GAYTUDINE… immaginate un marmocchio tra i piedi che ci gira per casa e che, magari, a me… mi chiama pure “mamma”?

di Antonio Esposito

(come sfruttare tutti i vantaggi di essere nati uomini, anche se, poi, non ci si comporta da maschi)

Sono un uomo (all’anagrafe) che, cliccando in Internet, si è imbattuto nel concorso de LE VENE VORTICOSE, al quale chiede di partecipare, con la speranza che la Signora curatrice Costanza Bondi lo possa pubblicare. Essendo maschio, si fa per dire, voglio infatti comunicare a tutto il mondo la mia opinione.

Nasco uomo e cresco, glabro, in un comune dell’Avellinese, dove porto avanti gli studi fino alle superiori, finché cioè mi trasferisco a Milano, dove completo il mio curriculum professionale laureandomi in Medicina e Chirurgia, e dove stabilisco dimora, rimanendovi tuttora ad abitare. A convivere, per la precisione, realizzando in tal modo le mie aspirazioni di femmina, in tutto e per tutto, grazie al mio compagno Rodolfo. Formando, così, di fatto una coppia di (altrettanto) fatto.

E qui viene il punto. Punto per il quale, ciò appunto, richiedo di partecipare a un’ antologia “femminile”.

Dunque, dicevamo, si parla tanto di matrimoni gay. Bene, rispondo io: se c’è un vantaggio, se ne esiste solo uno esclusivo e preponderante dell’essere froci – permettetemi la cruda sincerità verbale ma… darci del gay ha lo stesso sapore ipocrita di chiamare un cieco “non vendente”, tanto sempre cieco rimane – è proprio quello di non dovere mai, nella vita, avere un marito o, peggio, una moglie.

Ma, signori miei, mettetevi nei panni di uno come noi. Non solo è nella posizione che è, con tutti i nessi e connessi, ma, dico io, dopo tutto ciò dovrebbe pure sposarsi? Dovrebbe lui stesso cedere al matrimonio, la tomba dell’amore?

Luca e Massimo, i nostri vicini di casa, non la pensano certo come me e, su questo punto, litighiamo molto. Abbiamo da ridire ogni volta che si tocca l’argomento perché loro, sì, vorrebbero sposarsi. E io che insisto: «Ma non vi basta essere una coppia di fatto? Dei conviventi? Già in questa maniera acquisite tutti i diritti di cui avete bisogno!»

E, no, dicono loro: «Noi vogliamo essere come tutte le coppie, come quelle normali…»

«Ma noi non siamo normali, altrimenti non staremmo io con Rodolfo e tu con Massimo» cerco di spiegare, ormai da anni, a Luca: «Senti – ribatto – quindi, secondo te, un laureato in Architettura può fare il medico e una calva può presentarsi come testimonial della Elsève L’Oréal, no?»

No, perché, se qui non si definiscono bene le prerogative di ognuno, beh… allora… tutti possono fare tutto. Compresi i mammi. Sì, ho sentito parlare pure di adozioni per coppie gay.

Che il cielo ce ne scampi, per quanto mi riguarda!

Ti immagini Rodolfo e io con un marmocchio tra i piedi che ci gira per casa e che, magari, a me… mi chiama pure “mamma”?

Altra fortuna della gaytudine, infatti, è il non dover concepire – per ovvia impossibilità fisica e materiale – ingravidare, sgravare, allattare, svezzare, allevare, accudire, crescere, disperare e condividere alcunché con chissà chi. Il quale “chi” sarebbe, sì, tuo figlio ma se, come è capitato a mia mamma, non rispecchia affatto le tue aspettative di genitore… poi… te lo raccomando!

Quindi, venendo al dunque, ribadisco: sono gay, o frocio o deviato (come preferite). Mi crogiolo nella mia diversità. Non ho velleità alcuna di aspirare a qualsiasi normalità (leggi: matrimonio e/o paternità/maternità).

Non pretendo minimamente di rientrare, quindi, nel vostro concetto di “norma”, dato che, in tal senso, di solito, si intende una coppia formata da X e Y, quindi da due soggetti nati sessualmente diversi, perciò opposti, dal punto di vista genetico.

Affermo di non essere mai stato oggetto di scherno e, tantomeno, di violenza di genere. Neanche verbale. Ciò, molto probabilmente, perché mai, nella società, mi sono posto come detentore della verità assoluta. Né come paladino di diversità da dover acquisire come normalità. Ancor meno come portatore di dissidi all’interno di realtà sociali preclare e acquisite.

Perciò, cari miei “colleghi” (di gusti e preferenze e inclinazioni sessuali e personali), quello che voglio dire è semplicemente questo: non cercate rivendicazioni che hanno dell’impossibile, quantunque un domani la società, in una delle sue tante evoluzioni, ve le possa concedere. In altri paesi, per esempio, sta già accadendo.

Esaltate, invece, la vostra diversità, nella specificità di una condizione che nessuno vi può scippare, appunto perché precisamente peculiare e, per ciò stesso, è e resta solo vostra. Nostra. Rinunciate a richieste che non hanno nulla a che vedere con la nostra condizione di gaytudine.

I matrimoni lasciateli agli infelici normali. I figli, che siano di chi li può procreare.

Siate gay. Siate froci. Siatelo con dignità.

Racconto tratto da

LE VENE VORTICOSE – quando l’ironia è femmina

antologia a cura di Costanza Bondi e Viviana Picchiarelli

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