LA SACRALITA’ del “GRANDALBERO”

“La natura, contrariamente all’uomo,
non accumula problemi ma soluzioni”.
ulivo
In una posizione sghemba, rispetto all’ampia superficie della finestra del mio studio, proprio in corrispondenza della parte inferiore del mio campo visivo, fa bella mostra di sè un olivo smisurato.
Non si offre spontaneamente alla mia vista in quanto uno sciagurato esito edilizio ha ridotto le dimensioni della finestra che, per non rubare spazio utile alla parete della stanza, ha finito per penalizzare la comoda ed agevole visione diretta. E’ importante per me osservare quest’ulivo, perché è piantato proprio lì; non un metro più distante, nè scostato dietro un angolo, ma al limite inferiore della finestra, tant’è che devo sporgermi sulla sedia in avanti per vederne la robusta chioma. Ho detto “piantato” ma credo che nessuno l’abbia mai piantato in quanto, al tempo in cui il germoglio spuntava dal terreno l’umanità fosse ancora in fasce, dentro grotte umide, intenta a solo a difendersi.

L’ulivo è affare di semidei, ai primordi del tempo, l’ulivo come marcatempo del destino, sentinella degli Inferi, godimento per elfi e troll. Grandalbero non opprime nè distrae con la sua presenza, neanche stimola la mia curiosità con richieste indebite ad osservarlo di continuo, l’albero sta semplicemente immobile e distratto, assorto nella propria meditazione vegetale e tuttavia quella presenza, lì nell’angolo inferiore della finestra, mi turba. La sua massa imponente, presumo plurisecolare, suggerisce ed incute un rispetto raro; non riesco ad individuare, per quanti sforzi  faccia, un giusto modo di memorizzarne la forma. Non ne traggo di certo ispirazione, ma nonostante quel verde pallido, ostinatamente perseverante, quelle piccole foglie, pennellate con pazienza da
un’impressionista esperto, s’impongono con prepotenza alla mia attenzione: quando l’ispirazione s’arresta e per brevi attimi, sollevo lo sguardo dal foglio per puntarlo in alto sulla parete di fronte, è in quegli istanti di pausa meditativa, che lui s’intromette, immobile, impassibile, eterno. Allora non posso fare a meno di guardarlo, lì nell’angolo inferiore della finestra, ad un metro dal mio cuore.
Talvolta incute paura, ma forse dipende dal mio stato d’animo, anche se confesso, non sempre ricordo che è un essere vivente, che è un testimone ineliminabile di vicende umane remote, e, si sa, il passato di ognuno è frutto di inquietudine, di una malinconia grigia che sconfina nel mistero. Ah, potesse parlare! Quel tronco possente, sguaiato, vezzosamente rugoso, tortuoso come i miei pensieri, ostenta le sue nodosità con una sonnolenta indolenza che pare si accinga ad una dichiarazione di estraneità dal tempo e dallo spazio.
Quell’ulivo credo abbia deciso di morire, non  già perché stanco di vivere o sazio di fare frutto, di segnar stagioni o di non perder mai foglie;  semplicemente credo che abbia in uggia questo tempo. L’essere, un albero così come un filo d’erba,  un uccello o un bambino, è avvezzo alla cadenza certa della natura e l’incostanza, l’imprevisto lo
disorienta. Quell’olivo vuole morire perché satollo di questo tempo futile, fatto solo di domande e forse anche del mio sguardo ossessivo. Grandalbero lo chiamo con scarsa originalità, ma questo  nome mi rassicura e mi ricorda la sua diversità. Non è un vegetale da compagnia, non spande olezzi inebrianti d’intorno e neppure consente un fresco riparo sotto le sue incerte ombrosità. L’ulivo è avvezzo a frequentare declivi assolati, con terreni rocciosi e scoscesi; insieme a dozzine di suoi simili rivela e definisce il suo ruolo attorno ad un mulino, è una pianta da lavoro, non è di molta compagnia. Aborre narrare storie ed è incapace di mentire, l’ulivo è rude e quindi sarcastico, la sua legna dura, deforme, sugosa mal si adatta ad essere arsa con soddisfazione. E’ piuttosto adatta agli strumenti musicali! Grandalbero vuole morire per divenire un flauto magico, trasformarsi in musica: unico rimedio contro il tedio.
MASSIMO CAPACCIOLA

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