Poesia: Alla riscoperta di Sandro, il Penna

Sandro Penna

Sandro Penna

di Silvica Gobej 

Chi è o chi era, Sandro Penna ? “Forse”, scriveva di lui Pier Paolo Pasolini, “il più grande, e più lieto poeta italiano vivente”. Ma Penna è scontento del “Forse” , dicendo con tono lamentoso: “dicono tutti forse[1]

Chi era, dunque, e perché il comune di Perugia ha intitolato una delle sue più nuove e moderne biblioteche al suo nome? Una domanda che si pone chiunque, come me, allorché si viene a conoscenza per la prima volta con questo nome. Scopriamolo insieme allora!

La ricerca inizia come giusto che sia, dalla biblioteca Sandro Penna. Mi viene consigliato per primo,  un libro di Cesare Garboli Penna Papers nuova edizione ampliata, Garzanti editore.

Scopro così  un personaggio originale, misterioso, solitario, unico, noto per alcuni ma sconosciuto per altri, innamorato della vita, e consapevole, altresì, che la sua è ben diversa dalle altre, cosciente della sua fragilità e della sua sensibilità, conscio di essere: un poeta –  Poeta dei fanciulli – rimasto anche lui un perenne fanciullo: “Forse la giovinezza è solo questo/ perenne amare i sensi e non pentirsi”; un poeta autentico, si abbandonava alle ali della sua ispirazione. Nelle tasche aveva sempre bigliettini con appunti, versi o frasi piene di fascino:

[1] Sandro Penna,Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1970

Notte:sogno di sparse

Finestre illuminate.

Sentir la chiara voce

Del mare. Da un amato libro veder parole

Sparire. Oh, stelle in corsa,

l’amore della vita!

 

Il problema sessuale

 prende tutta la mia vita.

Sarà un bene, sarà un male…

Me lo chiedo ad ogni uscita

Sandro Penna a Perugia

Nato nella “nostra” a Perugia, nel 12 giugno 1906, visse per  lo più solo, con il padre ed una cara zia; la giovinezza?… inquieta e disordinata.

Diplomatosi  in ragioneria, all’inizio lavorò come contabile e/o ragioniere sino a quando si recò a Milano per un breve periodo dove, come lui solo confessa, inizia “ad andare coi ragazzi”.  Nelle notizie che egli da di sé, e molto chiara la voglia di sottrarsi al racconto dei suoi fatti privati, della sua intimità, della sua infanzia. G. Debenedetti In Poesia italiana del Novecento (Garzanti) lo definisce addirittura  “…cronistico ed evasivo…”. Sua mamma, per continue liti col marito sempre occupato con commerci e facili amori, lascia il tetto coniugale per trasferirsi  a Roma con i figli piccoli. Sandro, che in quel periodo inizia a dedicarsi alla poesia, scopre di poter esprimere con i versi i suoi sentimenti, le sue emozioni… desideri nascosti. Prende sempre più consapevolezza della sua identità. Aveva già scoperto prima, Proust e Gilde, Baudelaire, Rimbaud, condivide i pensieri di Poe e Wilde, Moravia, Comisso, letture che sicuramente contribuiscono a coltivare questa consapevolezza del suo destino, del suo percorso verso la libertà e indipendenza.

Perugia, inizia a diventare sempre più stretta per tante ragioni che lo spingono ad abbandonarla nel 1929. Va a Roma dove inizia una nuova vita e dove continua  la ricerca di se stesso (Nosce te ipsum!) e della sua verità. Una cosa e chiara al giovane Penna: il “percorso” da seguire sarà quella della poesia.

Primo tra tutti, conosce Umberto Saba, (entrambi erano a quel momento  in cura dallo stesso psicanalista, il dottor Weiss di Trieste)  un incontro fortunato e  decisivo,  essendo  stato Saba ad introdurre il giovane poeta nel cerchio letterario di quegli  anni Trenta. Tramite Saba conobbe un altro “grande” della letteratura italiana,  Eugenio Montale, a Firenze, nel locale chiamato Giubbe Rosse. Saba decise di scegliere le poesie di Penna per un volume destinato alle edizioni di Solaria. Era l’anno 1933 ma per una serie di “sfortune”[1],  la raccolta, dal titolo Poesie usci più tardi, nel 1939, presso Parenti Editore, per diretto interessamento di Sergio Solmi, nonostante il carattere omoerotico dei suoi versi. Penna era consapevole della “intricante ipocrisia dei letterati” come scriveva a Montale. Saba che  incoraggiava l’amico con “non basta valere nelle vita, bisogna farsi valere”,   non riuscì lo stesso a fargli ritrovare quella grinta, energia, ambizione, dotti necessari per affermarsi nell’ mondo letterario . Il regno di Penna   e la gioia di sentirsi anonimo e solo. La poesia di Penna è fatta di solitudine: ma è la solitudine ardente, ricchissima, vasta come e vasta la promessa della felicità, di chi non ha bisogno d’altro, per vivere, che dello spettacolo della vita[2]. Era un uomo riservato, riservatezza tipica degli umbri, talvolta diffidente, per cui non poche volte ha dovuto affrontare, o per meglio dire, subire i giudizi degli altri,  quelli offesi forse, proprio da questa legittima  riservatezza,

