Nuova Società: LA FAVOLA DELLA MORALE

bambinoChi avrebbe mai pensato che nell’odierno Giappone, ci fossero fitti ed inesplorati boschi, luoghi remoti ed isolati entro cui perdersi? Beh! Un paio di genitori moderni, nient’affatto misericordiosi né votati alla passività pedagogica, quelli che …
Tanto la strada li educa prima della famiglia, hanno volutamente abbandonato il loro figlio di sette anni, a scopo educativo, proprio in una fitta boscaglia isolata ed isolata.

La colpa?
Aver lanciato sassi alle auto in corsa. Purtroppo il bosco non è solo il palcoscenico delle favole per bambini (Biancaneve, la bella addormentata, Hansel e Gretel, ecc.)  è anche un antro selvaggio, metafora della cruda realtà. Il bosco è anche il simbolo della solitudine, dell’abbandono; del mostro, della paura, di mondi sconosciuti e disumanizzati. Forse le favole hanno tutte un’ambientazione silvestre per alimentare nei bambini il loro immaginato senso di smarrimento e quindi di protezione, di perdite e di riconquista, forse di colpa e di perdono.
In questo caso tuttavia sembra non solo eccessiva come punizione fisica e corporale, ma anche come “pistolotto” morale appare una decisione sconsiderata: nessuna favola si conclude con la morte della smarrito, proprio perché la punizione deve rammendare uno strappo al vissuto interiore, all’istintività fanciullesca in questo caso è non lacerare ancor di più. Non tutto è concesso nell’ambito della pedagogia genitoriale: la favola suprema è nascere come figlio è crescere dentro un comodo e sicuro riparo, all’ombra di una casa in trepida attesa e, ancor di più, all’interno di un progetto educativo di una persona “altra”‘ figlio certamente, ma affidato e non comprato, dipendente ma anche autonomo.
Probabilmente ci troviamo di fronte ad un inconsapevole esperimento formativo paradossale, in genitori semplicemente esasperati da un’eccessiva vivacità fanciullesca: non sapremo mai. Il problema a questo punto, però , non sta nel figlio punito quanto nei genitori, più giudici che educatori, più carcerieri che custodi. Sopraffatti forse da un ritmo ingovernabile del rapporto genitoriale, dall’incomunicabilità relazionale, endemica nelle società evolute e da precise e personali sofferenze di questa famiglia: proprio questa famiglia (l’operato della quale non si è autorizzati a biasimare né a giustificare, lasciamo questo ingrato compito a qualche sguaiato talk show  pomeridiano)  si ritrova adesso, vista la felice conclusione della vicenda e al netto dei torti e ragioni, con un eccesso di richieste di perdono.
Infatti tutti gli autori della vicenda sono costretti, adesso, a chiedere scusa. Tutti colpevoli, tutti giudicati, tutti umiliati: genitori, figlio, pedagoghi, sociologi, intellettuali in maglione, mass-media della lacrima ed istituzioni con il risultato di non avere una morale da confezionare per questa lugubre favola, che favola non è. Sorge il sospetto che la morale di ogni favola consista nel finirla una buona volta  con la favola della…morale.
MASSIMO CAPACCIOLA

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