Orvieto Underground: in viaggio a ritroso nelle viscere del tempo

orvieto 4di Benedetta Tintillini

Sono più o meno 3000 anni che ad Orvieto si scava nel blocco tufaceo su cui sorge la città. Pressoché sotto ogni abitazione sono presenti cunicoli e grotte, tutt’ora utilizzate prevalentemente come cantine, ma adibite, nel corso del tempo, ai più svariati usi.

Perforata quindi da un numero enorme di cavità (se ne contano, ad oggi, circa 1200) non comunicanti tra loro, che davano e danno vita, in un certo qual modo, ad una città parallela, Orvieto è un caso unico di come gli abitanti abbiano saputo trarre profitto dalla particolare posizione dell’abitato.

L’immensa mole di lavoro attraverso i secoli è stata sicuramente facilitata dalla consistenza delle rocce di origine vulcanica, tufo e pozzolana, molto friabili e facili da scavare, nonché molto preziose: il materiale di risulta degli scavi veniva usato per le costruzioni: tufo per i blocchi, pozzolana per la malta.

La guida mi racconta che, nonostante le antiche origini della città ed il fatto che la rupe sorga isolata dal territorio e le colline circostanti, soltanto dagli anni ’80 vennero eseguiti dei sopralluoghi e venne realizzata una planimetria delle grotte, prima di allora neanche gli abitanti e gli amministratori ne conoscevano assolutamente l’entità .

Le grotte ad Orvieto non sono mai state utilizzate a fini abitativi o di sepoltura, ma solo come luoghi di lavoro. In epoca medievale, durante gli assedi, gli abitanti, anche quelli a valle, erano costretti ad arroccarsi sulla rupe, con conseguenti problemi di spazio: la città in superficie era quindi quella dove vivere, la sotterranea invece, quella dove lavorare e trasferire tutte le attività necessarie per il sostentamento.

Il percorso di Orvieto Underground consiste nella visita di sole due grotte, accessibili perché di proprietà pubblica: sono infatti nel sottosuolo dell’ex ospedale.

La prima grotta ospita un frantoio di epoca medievale, impiantato tra il 1200 ed il 1300 e rimasto funzionante per secoli. Una sistemazione tale forniva tutta una serie di vantaggi, non

ultimo quello di fornire un ambiente a temperatura costante (tra i 16 ed i 18 gradi) quando all’esterno, durante l’inverno, periodo nel quale ci si dedicava e ci si dedica alla spremitura delle olive, le temperature potevano scendere sotto lo zero. Condizioni ottimali quindi, sia per lavorare che per conservare il prezioso liquido.

E’ affascinante notare come la tecnica di base nella realizzazione dell’olio sia rimasta sostanzialmente invariata: si spremono le olive (in questo frantoio veniva utilizzata la forza animale) producendo una pasta, che veniva poi spalmata poi sui dei dischi chiamati “fiscoli” dai quali, impilati e pressati, esce l’olio.

Le tecniche sono rimaste le stesse, ma l’utilizzo è decisamente cambiato: anticamente l’olio non veniva impiegato per scopi alimentari, ma come unguento per la pelle e per produrre luce e calore.

E’ possibile notare che il soffitto si presenta in due tipologie differenti: una parte più rozza dove sono ancora leggibili i segni dei colpi di piccone, ed un’altra invece molto più curata, rifinita: un soffitto a doppio spiovente, tipico dell’epoca etrusca, di un vano di cui purtroppo si ignora l’uso. La particolarità delle grotte di Orvieto è soprattutto questa: in pochi metri si possono trovare testimonianze distanti secoli, a volte anche millenni.

Pochi passi e ci si ritrova in un altro contesto lavorativo, sempre di origine medievale: una cava di pozzolana, minerale compatto se sedimentato, ma che torna polvere solo se toccato. Indispensabile e prezioso in edilizia, da sempre utilizzato con calce ed acqua per ottenere la malta.

Durante l’ampliamento della cava, nell’800, viene alla luce al suo interno un piccolo pozzo etrusco di fine VI secolo. Attualmente possiamo ammirarlo da una posizione intermedia, lo scavo infatti lo ha tagliato in due tronconi. Siamo circa 13 mt sotto il livello della sua superficie e, guardando in basso, lo sguardo sprofonda per una ventina di metri, la parte venuta alla luce grazie ad una recente ripulitura, anche se il pozzo dovrebbe essere più profondo, almeno ulteriori 30 mt. I pozzi etruschi venivano realizzati secondo un modello standard: di forma rettangolare (contrariamente a quelli rinascimentali che sono circolari) e dalle misure fisse 80x120cm.

Le dimensioni ridotte avevano molteplici aspetti positivi: permettevano una realizzazione più veloce, ed evitavano l’utilizzo di una scala per la discesa: con un geniale escamotage infatti, venivano utilizzate le pareti stesse: una serie di incavi a distanza regolare presenti su due pareti opposte, permettevano la discesa e la risalita puntando piedi e gomiti.

La seconda grotta visitabile ha una particolarità: è aperta verso la vallata. Nonostante la profondità, essendo scavata lungo il margine della rupe, ha aperture all’esterno che hanno permesso l’utilizzo a scopi di allevamento; tali grotte infatti erano utilizzate come colombai per l’allevamento dei piccioni, tuttora piatto tipico della cucina Orvietana e umbra in genere. Lunghe teorie di stanze costellate di nicchie, caratteristiche della parte di rupe volta a sud, al riparo dai venti freddi e quindi ideale per allevare gli animali. Ma come mai proprio i piccioni? Questi animali hanno molti “pregi”, come quello di essere molto prolifici, di essere in grado di procacciarsi il cibo da soli, e di tornare sempre al proprio nido… e anche di essere deliziosi!!! (mi dispiace per i vegetariani…)

L’ultima grotta, anche lei originariamente destinata all’allevamento dei piccioni, ci fa tornare improvvisamente con un salto al XX secolo: rimossi i colombari e scalpellinata una seduta lungo le pareti, fu destinata a rifugio antiaereo durante la Seconda Guerra Mondiale, essendo collegata con l’ospedale sovrastante. Tutte le grotte private comunque, in tempo di guerra furono utilizzate come rifugi antiaerei, anche se la città antica di Orvieto non fu mai oggetto di bombardamenti: l’obbiettivo sensibile era la stazione ferroviaria, che però si trovava a valle.

Un intenso viaggio breve ma lunghissimo quindi, dagli Etruschi alla Seconda Guerra Mondiale: cicli e ricicli, corsi e ricorsi, storia di una città e storie di quotidianità. Antiche come la nostra storia, eterne come la memoria.

in collaborazione con

www.umbriaecultura.it

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