Etruschi e pandemia, come avrebbero reagito i nostri progenitori?

di Leonardo Malà
Come avrebbero reagito i nostri progenitori di fronte a una tragedia come quella del coronavirus? Lo abbiamo chiesto a Luciano Vagni, presidente dell’Associazione culturale Catha, colui che ha riportato alla luce la città etrusca di Perugia sotto la Cattedrale di San Lorenzo e attualmente responsabile del Centro multimediale della civiltà etrusca nel complesso di Sant’Anna.

Di fronte a un’emergenza come questa, come si sarebbero comportati gli antichi etruschi?

«Per carattere non erano interventisti, direi più attendisti, specie quando il danno era in atto. Probabilmente avrebbero atteso che la calamità terminasse, prendendo il sole nel proprio orto, bagnandosi nelle terme oppure attendendo la loro fine».

Tutto qui? Una delusione

«No. Avrebbero comunque osservato con attenzione il comportamento della natura studiando attentamente l’evoluzione dell’epidemia. La loro capacità era soprattutto rivolta alla prevenzione, in primo luogo nella cura dell’ambiente. Con le bonifiche dei corsi d’acqua debellarono una calamità dell’epoca, la malaria».

In che modo?

«Nel nostro territorio realizzarono l’emissario del Trasimeno per sanificare e dare un confine a tre diverse aree: Chiusi a est, Perugia a nord-ovest, Fallera-Marsciano, Città della Pieve a sud. Furono prima l’imperatore Claudio poi Braccio Fortebraccio a ripristinare tali opere. E dire che un famoso libro del Ventennio sosteneva che gli Etruschi si fossero estinti proprio a causa della malaria, forse per enfatizzare le bonifiche del regime fascista. Gli etruschi sapevano bene che l’acqua stagnante provoca infezioni. Per questo resero attive un’infinità di sorgenti termali, per la bonifica dei terreni e la salute dei cittadini, a beneficio dei nobili romani di allora e di noi stessi, oggi».

Gli Etruschi erano puliti? Che rapporto avevano con l’igiene?

«Le attenzioni alla pulizia del corpo erano le prime azioni della giornata, che nelle donne proseguivano con l’uso di unguenti e profumi particolari. Nei bagni, come si vede nelle incisioni su alcuni specchi rinvenuti in tombe femminili, gli uomini e le donne hanno cura del proprio corpo insieme e non sembrano turbati dalla visione della propria nudità. Va detto che gli specchi riguardano scene del IV e III secolo a.C., e che in passato i costumi erano certamente più austeri, come ci riportano le notizie su Roma Repubblicana e Monarchica».

Più estetica o più etica?

«Il corpo era ritenuto sacro come un tempio, un microcosmo molto più piccolo ma con le stesse caratteristiche dell’Universo, cioè il macrocosmo. Per questo evitavano gli interventi di chirurgia che praticavano i medici greci, visti come una profanazione del corpo. Prevenivano i mali con terme e bagni d’acqua curativa per rigenerare il fisico e con farmaci basati su rimedi naturali. Curavano i mali con l’otium per riposare la mente, più vicino alla meditazione che al modo come lo intendiamo noi».

Ma come si salutavano? Si abbracciavano, si stringevano la mano?

«Non si salutavano dandosi la mano, questa abitudine era motivata e limitata ad aspetti importanti. Gli etruschi la riservavano al rito del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna, stringendosi la mano, suggellavano un vincolo indissolubile. In molti bassorilievi si vedono genitori dare la mano ai figli, mai ad estranei. I romani seguirono gli usi etruschi anche se il vincolo del matrimonio fu infranto secondo l’usanza greca. Non si salutavano dandosi la mano ma alzandola: l’usanza di darsi la mano risale alle invasioni barbariche come segno di pace, nel quale la stretta di mano impediva all’altro di sfoderare la spada. È diventata di uso comune con la rivoluzione francese e col conseguente diminuire delle differenze di classe».

Di sicuro avrebbero interrogato l’aruspice. Che figura era? Oggi viene equiparato a una specie di mago, uno stregone. Era così?

«L’aruspice apparteneva alla casta dei saggi, degli eruditi e in quanto consiglieri del re (all’inizio erano loro stessi i re) avevano potere nelle scelte dello Stato. È presumibile che non avessero famiglia e che partecipassero al Fanum Voltumnae, il Grande Consiglio dei Saggi delle città-stato etrusche. Le scelte dell’aruspice poggiavano su salde norme a tutela della natura: ciò che va contro natura è male e ciò che va a favore è bene. Nel dubbio veniva effettuata la divinazione, consultando il cielo».

Difficile, dunque, immaginare cosa avrebbe detto.

«Che si tratta di una malattia dell’umanità e va presa come un monito per prevenire altri disastri più catastrofici che incombono sul nostro sistema di vita. Oggi l’aruspice etrusco punterebbe il dito contro la ricerca frenetica dei profitti che ci allontana dai veri valori della nostra esistenza».

Qual è la connessione tra società dei profitti e questa pandemia?

«È un problema ecologico, quello del rispetto della sacralità della natura, che la nostra società ha infranto e che gli etruschi non ci perdonerebbero. Abbiamo dimenticato che l’acqua è sacra e la stiamo sperperando, inquinando fino a farla diventare risorsa rara, mentre il cielo seguiterà a rifornircela invano; come l’acqua è sacro il cielo, la terra, il nostro prossimo, dei quali cerchiamo di appropriarci: tutte entità con le quali siamo entrati in competizione anziché in condivisione. Pensiamo talvolta esasperatamente all’igiene personale, non dell’ambiente, usiamo saponi e detergenti che inquinano dimenticando che la nostra salute dipende proprio dall’ambiente in cui viviamo: ce ne ricordiamo solo in occasioni come questa, con migliaia di morti».

Che rapporto avevano gli etruschi con la morte?

«Quello che vediamo nelle tombe è una minima rappresentazione delle loro usanze, profondamente mutate dal quindicesimo secolo avanti Cristo alla fondazione di Roma. I loro territori autonomi, uniti dai ferrei concetti dell’etrusca disciplina, praticavano il culto dei morti secondo le rispettive usanze ataviche, di solito l’inumazione a sud e l’incinerazione a nord. La deposizione del corredo funebre attorno o dentro l’urna è un fenomeno del periodo villanoviano, intorno al IX-X secolo a.C., forse in virtù del contatto con gli egizi. Prima i cadaveri venivano sepolti, come racconta Omero nel funerale di Ettore, in un’urnetta sotterrata in profondità».

E quindi tutte quelle tombe, in buona parte defraudate, a quando risalgono?

«Il culto dei morti si sviluppò quando iniziarono le differenze tra classi sociali. Ostentando le proprie ricchezze si sperava di usufruirne in eterno. L’etrusca disciplina, in origine, indicava le regole per vivere meglio nella vita terrena, non per guadagnarsi ricompense in un’eventuale vita futura. Il Cielo era il dominus, perché insieme alla Terra costituiva l’Universo, del quale si sentivano parte attiva. Nel fegato bronzeo di Piacenza è presente un cerchio senza nome o indicazione: chissà, potrebbe essere stata la dimora di un Dio invisibile il possibile “motore” dell’Universo. Di certo attorno a quel cerchio ruotavano tutte le stelle, le protettrici delle città-stato etrusche, Perugia compresa».

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