SOCIETA’: SAGRA, MA COSA E’ MAI COSTEI ?

“Fate questo in memoria di me”   – Lc, 22,19

sagraL’Italia è il paese del sole, del mare, è il paese della bellezza, di poeti, santi e navigatori e degli ottomila comuni, ma è anche il paese delle “sagre”. E’ il posto, unico al mondo, dove tutto rappresenta un pretesto per festeggiare, glorificare, insomma fare baldoria seppur in nome di un sentimento di ringraziamento, di solidarietà. In origine, come si immagina, si tendeva a ringraziare gli dei (e poi l’unico Dio) per una grazia concessa, un felice raccolto, una stagione clemente e florida. In epoca contemporanea, sparito del tutto il concetto di riconoscenza a Dio o forse sparito il concetto stesso di Dio (sagra deriva da sacrum = sacro), è sopravvissuto, manco a dirlo, il senso della festa intesa in senso godereccio e strapaesano, in virtù della quale si organizzano appuntamenti ed eventi che poco o nulla hanno di religioso o solo commemorativo. Preso il sopravvento l’aspetto ludico e carnascialesco della ricorrenza, ci è dato di assistere ormai ad un festival di appuntamenti improbabili e talvolta improponibili, sotto l’egida delle pro-loco comunali, quando non delle parrocchie stesse, che, abbandonate e deserte durante le funzioni liturgiche dell’anno, tornano a popolarsi in occasione di ritrovi festaioli in onore del santo protettore locale. Sagra della trippa, della castagna, dello spaghetto, della lumaca, del fagiolo, della cotoletta, del carciofo; festa di santa Filomena con gara di briscola e torneo di bocce serale, e via di questo passo. La festosa partecipazione di intere famiglie alla degustazione delle specialità culinarie sembra sostituire la presenza attiva alla liturgia religiosa e così facendo, costringiamo una volta tanto, la coscienza a seguirci, piuttosto che il contrario. Intendiamoci: nulla di vietato o di illecito in tutto questo. Talvolta piccoli centri, lontani da flussi turistici intensi, altro mezzo non hanno per attrarre ospiti, diversamente curiosi di avvenimenti antropologici e culinari, piuttosto che di eventi spirituali o cultural-ecologici. E’ naturale scambiare il senso religioso o solo la spiritualità umana con una verniciata di festosa allegria: ciò diluisce il senso di solitudine e confonde la nostra responsabilità, proprio come uno spaventapasseri sul campo appena seminato. E’ solo che, queste occasioni costituiscono uno spreco di tempo per sé  e per la propria famiglia, per meditare e pregare per l’incerta vita che ci attende. Ci può essere la tentazione di sostituire la processione-passerella con il pesante fardello della statua del “tale santo” sulla schiena, (con tanto di inchino al boss locale) con una sana penitenza sacramentale, o confondere la sarabanda dei giochi pirotecnici notturni (a migliaia di euro) a conclusione della sagra baldoria, con una vera meditazione sul significato della festività. Difficile scegliere quando la via della serietà, della profondità si presenta stretta e tortuosa; è più facile lasciarsi stordire dall’allegria, dagli odori, dai sapori, dalla finta presenza di tutti quanti, quando ci si sente soli ed inutili, in un realtà soffocata dalla nostra ansia: in fondo, come dice il detto popolare… una volta tanto è lecito impazzire! Resto dell’idea che la festa, sagra, commemorazione che sia, è ciò che l’umanità considera vero, nobile e buono; se questo scompare o diventa baldoria vuol dire che la storia, la nostra storia scompare o si trasforma in ciò che non è più vero, nobile e buono.

MASSIMO CAPACCIOLA

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