Economia, l’Umbria sta scivolando verso il sud?

di Lucio Caporizzi

Lucio Caporizzi

Da un po’ di tempo un dubbio amletico vaga per la nostra regione, riassumibile nella fatidica domanda “…ma l’Umbria sta scivolando verso il Sud…?”, intendendo in tal modo l’esistenza o meno di un processo di declino economico (ma per alcuni anche sociale e politico) del sistema regionale. Tale dubbio viene avanzato da più parti, dagli accorati appelli del segretario della Cisl ai timori in tal senso espressi dal Presidente della Confindustria regionale, per non parlare, ovviamente, degli esponenti della minoranza di Palazzo Cesaroni. Il quesito merita la massima attenzione, al di là delle solite strumentalizzazioni, cercando quindi di mantenere un approccio equilibrato. Il Sud è lontanissimo da noi se, per esempio, si evidenziano gli ottimi risultati umbri in tema di assistenza sanitaria e di istruzione secondaria, mentre, d’altro canto, la retorica dell’Umbria felix si concilia poco con i tristi primati della nostra regione in materia di morti per droga, sul lavoro e sulla strada.

Come è normale i dubbi di scivolamento si combinano con le analisi sugli effetti della crisi economica, che rischierebbe di accelerare ed aggravare queste preoccupanti tendenze. La crisi, a sua volta, sta mostrando nel terzo trimestre dell’anno in corso una preoccupante recrudescenza, già prevista da quegli osservatori che si sforzano di vedere ciò che realmente accade e non ciò che gli conviene vedere, testimoniata dal marcato calo a luglio dalla produzione e dagli ordinativi delle imprese industriali italiane. Non dimentichiamoci, inoltre, che ancora a giugno di quest’anno la produzione industriale in Italia segnava circa il 17% in meno rispetto al primo semestre 2008, mentre per Germania e Francia tale scarto negativo era intorno al 9%. In particolare nel nostro Paese, dunque, l’entità del recupero congiunturale fin qui avutasi è estremamente contenuta se confrontata con la dimensione delle perdite subite. Le imprese restano gravate da ampi margini di capacità produttiva inutilizzati, il che frena gli investimenti limitandoli alla mera sostituzione degli impianti più obsoleti. Come è noto, inoltre, è già iniziata in molti Paesi (soprattutto in Europa) la fase di correzione dei disavanzi pubblici – gonfiatisi per avere dovuto assorbire il folle indebitamento privato – il che proietta nel 2011 un ulteriore impulso recessivo.

La nostra Umbria si colloca in pieno in questo scenario. Gli indicatori più recenti risultano favorevoli per la nati-mortalità delle imprese, la dinamica dei fallimenti e le tendenze della produzione. Segnali preoccupanti, invece, mostra ancora il mercato del lavoro, mentre iniziano a flettere i consumi (che fin qui tenevano). Il balzo dell’export nel primo semestre (+22,6% contro il +12,6% nazionale) è per la gran parte dovuto all’impennata del settore metalli, al netto del quale il risultato si ridimensiona al +5,4%, all’interno del quale, a fronte di un miglioramento del tessile (+7,3%) abbiamo un preoccupante calo di oltre 7 punti della meccanica. Ancora da decifrare il turismo, con un primo semestre 2010 non esaltante ma accettabile cui sono seguite le preoccupazioni e i gridi d’allarme dei mesi estivi.

Tornando dunque alla domanda iniziale, caratteri tipici delle economie meridionali la nostra regione li ha da tanto, in realtà. La scarsa proiezione internazionale, l’elevata incidenza del lavoro precario, la debolezza dei motori autonomi dello sviluppo e la forte dipendenza, in conseguenza, dai mercati interni e dalla spesa pubblica. Quest’ultima esercita un ruolo importante nell’economia umbra, tanto da concorrere a formare il reddito disponibile degli umbri nella misura di ben il 30%, dato addirittura superiore a quello del Mezzogiorno. L’importanza del trasferimenti pubblici per il reddito degli umbri desta notevoli preoccupazioni per via del fatto che gli anni a venire saranno caratterizzati – in tutta Europa – da un forte rigore in tema di spesa pubblica. Si teme poi per la sorte di importanti siti produttivi della regione, sottolineando l’importanza di preservarne l’operatività e, più in generale, di rilanciare le capacità industriali dell’Umbria. Giusto, ma, anche qui, tenendo ben presente cosa sta accadendo. Negli ultimi 30 anni il peso occupazionale (in termini di unità di lavoro) sul totale dell’economia dell’industria in senso stretto nel nostro Paese è andato continuamente calando, da poco meno del 30% fino a circa il 18% del 2010. Le scelte strategiche della Fiat illustrano chiaramente cosa significhi fare industria quando ci si deve confrontare con eccessi di capacità produttiva e problemi strutturali di competitività. In Europa solo l’apparato produttivo tedesco sembra in grado di affrontare con successo la sfida della competizione internazionale. Ma in Germania hanno da anni attuato una vera politica industriale, costruendo il futuro e non appiattendosi nella mera difesa dell’esistente, andando ben oltre la mera distribuzione più o meno a pioggia di denari alle imprese effettuata nell’illusione di un sostegno tanto velleitario quanto inconcludente.

Sarebbe importante se da noi in Umbria si sviluppasse una discussione costruttiva su questi temi, evitando che restino confinati nel “limbo” dei convegni. Ma il più importante partito della regione, il Pd, pare animarsi solo quando ci sono poltrone da ricoprire. Si sente ancora discutere con passione di organizzazione liquida o solida  di radicamento territoriale. Tutti temi importanti, d’accordo, ma…. per fare cosa?

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