Archive for the ‘Archeologia’ Category

Carsulae e il suo territorio: in ricordo di Cinzia Perissinotto

19 dicembre 2010

martedì 21 Dicembre 2010 alle ore 16.00 presso il Centro Visita e Documentazione di Carsulae.

Un incontro dedicato al ricordo di Cinzia Perissinotto, giovane e straordinaria studiosa della città di Terni che, con serietà e spiccato rigore, ha condotto la sua breve ma intensa attività di ricercatrice nell’ambito dell’archeologia e topografia medievale. Terni ed il suo territorio, ma più in generale l’Umbria meridionale, sono stati campi di indagine approfondita degli studi e delle ricerche di Cinzia, che ha sempre saputo legare i dati archeologici alla storia della società, l’agiografia, la storia dell’arte, l’archivistica, la paleografia, restituendo importanti pagine della storia passata.
Insieme a Salvatore Laliscia, Claudia Giontella ed Aldo Tarquini saranno ripercorsi alcuni momenti dell’attività scientifica della studiosa.

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Nocera Umbra e archeologia: Inaugurazione del Museo Centro di documentazione dei siti archeologici territoriali

16 dicembre 2010

 

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Ultime ore, prima dell’inaugurazione del “Museo Centro di documentazione dei siti archeologici territoriali”, che sabato 18 Dicembre verrà aperto al pubblico presso i locali dell’ex Municipio appositamente restaurato. Alle ore 11, il taglio del nastro tricolore e la cerimonia ufficiale,

Materiali preromani dalla necropoli del Portone, Roma-Museo Nazionale Preistorico Etnografico L. Pigorini (da Civiltà d'Appennino 2005)

presieduta dal sindaco di Nocera Umbra, Donatello Tinti e Alessandro Coccia, Assessore alla Cultura. Prenderanno parte alle celebrazioni il Presidente della regione Umbria, Catiuscia Marini, l’Assessore regionale alla Cultura Fabrizio Bracco, ed Elena Calandra, Soprintendente dei Beni Archeologici dell’Umbria. Al saluto delle autorità, farà seguito, a cura di L. Bonomi Ponzi e L. M. Manca, la presentazione del percorso espositivo museale, curato da B. Gori e finanziato con i fondi della Comunità Europea,  e la visita guidata delle sale. Il percorso prevede, attraverso il succedersi delle sale, un “cammino” espositivo, organizzato per fasi cronologiche: dall’età Protostorica, a quella Longobarda. Della sezione protostorica fanno parte, i reperti, strumenti litici prevalentemente, ascrivibili al Paleolitico, provenienti da Pascigliano, a cui si aggiungono quelli neolitici rinvenuti presso località Le Spogne, e i reperti dell’Età del Bronzo di Piani di Sorifa. I corredi della necropoli di Boschetto-Ginepraia (VIII – V sec. a.C.), unitamente ai reperti di recente acquisizione e restauro, della Collezione Staderini, arricchiranno il “padiglione” dedicato alla fase umbra ed ellenistico-romana. La sezione d’epoca romana vedrà l’esposizione di importanti iscrizioni di carattere pubblico e di materiali provenienti da via Garibaldi e dalla zona della

Nocera Umbra - panorama

Nocera Umbra - panorama

Palombara, ulteriormente valorizzata dai reperti, provenienti dalle necropoli note (Le Case, La Valle, Maestà di Picchio) e dal territorio. La via Flaminia e le monumentali opere (sostruzioni, ponti, chiavicotti) che ne costellano il tratto stradale nocerino, costituiranno uno dei punti focali di quest’esposizione: la realizzazione di un plastico del segmento viario, sussidiato inoltre dall’ausilio di supporti multimediali,  permetterà la migliore comprensione dell’importante asse viario in relazione alle sue infrastrutture. Infine, la sezione dedicata al periodo longobardo, sarà dedicata ai siti, noti e ultimamente individuati nel territorio. Saranno inoltre esposti alcuni corredi della nota necropoli di Pettinara – Casale Lozzi.

Alla presentazione dei reperti e all’apparato illustrativo dei pannelli farà da pendant una sezione multimediale, ideata per contribuire ad una più approfondita visione della documentazione archeologica sull’antica Nocera.

La realizzazione del Museo è stata possibile grazie ad un progetto del Comune di Nocera Umbra, che ha preso forma sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria e di L. Bonomi Ponzi, con la quale hanno collaborato M. P. Guerzoni, M. Albanesi, M. R. Picuti e A. Menichelli.