 [1] Cesare Garboli s’interroga su una possibile rivalità tra Montale e Penna in Paragone, giugno 1988, sotto il titolo Penna e Montale

 [2] Cesare Garboli, Penna Papers, Garzanti, pag 30

 Felice chi è diverso

 essendo egli diverso.

 Ma guai a chi è diverso

 essendo egli comune.

Sandro Penna romano

Isolamento dal mondo da parte di Sandro Penna: un isolamento che corrispondeva in buona misura alla solitudine aristocratica dell’intellettuale. La necessaria solitudine spirituale del poeta, tuttavia, non era certamente quella dell’eremita; nella Roma dei tardi anni Quaranta e degli anni Cinquanta, gli’ esponenti della cultura del tempo vivevano in un’atmosfera febbrile, fatta di incontri quotidiani e spontanei nei luoghi per eccellenza rinomati, cioè nei bar del centro storico. Un luogo privilegiato era il “Caffè Greco” di via Condotti dove era facile vedere, seduti con Sandro Penna e Renzo Vespignani, Mario Soldati, Vitaliano Brancati, Orfeo Tamburi e Orson Welles (come è testimoniato da una storica foto di gruppo esposta, ancora oggi, nella Sala omnibus del “Caffè Greco”); altri luoghi di incontro erano a piazza del Popolo: in estate (poiché esposto all’ombra), al “Caffè Rosati” e, in inverno (poiché esposto al sole), al “Caffè Canova”. In entrambi i bar, tra Renato Guttuso, Giorgio De Chirico e Mario Pannunzio, che a tarda sera dopo la chiusura si attardavano a parlare, seduti ai tavoli esterni, era solito comparire “a volo” anche un Sandro Penna, povero in canna (e forse, in ricordo di una quotidiana e spontanea convivialità), potremmo ripetere con i versi di Penna:

Come è bello la sera d’estate

in un caffè all’ aperto chiacchierare,

 o meglio ancora con qualche languore

 beatamente ascoltare.

In tutto questo non è disonore[1].

Sandro Penna frequenta e si trova bene in compagnia dei scrittori e poeti omosessuali, come Pierpaolo Pasolini, Elio Pecora, Dario Bellezza, Natalia Ginzburg e altri. Gode tra altro della sincera considerazione di una futura speranza letteraria, Elsa Morante, che in una lettera indirizzata al’amica Maria Valli scriveva: “ Sono contenta di sentire che Penna era con voi a Natale – al posto mio –  (e a tutto vostro vantaggio)”[2].

Dopo la pubblicazione con successo della sua prima raccolta di versi, “Poesie”, entra come collaboratore in alcune importanti riviste dell’epoca, come “Corrente”, “Letteratura”, “Frontespizio”, il “Mondo” su cui apparvero negli anni ’40 alcune prose che saranno più tardi raccolte nel volume Un po’ di febbre.

Nel 1950 venne pubblicato il suo secondo libro di versi uscito nelle edizioni della Meridiana con il titolo Appunti. Cinque anni più tardi pubblicò il racconto Arrivo al mare. Il volume Una strana gioia di vivere, edito da Scheiwiller e la raccolta completa delle sue Poesie edita da Garzanti gli fece ottenere nel 1957, il Premio Viareggio ex aequo con Pier Paolo Pasolini e Alberto Mondadori. Il successivo Croce e Delizia venne pubblicato nel 1958 e solamente nel 1970 apparve il suo libro Tutte le Poesie, che gli porterà il Premio Fiuggi. Dopo un’assenza di sei anni dal mondo letterario, venne pubblicato sull’”Almanacco dello Specchio” una scelta delle sue poesie e alla fine del anno, il volume Stranezze, per il quale, nel gennaio del 1977, pochi giorni prima della morte, gli venne assegnato il Premio Bagutta.

