REGIONE UMBRIA – CHI L’HA DETTO CHE I DIRETTORI SONO DIMINUITI? VIAGGIO TRA LE ALCHIMIE DEL SISTEMA “INTERI E RIDOTTI”

di Darko Strelnikov

Tre è meglio di sette. Se si ragiona in termini di risparmio e la matematica non viene considerata un’opinione, l’aver “cassato” quattro Direttori Generali della Regione dell’Umbria, non può che essere… salutata come una buona notizia. E difatti non è pessima. Ma neanche da farci le capriole. Perché, come sempre, non rappresenta una svolta, ma solo una accomodamento del precedente assetto. Ci sono meno suonatori nella banda, ma la musica è sempre la stessa. Una svolta sarebbe stata il ritorno alla normalità. Quale? Ve lo dico subito. Io concordo con chi ha detto che intanto per prassi e per logica, il Direttore Generale, è una figura unica. La “Trinità” odierna è e resta un’ anomalia e i precedenti “magnifici sette” un’aberrazione. La Regione dell’Umbria ha, pressappoco, gli stessi dipendenti Della Provincia e del Comune di Perugia dove i direttori non sono tre ma uno. Per la precisione nelle province e nei comuni gli apicali, in diversi casi, sono due. Infatti c’è anche il Segretario Generale. Ma non è una scelta, è una eredità obbligatoria che lo Stato non si decide a sopprimere. C’è poi la vicenda dei 5 coordinatori che non si capisce se sono Direttori Generali chiamati in un altro modo o dirigenti con un piccolo, meno meno, rispetto agli altri tre. Non è che gira, gira siamo passati ad otto? Non è che gira, gira tra Direttori “interi” e Direttori “Ridotti” ci siamo aggiustati bene? Non è che come in una certa canzone : “aggiungi un posta a tavola che c’è un amico in più, se sposti un po’ la seggiola stai comodo anche tu”. Al di là degli scherzi, il risultato di questa operazione di facciata, di questa ennesima imbellettata, è che si risparmia poco o niente e, soprattutto, che complessivamente non cambia la logica organizzativa del principale ente umbro. La riduzione del 10%, se c’è realmente, incide solo sui tre Direttori Generali, perché, per guadagnare una tombola, sono costretti a prendere l’aspettativa ed a passare al contratto privato. Agli altri si possono ridurre gli stipendi anche del 90%, ma nelle casse della Regione non entrerà una lira. Tutto ciò che viene tagliato ritorna nel fondo dei dirigenti che continueranno tranquillamente a spartirsi l’intera torta. Quel fondo non può essere ridotto se non con un accordo sindacale, che non mi risulta esserci stato. Anzi alcune sigle hanno persino protestato per i tagli, con grande gioia dei precari e dei metalmeccanici della Fiat. Non è dunque questa la strada per andare in paradiso. Una seria politica di riorganizzazione della macchina pubblica, l’abbiamo detto più volte, passa per due elementi : Riduzione drastica delle posizioni apicali attraverso un processo di messa in esaurimento dei posti liberatisi per pensionamento, trasferimento di risorse e di responsabilità verso le altre categorie. Sembra facile, sembra ragionevole, sembra anche giusto e invece è la classica montagna da scalare, senza scarponi, picchetti e corde. Come per le Comunità Montane, per gli Ati, e un altro migliaio di casi, l’attenzione è rivolta a non distruggere il sistema che si è creato in questi anni. Non ci sono soldi, bene ci accontentiamo di meno, cercando di farlo bastare, in modo che tutto funzioni come prima. E questo vale soprattutto in tema di incarichi. Sono uno degli elementi fondanti dei sistemi consociativi o, peggio, clientelari. Per questo appartengono ad un certo modo di fare politica. E lo si è capito anche in questa occasione. Primo: le nomine hanno scatenato immediatamente le proteste degli alleati del Pd. Esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà, dell’Italia dei Valori e Di Rifondazione Comunista parlano apertamente di spartizione “casalinga”. Tutti o quasi tutti i nuovi apicali sarebbero da attribuire in quota non tanto al Partito ma alle varie correnti e articolazioni democratiche. Secondo: dietro ai nomi si è cercato subito di individuare chi, tra le varie componenti, avesse ottenuto un successo. Si sono subito formate due correnti (si fa per dire) di pensiero. C’è chi dice che le nomine rappresenterebbero un primo elemento di prova che “l’accordo del pranzo funziona “ e chi invece le legge come una risposta allo “strapotere” di Lorenzetti e Bocci. Magari, nella forma, hanno ragione tutti e due; nella sostanza no. Cerco di spiegarmi meglio. Quell’alleanza pesa e di brutto, soprattutto in Regione, ma in giro si è sentita una certa voglia di opposizione. Gli attuali amministratori dei grandi enti non ci stanno ad essere messi “sotto la cappella” di qualcuno e provano ad uscire dal guscio. Recenti prese di posizione sembrano lanciare precisi segnali per mettersi insieme. Ma è una questione più di facciata che di sostanza. Chi ha in mano il pallino, non sta a guardare. Avrete ultimamente notato un certo attivismo dei gruppi consiliari del Pd che sembra provenire da suggerimenti e stimoli esterni. Pare come se qualcuno avesse voluto ricordare agli eletti “direttamente dal popolo” che per governare occorre una maggioranza. Ne sa qualcosa Benedetti il Sindaco di Spoleto e ne sa qualcosa una dei principali amministratori della cosa umbra, che va da tempo ripetendo di essere continuamente in apprensione quando porta un provvedimento in Consiglio per l’incertezza del voto “di 4 o 5 eletti del Partito Democratico”. Nonostante le strattonate, quindi, il processo di normalizzazione marcia. Ecco perché non ci sono strappi rispetto al metodo e ai sistemi di gestione precedenti. Magari si è cercato di lanciare un segnale e fatto qualche dispettuccio sui nomi, ma il quadro non cambia. Se fosse così la signora Rosignoli non sarebbe ancora il Direttore generale dell’Asl 3. E non lo sarebbe per motivi giudiziari, ma per motivi politici.

 

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