Monte Tezio: meraviglie di archeologia e natura.

3 dicembre 2010

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Abbracciato da sentieri che si snodano attraverso querceti naturali, boschi misti di roverella e leccio, pinete il cui profumo si stempera in quello di ginepri, biancospini e ginestre, il Monte Tezio (961m s.l.m.), preziosa oasi naturalistica del Comune di Perugia, conserva la testimonianza di un abitato protostorico. Il Tezio, infatti,  si inserisce in una catena di rilievi che taglia longitudinalmente la valle del Tevere da nord-ovest a sud-est, dal Monte Acuto (926m s.l.m.) al Monte Civitella (634m s.l.m.),  posizione geografica strategica di difesa e controllo, che ne ha favorito la sua occupazione già in tempi antichissimi geografica.

È la cima del monte, in apparenza simile ad una naturale distesa verdeggiante intercalata da qualche discontinuità, ad essere sede di antiche occupazioni antropiche, le cui tracce risultano in prevalenza evidenti  attraverso la documentazione fotografica dal cielo. Difatti, nel corso del tempo, l’abbandono del sito, la conseguente perdita di consistenza e di volume degli alzati e dei loro dislivelli, uniti all’inesorabile sgretolarsi sul terreno degli stessi hanno determinato una sorta di apparente recupero dell’originaria conformazione dell’ambiente naturale, che ne cela ad un occhio non esperto le tracce da terra[1].

Esattamente, l’artificiosa configurazione dell’area sommitale del Tezio ha fatto sì che si desse il via alle prime ricerche archeologiche. Le operazioni di scavo, attualmente in corso, sono, a partire dal Maggio 2007, sotto la direzione scientifica del Prof. Maurizio Matteini Chiari dell’ Università degli Studi di Perugia[2] (che ringrazio per le informazioni documentarie).

Già durante la prima campagna di scavo è stato riscontrato, l’ormai noto, recinto perimetrale[4] di delimitazione, delineato sul terreno da un doppio terrapieno concentrico con fossato intermedio in forma di ellisse[5]. Tale recinzione era posta a protezione dell’abitato, sorto non a caso proprio sulla cima di un monte che garantiva, grazie alla sua posizione strategica, il controllo di un’amplissima estensione territoriale, e principalmente dell’asse tiberino[6]. L’insediamento, ascrivibile ad un orizzonte cronologico che va dalla fase finale dell’Età del Bronzo alla  Prima Età del Ferro, occupa come già detto l’area sommitale del Tezio. I materiali rinvenuti, quasi esclusivamente ceramici e più raramente bronzei allo stato frammentario (con l’unica eccezione di uno spillone), hanno infatti permesso di fissarne estremi cronologici così determinati.

Le ultime campagne di scavo (2009-2010) hanno ribadito e confermato la fase di presenza e di occupazione prolungata della cima del monte, testimoniando una frequentazione estesa  nell’arco di più generazioni. Tale continuità di vita risulta  parimenti rimarcata dai materiali rinvenuti: notevole la quantità di frammenti ceramici d’impasto, spesso decorati e associati a congerie cospicue di reperti ossei animali – prevalentemente ossa di ovini – .

L’area del Tezio è inoltre oggetto di numerose e diversificate iniziative tese al recupero ed alla valorizzazione e salvaguardia dell’ambiente. Ne sono validi esempi l’organizzazione del parco naturale, di proprietà comunale e la realizzazione di una vasta area faunistica “polifunzionale”, prima in Italia nel suo genere. Inoltre, l’intera superficie del parco è attrezzata per ogni genere di escursioni: vasta la gamma di itinerari percorribili, dai più distensivi a quelli più adatti ad escursionisti esperti.
Le tabelle disposte lungo i punti di accesso distinguono infatti i sentieri in Turistici (contrassegnati da una T) ed Escursionistici (contrassegnati da una E), per i quali, diversamente dai primi, viene consigliato un abbigliamento adeguato (scarponcini ed equipaggiamento da trekking).

Il patrimonio archeologico e ambientale del Parco del Tezio lo rendono una tra più interessanti itinerari naturalistici e culturali – seppur ancora tra i meno noti –  da percorrere attraverso il territorio rurale  del Comune di Perugia.

