Così il valore del fare, parafrasando ancora un linguaggio impropriamente artistico, diviene working process, dove l’eccellenza del gesto sorgente e del suo divenire segno rappresentano entrambi il mezzo e l’obiettivo dell’esperienza.
Così come nel 113 d.C. un cittadino romano poteva stimolare la sua fantasia e mettere alla prova il proprio entusiasmo di fronte ai fregi spiraliformi della colonna Traiana, così il cittadino di oggi può scegliere di verificare se stesso e la propria sensibilità rallentando lo sguardo sugli emorilievi che Lauretta sceglie di comunicare.
Il flow time, ed il suo istantaneo inestimabile intimo valore, divengono una esperienza pari alla conquista della Dacia, ma tra le dita dell’artista resta il contenuto etico di un evento privato che coraggiosamente diviene narrazione pubblica. Così anche l’epica di un’ anima, che sia narrata su papiro o con graffiti, che sia declamata accompagnandone gli esametri con la cetra o venga rappresentata con incisioni e graffi nella materia nuda, si solidifica acquisendo un valore universale, alla portata di qualsiasi genere di occhio.
Ci viene consegnato un codice segreto, un codice cifrato, un lineare fraseggio Morse che tramanda forme che possono solo essere sussurrate, senza dettaglio né tempo. Non importa dunque se siano le gesta dell’imperatore, l’epopea di Gilgamesh, l’Odissea d’un greco o le vicende mistiche del Rāmāyana ad istoriare il verticale farsi e disfarsi di questo luminescente DNA sentimentale che Lauretta decide di mettere a nudo, ciò che conta è l’anima di chi osserva e la necessità di mettere tutto il resto a tacere a beneficio d’un patrimonio unico che ogni osservatore ha il privilegio di decodificare.(Lorenzo Pietrosanti)
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