Raffaele Licinio, uno e tanti, e per questo unico

raffaele licinio

Raffaele Licinio

Raffaele Licinio era uno storico e professore di eccezionale valore, intelligente, brillante,
spiritoso, ironico, raffinato, amatissimo dai suoi studenti, dotato di un rigore fuori dal
comune nella ricerca delle fonti che gli ha consentito di “cancellare – come giustamente
afferma Loris Castriota Skanderbegh – con interventi severi, ma il più delle volte con inimitabile humour, luoghi comuni, errori clamorosi, inaccettabili preconcetti sul Medioevo, e soprattutto le tante sciocchezze che si dicono e scrivono sulla storia della Puglia di quei secoli”.
“Era un uomo – afferma Pasquale Cordasco, Direttore del Centro Studi Normanno Svevi
dell’Università di Bari – a cui la natura aveva donato doti non comuni, straordinariamente comunicativo, instancabile promotore di cultura, animatore di iniziative, uomo politico appassionato, fantastico catalizzatore di affetti e di amicizie”.
“Raffaele Licinio – incalza Cordasco – era un vero caleidoscopio di umanità, pieno di
sorprendenti interessi e di entusiasmi sempre rinnovati, un irresistibile trascinatore,
grazie alla sua eccezionale capacità di raccogliere intorno a sé affetti ed amicizie.
Il tempo trascorso insieme a lui scorreva veloce per la sua conversazione mai banale,
continuamente ravvivata dalla sua fine ironia, lieve e piacevole come la brezza estiva.
Ha sempre operato per la diffusione di una conoscenza della storia seria e documentata,
ma accessibile a tutti.
Intorno a lui è stato un continuo fiorire di gruppi di studio, seminari, laboratori,
pubblicazioni, corsi, incontri periodici con autori ed esperti incentrati anche su temi
inconsueti come, ad esempio, il rapporto tra il cinema ed il medioevo.
Negli ultimi anni la sua assidua presenza su Facebook  gli ha consentito di ampliare la rete delle amicizie e conoscenze e di intervenire con l’ inconfondibile suo piglio su questioni politiche, su fatti di costume e soprattutto in favore della correttezza dell’informazione storica facendolo diventare un opinion leader preciso ed inconfutabile”.
Insomma un magnifico professore, uno dei migliori medievisti mondiali, un coinvolgente, un innovatore, che insegnava la storia medievale, ma soprattutto le fonti, allontanando e sconfiggendo il pregiudizio e qualsiasi idea calata o imposta dall’alto, aprendo la mente e  donando il pensiero, la riflessione, l’emozione, insegnando che la storia è impegno civile e sociale e che la storia è storia e non racconto di fantasia utile solo alla “macdonaldizzazione” della stessa e in questo caso del Medioevo.

“La scomparsa di Raffaele Licinio – aggiunge il collega Enzo Robles – riporta alla mente la vita, il fervore culturale della Facoltà di Lettere della Università di Bari dagli anni ’70 in poi, che ha visto Licinio uno dei rappresentanti di quella scuola di pensiero e di studi medievali, iniziata da Gabriele Pepe e continuata da Giosuè Musca. Una vera scuola che ha educato giovani come Licinio, Franco Porsia, Franco Magistrale, Antonio Brusa ed altri ad una ricerca continua che fosse unica fonte per la didattica e unico obiettivo per la crescita culturale dell’intero Mezzogiorno”.

“E sottolineo – conclude Robles – che se è vero come è vero che l’humanitas è stata
l’unica e vera religione del Licinio, questa stessa è stata la vera cifra di quella che senz’altro fu la vita culturale del settore storico della Facoltà di Lettere di quegli anni: una scuola che certamente non potrà finire con l’involontario silenzio umano di molti dei suoi protagonisti”.
Ironia e umanità, affabilità e scherzo.
Le parole chiave del carattere liciniano, le parole che ti facevano innamorare dell’uomo,
dello storico e ti trasmettevano passione e voglia di camminare a braccetto con lui o mano nella mano, per capire le sue emozioni.

E  su questo e non solo,  non ho potuto non ascoltare Gabriella Piccinni,
professore ordinario di Storia Medievale dell’Università di Siena, che ho conosciuto a
Foggia presso l’Auditorium di Santa Chiara, nel maggio scorso, in occasione della
presentazione del libro “Apprendere ciò che vive” dedicato da Victor Rivera Magos e
Francesco Violante a Raffaele Licinio.

“Pare – dice Gabriella Piccinni – che fossimo nati lo stesso giorno, un 28 di gennaio.
Un 28, come Mila, Arcangelo, Laura, moglie e figli. Dico pare, perché Raffaele raccontava
tante storielle sulla sua data di nascita, storie di registrazioni tardive e non so che altro.
Pare, comunque, che fossimo nati lo stesso giorno, e io facevo finta di attribuire a questo
dato astrale la grande intesa che abbiamo avuto per più di venti anni. Siamo stati colleghi, siamo stati amici, cosa non sempre facile nel mondo accademico italiano, e dunque preziosissima.