 

Per ulteriori approfondimenti sul sito archeologico e sul parco del Monte Tezio:

http://www.fastionline.org/micro_view.php?fst_cd=AIAC_2390&curcol=main_column

http://turismo.comune.perugia.it/canale.asp?id=197

http://www.montideltezio.it/sentieri_nel_parco.htm

aC. (numerose le statuine in bronzo a figura umana o animale rinvenute) e posti più a valle, i quali oltre a fornire un’idea della continuità di vita di questa zona e della sua importanza – naturale linea di demarcazione tra regioni etrusche ed umbre –, restituisce uno spaccato della popolazione del tempo che viveva in questi territori: di non elevate condizioni economiche, dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, orientata ad una forma di culto di tipo agro-pastorale legato alla fertilità della terra.

 


[1] Le foto da terra in condizioni ottimali (ad esempio in fase di disgelo con la neve che si accumula nelle superfici concave e protette del fossato perimetrale) restituiscono gli esatti contorni di strutture e sezioni.

[2] Lo scavo è in concessione alla Fondazione Ecomuseo dei Colli del Tezio, con la Direzione scientifica e operativa dell’Università degli Studi di Perugia, Dipartimento di Scienze Storiche, Sezione di Scienze Storiche dell’Antichità, Cattedra di Urbanistica del Mondo Classico (http://dipartimenti.unipg.it/scienzestoriche/sezioni/85-monte-tezio-descrizione-dettagliata).

[4] La recinzione risultava nota da tempo e apprezzabile sia da terra quanto, e soprattutto, dal cielo.

[5] Durante la campagna di scavo 2009, che ha ancora interessato il settore occidentale della cima del  Monte Tezio, è tornato in luce un lungo tratto di una sorta di paramento in grandi lastre di calcare infisse a terra e disposte di taglio, destinate a fungere, con tutta probabilità, da contenimento alla muratura retrostante, edificata a secco.

[6] Situazione analoga a quella del prospiciente Monte Acuto. Si segnala, in proposito, come recenti indagini effettuate nell’area tra il Tezio e Monte Acuto abbiano rimesso in luce numerose tracce di insediamenti umani, databili al V sec. aC. (numerose le statuine in bronzo a figura umana o animale rinvenute) e posti più a valle, i quali oltre a fornire un’idea della continuità di vita di questa zona e della sua importanza – naturale linea di demarcazione tra regioni etrusche ed umbre –, restituisce uno spaccato della popolazione del tempo che viveva in questi territori: di non elevate condizioni economiche, dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, orientata ad una forma di culto di tipo agro-pastorale legato alla fertilità della terra.

Ponte San Giovanni (PG), all’Ipogeo di Volumni speciali visite guidate per persone non vedenti e ipovedenti

1 dicembre 2010

Presentazione venerdì 3 dicembre, ore 15,00

Una nuova opportunità per il pubblico dell’Ipogeo dei Volumni e della Necropoli del Palazzone di Perugia: parte la sperimentazione del servizio di visite guidate per persone non vedenti e ipovedenti. Presentazione ufficiale nella giornata nazionale del disabile Unica in Umbria, arricchirà l’offerta di servizi per il pubblico dell’Ipogeo dei Volumni e della Necropoli del Palazzone di Perugia. L’area archeologica propone da sempre numerose attività con l’obiettivo di attirare un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo verso un patrimonio di grande importanza storica, grazie alla sensibilità della sua direttrice, la dott.ssa Luana Cenciaioli, e l’attività di Sistema Museo, società che da molti anni collabora con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria per la realizzazione di visite guidate e attività didattiche. L’ultima in ordine di tempo sarà presentata venerdì 3 dicembre alle ore 15,00 in occasione della giornata nazionale del disabile: è la sperimentazione di un servizio di visita guidata rivolto a persone non vedenti e ipovedenti, nata con la volontà di offrire a questa fascia di potenziali visitatori un’adeguata assistenza nella spiegazione scientifica e nell’esplorazione tattile degli spazi e dei reperti. Dopo la sua presentazione, questa speciale visita entrerà a far parte dell’offerta permanente di servizi al pubblico. L’iniziativa è stata curata dal personale di Sistema Museo e dal dott. Simone Nardelli, che ne ha approfondito aspetti e sviluppi nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Umbria  e svolto presso l’azienda. Fondamentale è stata la collaborazione della sezione provinciale di Perugia dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e in particolare del suo vicepresidente Raniero Pericolini e della dott.ssa Enrica Tosti, i quali, offrendo la loro qualificata consulenza, hanno sostenuto e indirizzato concretamente il lavoro con preziosi consigli e suggerimenti. La visita è impostata come un’esperienza diretta della persona, che potrà toccare con mano i reperti, guidata nella loro comprensione dalla descrizione e spiegazione dell’operatore. Il percorso prevede la conoscenza di alcuni esemplari di urne e cippi conservati nell’area di ingresso all’Ipogeo, per poi scendere al suo interno per una visita dello spazio. In seguito, dopo aver percorso parte della Necropoli del Palazzone, in una stanza appositamente allestita, i visitatori avranno l’opportunità di toccare reperti originali provenienti da questo sito, quali vasellame, frammenti architettonici e materiali eccezionali (marmo, vetro, metallo), così da avere un’idea il più possibile completa della civiltà etrusca.

