spedizione garibaldina. Nel 1861 quando nasce ufficialmente il Regno d’Italia è eletto Consigliere e nominato Assessore al Comune di Gubbio, dedicandosi alle mansioni politiche ed amministrative con grande capacità ed entusiasmo e sempre attento alle esigenze dei più bisognosi. Nel 1865 è l’ideatore, il promotore, il fondatore ed eletto Presidente della prima Società Operaia di Mutuo Soccorso di Gubbio influenzando politicamente, ma anche aiutando con tutti i mezzi disponibili gli operai più disagiati e gli artigiani eugubini. A questi ultimi, dediti in particolar modo alla ceramica, fornisce strumenti ed indirizzi atti a far rivivere in qualche modo l’alta maestria acquisita nel passato dal famoso precursore Mastro Giorgio.

Si candida alle elezioni politiche del 1866 ed è eletto deputato al Parlamento, ma sospende l’attività legislativa allo scoppio della terza guerra d’indipendenza alla quale partecipa con tale coraggio, da meritare una medaglia d’argento, anche se, sempre al seguito di Garibaldi nell’infausto tentativo di riprendere Roma, subirà con lui l’amara sconfitta di Mentana nel 1867.

Quando la Città Eterna cessa di far parte del potere temporale dei papi, dopo il 20 settembre 1870, rientrato a Gubbio, nel 1876 si candida ancora una volta alle elezioni amministrative locali ed è eletto Sindaco della città, lasciando un’impronta indelebile della sua amministrazione in campo scolastico, urbanistico e viario.

Alle elezioni politiche nazionali del 1882, si candida alla Camera dei Deputati ed è eletto con una preferenza che oggi definiremmo bulgara, adoperandosi ostinatamente nel corso di quella che sarà la sua ultima legislatura da parlamentare, per dotare il territorio eugubino di un collegamento ferroviario con l’emergente centro commerciale e industriale aretino.

Con il fisico minato da una grave malattia, l’indomito, audace garibaldino, reduce da tante cruente battaglie, spira nella sua amata città il 7 Luglio 1886.

La salma, composta in una camera ardente nella stupenda Sala Maggiore dell’imponente Palazzo dei Consoli, realizzato dal Gattapone nel XIV secolo, è onorata per giorni da una interminabile moltitudine di concittadini, patrioti e massoni, accorsi dall’Umbria come da tutta Italia.

Ariodante Fabretti

10 ottobre 2009

Ariodante Fabbretti

storia del principe della tolleranza

di Loris Accica

Rimasto vedovo da nove anni, stanco e afflitto da una grave malattia, il 15 settembre 1894, spira nella sua villa di Monteu da Po, l’antico borgo romano ad est di Torino, il famoso erudito archeologo Ariodante Fabretti, principe della tolleranza. Nato a  Perugia il 1° ottobre 1816, è rimasto legato per tutta la vita alla sua città natale da un sincero e radicato sentimento di appartenenza.

La sua infanzia è priva di importanti avvenimenti e, fin dai primi anni di vita scolastica, si rivela un brillante studente. La progressione negli studi e la volontà paterna lo destinano a Bologna, dove s’iscrive all’antica Università degli Studi e frequenta con profitto la facoltà di medicina-veterinaria. Ma ben presto emergono in lui notevoli capacità di ricercatore e scrittore ed insieme è attratto e pervaso da una forte passione civile e politica verso un mondo liberale, sospinto da tante esigenze intellettuali, morali, psicologiche. Inizialmente di tendenze radicali, si trasforma gradualmente in un fervente repubblicano, laico, anticlericale. Anche negli studi compie una non trascurabile svolta avviandosi in un nuovo lungo percorso di approfondimento storico-letterario.

Nonostante una grave omissione nei libri scolastici, Ariodante Fabretti lascia numerose indelebili tracce  nella storia nazionale italiana, oltre che in quella europea e americana, quando intere generazioni sono coinvolte nel sogno dell’Italia libera e unita, promosso ed alimentato dagli artefici primi Cavour, Garibaldi e Mazzini. Estremamente devoto a quest’ultimo, riuscirà a mantenere con lui un raro e fecondo rapporto di amicizia di lunga durata. E’ il periodo in cui tanti italiani sognano una Nazione in forma unitaria o federale, politicamente indipendente, libera, democratica e laica.

Tutte le forze politiche si sentono legittimate a perseguire e imporre questi valori nazionali indistintamente a tutti gli strati sociali del Paese, nobili, possidenti, professionisti, artigiani, contadini. Valori da secoli assenti nella vita degli italiani e la presa di coscienza di questa integrazione non appare né facile, né scontata. Né è facile modificare quell’atavico confessionalismo dello Stato, ormai privo di ogni legittimità intellettuale. Al contrario, sarà un percorso difficile, complicato, lungo e tortuoso molto oltre il prevedibile, per una serie di concause. Comunque, lentamente vaste correnti di opinioni in varie forme, s’impossessano degli uomini e dei loro sentimenti in tutta Italia, anche in Umbria e a Perugia. Tra i primi in questa fiduciosa attesa dell’avvenire c’è il cattolico, gnostico, Ariodante Fabretti, carbonaro, affiliato alla Giovine Italia, massone della Loggia perugina “Fermezza”, dove nel 1838 ne è Oratore ed in seguito Venerabile.

