QUELLA BOJATA PAZZESCA DELL’AGENDA MONTI

Nei paesi anglosassoni c’è il “premier-ombra”. In Italia l’ombra del premier. Cioè un presidente del Consiglio di un governo tecnico che partecipa alla campagna elettorale non in maniera fisica ma in maniera virtuale. Mette il proprio nome su una lista o su una coalizione di liste che hanno ilcompito di strappare voti agli schieramenti di destra e di sinistra che hanno permesso l’esperimento dell’esecutivo tecnico. Ma evita di chiedere il voto degli italiani sulla sua persona non per paura di non essere eletto ma nella presunzione di poter fare tranquillamente a meno dalla partecipazione diretta al plebeo e dozzinale ludo cartaceo elettorale. Se fosse questa la sola anomalia del premier, che da tecnico si fa politico aggirando le regole della democrazia, si potrebbe anche passare sopra alla faccenda. Il “caso Monti” andrebbe giudicato come una semplice furbata di stampo vetero-democristiano. Una di quelle trovate bizantine e contorte tanto care ai leder Dc della Prima Repubblica. E non rimarrebbe altro che farsene una ragione. Magari imprecando contro il destino cinico e baro che riserva agli italiani la sorte di essere sempre vittime di presuntuosi ed arroganti pasticcioni. Purtroppo, però, il “caso Monti” è una anomalia dalle conseguenze più gravi. La prima è che punta a far saltare apertamente la democrazia dell’alternanza. Prima della ascesa in politica del Divo Professore lo schema bipolare e le previsioni indicavano che la sinistra avrebbe battuto il centrodestra e che Bersani sarebbe diventato con ogni probabilità l’Hollande italiano.  Dopo un ciclo di centrodestra si sarebbe aperto uno di segno opposto: cioè un evento normale per un paese normale. Con l’ombra di Monti sopra il campo, invece, la situazione cambia. Perché le liste centriste rischiano di far perdere a Bersani il vantaggio su cui poteva contare, possono consentire a Berlusconi ed alla Lega di recuperare e limitare la sconfitta a cui sembrano destinati. E, soprattutto, possono creare le condizioni per una alleanza post-elettorale tra centro e sinistra fondata su un equilibrio talmente precario da far prevedere una legislatura instabile e perennemente paralizzata dallo scontro di potere tra le varie anime della coalizione. Che faranno i candidati premier alternativi Bersani e Monti? Riesumeranno la staffetta a palazzo Chigi di antica memoria? Come verranno scelti i ministri? Con il riscoperto manuale Cencelli delle mediazioni interminabili e dei compromessi inconfessabili? E, soprattutto, che farà il paese nella mani di un’alleanza di governo troppo presa dai propri problemi di potere interni da potersi occupare di come uscire dalla recessione economica? L’interrogativo è doveroso.

L’“agenda” del Professore, quella che dovrebbe taumaturgicamente risolvere tutti i mali del paese, è in realtà un canovaccio dirigista e statalista di bassa lega. Che prevede tasse e sacrifici senza alcuna ripresa. E che, soprattutto, evita accuratamente di affrontare le grandi riforme indispensabili per la fuoriuscita del paese dalla crisi. L’agenda di Monti, infatti, ignora del tutto la necessità di una riforma istituzionale. E si capisce, visto che in realtà il professore non vuole riformare ma solo riesumare l’epoca della centralità democristiana. Non tocca minimamente il problema della riforma fiscale. Ed anche questo si capisce visto che il professore non ha alcuna intenzione di alleggerire la pressione del fisco sugli italiani.  Non sfiora l’argomento di un ulteriore passo in avanti sul terreno della riforma del lavoro. Ovviamente per non compromettere la possibilità di una alleanza post-elettorale con i progressisti.

Infine, ignora completamente il capitolo della riforma delle autonomie, che poi è il capitolo della riduzione dei costi dello stato burocratico e della politica.

E trasforma il tema della riforma della giustizia in un semplice argomento di campagna elettorale antiberlusconiana.

 

L’agenda Monti, quindi, non è la soluzione dei problemi, ma una bojata pazzesca. E di questo è impossibile farsene una ragione!

 

Arturo Diaconale      –    www.opinione.it

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