Per informazioni – Ipogeo dei Volumni di Perugia Via Assisana, 53 – Ponte San Giovanni (PG)

tel. 075. 5716233 – perugia@sistemamuseo.it

“I templi e il Forum di Villa San Silvestro”

26 novembre 2010

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

“VILLA S. SILVESTRO. Tempio Romano III sec. a. C.”. Seguendo il nastro d’asfalto lungo ripidi tornanti attraverso magnifici panorami montani, questa l’indicazione che, all’inizio del lungo fondovalle, colpisce l’occhio del guidatore, una volta lasciata Cascia alle spalle e percorso 15 km in direzione Piana di Chiavano. Il sito venne scoperto intorno agli anni Venti del Novecento, quando si riportò alla luce il monumentale podio[1] del tempio principale. Già dall’Ottocento erano state segnalate le grandi basi di colonne vicino alla chiesa di San Silvestro, la quale, non tralasciando di ricordare la continuità di vocazione cultuale, venne edificata in età medievale proprio sopra all’antico tempio.

Nel 2006, considerata l’importante entità del monumento, sono ripresi gli scavi in concessione da parte della Soprintendenza dei Beni Archeologici dell’Umbria all’Università degli Studi di Perugia, esattamente presso il tempio.

Il sito archeologico di Villa S. Silvestro era compreso nella compagine culturale e storica di quella che in antico era la Sabina Orientale o Alta Sabina, costituendo così uno dei centri più degni di attenzione di questa zona, che in età augustea venne poi inserita nella Regio IV, Sabina et Samnium. L’altopiano di Chiavano, infatti, situato al confine tra le attuali regioni di Umbria e Lazio, a 15 chilometri dal comune di Cascia (PG) a cui appartiene, è un esteso e piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti. Questa striscia di pianura, sviluppata in lunghezza, è una di quelle aree che eccezionalmente interrompono quell’asperità orografica, descritta da Strabone (Geogr., V, 3. 1) e caratterizzante l’Alta Sabina.  Fin dall’età del Ferro quest’area, come indica la presenza di tre castellieri, doveva essere posta a controllo del percorso di valico e degli snodi viari, attraverso un vero e proprio sistema di recinti fortificati[2]. Questo estremo lembo della Sabina, pur caratterizzato dagli impedimenti appenninici, costituiva il passaggio obbligato per abbreviare i lunghi itinerari di percorrenza tra il Tirreno e l’Adriatico. A pochi chilometri gli uni dagli altri, tali snodi stradali con i relativi diverticoli permettevano la comunicazione tra le regioni contermini dell’Italia Centrale, creando così una fascia di collegamento e di  scambio all’interno del sistema di relazioni delle popolazioni centro-italiche. Infatti, a differenza della Sabina Tiberina che vide lo sviluppo di una fiorente economia agricola, la Sabina Appenninica rimase luogo della pastorizia transumante.

Tempio Romano Italico

Precisamente sul margine settentrionale della Piana di Chiavano − attraversata da uno dei principali assi di collegamento tra Rieti e il territorio del Nursino − è collocato il monumentale complesso edilizio. Identificabile con un forum o conciliabulum (tali sono infatti le attuali ipotesi interpretative per questa  zona), polo sacro e amministrativo preposto al controllo economico del territorio, l’installazione dello stesso a seguito della conquista di M. Curio Dentato nel 290 a.C., all’interno della prefectura nursina[3] va, dunque, ricondotta alla rilevanza strategica che tale luogo ebbe già in età precedenti. Fastosamente monumentalizzato agli inizi del I sec. a.C., a seguito del sisma del 99 a.C.[4], il complesso edilizio si articola in due vasti settori estremamente ravvicinati, entrambi porticati e con al loro interno edifici di culto caratterizzati da un diverso orientamento ed assetto planimetrico: il principale, ad alae, dedicato ad Ercole, l’altro, a sud-est del precedente, a doppia cella[5] e con tutta probabilità dedicato a divinità femminili. Intorno a questo secondo tempio, scoperto nel 2007,  si moltiplicano le case private, appartenenti a varie fasi della storia del centro, tra le quali, in particolare, una di vastissime proporzioni ed assai articolata, tanto da farla attribuire ad un importante personaggio locale. Inoltre, è stata messa in luce una vera e propria strada su cui si affacciavano le abitazioni, sostituite poi da un ulteriore ed articolato portico con funzione

Ricostruzione tridimensionale dell'area del grande Tempio

commerciale.

