Le associazioni private sono partiti o i partiti sono associazioni private?

di Darko Strelnikov

La gran parte degli osservatori continua a meravigliarsi del diffondersi a macchia d’olio di questa moda delle associazioni politiche nazionali e regionali. Una moda che ha affascinato soprattutto il Centrosinistra. C’è chi ne parla come uno scandalo, chi come una nuova opportunità, chi come un nuovo modo di fare politica. Ma non c’è un cane che ha provato a dare una risposta ai tanti perché che questa pratica si porta dietro e, soprattutto, perché prende piede ora, mentre era sconosciuta (perlomeno in questi termini) nel passato. Nessuna meraviglia; la non analisi e l’ignoranza politica, sono in linea con i tempi. Diversi di quelli che oggi calpestano le stanze del potere vengono o sono eredi diretti della generazione che si vantava di non aver mai letto “un libro tutto intero”, neanche il Bignami. Una generazione che sta contagiando anche quelli che i libri non solo li leggevano, ma erano abituati a studiarli. Meglio evitare di pensare per non farsi venire troppi dubbi! Eppure lo sfaldamento è evidente e, direi, anche preoccupante. Ma se non si parte da una onesta rappresentazione della realtà, non si va da nessuna parte. Non è vero che le associazioni e le Fondazioni sono una risposta alla crisi dei partiti. Una cosa per andare in crisi deve esistere. I partiti, cari signori, non esistono più. Non solo quelli di una volta, ma quelli (finti) di adesso. Sono solo sigle, targhette affisse ad una porta. Dicesi partito politico un’associazione tra persone accomunate da una medesima finalità ideale e politica, ovvero da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello Stato e della società. Visione ideale e politica comune, capito? E allora che ci fa nello stesso posto un ex comunista, con un ex democristiano (Il Pd), o un ex socialista con un ex fascista (Il Pdl). Ci fa solo un “tragico errore”. Il tragico errore di trasformare le coalizioni in forze politiche “disorganizzate”, ma non in partiti. In soggetti senza una identità e con la caratteristica comune di essere estranei, oltre che ai bisogni, ai sogni della gente. Forse è anche per la sempre più cronica mancanza di finalità di grande e lungo respiro, che un amministratore, ad un certo punto, trovi più utile spendere i soldi del finanziamento pubblico, per comprare diamanti, piuttosto che per stampare manifesti. Qualcuno dice che la politica non c’entra niente, è un principio di sana gestione economica! I diamanti sono per sempre, i manifesti per una volta sola. Se tutto ciò viene unito allo sviluppo esponenziale della pratica individualista in politica, comincerete a trovare qualche risposta alla ricerca dei perchè. L’introduzione dell’elezione diretta, finchè le organizzazioni politiche hanno mantenuto una continuità, anche piccola, con i loro valori e con la loro storia, non ha creato problemi insormontabili. Sono stati i cosiddetti organismi dirigenti a proporre per la gestione degli scranni più alti Locchi, la Lorenzetti, Cozzari, Maddoli, Borgognoni, Brachelente, Raffaelli, Cavicchioli e compagnia cantando. Grandi scontri interni, ma alla fine soluzioni condivise da presentare agli elettori. Giusto o sbagliata che sia, questa conformazione, certamente da modificare, certamente da modernizzare, certamente da democratizzare, aveva mantenuto ancora un proprio equilibrio. Ma poi, insieme alle “coalizioni partito”, sono arrivate le primarie ed è cambiato tutto. Che senso ha, infatti, avere segreterie, direzioni, funzionari, apparati, organizzazioni e circoli territoriali, se poi non è questa la sequenza che determina le cose più importante nelle elezioni dirette e cioè i candidati e i programmi? E’ logico che chi ha intenzione di presentarsi, non potendo contare su quello che chiamano erroneamente “il suo partito”, si metta in proprio e ordini e ammassi le sue truppe dentro contenitori che fanno riferimento solo a lui. Alle primarie bisogna votare tizio mica il partito. Ed è altrettanto logico che i protagonisti lo facciano con aggregazioni che prevedono un segno tangibile e riconoscibile di fedeltà” (il tesseramento) e un minimo di radicamento territoriale (circoli, club, gruppi ecc.). Anche perché così si può spaziare tranquillamente anche fuori dei confini del giardino di casa. Perché nelle schede depositate nell’urna non c’è scritto per chi voti alle elezioni. Come dite? Esagero. Beh allora, per capire l’inutilità degli attuali contenitori politici, vi racconto una piccola cosa, che però rende l’idea di quello che sto dicendo. Guardate quello che sta succedendo in quel di Città di Castello. Al Partito Democratico “manca” da mesi un assessore. Il segretario e gli organismi dirigenti hanno fatto due nomi, ma la sedia è restata vuota. Dice che si sono scomodati anche i segretari regionale e provinciale del Pd ottenendo lo stesso risultato; sedia vuota. E’ normale. Non sono loro che controllano il gruppo consiliare, ma quelli che comandano correnti e, magari, associazioni e il sindaco lo sa e si comporta di conseguenza. Cioè, se, come in questo caso, i centri direzionali sono fuori da quella cosa che erroneamente chiamano partito è logico che chi “gareggia” si attrezzi per avere un qualcosa di autonomo, che abbia un peso condizionante interno ed esterno. E, scusate se lo dico, ma è ipocrita fare i moralisti e sparare a zero contro chi costruisce associazioni, se poi, magari, si organizza la stessa cosa, articolandola in altro modo. Magari davanti ad un caminetto e ad una tavola con inviti rigidamente selezionati. Non avrà un nome, sicuramente non avrà una sede fissa o ufficiale, ma che cos’è questo “andar per case e ristoranti”, se non un diverso modo di concepire la presenza e la lotta politica in gruppi di potere. E perché coloro che non sono ammessi a quel caminetto o a quei caminetti non dovrebbero ribellarsi organizzandosi di conseguenza? Qui non ci sono possibili sconti da fare. O si critica, come faccio io, l’intero sistema che è venuto avanti e se ne sta alla larga o se ne accettano, senza se e senza ma, le inevitabili conseguenze. Per chi sta dentro attuale quadro politico, Il tempo delle lezioni di moralità è finito da un pezzo. Per chi sta fuori è ancora tempo di partiti. Ma bisogna rifarli davvero e daccapo!

strelnikov.d@libero.it

 

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