Ci conoscevamo, all’inizio, un po’ alla lontana, dalle letture incrociate, soprattutto per il
nostro amore per la storia agraria e complice la mediazione scientifica di Giovanni
Cherubini, mio maestro, ma che anche Raffaele stimava tanto, ampiamente ricambiato.
Una volta mi raccontò di essere particolarmente grato al Giovanni Cherubini perché, in
uno di quei momenti di sconforto che l’Università regala a piene mani a quasi tutti gli
studiosi, era stato lui a incoraggiarlo ad andare avanti, dopo avergli fatto notare quanto
fossero allora rare le sintesi a scala regionale sulla storia delle campagne italiane come
quelle che Raffaele aveva dato alle stampe”.

“Raffaele Licinio è stato senza ombra di dubbio un innovatore della storiografia sul
Mezzogiorno – sottolinea con grande fermezza la Piccinni – raccontando di uomini che
entravano di prepotenza nella storia intervenendo nella complessa geografia dei luoghi,
facendo le istituzioni, modificando i paesaggi. Uomini, terre e lavoro sono le tre parole
nelle quali è concentrato tutto intero il suo modo di concepire la storia. Un modo che
abbiamo condiviso fin dagli anni, bellissimi, del Laboratorio internazionale di storia agraria di Montalcino, quando – era il 1997 – con Alfio Cortonesi e Massimo Montanari demmo vita ad un’esperienza che tuttora stupisce con i suoi vent’anni di attività. E’ allora che abbiamo davvero iniziato a conoscerci e incontrarci. Siamo divenuti amici, ci siamo capiti.

“Ho cominciato – continua Piccinni – dai primi anni Duemila, invitata da Raffaele Licinio e da Giosuè Musca, a frequentare la giornate normanno-sveve di Bari. E mi piace ricordare un episodio che mi divertì molto, quando Raffaele, con fare provocatorio, quasi mise in scena, con quel suo gusto irriverente e un po’ canzonatorio, il mastro massaro della Capitanata Agralisto da Bari, vissuto nel XIII secolo e che aveva conosciuto nel 1975, quando aveva circa settecentocinquanta anni, “anche se non li dimostrava, a parte la pelle incartapecorita della pergamena del codice diplomatico in cui aveva trovato alloggio”.
Durante una delle Giornate Raffaele mi chiese poi di presiedere una seduta, cosa che feci
con naturalezza (cosa c’è di strano, sono cose del mestiere …) tranne poi scoprire da lui
(“Gabriella, tu non sai…”) che si era trattato della prima volta che una donna esterna al
comitato scientifico veniva ammessa in questo ruolo.

A me non era nemmeno venuto in mente e bene face Raffaele a farmelo notare.
Qualche tempo dopo mi chiese un intervento sulla signoria nel mezzogiorno: recalcitrai (e perché proprio a me, non mi sono mai occupata di mezzogiorno, di signoria e nemmeno di quella cronologia…), ma il mio aguzzino rispondeva: è per questo che ho bisogno di te, mi serve uno sguardo esterno sulla nostra storiografia.
Raffaele non amava le cose scontate, non sono roba da storico.
E infatti ci furono poi gli anni di Castel del Monte, la battaglia in difesa, le amarezze, il
tribunale. Raffaele se ne era quasi fatta una malattia.

Ci tenemmo in stretto contatto, rafforzato poi negli anni degli scambi sui social media. Di recente, curando la riedizione di un mio manuale, ho inserito un paragrafo dedicato proprio a questo scambio, con il titolo:
“Quando anche i nuovi media possono essere utili. Uno storico di professione corregge su
Facebook  gli errori su Castel del Monte”.

Vi ho riportato (con il suo permesso naturalmente) un suo post su Facebook del 19 gennaio 2016 che correggeva una serie di errori e banalità intorno a Castel del Monte e dava consigli di lettura, contribuendo a divulgare il valore della ricerca storica, e di non fare della storia un “macdonald”.

L’ho invitato a Siena dieci anni fa, a tenere una lezione, il 20 aprile del 2007. Era molto
stanco, stranamente stanco, quando lo costrinsi a una passeggiata notturna in piazza del
Campo. Abbiamo poi ricostruito il perché durante una delle chat notturne che mi hanno
fatto compagnia in questi anni: “Ora ricordo bene i dolori al fianco che avvertivo spesso
durante quelle giornate e qualche mese dopo l’aneurisma si fessurò e ci fu il primo
intervento salvavita. Resistetti tutta l’estate e l’autunno, poi il dolore cominciò a essere
costante e profondo, fu Mila (la moglie) a obbligarmi al ricovero, era il 3 febbraio,
domenica, e richiamarono il primario dalle ferie, perché ormai la fessurazione stava
diventando totale e intervennero senza nemmeno completare le analisi. Quando uscii, feci il segno della V con le dita…ingenuo, quello era solo l’inizio…”.
Continuava, appena qualche giorno fa, dopo gli auguri di reciproco buon compleanno:
“.però ho guadagnato dieci anni di vita…10 anni, il prossimo 3 febbraio…E prima di
andarmene sarò ancora spiritoso assai…”.
E’ scomparso il 4 febbraio…un giorno in più di spiritosaggine sulla terra!
E conclude Gabriella Piccinni, mentre le scende una lacrima, sollecitata a darci una
definizione storica di Raffaele Licinio: “Che dire? Raffaele è stato uno e tanti, e per questo unico”.

Vincenzo Fiore

 

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