Agricoltura, bella, complicata, ma non la disprezzo

Floriana Cutini

di Floriana Cutini

L’Agricoltura sta attraversando un periodo nero. E sento di affermarlo a ragion veduta, perché pur non essendo un’esperta in campo economico, lavoro in questo settore da dieci anni e mi sto seriamente chiedendo (e non sono l’unica) se andare avanti o meno con la mia attività.

La debolezza del settore primario, in Italia, non deriva soltanto dalla congiuntura economica, ma da altri due problemi. Il primo è la politica. Negli ultimi anni i Ministri delle Politiche Agricole non sono mai stati né “tecnici” (qualità a quanto pare non necessaria, seppur auspicabile) né tantomeno professionisti del settore. Dunque, mi chiedo come si possano trovare soluzioni pertinenti quando non si conoscono a fondo i problemi che gli agricoltori e le loro aziende devono affrontare. Non solo. La dubbia qualifica di questi politici ha favorito, nel tempo, la “svendita” del nostro settore al prezzo di “favori internazionali”. Il secondo problema è la globalizzazione. Le politiche seguite fino a oggi, allo scopo di abbattere i costi, hanno messo in  concorrenza Paesi (europei e non) dalle realtà economiche e sociali profondamente diverse, ignorando che questi hanno normative, salari e costi di manodopera che non corrispondono a quelli italiani. I cosiddetti “corridoi verdi” lo testimoniano: alcuni Paesi, con una semplice autocertificazione e pagando miseri dazi, importano in Italia e in Europa prodotti la cui qualità non è minimamente paragonabile a quella della nostra filiera agricola. Così, molti prodotti scadenti vengono “ripuliti” e immessi nel mercato europeo a basso costo, eludendo ogni controllo. In un sistema come questo, è possibile una concorrenza vantaggiosa?

Quando più di dieci anni fa iniziai a lavorare in questo settore come giovane imprenditrice, ero mossa dall’ambizione di dare il mio contributo al settore agricolo e di cambiare il destino della mia famiglia in meglio. Ora, nonostante l’amore per la natura e per la mia terra, comincio ad avere qualche dubbio sul mio futuro. Ho un’azienda vitivinicola e agroforestale di medie dimensioni e, devo ammettere, a volte mi chiedo perché non abbia continuato gli studi universitari invece di mollare per questo lavoro.

In questi anni ho combattuto affrontando ogni giorno costanti aumenti di spese e con una burocrazia troppo vincolante. A fronte di ciò, giorno dopo giorno ho visto i miei guadagni precipitare e, con essi, anche la mia dignità. Non si può lavorare sodo e produrre sempre sottocosto.

Le grandi multinazionali premono sui mercati, l’inefficienza dei nostri governi che non considerano più il settore primario essenziale nella sua interezza (bensì al pari di una qualsiasi industria), la ricerca selvaggia del prodotto a basso costo a discapito della qualità e della salute delle persone: tutto ciò contribuisce a distruggere l’Agricoltura. Considerare un settore così delicato al pari dell’industria non è possibile, in quanto i problemi cui è soggetto sono legati a produzioni incerte e fin troppo variabili.

L’attribuzione di fondi comunitari poi, ha contribuito al fiorire di scandalose speculazioni che hanno compromesso lo sviluppo delle aziende meno competitive. In questo modo la concorrenza, ancora una volta, è stata messa a repentaglio (sostituita dai clientelismi) e il risultato, nel complesso, è stato il regresso dell’intero settore.

Questo sistema, indubbiamente, un senso ce l’ha: portare ingenti guadagni nelle tasche di grandi produttori a discapito dei piccoli. A questo punto però mi chiedo: si vuole tutelare anche l’interesse delle aziende meno competitive, oppure no?

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