KAMIKAZE, SHAHID E ΜΆΡΤΥΣ, MA CHE GUERRA E’?

kamikazeRIFLESSIONI

La guerra è senz’altro l’aspetto della umana convivenza più esecrabile, più crudele eppure la meno evitabile tra le sciagure che la possono interessare. Il surrogato della guerra (la politica) riesce in qualche caso a dilazionare, a posporre una soluzione conflittuale ma quasi mai riesce a stabilizzare definitivamente una dissidio umano.

Questo concetto che può sembrare paradossale, soprattutto nel nostro tempo, definito ampollosamente di pace, benessere, progresso e sviluppo, in realtà si sta evidenziando drammaticamente con un rigurgito di violenza efferata nell’ambito di un vero e proprio conflitto epocale tra civiltà, con risvolti religiosi, politici ed economici di portata planetaria per la complessità dei problemi che ne hanno costituito le premesse.

Un fenomeno tipico di questi frangenti riguarda i metodi di lotta che il mondo islamico ha introdotto o, per meglio dire, reintrodotto (perché sempre presente nel catalogo bellico) nella dinamica delle azioni di guerra: la consapevole e volontaria autodistruzione fisica del terrorista nell’intento di provocare il maggior danno possibile alla controparte (quasi sempre civili inermi e inconsapevoli). Il termine arabo che definisce tale comportamento è: shahīd (testimone della fede) e tale significato richiama alla mente quello della parola greca μάρτυς (testimone) da cui martire nella lingua italiana.

Per una curiosa ma anche misteriosa associazione semantica, i mass-media internazionali hanno sempre associato il comportamento di questi terroristi islamici autolesionisti a quello dei kamikaze nipponici (letteralmente: vento divino) che sul finire della seconda guerra mondiale si schiantavano con i loro caccia a corto di munizioni contro la flotta alleata. Non vorrei intrattenermi sulla correttezza di tale traduzione ma sul significato profondo che i nomi sottintendono. Non si può negare che tutti i termini in questione implichino una consapevolezza etica, una responsabile autodeterminazione esistenziale, una spinta religiosa ed emotiva notevole nel sacrificare la propria vita per una causa superiore, tuttavia occorre separare il martire cristiano che s’immola o si lascia immolare (passivamente) per non abiurare la propria fede o per difendere la vita e la fede di altri simili in pericolo di vita, da chi, imbottito di tritolo con un corredo supplementare di chiodi o frammenti di metallo, si conduce in mezzo alla folla ignara spesso in una chiesa o scuola e al grido di una sacra giaculatoria, si faccia esplodere seminando terrore, sangue e morte. I kamikaze nipponici si lanciavano contro i soldati nemici, ormai privi di munizioni, decidevano di immolarsi “extrema ratio” facendo del proprio aereo una ultima arma e comunque mai contro chiese o asili nido, senza illudersi per questo di meritarsi una qualunque ricompensa nell’eternità che non fosse il ricordo e la gloria di un popolo sconfitto ma valoroso e nobile. Si stenta, invece, a comprendere il presupposto strategico dello shahid se non come un’intenzionale azione luciferina, dal momento che il suicidio per qualunque motivazione compiuto non è giustificato dalla religione né dall’etica islamica. Si dirà che il “martire” musulmano, con quel gesto insensato, vuol ribadire la volontà di vendicare (quindi a scopo difensivo) il corrotto, l’impuro, il blasfemo occidentale a costo della propria vita, e che per ricompensa il Profeta lo accoglierà in Paradiso in compagnia di ogni sorta di delizie fisiche e morali. Non tutto il mondo islamico si colloca su questa linea fondamentalista ed è più propensa a ritenere che i versetti coranici più fortemente aggressivi nei confronti degli infedeli si riferissero alla dottrina islamica dei primi momenti. Verrebbero correlati quindi al periodo nascente della nuova religione e solo nei confronti delle popolazioni arabe politeiste, le quali avrebbero avversato il credo monoteista maomettano. Quale che sia la loro interpretazione, oggi i versetti coranici costituiscono un pretesto per dar sfogo ad una guerra santa, peraltro mai citata dal Corano in questi termini, che invece afferma con il termine Jihād di trattarsi di sforzo doveroso, gesta necessaria per raggiungere un obiettivo.

A noi occidentali, epigoni pavidi di una eredità secolare per ottenere la quale abbiamo molto sbagliato ma, molto di più, reagito con tono deciso alla strategia egemonica islamica, non resta che realisticamente catturare i mandanti di queste efferatezze che si stenta a chiamare belliche. Questi odierni Bin Laden se ne stanno al sicuro nei loro bunkers dorati a governare o regnare su una manovalanza istupidita da promesse profetiche manomesse per interessi personali. I conflitti religiosi non si possono comporre: mai! La storia non presenta un solo caso di contese teologiche risolte attorno ad un tavolo, per cui, occorre spendere poche energie per richieste aperturistiche in fatto di libertà di culto o pretendere reciprocità nei diritti umani, più proficuamente si tratta di pianificare strategie per punire i criminali macellai che sgozzano, decapitano, impiccano bruciano, lapidano senza apparente rimorso. E per questo ci sarebbe bisogno una vera Jihad (in senso etimologico) non solo occidentale, ma di tutti i popoli di buona volontà e forse quando il petrolio di esaurirà … chissà?

Massimo Capacciola

 

Tag: , , , , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: