Nuova Società: Liberi o libri

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Questo libro aspetta un lettore, ma  arriverà il lettore?

Gli Italiani, popolo di eroi, santi e navigatori, non sono un popolo di lettori: questo si deduce dalle inesorabili statistiche che annualmente vengono pubblicate e che, evidentemente per non smentirci, nessuno legge. Sicuramente siamo più scrittori che lettori e nonostante la nostra letteratura abbia donato al mondo un patrimonio di cultura e di sapienza  attraverso opere immortali, quel che resta nella memoria e nella immaginazione delle nuove generazioni degli Italiani è desolante e gli Umbri non fanno eccezione!

Solo il 40% della popolazione legge libri; quasi una famiglia su dieci non possiede alcun libro; il 60% di esse ne possiede meno di cento; solo il 35% dei maschi hanno letto almeno un libro quest’anno; le femmine ( 48%) leggono più dei maschi (34%). Basta cifre, perché i numeri sono impietosi ma non dicono tutto. Le cause sono numerose anche se non tutte spiegano fino il fondo il sottile ed inconscio gusto autolesionistico che sottende la mancanza della lettura in un popolo che per tradizione ha coltivato le arti, la saggezza, la passione per la conoscenza, la necessità di civilizzare, il gusto per la bellezza. Come si può pretendere di ereditare un tale patrimonio culturale se non si sanno mettere insieme due parole per esprimere un concetto o almeno un abbozzo di idea? Questo è il punto: chi non legge non sa parlare o meglio non sa pensare e correttamente esporre un pensiero. Di volta in volta si argomenta che le cause vanno ricercate nella famiglia priva ormai del dovere di educare ma solo di allevare e nutrire, nei modelli educativi scolastici troppo sbilanciati verso il settore informatico ed attività pratiche, nelle nuove tecnologie che privilegiano l’immagine visiva. Tutto vero ma non è sufficiente a spiegare la bibliofobia da cui siamo affetti. Più importanti sono invece le caratteristiche fondamentali dell’indole umana di noi italiani, propensi cioè alla pigrizia indolente, al gusto soffice dell’apparire, al vezzo estetico per il particolare, per l’istante, per il relativo, al molle riposo del disimpegno, al mito dell’elegante “passare il tempo” inteso come abbandonarsi alla santa ignoranza. In fondo la televisione ha rubato a tutti la fatica di formulare un pensiero, un’opinione, come dire che il conformismo e la mediocrità ci riparano dallo sforzo di esporre pareri o idee rischiose e “scorrette”. Leggere, si pensa, fa perdere tempo, immobilizza il corpo e assorbe la mente dentro la pagina: molto meglio smanettare, in un linguaggio sgrammaticato, sintetico, frasi di circostanza, brevi imprecazioni, ottuse richieste erotiche, avvilenti e banali comunicazioni adolescenziali con il rischio di esporsi a ricatti, pressioni psicologiche ed indiscrete intromissioni nell’incerto mondo di ragazzi che si fingono autonomi e disinvolti (quando protetti dal branco) in realtà muti e disorientati se isolati.  Si pensa incautamente che svincolandosi dall’impegno del leggere ci si senta più liberi di autodeterminarsi, di sviluppare autonomamente la propria individualità.Tutti i ragazzi si illudono di poter vivere senza un progetto di vita, priva cioè di una filosofia esistenziale, senza responsabilità. La lettura sviluppa la formulazione di pensieri definiti, originali, la vera indipendenza di giudizio (che comunque sarà sempre influenzata da fattori potenti e suggestivi come i mass-media, ad esempio): il libro non istruisce, ma interroga! Cari vecchi lettori di libri, ci rimbrottano i nostri “bamboccioni”, i libri veri, quelli autentici sono le icone di questa nostra società digitale, contenuta nel palmo della mano, liquida, informe finché si vuole, voi dite corrosiva ed alienante! Beh, per noi ragazzi del XXI secolo, sono invece i veri modelli di vita : la vita è l’immagine che colpisce, che abbaglia, che irretisce e che vogliamo imitare nei nostri comportamenti, nei modi di dire, di vestire. Purtroppo la vita insegna che sarà necessario imparare a leggere al pari di respirare, mangiare e dormire; leggere per poter pensare, leggere per sentirsi liberi, leggere libri per non essere costretti a leggere i fondi di caffè.

Massimo Capacciola

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