Movimento 5 Stelle, La cultura a Perugia è in briciole

Riceviamo e pubblichiamo

Le politiche culturali del comune di Perugia sono state sempre il vanto dell’attuale amministrazione che, pur con fondi ristrettissimi, sembra aver garantito una buona dose di “circenses” alla cittadinanza. Ma a guardare bene le condizioni sociali e culturali della nostra amena città, svuotata di spazi aggregativi e culturali e votata oramai ai centri commerciali-multisala-video poker, qualche dubbio sull’effettiva azione delle politiche culturali sorge spontaneamente.

La politica culturale dell’attuale assessorato ha di fatto seguito due direttive parallele su cui costruire la finzione di un’offerta culturale di qualità, che in larga parte ha invece lo scopo di controllare completamente gli esili finanziamenti disponibili in un circolo di clientele consolidate, che garantiscano quindi un immediato consenso elettorale.

La prima direttiva è quella di una raffica di eventi con cui costruire una vetrina, sgargiante ma effimera, del proprio operato. Alcuni di questi eventi sono veramente di qualità e di risonanza nazionale, come Umbria Jazz per i quali il comune di Perugia garantisce solo il consueto patrocinio. Altri sono dei veri fallimenti promossi direttamente dall’amministrazione, come il Perugia City Festival, che attirano solo polemiche a livello nazionale. Altri sono veri e propri accrocchi culturali a basso costo, tipo Fare Night, senza alcun’ idea di conduzione artistica se non quella dell’assessore Cernicchi. Altri ancora, infine, sono vere e proprie macchine per il consenso elettorale.

Ma gli eventi non lasciano niente dietro di sé: sono appunto delle eventualità che nella nostra città sono stranamente un terreno arido per iniziative più continue; si pensi all’importanza di Umbria Jazz per una città che non ha mezzo jazz club, o alla risonanza a livello locale che ha il Teatro Stabile dell’Umbria che di stabile non ha, magari un regista o un attore umbro, ma neanche un macchinista.

Qual’è allora l’effetto di questi eventi, a parte quello di vanto dell’amministrazione e di macchinazione elettorale? C’è un’azione, un progetto o una prospettiva pensata e finanziata per incidere con continuità sulla cittadinanza? È strano che nella città candidata a diventare capitale europea della cultura si siano quasi azzerati i fondi ai progetti teatrali nelle scuole; o che si lascino chiudere locali storici, librerie storiche, teatri storici e cinema storici.

Il problema è proprio nella mancanza di un’azione, continua negli anni, che dovrebbe essere affidata agli operatori culturali del territorio. E in quest’ambito entra in azione la seconda direttiva d’intervento, parallela agli eventi; quella del divide et impera imposto sulle associazioni culturali.

Il panorama delle associazioni culturali perugine è ricchissimo di una miriade di iniziative e spazi autonomi molto attivi.

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo logoramento e frantumazione di questo ricco e multiforme corpo culturale di cui la maggior parte ha visto ridursi progressivamente i contributi e che tenta di sopravvivere in tutti i modi, dipendendo di fatto da finanziamenti a pioggia sempre più esili che vanno a sostenere anche realtà non professionali. In questo modo tutte rimangono dipendenti ma collaborative con l’assessorato alla cultura, tanto quanto sono conflittuali e dispersive l’una con l’altra.

Alcuni professionisti della cultura perugina hanno invece deciso di voltare le spalle all’assessorato, rompendo del tutto i rapporti e diventando aziende private, con tutti i rischi economici del caso, pur di non ridursi a mendicare briciole o a ringraziare per il solito patrocinio concesso. La frattura per alcune di esse è diventata insanabile a tal punto da dover essere affrontata in tribunale. Non è strano che lo stesso assessorato che vuole promuove Perugia a capitale della cultura, si trovi a dover battersi in tribunale con alcune di esse?

Ma qui si è difronte ad una risorsa culturale enorme che può rivitalizzare la cittadinanza e che invece è considerata un ostacolo all’affermazione personalista dell’assessorato, a meno che l’attività di qualcuno non abbia un immediato ritorno elettorale.

È il caso dell’Accademia del Donca, che, grazie al suo assessore fondatore, può permettersi l’azzeramento della quota d’iscrizione, un ufficio a Palazzo della Penna, una campagna d’iscrizioni a spese del comune e una larga quota di finanziamenti.

A questo punto l’esperienza della fondazione Perugia 2019 va riletta sotto una nuova luce perché dietro al suo logo c’è in realtà un meccanismo più complesso, che può essere letto come una delle 10 strategie con cui Noam Chomsky spiega il controllo sociale ovvero creare un problema e poi offrirne la soluzione per cui <<Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare>>. Ma è giusto aver distrutto il sostrato culturale esistente per affermare le proprie volontà.

Per rompere questa logica perversa il Movimento 5 Stelle di Perugia si sta muovendo con eventi, gruppi di lavoro e incontri partecipati, e invita tutte le associazioni e gli operatori culturali a contattarci o a prendere parte attivamente per la stesura di un nuovo programma di azione culturale, nell’attesa che Perugia diventi autonomamente una capitale culturale, senza dover spendere centinaia di migliaia di euro di stipendi per una fondazione che incarna l’ipocrisia dell’attuale amministrazione e del suo partito.

Un grazie a tutti gli operatori culturali per (r)esistere ancora in questa strana città.

Movimento 5 Stelle Perugia

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