Società: “SPIRITO DEL POPOLO” NON SIGNIFICA ALCOOL PER TUTTI

Sentirsi italiano o, per meglio dire, essere italiano, non è semplice oggi. Forse nell’epoca rinascimentale avrebbe potuto essere un motivo di vanto ed orgoglio, ma a quel tempo l’Italia, come forma politicamente compiuta, non esisteva ancora.

la pietà di michelangelo buonarroti

La Pietà di Michelangelo Buonarroti

La tradizione di un passato glorioso, talora persino ingombrante nella sua nostalgica persistenza, l’oggettiva sensibilità per la bellezza formale come riflesso divino, la consapevolezza cosciente di non poter più essere degni del nostro passato che non passa, la presenza costante e pressante di un centro religioso pervadente ed invadente, ma anche irrinunciabile, hanno forgiato le caratteristiche sostanziali di un popolo (?) che stenta a sentirsi tale ma che non per questo si dimette dal consesso delle genti. Una sorta di cortesia intellettuale ci porta a preferire la parola ambigua “gente” al posto della più significativa “popolo”, per definire la nostra appartenenza ad una terra che, questo sì, sentiamo di abitare per diritto divino.

Mi domando se sia possibile appartenere ad uno stesso luogo senza manifestare il medesimo sentimento di relazione, di mutua dipendenza dalla terra in cui nasciamo? Sembriamo preda di una strana malinconia quando discutiamo dei caratteri costitutivi dell’humus italico; si appare come assenti al solo pensiero di un impegno comune, condiviso; campioni nel desiderare ciò che non si possiede, diveniamo umilianti denigratori di quel che siamo. Preferiamo l’appagante banalità dell’abitudine alla rischiosa incertezza dell’avventura che esplora.

Eppure abbiamo insegnato l’arte di vivere a mezzo mondo mentre l’altra metà brucava e strisciava. Abbiamo perduto la ricetta per distinguere la differenza tra un intelligente imbecille, quale eravamo ed un imbecille intelligente, quale siamo diventati, ciò non di meno sussultiamo offesi al solo sentirci rivolgere critiche da sociologi prestigiosi. Seppure conosciamo bene i nostri difetti, non ci gratifica per nulla scoprire di possedere virtù nascoste: il nostro secondo nome sembra essere “Contraddizione”.

Una massima del pensiero scolastico enunciava che  “contradictio est regula veri, non contradictio falsi” come a dire che le argomentazioni servono a confutare non a provare. Credo che la nostra complicata e contorta espressività sia indizio di civiltà assorbita e ben custodita nel DNA costitutivo dello spirito del nostro “popolo”, infatti diffidiamo delle nostre idee quel tanto che basta per non affidarci a quelle altrui. Sono certo, quindi, che pur nella litigiosa intransigenza di chi sostiene la propria indifferenza alle necessità dell’altro (sembra contare solo la nostra famiglia), pur nell’esasperato “menefreghismo” qualunquista che induce all’astensionismo elettorale, pur nella “rassegnata” rassegnazione alla corruttibilità della politica, l’italiano potrà certamente apparire egoista, cinico, distratto e disilluso, ma al fondo delle nostre contraddizioni, a diretto contatto con le nostre realtà spirituali, abbiamo sedimentato un pensiero vigoroso.

Allora un superficiale giudizio di irresponsabilità “italiana” nella comprensione della realtà moderna, frainteso per un mero interesse personale, non scalfisce la nostra considerazione, il nostro credo, la nostra speranza nell’uomo: il vero Umanesimo si costruisce sulla consapevolezza delle insufficienze umane.

MASSIMO CAPACCIOLA

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