FELICITÀ? NO, GRAZIE!

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Massimo Capacciola

Non so da cosa sia stato ispirato quest’oggi, ma vorrei sottoporvi una semplice domanda: voi siete felici?

Forse il periodo storico attuale, con gli episodi crudeli di terrorismo islamico, esplosi nel mezzo di una crisi economica e finanziaria mondiale, con la pressante urgenza di un’ondata di incontenibile immigrazione, quasi certamente ineliminabile e difficilmente gestibile, e l’esplodere di un populismo xenofobo ed isolazionista, con il risvegliarsi di antiche paure del nemico alle porte, questo periodo, dicevo, si presta a riflessioni ed esternazioni “alla buona” sulla qualità della vita che stiamo attualmente sperimentando.

Il nostro senso della percezione della realtà sembra aumentare in senso peggiorativo; un diffuso atteggiamento emotivo, istintivo ed astratto ci impone di separare i buoni dai cattivi ed affibbiamo solo a quest’ultimi la patente di malvagità e la responsabilità di quanto accade. I fautori del mercato globale, i mercanti d’armi, le multinazionali, gli omofobi d’ogni tendenza politica e via di questo passo, rappresentano, a nostro dire, il lato demoniaco del potere che stende la propria influenza sulle nostre fragili esistenze.

Ma siamo sicuri che sia così?

Mentre focolai di guerre locali esplodono come fetide pustole sopra il corpo martoriato dell’umanità, emerge una reazione massificata di un umanitarismo filantropico, vagamente religioso che ci illude di essere “sani” e di fare il nostro dovere. La realtà è purtroppo amara: non sappiamo essere felici perché questa condizione presuppone la consapevolezza di avere una anima, di non confinare la fede nel privato, di non separare l’etica dalla politica, di credere nell’ordine naturale delle cose, di avere il senso del futuro, di non credere nel destino.

Siamo come dei viandanti dispersi in una terra fertile che ci ostiniamo a considerare arida. Siamo scintille momentanee di un ottimismo di maniera, brevi sussulti di gioia, frutto di una novità inattesa ma non di una presenza certa. I giovani sono le vittime preferite di questa carestia “da benessere”; nel riporre fiducia negli oggetti, nella tecnica, nelle soluzioni immediate, nella persistenza dei rumori, i nostri figli consumano freneticamente se stessi.

La felicità non è un lusso ed è necessaria per vivere, è solo che la stiamo cercando nel posto sbagliato, nel modo sbagliato. La felicità non è un diritto e niente ci autorizza a reclamarne il possesso soprattutto restando privi di vita interiore.

Infatti la felicità si trova dentro di noi, cova come un seme sospeso, immobile ma non inerte. Come a tutti i semi, occorre un pretesto per risvegliarsi, a volte un banale accidente dello spirito, un sussulto improvviso dell’autostima, un affioramento evidente di una realtà invisibile. Quando questo accade la felicità cessa di girovagare nel mondo delle favole e risulta di colpo afferrabile e godibile e si esprime essenzialmente con il desiderio di essere qui: di essere in questo luogo, in questo secolo, in questo mondo. Dura attimi, d’accordo, perché noi siamo incostanti, non duriamo a lungo negli stati di grazia, siamo infedeli anche verso noi stessi: resta comunque la percezione di un altrove, dentro di noi, che riempie la nostra vita e ci ricorda che il contrario della felicità è la paura di morire.

MASSIMO CAPACCIOLA

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