La nostalgia della vita

[1]  Sandro Penna Stranezze, 2, dal 1965 al 1970

[2] www. amicidisandropenna.it

Due poesie di Sandro Penna mi hanno colpito in modo particolare, forse perche  scritte in piena maturità — forse le ultime — con le quali il poeta si congedava dalla vita e, al tempo stesso, rivolgeva il saluto a due artisti, suoi amici e compagni di percorso esistenziale: il pittore Renzo Vespignani e il poeta Eugenio Montale.

L’addio è certamente motivato dal presentimento della fine, ma è anche l’occasione per illuminare con un brevissimo, intenso flash una vita vissuta in un totale abbandono nell’arte[1].

La poesia dedicata a Renzo Vespignani, Salivano lente le sere, è tratta dall’ultima raccolta penniana, Il viaggiatore insonne, del 1977.

Salivano lente le sere

e il mondo restava beato.

La giovinezza mia era lieve

lieve gioia imprevista di soldato.

 

Venne la guerra poi o, nella vita,

non salirono più lente le sere.

Polverosi i tramonti. Ed infinita

la noia fitta delle primavere.

[1] Sandro Penna non era solo un letterato ma anche un collezionista- venditore di quadri.

L’idillio delineato nella prima strofa (lente le sere / mondo […] beato) è la felice proiezione sentimentale di uno stato di grazia giovanile (giovine_-za […] lieve / lieve gioia imprevista), anche se la condizione del soldato, poco dopo evocata, allude facilmente a quella precarietà dell’esistenza, già definita da Giuseppe Ungaretti in una sua indimenticabile composizione (Si sta come /d’autunno /sugli alberi / le foglie). Il successivo richiamo alla guerra, infatti, introduce immediatamente i polverosi tramonti e la noia fitta delle primavere. La giovinezza, vissuta nell’entusiasmo e nella speranza del futuro, sembra dissolversi in una sorta di tedio leopardiano.

Cosa legava Sandro Penna a Renzo Vespignani? Una comprensibile affinità spirituale tra artisti operanti in differenti settori delle arti. Renzo Vespignani, come è noto, ha presentato nelle sue opere una visione desolata della periferia urbana. Quando egli iniziò ad esporre, nel 1945, la città di Roma portava i segni dei bombardamenti che avevano colpito lo scalo di San Lorenzo e che avevano distrutto le zone industriali vicine.

La rappresentazione delle rovine urbane non era un tema del tutto nuovo. Come la grafica volutamente povera di Renzo Vespignani era la confessione del rifiuto dell’artista di seguire il modello delle rappresentazioni sfumate della capitale (così come avevano fatto i protagonisti della scuola romana del tempo, Mafai e Scipione), altrettanto la lirica di Sandro Penna si caratterizzava per la mancanza delle suggestioni colte della poesia del Novecento. Proprio la solitudine urbana poteva associare personalità diverse come quelle di Penna, di Vespignani e di Pasolini (che a Penna dedicò nel 1960 due capitoli del suo volume di saggi Passione e ideologia).  

Già Mario Mafai, nelle sue Demolizioni (penso, in particolare, a Demolizioni a via di Ripetta, 1935, aveva introdotto un tema sottilmente eversivo nel clima dell’arte figurativa imperial-fascista; le sue rappresentazioni delle macerie erano insieme memoria di vite e di affetti perduti e occasione di raffinati accordi tonali. La rappresentazione grafica di Renzo Vespignani procedeva dalla linea che aveva ispirato il Mafai del periodo pre-bellico. Durante i mesi dell’occupazione nazista, alla macchia nel quartiere periferico di Portonaccio, il giovane Vespignani delineava in centinaia di fogli il paesaggio sporco e patetico dell’estrema periferia, il “maldestro risorgere del piacere in mezzo alle rovine, come un filo d’erba tra i sassi”, per usare la felice definizione di Michel Sager (in anticipo anche sulla tematica dei mucchi secchi d’immondizia e della sporcizia afrodisiaca, ricordata nelle Ceneri di Gramsci da Pier Paolo Pasolini), e soprattutto narrava il dramma degli emarginati, dei reduci e degli sciuscià. A differenza di Mafai, però, il segno di Vespignani era crudele, poco “romano”, lontano dalle raffinatezze tonali e fortemente vicino all’espressionismo di Georg Grosz e di Otto Dix. In Vespignani, la descrizione della dimensione urbana non era soltanto la descrizione di un paesaggio degradato, era soprattutto un’indagine sulla diversa qualità della vita, sui guasti nel tessuto della società italiana (una scelta di tematiche che lo avrebbe avvicinato ad un altro grande osservatore della periferia romana, al già ricordato Pier Paolo Pasolini, con il quale Vespignani partecipò all’esposizione dell’Accademia di Francia, nel 1985 a Roma).

