PERUGIA: TORNA IL CENTRO

Tutti sappiamo che la città moderna e metropolitana d’Occidente è un frutto della forte industrializzazione della seconda metà Ottocento e prima metà del Novecento con espansioni progressive grossomodo fino agli anni ‘70.
Già negli anni ’80 Londra e Parigi cominciarono a perdere abitanti in favore di città più piccole, analogamente Roma anche se un po’ più tardi. Poi le nuove tecnologie informatiche hanno rafforzato e stanno rafforzando la tendenza a non far più crescere le città occidentali, se non a diminuirne gli abitanti. Da ultimo forti e estesi fenomeni di deindustrializzazione, sempre lungo la stessa tendenza, stanno creando buchi nelle città metropolitane, non solo con l’abbandono di aree una volta industriali (già da tempo oggetto di ristrutturazione urbanistica, cioè nuovi usi), ma anche di estese zone residenziali non più appetibili sia per la
mancanza (e quindi lontananza) del lavoro, sia per venir meno della sicurezza. Negli Usa il fenomeno risulta abbastanza evidente, più che in Europa; la tipica città americana, estesissima e con pochi luoghi schiettamente urbani, comincia a registrare vuoti consistenti, se ne hanno a Detroit, a Miami, a Los Angeles e altre grandi città. Fermo restando che l’Europa e l’Italia sono diverse nei loro caratteri sociali, psicologici e soprattutto geografici, è sicuro che vi sussistono le stesse tendenze alla deindustrializzazione, informatizzazione, decremento della natalità (pur complicata dalle immigrazioni), quindi è da prevedere un rafforzamento degli stessi segni di deurbanizzazione che abbiamo detto.
Guardiamo la nostra Perugia. E’ cresciuta e sta ancora crescendo dilatandosi in un modello di città molto estesa, sfrangiata e discontinua, di bassa densità a parte pochi poli ormai urbani. A parte Ponte san Giovanni, San Sisto, Castel del Piano -per l’appunto poli urbani – molta parte della periferia perugina si spalma come marmellata edilizia in una miriade di nuclei minimi – tecnicamente chiamati lottizzazioni – estesa da Taverne di Corciano a Villa Pitignano, e l’urbanizzazione si è ormai saldata a parti di Torgiano, di Deruta, a Ospedalicchio e Bastia/Santa Maria degli Angeli. E’ un territorio urbano (diremo meglio metropolitano) lungo più di venti chilometri, un’area teoricamente capace (con la densità
tipica delle città e metropoli del nord Europa) di ospitare oltre un milione di abitanti, quando invece questa nostra Perugia contemporanea supera di poco i duecentomila. E’ dunque la Perugia contemporanea una città fortemente diseconomica, il cui costo procapite di energia e spazio difficilmente si potrà mantenere a lungo. Aver portato le strade, l’acquedotto, il verde attrezzato, le fogne, l’energia elettrica, i cavi del telefono, i tubi del gas, il camion degli scopini e il buxi a Vestricciano, a Poggio Pelliccione, a Monte Bagnolo e in decine di altre urbanizzazioni minime, è un costo notevole soprattutto a fronte dei pochi e pochissimi abitanti di ciascuna. E questo come costo indiretto sulle spalle dei
cittadini (servizi pubblici pagati mediante alte tassazioni), mentre anche il costo diretto per il collegamento con il resto della città, rende sempre più difficile mantenere due o tre o quattro automobili per famiglia.
L’ici o imu (insomma le tasse sulla casa), pesano molto nelle grandi case che ci è piaciuto costruire negli anni ’70, ’80 e ’90; la tariffa dei rifiuti tiene conto furbescamente della superficie non degli abitanti; le bollette sono le più alte d’Europa, sovraccariche del costo nascosto della politica. Il crollo del mercato immobiliare è la sommatoria di tutti questi fattori.
Se fino a tutti gli anni ’90 il forte sviluppo edilizio aveva mantenuto la filiazione originaria dal centro urbano (la città era cresciuta come lungo i raggi di una bicicletta), ormai da un quindicennio il vasto mosaico di nuovi quartieri, poli urbani, periferie, lottizzazioni ed ex frazioni diventate quasi-città, è diventato una specie di scacchiera, ove ogni parte ha imparato a dialogare con le altre senza più passare per il centro. Si abita a Ferro di Cavallo o a Piccione e si va a fare la spesa a Collestrada o al Gherlinda, un medico specialista può avere l’ambulatorio indifferentemente a Ponte Pattoli o in via Pellas, un avvocato indifferentemente in centro storico o in un centro commerciale. Su 170 mila residenti nel
comune capoluogo forse centomila da anni non mettono piede in centro storico, il quale ovviamente ha molti problemi dovuti quasi tutti a questa perdita di centralità.
Ma grandi lagnanze pervengono anche da tutti i nuovi quartieri, grandi o piccoli che siano. Chi piange lontananza dai servizi, chi insicurezza, chi la bassa qualità edilizia dei condomini, chi l’impossibilità a una vita sociale goduta invece nel passato. C’è crisi e erosione di stipendi ma il traffico non può calare perché non si può far meno di andare al lavoro, di accompagnare i figli, di fare la spesa. Quindi nella coda quotidiana da Collestrada a Piscille si può avere la sensazione che tutto va avanti come prima, ma sotto cova un forte disagio.
Chissà che – sornione – il centro non stia meditando e preparando la sua riscossa.
Non dico il solo centro storico ma anche il centro urbano, cioè quella città pur moderna cresciuta nel dopoguerra fuori le Mura antiche e tra le due ferrovie: Pallotta, Filosofi, XX Settembre, Elce, Monteluce, Fontivegge…
Alla lunga questo centro urbano vincerà la partita. La distanza tra il centro e Collestrada o il Pam o il Gherlinda è notevole, però è inferiore alla distanza media tra un qualsiasi nucleo periferico e l’insieme dei centri produttivi, commerciali e residenziali della città vasta.
Qualunque rete di infrastrutture o di attrezzature si vorrà costruire a beneficio di tutto il vasto organismo urbano, non potrà che beneficiare il centro più di qualsiasi altra parte.
Vivere nel centro urbano – se non in centro storico – presenta indubbi e molteplici vantaggi: case più piccole, molti servizi raggiungibili a piedi (scuole, uffici, svago), possibilità di ridurre fortemente il costo dell’automobile. Basta assicurare un posto sicuro alle proprie automobili (non è certo impossibile arrivarci) e garantire quiete e vivibilità, e il gioco è fatto. Il centro vincerà da sé senza grandi discorsi e grandi costruzioni politiche, perché il denaro come sempre mette tutto a posto.

Luigi Arch. Fressoia

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