Referendum…Indigniamoci! (Ma senza esagerare, dai…)

“Vidi lo Spirito del Popolo a dorso di somaro”

dadi

Italia, ce la giochiamo a dadi?

Hegel non mi avrebbe mai perdonato tanta impudenza: senza troppo sforzo lo vedo chiaramente con il mio libretto universitario in mano, appena finita l’interrogazione dell’ultimo esame. Siede assiso sul suo trono di docente, giudice implacabile, circondato dalla sua corte …di cherubini? Macché …di assistenti, e finalmente esclama:

“Esame da trenta, anzi trenta e lode, ma non posso perdonarle la parafrasi satirica di una mia massima come sottotitolo di un suo articolo: lo Spirito del Popolo a dorso di mulo, ma chi si crede di essere? Mi ritengo accademicamente offeso e pertanto in diritto di invitarla a ripresentarsi alla prossima sessione.”

Ride la schiera di cherubini e/o assistenti, anzi no, non ride: bofonchia una sorta di colto assenso, un angelico storcere di nasi, tutti fissano di nuovo il professore, brillano le lenti spesse degli occhiali e già la coda del Minotauro (scusate, del professore) si avvolge in un numero di anelli, uno per ogni volta che dovrò ripetere l’esame.

“No, professore mi lasci spiegare, c’è una ragione…”

Mi sveglio, non sono uno studente di filosofia, Hegel non è un barone universitario e non insegna in Italia. Ma la realtà non è meno grottesca: accendo il cellulare, apprendo da facebook che il quorum del referendum non si è raggiunto.

La notizia in se  non è una doccia fredda: è solo una notizia virtuale, sepolta da statistiche, improperi, accuse, chiasso, suonar di fanfare; una valanga di slogan populisti a buon mercato si riversa da un profilo, un opinionista radical-chic tenta di porsi come argine e difende il suo diritto all’indignazione e alla contestazione, come? S’indigna di più, ma con eleganza ed una padronanza dell’ italiano, dell’italianorum, che costringe gli analfabeti (funzionali, di ritorno e di ogni altra categoria possibile) a trascorrere ore su dizionari ed enciclopedie: bel colpo, rispondente a ciò che ci si aspetta dalla sua figura di opinionista da occasione, da intellettuale annoiato e senza gloria. Nel frattempo tutti riscoprono la bellezza poetica, virgiliana, della nostra tradizione pastorale: ecco che il social si trasforma in un ovile impazzito, caproni saltano di commento in commento e ci si contende il titolo di pastore. Ognuno ha una sua visione dell’essere pastore, comprovata da citazioni decontestualizzate, da articoli di legge, da studi filosofici, politologici, sociologici; sostenuta da esempi storici incontrovertibili e riccamente testimoniati da amici, parenti, amici di parenti: chi mette l’accento sull’importanza dei cani da guardia e invoca la repressione e il pugno di ferro: chi ci tiene a sottolineare quanto invece sia importante l’impegno istituzionale nell’ottica di un’acquisizione di consapevolezza civica da parte del pecorume, chi se la prende con varie gerarchie di pastori: in particolare con quelli che senza il consenso ne  di cani, ne di pastori di livello più basso, ne di pecore, decide come mandare avanti la Fattoria degli Italianimali.

LArmata-Brancaleone-300x300In questo paesaggio di disperazione, non mancano gli animi nobili: prodi, valorosi, combattivi urlatori a dorso di somaro, anzi di somari, caricano a lancia diritta contro le trivelle, moderni mulini a vento, ma i somari hanno paura, li sbalzano di sella e questi cadono uno sull’altro. In questo cozzare di armi e armature riempite di una poltiglia che mal compone il cervello di un uomo pensante, una volontà d’azione prende forme. ” Se non possiamo abbattere le trivelle, allora abbatteremo la legge sui referendum, decide chi vota”.

“Sire, di grazia, come intendete fare?”

“…Ci indigniamo!”

risponde con un urlo e un eroico vaff*. Il pubblico è in estasi, standing ovation, cala il sipario.

Sono nella mia stanza di studente, in Inghilterra, guardo dalla finestra: il mio paese è così lontano. –Su, non ci pensare- mi dico, -torna a studiare, in Italia ci andrai in vacanza, in fondo che ti importa? -. E’ così, dobbiamo ammetterlo, ce l’abbiamo dentro quel “cosa ti importa”, lo sento affiorare ai margini della disillusione e mi sento a casa, sento quel “chi se ne frega” liberatore e mi sento così dannatamente italiano.

Continuo a prendermi in giro: mi dico che sono figlio di una grande cultura, a volte ci credo. I miei amici stranieri, tutti vogliono visitare l’Italia, lo sento dire spesso, i miei occhi si accendono un attimo: “Andate, è bello, bellissimo il mio Paese”. Qualcuno mi fa vergognare un po’: si lamenta della guida, dei servizi, impreca sui musei chiusi e tenuti male. “Beh, dai, capita ovunque”,  lo so che sto mentendo. Continuo a dire che l’Italia merita di esser vista, un gran posto per passare le vacanze, una grande storia da raccontare. Un paese montato sul passato, passato che qualcuno contesta pure, un popolo che non è mai esistito: proprio perché non è mai cominciato, adesso stenta a finire. Questo paese agonizza beatamente, un feto abortito di popolo che tira a campare. Del resto è quello che abbiamo sempre fatto.

Ora, questo scritto può fare  ridere, un po’ è amaro: si parla di tutto e di tutti senza parlare di nulla e di nessuno. E’ cosi che ci piace, no? Quanta carne sul fuoco mette un articolo cosi ? C’è abbastanza materiale per scannarci un po’ su facebook, mi si può attaccare brutalmente, accusare la mia generazione venuta su senza ideali e senza rispetto.

A volte mi sento in colpa, “Perché  me ne sono andato? Non potevo fare qualcosa di buono la, nel mio paese?”

Ma che volete farci, Je suis Schettino, lo siamo un po’ tutti, no? Anche lui ha la sua parte nel nostro Spirito di Popolo.

Mi sembra di guardare il mio paese affondare, o bruciare lentamente, con le sue chiese e gli attici dei cardinali. Uno scheletro vuoto, una Terra Desolata. Siamo l’Impero alla fine della Decadenza, componiamo commenti su facebook in uno stile che non è nemmeno dorato (si salverebbe almeno la grammatica) e ci indigniamo, ma senza esagerare, non ne vale la pena.

Alfio Fabio La Rosa – Università di Lancaster

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