QUELL’ARMATA BRANCALEONE- MONTI

Nonostante la ostentata sobrietà, anche il professor Monti sembra seguire gli altri partiti e schieramenti nella composizione stile armata Brancaleone delle proprie liste. Personaggi il cui unico merito è quello della visibilità sportiva e/o mediatica, magari per aver “ballato con le stelle” o aver pubblicizzato una merendina per bambini, sono stati inseriti nello scivolo montiano per il Parlamento. Altra storia si potrebbe dire per il sedicente liberale Mario Sechi, il quale mastica politica da una vita e, per questo, possiede tutti i crismi della presentabilità politica.

Tuttavia, nonostante il suo recente cambio di cavallo politico -è stato per anni un fervente berlusconiano-, il nostro manifesta anche sotto le insegne montiane una certa, quanto imbarazzante, coerenza keynesiana. Tant’è che alcuni giorni orsono, ospite di Dietlinde Gruber detta Lilli, ha ribadito la sua cieca fede nei meccanismi di crescita e sviluppo economico che partano dal sostegno della domanda. E su questo piano l’ex direttore del “Tempo” ha sempre mostrato una certa coerenza, soprattutto sostenendo a spada tratta il pompaggio di cartamoneta da parte della Bce per uscire dalla crisi. Pompaggio presentato sotto le mentite spoglie di un vago prestatore di ultima istanza. Ma nel corso di “Otto e mezzo” Sechi si è letteralmente superato.

Per contrastare la discutibile proposta della Lega Nord, dal chiaro sapore elettoralistico, di lasciare in Lombardia il 75% delle tasse versate dai suoi cittadini il popolare giornalista sardo ha tirato fuori una classica, quanto consunta argomentazione becero-keynesiana. Ossia l’idea, a mio avviso del tutto strampalata, secondo cui limitando il flusso di quattrini che da Nord viaggiano verso le regioni del Sud si creerebbe un danno effettivo alle imprese settentrionali, poiché ciò restringerebbe il valore complessivo dei consumi, quindi anche del relativo fatturato delle imprese medesime. Ora, al di là dei dettagli, se l’economia funzionasse in questo modo, sarebbe molto semplice farla ripartire: mettiamo in tasca dei cittadini più soldi, magari aumentando la massa monetaria, così da stimolare all’infinito la produzione di beni e servizi. Quindi, secondo tale visione, basta ampliare il numero e la qualità dei consumatori per trascinare al rialzo il prodotto interno lordo di un paese. Ma in realtà, al buon Sechi sfuggono alcuni particolari di non poco conto. In primis, il carattere distorsivo e disincentivante di una simile impostazione.

Infatti, come molto correttamente ha scritto il grande Friedrich von Hayek, possiamo immaginare ogni sistema economico come una sorta di fondo comune a cui i più bravi -o i più furbi, come troppo spesso avviene in Italia- attingono maggiori risorse.

Ebbene, se attraverso gli eccessi redistributivi che si celano dietro le ricette keynesiane si aumenta la platea dei consumatori, restringendo specularmente quella dei produttori, il risultato finale è quello di una sostanziale paralisi dell’attività economica.

E dato che l’attuale eccesso di spesa pubblica e di tassazione sta portando alle massime conseguenze proprio questa evidente disarticolazione dell’intera organizzazione produttiva, se si continuasse a perseguire la citata ricetta le cose non potrebbero che peggiorare. Il problema, che Mario Sechi non comprende, è che l’economia dovrebbe poter crescere attraverso l’offerta.

Ovvero attraverso lo sviluppo dinamico che le fondamentali leggi di mercato determinano nell’azione umana. In parole povere, ciò si estrinseca nella ricerca produttiva, fatta anche di molti tentativi a vuoto, di beni e servizi che siano appetibili sul mercato.

Il resto è socialismo reale.

Claudio Romiti

 

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