Riforma endoregionale “Non solo Asl” – Il problema della “sterpaglia istituzionale” e del sottogoverno che fa sistema (di potere)

di Darko Strelnikov – Strelnikov.d@libero.it

Con che si coniuga la parola Riforme? Si dovrebbe declinare con il suo sostantivo naturale; il cambiamento. Ma il termine di per se non basta a fare una rivoluzione. Anzi, come sempre, ci sono varie maniere di intenderlo ed interpretarlo.  Per capire di cosa sto parlando citerò l’antropologo anglosassone Edmund Leach. Lui divideva il cambiamento in due classi : quello che avviene nella continuità e quello che provoca una rottura. Ecco in Umbria, come nel resto del paese, sarebbe venuto il tempo di sposare la rottura. Invece la politica “nostrale” applica e con pochissimo entusiasmo, la legge della continuità. Ma se non si producono forti scossoni, ci si prepara ad accettare, forse a consolidare coscientemente, lo schema di società suggerito dal sociologo Richard Sennett, quella composta da pochi vincitori e da tanti perdenti. E’ la difesa dello schema oligarchico della seconda Repubblica, quello delle leggi elettorali fatte a Roma con le liste bloccate e a Perugia e dintorni con i listini, bloccati pure loro. Lo schema dell’autocorservazione della classe dirigente. Per fare questo bisogna che il sistema, in qualche maniera, venga preservato, protetto e salvaguardato, usando la tecnica della mutazione conservativa e consociativa. Ecco perché, nella nostra regione, l’attuale dibattito sulle cosiddette riforme endoregionali è, a dire poco, arretrato e fuorviante. Le Province ci vogliono o meno, quante Asl dobbiamo tenere, quanti Ati dobbiamo sopprimere, quante Agenzie dobbiamo cassare o inventarci? Sono tutte domande inutili, se non si risponde al quesito fondamentale : “l’attuale sistema di governo va ridotto, sistemato o cancellato?”. Perché è un sistema che non è fatto solo dai grandi enti che conosciamo tutti, da quello che leggiamo sui giornali, ma da una miriade di incarichi e prebende che fa paura. Vi do i numeri per capire la vastità del problema : nel 2010 La nostra Regione  ha provveduto a fare quasi 1.100 nomine. In Umbria c’è un “nominato” ogni 820 persone; una specie di Grande Fratello di massa. Se ci aggiungete quelli che fanno, per conto loro, Province, Comuni ed enti vari si arriva a un “nominato” ogni 4/500 cittadini. Praticamente uno per via, o uno per paese. Una buona parte di queste nomine, naturalmente, prevede un compenso. Molte non specificano se l’incarico è a pagamento o no e sono solo una sparuta minoranza quelle in cui si partecipa completamente gratis.  Dentro il libro della Regione intitolato “Albo delle nomine” 2010, composto da ben 350 pagine, c’è posto per tutto e per tutti, anche per l’incredibile. Vi cito alcune chicche : C’ è un centro studi per la conservazione dei centri storici in territori instabili (quelli in terreni stabili non hanno una commissione, così imparano a stare sul piano), una commissione tecnica per l’accertamento dell’adeguato livello di conoscenza e competenza professionale degli imprenditori agricoli (cioè, se non sanno vangare, vengono bocciati e mandati a fare gli autotrasportatori?), due commissioni, una a Perugia e una a Terni, per le sostanze esplodenti (alle quali, dicono che la Lorenzetti sia un’ invitata permanente) e infine una commissione tecnica centrale del libro genealogico del cavallo agricolo italiano, forse in previsione della chiusura della Fiat Trattori. Tutte strutture che prevedono gettone e/o rimborso delle spese. Tutte strutture, che come potete capire, sono indispensabili all’amministrazione pubblica e delle quali non potremmo fare a meno nel corso della nostra giornata. Pensate che disastro per le massaie e le famiglie se chiudessero la commissione per la valutazione dei provvedimenti da adottare nei confronti delle imprese di condizionamento dell’olio di oliva vergine e/o extravergine di origine italiana, sottoposte a contestazione dall’ispettorato repressione frodi. Sarebbe la “goduria” dell’olio di semi. Sembrano barzellette, ma sono la nuda realtà dei fatti, sono il cibo del quale si è nutrita la seconda repubblica, senza distinzione tra destra e sinistra, tra maggioranza e opposizione.  E per capire di che ci stiamo occupando, basta scorrere i nomi degli incaricati, per scoprire che, in molti casi, si tratta di gente conosciuta, che ha una certa affinità e dimestichezza con la nomenclatura e che fa parte del giro allargato delle grandi famiglie politiche. Certo mi si risponderà che molte di queste sono solo applicazioni di leggi nazionali. Vero, ma, la sostanza non cambia, perché questo sottobosco viene usato a piene mani.  Infatti non mi risulta che ci sia qualcuno, in Umbria,  che si è impegnato a muso duro in una battaglia a viso aperto, per l’eliminazione di questa sterpaglia istituzionale. Nessuno,  perché se cassi quella che viene dal Governo, devi cassare anche quella che viene dalle nostre parti. La parola d’ordine, di maggioranza e opposizione, è lasciar perdere, tanto più che la “sterpaglia” permette di sistemare qualche centinaio di amici di entrambe le parti e di tutte le correnti. Insomma permette di fare sistema (di potere). La domanda non è quindi solo quanti Ati e quante Asl, ma cosa vogliamo fare di questo immensa platea di sottogoverno. Ce ne vogliamo liberare o la vogliamo tenere? E parte da qui ogni ragionamento su possibili piani di salvataggio dell’Umbria. Perché non è vero che i costi inutili della politica non risolvono. Se mettete insieme quelli visibili e quelli invisibili (che sono molti di più)  viene fuori una bella sommetta. Ma soprattutto si da il via ad un cambiamento epocale di cultura politica. Se, tanti di quelli che si dichiarano di sinistra (ma lo sono ancora?), vogliono veramente sconfiggere e superare il berlusconismo, questa è l’occasione per dimostrarlo. Questa è la volta di mollare gli ormeggi e di fare rotta verso quel tipo di navigazione, oggi ignota ai più, che va sotto il nome di interesse pubblico. Ma occorre mettersi in discussione cercando il consenso vero della gente, fregandosene di quello dei potenti e degli amici di cordata. Ma alla domanda “chi è per la rivoluzione faccia un passo avanti” tutti fecero dietrofront fingendo di non aver capito il comando.

 

 

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