L’area d’interesse, oggi ancor di più inestimabile dal punto di vista del patrimonio archeologico, copre attualmente circa 5000 m²  e, alla luce delle recenti esplorazioni, sembra estendersi ulteriormente.

Eccezionali e complessi si sono rivelati i dati riscontrati e i ritrovamenti avvenuti durante le campagne di scavo. Le operazioni, impegnate soprattutto ad esaminare il settore prospiciente la Piana, hanno messo in luce non solo materiali di pregio (elementi della decorazione architettonica di alta qualità, un braccio della statua di culto in marmo pario[6] e tutta una serie di oggetti che arricchiscono le sale della mostra “I templi ed il forum di Villa San Silvestro”, in corso a Cascia, presso il Museo civico di Palazzo Santi, inaugurata il 5 Giugno 2009 in occasione delle celebrazioni nazionali in onore del bi millenario della nascita di Vespasiano), ma sequenze stratigrafiche che testimoniano la presenza di un precedente villaggio sabino (l’unico finora materialmente noto in Italia), più fasi di occupazione romana e frequentazioni di età tardo antica e alto-medievale.

Dalla prima campagna del 2006 all’ultima, nell’estate 2010, hanno partecipato allo scavo come volontari studenti, laureati, dottorandi e specializzandi, provenienti da: Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Lecce, Universidad Complutense de Madrid, Universidad de Salamanca, Université Paris IV, Ecole Normale Superieure de Lyon, Scuola di Specializzazione in Archeologia di Firenze. Il finanziamento per le ricerche 2010 si deve a: Università degli Studi di Perugia – Dipartimento Uomo & Territorio, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Comune di Cascia, Associazione Culturale Tellus.

I dati di scavo sono forniti  dall’équipe di ricerca diretta dal Prof. F. Coarelli e dal Prof. P. Braconi e coordinata dalla Dott.ssa F. Diosono, di cui anche chi scrive fa parte.


[1] Modello di podio a cyma reversa meglio conservato in Italia.

[2] Frequentazioni risalenti al Neolitico e all’Età del Ferro sono state inoltre confermate da alcuni materiali rinvenuti durante le operazioni di scavo.

[3] La conquista romana fu conseguente causa di grandi cambiamenti nel territorio sabino, che restava ancora legato a forme insediative sparse. Le terre sabine divennero patrimonio demaniale di Roma, che ne diede  una parte in assegnazione a coloni con cittadinanza romana che si insediarono sul posto, e che ne mantenne la restante a pascoli e boschi, per darla in affitto e ricavarne un’importante rendita per il fisco. Il territorio dell’Alta Sabina fu suddiviso in tre prefetture, Reate, Amiternum e Nursia, alla quale apparteneva anche il territorio casciano e dell’altipiano di Chiavano.

[4] Nursiae  aedes sacra terrae motu disiecta  (Iul. Obs. 46).

[5] In Italia, strutture templari a doppia cella risultano attestate soltanto in pochi casi: oltre all’ipotesi del tempio di Montorio al Vomano (TE), testimoniati con sicurezza tali edifici si trovano solo nel bacino del Fucino (AQ), ad Alba Fucens ed Anxa, presso la Villa dell’Auditorium nel suburbio di Roma, e ad Ostia.

[6] Le dimensioni ricostruibili sono circa di 6 m d’altezza.

