Pandemie: la sacralità degli anziani al tempo degli etruschi

di Leonardo Malà
vagni

Si parla molto di anziani. Per la falcidia avvenuta nelle case di cura ma anche per le restrizioni imposte dal governo in tempo di pandemia. Proviamo a interrogare i nostri progenitori etruschi per sapere quale atteggiamento avevano nei confronti degli anziani, che fossero malati o in salute. Ne parliamo con Luciano Vagni, l’ingegnere che ha riportato alla luce i resti della Perugia etrusca sotto il Duomo e ultimamente ha aperto (con l’associazione culturale Catha) il museo  multimediale Rasna, nei sotterranei del complesso perugino di Sant’Anna.

Com’erano trattati gli anziani in epoca etrusca, prima ancora dell’impero romano?

Gli anziani erano e sono, per loro natura, individui a rischio. Cicerone diceva che “la vecchiaia di per sé stessa è una malattia”. Ciò nonostante gli etruschi non si ponevano neanche la problematica di proteggere gli anziani, li ponevano al centro della famiglia e li consultavano per ogni problema. Erano i saggi a cui i giovani impulsivi e i bambini indifesi facevano riferimento. Oggi sono considerati un peso perché non producono, li “manteniamo” dimenticando che essi per primi hanno mantenuto i loro vecchi e i loro figli. Li mandiamo in ghetti super attrezzati, isolandoli da una famiglia che non li considera più utili. Diamo la colpa di questo sterminio agli ospizi quando è la nostra società ad averli concentrarli in luoghi dov’è più facile essere contaminati. Non ammettiamo la responsabilità più grave, aver scelto la priorità degli interessi, dei profitti, a quella di un amorevole rapporto con loro.

Mentre nell’antichità?

Gli anziani erano sacri. Virgilio canta Enea che fugge da Troia portando il vecchio padre Anchise sulle spalle. L’Iliade parla di Nestore, il più anziano e saggio dei capi dell’esercito greco, che nel disporre i soldati afferma un principio valido ancora oggi: dispone le parti più forti all’inizio e alla fine, e in mezzo le più deboli, perché possano comunque partecipare alla battaglia; un po’ come noi, quando facciamo un discorso, esponendo all’inizio gli argomenti più incisivi, consentendo all’interlocutore una fase di distensione, per poi attrarlo nell’argomentazione finale.

Parlavamo di etruschi, però, non di greci

Tra le file dei troiani e anche dei greci si trovavano molti personaggi legati agli etruschi. Nella necropoli di Vulci esisteva una serie di fantastici dipinti, ritrovati dentro la tomba François, che descrive la guerra di Troia secondo il punto di vista dei troiani, lo stesso degli etruschi che l’hanno dipinta nel IV secolo a.C. I dipinti interpretano la vicenda diversamente da Omero, sostenendo che gli eroi troiani sono le vittime e i greci gli assalitori e i carnefici. La tomba François è la prova evidente del rapporto tra etruschi e troiani, che lo stesso Virgilio rappresenta come parenti fra loro. Non va dimenticato che Troia dista soli 70 chilometri dall’isola di Lemno, l’isola dei Pelasgi-Tirreni, i conquistatori di Perugia. Chi vuole può vedere la riproduzione di quei dipinti nel nostro centro multimediale, nella giusta sequenza per poterli comprendere.

Eppure Solone fu costretto a promulgare una legge che obbligava i figli al mantenimento dei genitori. Evidentemente tutta questa devozione nell’antichità non c’era.

I greci, come Platone, non credevano che la vecchiaia equivalesse a saggezza ed equilibrio ma per gli etruschi non era così. La stessa Roma, nel periodo monarchico e repubblicano, è stata lo specchio della società etrusca, dominata dall’autorità del pater familias e dai capostipiti delle gentes e dal culto degli antenati. Tito Livio, nel III secolo a.C., racconta lo scontro tra tradizionalisti anziani e riformatori, che avevano creato il culto della “juventas”, del potere ai giovani: l’influenza greca si era fatta sentire. Cicerone nel “De Senectute” rivendica agli anziani il diritto e dovere di partecipare alla vita politica attiva. La civiltà etrusca era una civiltà di valori, poi ereditati da quella romana nel “Mos Maiorum”, mentre la greca era basata sulla legge del più forte. All’epoca della disgregazione romana citata da Livio, la civiltà etrusca era già finita. Aggiungo su Enea: oltre al padre Anchise con loro c’era pure il figlioletto Ascanio, entrambi tratti in salvo dall’eroe. Grande era l’attenzione per gli anziani, ma altrettanta quella per i giovani.

Anche loro sono rimasti chiusi in casa…

Gli etruschi, probabilmente, non avrebbero visto con favore il precludere ai ragazzi sole e aria pulita. Se dovessi immaginare il discorso di un saggio, anziano etrusco sarebbe pressappoco questo: “Ringraziamo le autorità per le attenzioni che ci hanno dedicato, invitando la comunità a restare in casa per tutelare la nostra salute. Le invitiamo ora ad occuparsi della crescita armonica dei nostri nipoti, che hanno bisogno di riprendere i contatti fisici con i loro compagni e con Madre Natura, così benigna con loro da lasciarli indenni dall’attacco del virus e che ha rivolto in modo esplicito a noi, anziani, il suggerimento di rimanere in casa a meditare, scrivere, e dare consigli a chi intende ascoltarli”.

Un’ultima curiosità. Gli etruschi passano per un popolo civile e pulito. Ma senza acqua corrente com’era possibile questo?

L’igiene etrusca era un’igiene ambientale e consisteva nell’agire secondo l’armonia della Natura. Era considerato sano bere acqua dello stesso ruscello dove bevevano gli animali, cosa che oggi risulterebbe sconveniente, mentre noi riteniamo più corretto intubare l’acqua, convogliarla in grandi cisterne e nelle condotte idriche, o peggio ancora chiuderla in bottiglie di plastica, facendola stazionare finché non verrà consumata. Solo trasformare l’acqua corrente in acqua stagnante sarebbe stato considerato un atto contro natura e pertanto pericoloso. Murare gli alvei dei fiumi per impedire le esondazioni naturali era considerato dannoso perché poteva determinare il prosciugamento delle falde sotterranee. Ogni azione violenta eseguita dall’uomo contro natura era evitata dai popoli etruschi perché alla lunga sarebbe tornata a proprio svantaggio. Per questo la Natura era considerata sacra e intoccabile.

Ma in caso di epidemie esistevano dei rimedi?

Solo metodi naturali, per riprodurre un equilibrio che era stato rotto, violato. Un uomo ammalato, come accade per gli animali, si isolava da solo, cercando di opporsi con la forza della volontà al male. Il male non era considerato un preludio alla morte (che non era temuta), ma una reazione della Natura agli errori commessi. Il sole e l’acqua erano perciò i rimedi principali. Oppure esistevano rimedi alimentari, suggeriti dagli esperti, i quali certamente avevano una forte componente psicologica e quindi curativa, somministrati per quietare la divinità che avrebbe scatenato il morbo. Esisteva infine la possibilità di un intervento diretto con la divinità, talvolta eseguito con l’intermediazione dell’aruspice, che aveva anch’esso un elevato effetto emotivo e quindi anche curativo sul malato.

Più un effetto placebo che una vera e propria medicina, quindi?

Erano forme naturalistiche e psicologiche di cura, certamente efficaci per chi ci credeva.

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