Sandro Penna a differenza di Pier Paolo Pasolini non ha vissuto l’esperienza della borgata; allorché,  si trasferì a Roma non esisteva ancora l’ambiente isolato e degradato della periferia. La sua dimora al Largo dei Fiorentini, nel quartiere rinascimentale, era una dimora povera ma non misera, come povero era allora gran parte del centro storico della capitale. La povertà di Sandro Penna corrispondeva ad un voluto isolamento dal mondo, al rifiuto delle scuole poetiche in voga e al rifiuto di quei contatti sociali che, progressivamente, avrebbero omologato la sua arte alle tematiche del tempo (La luce di cui ardo è luce mia [Poesie, 1938-1955]; Felice chi è diverso [Appunti, 1938-1949]): una libertà spirituale, però, ottenuta a prezzo della solitudine esistenziale (Cullo amara solitudine mortale [Una strana gioia di vivere, 1949-1955]).

L’altra poesia è La festa verso l’imbrunire vado (tratta sempre dalla raccolta II viaggiatore insonne), dedicata a Eugenio Montale. Tratta di un patetico e sereno addio alla vita; la terzina finale rappresenta il rammarico di un uomo che vorrebbe vivere e operare ancora, anche se non ricorda più chi egli sia stato in giovinezza, ora che ha perduto, il senso della propria identità:

La festa verso l’imbrunire vado in

direzione opposta della folla

che allegra e svelta sorte dallo stadio.

Io non guardo nessuno e guardo tutti.

Un sorriso raccolgo ogni tanto.

Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.

 

Allora di morire mi dispiace.

Di morire mi pare troppo ingiusto.

Anche se non ricordo più chi sono.

È un addio rivolto a Montale, un poeta diverso da Penna sia per temi che per espressioni. Cosa poteva accomunare due personalità così diverse? La poetica di Penna apparentemente non sembra segnata da una evoluzione profonda, tale da consentirci di potere parlare, ad esempio, di un periodo giovanile, di un periodo della maturità o di altre stagioni poetiche. Come è noto, la poesia di Sandro Penna è denotata da una sensualità pura, quasi alessandrina, che caratterizza sia l’espressione dei sentimenti che le rappresentazioni dei paesaggi. Manca in Penna, ad esempio, quella passione politica che emerge dalle composizioni più intense di Montale. La poetica di Penna appare fuori dal tempo, fuori dalla storia, nell’empireo delle pure emozioni.

Tuttavia, alcuni elementi biografici, apparentemente esteriori, possono accomunare le due personalità. Entrambi i poeti erano figli di commercianti: Montale aveva avuto come padre un commerciante di prodotti chimici; Penna era figlio del titolare di una specie di piccolo bazar di casalinghi e affini, situato nel centro di Perugia. Entrambi avevano seguito studi tecnici commerciali e si erano diplomati in ragioneria. Entrambi avevano goduto di una certa libertà trascurata, che aveva permesso loro di coltivare interessi letterari da autodidatta.

Le analogie esteriori finiscono qui. Sappiamo che Eugenio Montale ha scoperto la sua vocazione poetica seguendo un proprio percorso che dalla lettura di Dante e dall’interesse per le lingue straniere, è giunto a Thomas Stearns Eliot. Sandro Penna, diversamente, dopo avere svolto svariate attività (il contabile, il commesso di libreria, il correttore di bozze). Vorrei sottolineare, ora, la ricorrenza di un tema che meglio potrebbe contribuire ad avvicinare la poetica di Penna a quella di Montale: il tema, per così dire, dell’ eros angelicato. La donna-angelo, ravvisata dai critici nella poesia di Montale, si potrebbe collocare, mutatis mutandis, al fianco del fanciullo-angelo, la cui presenza ricorre insistente nelle liriche di Penna.

L’arte, per Eugenio Montale, era quasi un compenso, un surrogato di vita messa a disposizione di chi veramente non vive. Ne Le Occasioni, il mondo desolato del poeta appariva privo di speranza; il ricordo si rivelava evanescente (penso alle liriche Non recidere. forbice quel volto e a La casa dei doganieri) anche se quella unica, labile possibilità di evasione nella memoria poteva essere ancora sollecitata dal richiamo di una figura femminile, una nuova «Beatrice» alla quale il poeta affidava la propria speranza di vita. L’esperienza della guerra ha proiettato verso una dimensione storica e collettiva la tragicità esistenziale, già espressa nelle Occasioni; ne La bufera e altro una diversa presenza femminile, personificata da Clizia, si trasfigura nell’immagine salvifica di una nuova Beatrice, quale guida e difesa del poeta nell’attraversamento del male.