Nel 1847 è Ufficiale della ricostituita Guardia Civica di Perugia e l’anno seguente è fondatore insieme con Annibale Vecchi del “Circolo Popolare”, considerato il vero centro rivoluzionario della città e del quale assume la segreteria. Nel 1844 contrae matrimonio con l’amata concittadina Filomena Ferretti, dolce sposa ed energica compagna di vita. Il 9 febbraio 1849, con la momentanea caduta del papa re, Pio IX, e la proclamazione della Repubblica Romana, è eletto all’Assemblea Costituente quale Segretario insieme con Giovanni Pennacchi, altro massone umbro di Bettona, che sarà poi rettore dell’Università degli Studi di Perugia fino alla morte. Con la restaurazione del Governo Pontificio e disilluso dalle mancate azioni riformatrici promesse dal pontefice, Ariodante Fabretti è inevitabilmente costretto all’esilio, riparando prima a Firenze poi ancora nella più sicura e lontana Torino, dove vive nella precarietà di saltuarie lezioni private, ritrovandosi con tanti altri esuli, anche umbri, come il ternano Ottavio Coletti ed i perugini Orazio Antinori e Annibale Vecchi, con i quali condivide origini, cultura, valori e passione politica.

Qualche tempo dopo è nominato Presidente della Società della Emigrazione Italiana, una carica che manterrà fino alla prematura morte di Cavour, avvenuta nel 1861, e diventa assistente, in virtù delle   indiscutibili competenze, al Museo Egizio e delle Antichità di Torino.

Ed è proprio da Torino che l’esule è costretto, suo malgrado ansiosamente inerme, a partecipare con profonda angoscia ai drammatici brutali eventi perugini del 20 giugno 1859, dov’è la sua famiglia, i suoi affetti, i suoi amici. Eventi per i quali il  gonfalone della città sarà insignito di medaglia d’oro.

L’Università degli Studi di Torino gli affida per legittimi meriti, nel 1860, la cattedra di Archeologia e gli è pure conferito l’alto onore di essere associato alla prestigiosa Accademia delle Scienze, divenendo quindi degno Accademico dei Lincei.

Affrancato dalle nuove agiate condizioni economiche e riacquisita un pò di serenità, sente forti in sé i richiami degli ideali massonici ed è affiliato alla Loggia Dante Alighieri di Torino, sorta per ispirazione e volontà dello stesso Cavour, adoperandosi con l’Antinori a costituire anche nella sua indimenticabile Umbria una unitaria Gran Loggia, che confluirà in seguito nel Grande Oriente d’Italia. Infatti il 21 giugno 1867, alla Costituente massonica di Firenze, quando Garibaldi è acclamato Gran Maestro onorario “ad vitam”, entra a far parte della Giunta Esecutiva insieme con il Gran Maestro, Filippo Cordova. Nel 1875 ascende al Supremo Consiglio del 33° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato e il 24 aprile 1879, con l’elezione a Gran Maestro di Giuseppe Mazzoni, entra nuovamente nella Giunta Esecutiva insieme con il conte Luigi Pianciani, altro famoso Libero Muratore, passato alla storia anche come il massonizzatore di Roma capitale, città della quale sarà il primo sindaco.

Professionalmente gli sono riconosciute innumerevoli onorificenze, ed altrettanti riconoscimenti gli sono tributati nel mondo scientifico da varie parti d’Italia e dall’estero.

Nel 1874 è fondatore ed eletto Presidente della prima Società per la Cremazione italiana.

Torna anche alla politica attiva dal momento che  lo troviamo Consigliere al Comune di Torino, nel 1887 e, soltanto due anni dopo, è nominato Senatore del Regno.

Alla sua dipartita terrena, tante le manifestazioni di  profondo sincero cordoglio e rimpianto.

Le sue ceneri traslate a Perugia, sono onorate dall’intera cittadinanza, con una memorabile celebrazione affidata al rettore, Prof. Giuseppe Bellucci, il quale insieme con altri eminenti cittadini si attiverà per intitolare una strada della città, proprio quella dell’Università, al patriota scomparso che, solo qualche giorno prima di spirare, era stato unanimemente acclamato Presidente onorario della Società Umbra di Storia Patria. Anche il Tempio Crematorio nel Cimitero monumentale di Perugia, dove sono conservate le sue ceneri, prenderà il suo nome. Alla Biblioteca Comunale di Perugia l’illustre personaggio, che in vita si è diviso tra scienza, politica e massoneria, lascia generosamente per testamento, un considerevole numero di pubblicazioni, libri e documenti di notevole interesse scientifico e storico, che costituiscono il ponderoso cosiddetto “Fondo Fabretti”, ma anche i fortunati orgogliosi eredi possono rallegrarsi, per poter ancor oggi gelosamente custodire ed ammirare innumerevoli ricordi e reperti d’inestimabile valore storico oltre che affettivo.

Ne sono orgogliosi anche i contemporanei quando, insoddisfatti degli odierni valori, ricercano nel passato validi preziosi esempi da imitare, per cercare di cambiare.


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