Archeologia: La casa è dove si trova il cuore. (Gaio Plinio Secondo)

22 novembre 2010

Francesca Plebani

di Francesca Plebani

“Conosci ora perché io preferisca la mia villa in Tuscis a quelle di Tuscolo, Tivoli e Preneste.” (V, 6). Plinio il Giovane (61-112 d.C.), oratore della prima età imperiale e governatore della Bitinia sotto Traiano, nell’epistola ad Apollinare riferisce della proprietà da lui preferita: la villa in Tuscis, residenza ubicata nel territorio di Tifernum Tiberinum, l’attuale Città di Castello. “L’aspetto del paese è bellissimo: immagina un anfiteatro immenso e quale soltanto la natura può crearlo. Una vasta e aperta piana è cinta dai monti, e le cime dei monti hanno boschi imponenti ed antichi. […] Eppure, benché vi sia abbondanza di acque, non vi sono paludi, perché la terra in pendio scarica nel Tevere l’acqua che ha ricevuto e non assorbito.” A Giovanni Magherini Graziani (1892-1924), storico tifernate, spetta il merito di aver sciolto l’annosa disputa sull’esatta

Villa Plinio in una foto aerea

ubicazione della residenza pliniana – indicata  nell’epistola IV, 1 semplicemente come in Tuscis (in Etruria) – riconoscendola nei resti affioranti (colonne, marmi, mosaici) nel campo di Santa Fiora, nei pressi dell’attuale abitato di Colle Plinio, nel Comune di San Giustino Umbro (PG). Il rinvenimento, infatti, di bolli impressi su tegola recanti le lettere CPCS, corrispondenti alle iniziali del nome completo di Plino, Caius Plinius Caecilus Secundus,  e la conformazione del luogo coerente con la descrizione pliniana, ha sollevato ogni dubbio da questa identificazione.

La scoperta dell’eccezionale estensione dell’area archeologica alla fine degli anni settanta del Novecento fu frutto del tentativo di bonificare il campo di Santa Fiora dai ruderi affioranti ad ogni aratura. I

l conseguente intervento di tutela della Soprintendenza Archeologica condusse poi ai primi saggi di scavo, e  successivamente alla proficua collaborazione scientifica con le Università di Perugia e di Alicante. Dal 1986, infatti, il rapporto di cooperazione tra l’equipe perugina e l’università spagnola ha condotto a ben 18 campagne di scavo,  l’ultima nell’agosto 2003.

Lo scavo ha esplorato in forma estensiva tutta l’area archeologica individuata, che attualmente occupa un’estensione di circa 2 ettari. La villa, che deve nome e notorietà ovviamente al suo più insigne proprietario – il quale provvide ad ampliarla e a dotarla di  un porticato aperto verso l’esterno – presenta fasi precedenti: quella c.d. “etrusca”, databile tra III e II sec. a.C. (lacerti di strutture murarie, pavimentazioni, scarti di fornace e terrecotte architettoniche), ed una fase di fine I sec. a.C. – inizi I sec. d.C. attribuibile agli interventi di Marco Granio Marcello.

Ulteriori fasi edilizie, ristrutturazioni e materiali, testimoniano continuità di frequentazione del sito almeno fino al V sec. d.C. Inoltre i bolli IMP(eratoris), databili tra II e III sec. d.C. su base paleografica, registrano come la proprietà, morto Plinio, fosse divenuta parte integrante del demanio imperiale. Nel corpo della villa, a nord dell’atrio, doveva collocarsi la chiesa di Santa Fiora o Flora, che ha dato il nome al campo. Da questa limitata area provengono frammenti di ceramica medievale (ancora in corso di studio). Interessante l’ipotesi che il culto di santa Fiora o Flora possa costituire una sopravvivenza, o piuttosto un’eco, del culto di Cerere che all’epoca di Plinio si praticava in questo luogo (la villa infatti ospitava un tempio dedicato a Cerere, ricordato da Plinio stesso nella lettera a Mustio, e probabile luogo di culto etrusco preesistente all’insediamento romano). Questa “continuità” cultuale sarebbe inoltre connessa con la presenza della vicina Pieve di San Cipriano. Il dies natalis di questo santo (14settembre), forse non casualmente, cade infatti il giorno seguente a quello della festa di Cerere, ricordata da Plinio (idi di settembre).

Fiore all’occhiello tra le antichità romane che il territorio umbro può vantare, la villa di Plinio ed il progetto di valorizzazione a questa legato, costituiscono un’esemplare prova di collaborazione tra l’Università degli Studi di Perugia (di cui personalmente ringrazio il prof. P. Braconi per la cortese disponibilità) e le istituzioni. Al Comune di San Giustino si rende infatti merito per la recente realizzazione di una copertura protettiva dell’area archeologica e per le iniziative promosse (apertura al pubblico di Villa Graziani e visite guidate agli scavi, Agosto 2010), finalizzate non unicamente alla tutela di un bene di inestimabile pregio, ma alla restituzione dello stesso al vasto pubblico.

Per ulteriori approfondimenti si segnala inoltre il sito www.arkecultura.com e l’intervento di R. Masciarri.