E’ stato notato che alcune delle tematiche montaliane presenti nella Bufera possono risalire ai componimenti di Francesco Petrarca. Nella tematica sentimentale di Sandro Penna, diversamente, non è possibile individuare alcun precedente letterario come ipotetica fonte d’ispirazione. Ha, ormai, il valore del luogo comune fare derivare la poetica penniana dal modello della poesia alessandrina. Come in ogni luogo comune, vi è certamente un fondamento di verità: un fondamento da rinvenire in particolare nella mancanza, tutta pagana, del senso del peccato, nel tema dell’amore omosessuale e nella mancanza del senso della storia.

I versi di Sandro Penna si evidenziano per la loro purezza (ben lontana dalla ricerca dell’evocazione, propria della koinè ermetica contemporanea alla giovinezza del poeta); le sue strofi sono brevi e la cantabilità delle sue composizioni è aliena da ogni esperienza del tempo. Nella lirica compaiono alcuni dei motivi più ricorrenti nell’ opera del poeta: il profondo amore per la natura e per la vita, un sentimento malinconico del tempo e della gioventù che ”fuggono” velocemente:

Fuggono i giorni lieti

Lieti di bella età.

Non fuggono i divieti

Alla felicità

Come ho già detto, la sua poesia appare priva della dimensione storica; a differenza di Giuseppe Ungaretti, di Eugenio Montale o di Salvatore Quasimodo, invano cercheremmo in Sandro Penna le tracce delle vicende belliche o la descrizione del dramma dell’occupazione nazista. Anche per Penna la guerra avrà rappresentato un periodo di gravi difficoltà (sappiamo di una sua esperienza di ‘borsaro nero’, di commerciante clandestino di pastina Buitoni, della quale si riforniva nella natia Perugia), ma nulla trapela dai suoi versi. La vita continua ad essere per lui un ricordarsi di un risveglio / triste in un treno all’alba; poeta confessa: lo vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita. A differenza della donna-angelo montaliana, l’immagine dell’amato fanciullo-angelo penniano non varia col passare degli anni; il fanciullo acquatico e felice/ […] il, fanciullo gravido di Luce / più limpido del verso che lo dice non è diverso dai tanti altri efebi ammirati dal poeta Oli se potessi io lo compererei. / Solo così forse mi calmerei; Come è bello seguirti / o giovine che ondeggi / calmo nella città notturna[1] . ll poeta non sa invecchiare: Forse la giovinezza è solo questo /perenne amare i sensi e non pentirsi[2] anche perché sa che Vivere è per amare qualche cosa[3].

Un ultimo elemento di contatto potrebbe essere ravvisato nell’emarginazione sofferta da entrambi i poeti. Anche il giovane Eugenio Montale ha vissuto in un clima di emarginazione sociale, al pari dell’emarginato Sandro Penna. L’emarginazione montaliana era quella solitudine spirituale vissuta da un ceto colto e liberale al momento dell’avvento del fascismo, una solitudine che ha sviluppato in lui il colloquio con le cose e con la realtà suggestiva della natura ligure. In Sandro Penna, la diversità è stata la causa del suo rinchiudersi in un voluto ghetto esistenziale, in un deliberato isolamento e nel più completo disinteresse verso la notorietà e la fama.   Entrambi i poeti abbiano vissuto nell’arte quella forma di vita concessa a chi non ha avuto modo di vedere realizzato quanto loro negato dalla storia. La negatività è la chiave di lettura comune alle loro poetiche[4]. Forse inconsapevolmente, Sandro Penna, come ha scritto Cesare Garboli nella prefazione all’edizione Garzanti delle sue Poesie, è stato, in questo secolo, il solo poeta italiano che abbia parlato a gola spiegata, con la grande e vincente formula montaliana di negatività.

 Forse la giovinezza è solo questo

 perenne amare i sensi e non pentirsi.

Or dunque che dir mai di questo mistico del nostro tempo… Ex- tempore

[1] Sandro Penna Una strana gioia di vivere, 1949-1955

[2] Sandro Penna Croce e delizia 1927-1957

[3] Sandro Penna Giovanili ritrovate 1927-1936

[4] www.amicidisandropenna.it testimonianze, Norberto Cacciaglia, 2007

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2 Risposte to “Poesia: Alla riscoperta di Sandro, il Penna”

  1. Nicola Nigri Says:

    Reblogged this on WE BLOG !.

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  2. poesie romantiche in inglese Says:

    poesie romantiche in inglese

    Poesia: Alla riscoperta di Sandro, il Penna |

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