LA MIA STILOGRAFICA E’ QUASI UNA SIGNORA

montNon riesco a scrivere in digitale, figurarsi che a malapena riuscivo ad utilizzare la Lettera 33, o meglio, non ho mai voluto sostituire la mia confidente preferita con questi prodotti per scrivere.
Battere tasti e sfidare “display a led” per ore, comprese tutte le comodità di un OpenOffice,
cancellare idee nate storte e scrivere da capo senza patemi né consumare risme di carta finissima, somiglia ad uno stanco pittore scolorito che si regala un’oscena Polaroid.

Ci si può affezionare ad un  oggetto, cavo, puntuto, nero come il sangue che le scorre dentro? Più che affezionarsi, ci si affida come si farebbe con un tronco di legno sbattuto dalla corrente mentre sono travolto da un fiume di pensieri insoddisfatti. Il lento scivolare della punta dorata sulla fine grana di un foglio intonso dà senso ad un compito, spesso intrapreso senza progetto. La prima esigenza dello scrivere è, infatti lo scrivere; qualunque idea come una mosca solitaria penetrata nella stanza silenziosa, sollecita e pretende attenzione e seguito. La mia Mont Blanc, come un segugio ostinato e penetrante, si mette
in scia e traccia itinerari segreti. Solo lei possiede la mappa dei miei percorsi: un robot non
potrebbe, un automa è un preciso, instancabile, ordinato e stupido meccanismo, per di più, senza cuore. Scrivere non è semplicemente come far di conto: la mia M.B. non conosce i numeri, non li frequenta; lei ambisce ai sospiri e alle rime, promette l’infinito e rende popolato ogni freddo pomeriggio di solitudine. Provate voi a desiderare il sole a mezzanotte o un rosso orizzonte al tramonto con un Hewlett-Packard nero satinato! Lo scrittore non è mai solo con se stesso, ma per simpatia si attacca alla propria stilo e per suo tramite, entra in relazione con altri: quelli che l’hanno impugnata per brevi istanti, chi l’ha assemblata, chi l’ha venduta, chi l’ha desiderata ma non comprata. La mia M.B. conosce tutte le parole che sono state dette ed anche quelle che furono
cancellate, quelle che devono ancora essere inventate e perfino quelle che nessuno sa più
pronunciare o non osa ricordare. La sua corsa scivola via decisa e riporta parole antiche e nuove come quelle di un vecchio che mai diventò adulto. Vera compagna e vero baluardo contro gli sghignazzi del tedio, non la impugno solo per lavoro, me ne servo anche solo per vezzo, la brandisco con compiacimento quasi per intimorire, per avvisare che il segno è potente e che la grafia d’inchiostro è il simbolo di chi scrive comunque, anche quando non c’è nulla da scrivere.
Scrive dappertutto e lascia la sua impronta nitida ovunque: carta, tela, foglie, muri, pietre, meno che sulla sabbia. La sabbia è mendace; è infida la sabbia, non per la fastidiosa risacca quanto per quel suo sbriciolarsi amaro che nulla trattiene, la stilo rifiuta la riva del mare dove si deve leggere in fretta. Alla stilo occorre tempo, non incalza né si sbriga, la parola deve uscire netta, liscia, senza incertezza, la parola scritta “a stilo” frena lo svogliato lettore e ne infiacchisce la malavoglia a sbrigarsi. Ecco dunque un ultimo desiderio, un lascito lieve a futura memoria, un consiglio più che un’estrema volontà: nell’ultimo giorno, quando vecchio e cieco non vedrò più il margine né il rigo ma solo il candore di un foglio pulito, seppellitemi con lei, seppellitemi in lei!
MASSIMO CAPACCIOLA
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