QUESTIONE MORALE – LETTERA APERTA ALLA PRESIDENTE MARINI : “LA VIA DEL RINNOVAMENTO O LA VIA PER ROMA?”

di Darko Strelnikov

Strelnikov.d@libero.it

“Penso che occorra riaprire un confronto sull’etica e la politica in Umbria….. Per rappresentare quelle migliaia di elettori del centrosinistra che ancora credono ai progetti di governement non ai sistemi di potere….. E questa discussione la deve aprire il PD….”. La riflessione, affidata a face book e sfuggita per lo più ai media ufficiali, non è del solito pinco pallino di passaggio, ma del Presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. Qualcuno, nell’animato dibattito che ne è seguito, ha aggiunto “era ora”, qualcun altro ha bacchettato il termine “riaprire, perché, in effetti, il Pd questa discussione non l’ha mai fatta, anzi l’ha sempre strozzata e, infine, la maggior parte l’ha appoggiata chiedendo però quello che la logica vorrebbe e cioè di far seguire i fatti alle enunciazioni di principio. L’unica cosa certa è che l’arresto di Orfeo Goracci ha rimesso in pista, per l’ennesima volta, il dibattito sulla cosiddetta “questione morale” nel centrosinistra, dibattito che si porta dietro quello sulla riforma del sistema di governo umbro. Ci sono quindi diversi elementi da analizzare. Primo la questione etica. Il nostro Consiglio Regionale è stato definito sul web come quello che ha “la maggior percentuale di indagati”. Io non so se è vero. Ma quello che so è che è difficile non ammettere che i fatti portano ad un inevitabile e sempre più marcato distacco della gente dalle istituzioni e da chi le dirige. Con un Presidente del Consiglio indagato da tempo e la cui posizione non è stata ancora stralciata, il Vice arrestato e due Consiglieri, uno dei quali assessore, con sulla testa un avviso di garanzia, si è di fronte ad una situazione se non proprio al limite, perlomeno imbarazzante. Qui non si tratta di tutelare la famosa “presunzione di innocenza” che va garantita a tutti, ma di ottemperare ad una delle regole fondamentali che esistono negli altri paesi europei. Nella gestione della cosa pubblica non ci possono essere né ombre, né sospetti, altrimenti si innesca quel discredito popolare verso le istituzioni, che è il principale elemento di instabilità della vita e della struttura democratica di un paese. Discredito che se fosse spread, adesso sarebbe vicino al default politico. Non è una impressione, sono dati. Infatti, se non fosse così non si capirebbe come mai gran parte dei sondaggi veri e seri, parlano di una quota, tra astensione, voto in bianco e cosiddetta antipolitica, che ormai supera il 50% del corpo elettorale. Manca la fiducia nella classe dirigente. E se il fiume di inchieste non aumenta, di certo, il tasso di credibilità, il comportamento ambiguo e conservatore dei protagonisti lo abbassa, fino a portarlo a livelli minimi. La prima questione riguarda, quindi, il comportamento dei singoli. Chi è coinvolto deve fare il fatidico “passo indietro”, per salvaguardare le istituzioni e per essere libero di difendersi senza questo onere sul groppone. E in questo le organizzazioni politiche che abbiamo dovrebbero essere inflessibili con i loro rappresentanti nelle assemblee elettive. E invece trovano tutte le scuse per difendere lo status quo. Perché le regole sono cambiate e sono cambiate in peggio. Non ci sono più i partiti con la P maiuscola, quelli che cementavano l’appartenenza con fini, ideali e valori verso un obiettivo generale e collettivo che era il “bene comune” Oggi ogni esponente politico pensa essenzialmente e unicamente a se stesso e ai propri interessi di carriera. A quegli interessi che unificandosi sono diventati sistema. E quindi la difesa del collega colpito, è niente altro che la difesa del sistema, dell’esistenza in vita di gran parte della stessa classe politica. Per capirlo basta guardare ciò che contengono le inchieste in corso nella nostra regione. Più che la corruzione in senso stretto, riguardano i metodi di gestione della cosa pubblica. Sotto accusa ci sono presunti favoritismi per gli “amici degli amici”, assunzioni sospette, concorsi contestati, promozioni giudicate non in linea con le regole della trasparenza e del merito, appalti che “puzzano”, consulenze sul “niente”, “faraonici” apparati politici personali e di partito, che si sospetta essere stati scaricati sui costi della pubblica amministrazione e via clientelando. Per questo, stimatissima Presidente Marini, credo che siamo ormai ad una svolta. O le riforme annunciate portano ad un drastico cambiamento nei metodi di governo dell’Umbria, o, assisteremo ad una grande operazione di difesa e mantenimento dell’esistente. Una prospettiva che però allunga solo i tempi di questa agonia, perché porta con se, per come si sono conformati gli equilibri e i rapporti politici nell’ultima parte della seconda Repubblica, il pericolo costante di una devastante e definitiva resa dei conti trai notabili al grido di “lui è peggio di me”. Concordo con lei sul fatto che questa riflessione “storica” può avviarla, imporla e per certi versi realizzarla solo il Partito Democratico. Ma al momento non vedo nessuno dei suoi dirigenti interessati a cavalcare questa linea; anzi la maggioranza, non essendo attrezzata per le mutazioni, è per salvare il salvabile del sistema. Per questo solo lei Presidente può prendere in mano la bandiera dell’alternativa e sostenere una dura battaglia per il rinnovamento della politica e delle classi dirigenti del centrosinistra e dell’Umbria. Magari non troverà tanti alleati dentro le forze politiche che la sostengono, ma se troverà il coraggio, avrà sicuramente al suo fianco una maggioranza ampia tra i militanti e gli elettori della coalizione e direi nel corpo stesso della società. E come dimostrano Doria, Pisapia, Zedda, De Magistris e , speriamo, la Borsellino, non sono più gli apparati che fanno la storia, ma le migliaia di persone che il cambiamento lo stanno già praticando sul campo e che cercano, anche nella nostra regione, qualcuno che glielo faccia praticare. Altrimenti, rinchiudendosi dentro i giochi di palazzo, cercando di mediare l’impossibile, può succedere quello che vado scrivendo e dicendo da qualche mese. Allora sembrava fantapolitica, adesso lo confermano anche illustri commentatori che dicono essere “ispirati” dai suoi avversari interni. L’ipotesi della “legislatura breve” con la sua “dipartita” verso Roma alle elezioni del 2013 è ormai una minaccia concreta. Una minaccia che si può abbattere solo in due maniere : allineandosi e chinando la testa ai capi corrente o aprendo quella battaglia che le sue parole su face book sembrano annunciare, facendo sperare migliaia di simpatizzanti e militanti della sinistra umbra. Tocca a lei Stimatissima signora Marini decidere, sapendo che questo non è tempo per la terra di mezzo, è tempo di decisioni drastiche ed estreme.

 

 

 

 

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