Si ringraziano il Prof. Paolo Braconi, docente di “Antichità Romane” presso l’Università di Perugia e direttore delle operazioni di scavo, responsabile scientifico degli scavi di Colle Plinio insieme al Prof. José Uroz Sàez dell’Università di Alicante, e tutti gli studenti dei corsi archeologici.

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Bibliografia

BRACONI 1998: P. BRACONI Paysage et amenagement: un domaine de Pline le Jeune, in Cité et Territoire II (Atti Bézier 1997), Paris 1998, pp. 155 ss.

BRACONI 2001: P. BRACONI, La Pieve ‘Vecchia’ di San Cipriano e la villa in Tuscis di Plinio il Giovane, in Umbria Cristiana. Dalla Diffusione del culto al culto dei santi (secc. IV-X) (Atti Spoleto 2000), Spoleto 2001, pp. 737 ss.

BRACONI 2003: P. BRACONI, Les premiers propriétaires de la villa de Pline le Jeune in Tuscis, in Histoire & Sociétés Rurales XIX 1, 2003, pp. 37 ss.

BRACONI-UROZ 1999: P. BRACONI – J. UROZ SÀEZ (a cura di), La Villa di Plino il Giovane a San Giustino. Primi risultati di una ricerca in corso, Perugia 1999.

BRACONI-UROZ 2001: P. BRACONI – J. UROZ SÀEZ, Il tempio nella tenuta di Plinio il Giovane in Tuscis, in Eutopia n.s. I 1-2, 2001, pp. 203 ss.

UROZ-ESTEVE 2002-03: J. UROZ SÁEZ – R. ESTEVE TÈBAR, Las Maufacturas etrusco-romans y el santuariode época republicana de Colle Plinio, in Lucentum XXIXXII, 2002-03, pp.103 ss.

Vinti: Il governo Berlusconi odia la cultura e questi sono gli effetti.

7 novembre 2010

di Stefano Vinti

La “banda” che ci governa produce ogni giorno danni incalcolabili al nostro Paese, il ministro Bondi se avesse un pò di dignità personale già si sarebbe dovuto dimettere. Chi vuole bene all’Italia deve cacciare questo governo impresentabile. I crolli alla “Domus Aurea”, al Colosseo, quelle a Pompei dell’aprile scorso, alla “Casina dell’Aquila”, e poi al Thermopolium e, a gennaio, alla “Casa dei Casti Amanti”, e alla “Casa di Giulio Polibio” annunciavano che una catastrofe archeologica, prima o poi, si sarebbe abbattuta sul nostro patrimonio culturale. Oggi la “Scola armaturarum juventis Pompeiani” non esiste più. A via dell’Abbondanza, nel cuore di uno dei siti più famosi del mondo e del più grande museo all’aperto esistente, si registra solo un cumulo di macerie e l’area è stata chiusa per preservare i frammenti della Scola, o meglio, quel che resta di un bene considerato unico nel campo dell’archeologia.

Il crollo dell’Armeria dei Gladiatori è uno scandalo internazionale i cui effetti sulla credibilità, complessiva, dell’Italia sono facilmente intuibili. La gestione commissariale, voluta da Bondi, affidata a Marcello Fiori, braccio destro di Guido Bertolaso, che ha avuto a disposizione 79 milioni di euro, è stata catastrofica. L’irresponsabile taglio dei finanziamenti è una causa prioritaria di questo e altri crolli, ma non la sola, è tutta una politica ad essere fallimentare.


Presentato a Città della Pieve il libro di Luciano Vagni “Il cielo degli Etruschi”

28 ottobre 2010

Ing. Luciano Vagni, Ing. Giovanni Orlandi, Arch. Franco Anesi

di Francesco La Rosa

Presentato a Città della Pieve nella sala dell’astronomia presso il Centro Congressi dell’Associazione Etica Vivente il libro sugli “Etruschi sotto la Cattedrale” “Il Cielo degli Etruschi”, scritto da Luciano Vagni a seguito degli scavi eseguiti a San Lorenzo per il consolidamento delle fondazioni della Cattedrale di Perugia.

Alla presentazione è seguito un convegno che ha affrontato il tema della corrispondenza, tipica del popolo etrusco, fra il macrocosmo cielo ed il microcosmo sulla terra, in particolare la città di Perugia e le altre città etrusche.

Perugia Cattedrale e p. IV Novembre

Il tema, a prima vista difficile e di chiari riferimenti esoterici è risultato alla luce dei fatti una puntuale corrispondenza geometrica e stellare delle città  del popolo etrusco che, come è noto, era un attento e valente osservatore astronomico e delle costellazioni.

Strada sotto la Cattedrale

Il tema, come era prevedibile,  ha destato la grande curiosità di un pubblico particolarmente attento e qualificato del mondo scientifico ed intellettuale, tanto è vero che sono state numerose le domande che hanno tenuto alto il livello del dibattito che ne è seguito e per certi versi inaspettato.

Si spera che l’eco di queste giornate di  riflessione dia l’opportunità di nuovi incontri magari prima dell’apertura ufficiale al pubblico degli scavi prevista all’inizio del 2011.

L’apertura e la levatura delle menti che hanno partecipato al dibattito ha dato per certa l’ipotesi di corrispondenza che ancora oggi il mondo accademico ufficiale, soprattutto nel settore storico archeologico ha difficoltà ad accettare.

Da registrare la gradita presenza fra il pubblico di Maria Rosi, neo eletta in consiglio regionale che già da tempo segue con particolare interesse ed attenzione i risultati degli scavi e che ha rilevato che la comprensione di certe opere presuppone uno studio interdisciplinare e che non può essere limitato, come interdisciplinare è stata la partecipazione del pubblico costituito da scienziati del mondo umanistico e tecnologico

Flaminia in giallo, Danila Comastri Montanari: come un detective dell’antica Roma racconta i beni archeologici.

27 settembre 2010

sabato 2 ottobre, ore 15.00

La scrittrice di gialli storici Danila Comastri Montanari, autrice della serie di Publio Aurelio Stazio, nei giorni 1/2/3 ottobre visita Carsulae,Terni, Otricoli, Narni e la Cascata delle Marmore. A Carsulae, attraverso le sue spy stories, ci conduce dentro l’indagine più avvincente sull’archeologia romana.

L’evento è gratuito.

ETRUSCHI, STUDI E RICERCHE A TARQUINIA E IN ETRURIA

24 settembre 2010

Foto di Giovanni Lattanzi

Simposio internazionale in ricordo di Francesca Romana Serra Ridgway

Tarquinia 24 e 25 settembre 2010,

Sala consiliare  Palazzo di Città

Il Convegno intende onorare la memoria dell’archeologa Francesca Romana Serra Ridgway a due anni dalla prematura scomparsa. La scelta di Tarquinia, come sede dei lavori, è legata alle numerose ricerche e alle importanti pubblicazioni che la studiosa ha dedicato alla metropoli etrusca.

I partecipanti al Convegno, legati da vincoli di personale amicizia e collaborazione con F. R. Serra Ridgway, rappresentano una selezione dei più importanti studiosi di etruscologia a livello internazionale.  Il carattere di internazionalità del Convegno è richiesto non solo dalle ampie relazioni della studiosa scomparsa, ma soprattutto dal ruolo di raccordo costante tra l’ambiente degli archeologi italiani e il mondo anglosassone, che ella ha svolto attraverso le sue lezioni all’Università di Edinburgo, le sue conferenze e l’attività di acuto recensore, in riviste inglesi e americane, di opere scientifiche pubblicate in Italia. F.R. Serra era moglie dell’illustre archeologo inglese David Ridgway, che fra l’altro, ha legato il suo nome alla grande impresa della pubblicazione della necropoli greca dell’ isola di Ischia.

Piegaro, scoprire l’archeologia al Museo del Vetro

22 settembre 2010

Una prospettiva diversa sul mondo dell’archeologia è il filo conduttore della manifestazione Vetri Antichi, che si svolgerà al Museo del Vetro di Piegaro, il 24, 25 e 26 settembre 2010, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.

L’iniziativa, organizzata dal Comune di Piegaro  in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, mira infatti a creare un punto d’incontro tra gli studiosi e coloro che vogliano scoprire questa disciplina tanto affascinante quanto poco conosciuta. Accanto ad un seminario rivolto agli specialisti, incentrato sullo studio del vetro in contesto archeologico, il programma prevede i laboratori di Toccare l’Antico, in cui saranno gli archeologi stessi ad introdurre alcune delle fasi più importanti del lavoro che viene svolto su uno scavo: la pulizia dei materiali, la classificazione preliminare, la catalogazione, il disegno. In questo modo i partecipanti conosceranno un aspetto fondamentale della ricerca: i materiali sono, nella maggior parte dei casi, cruciali per la comprensione di un contesto archeologico, e la fase di pulitura in particolare può spesso portare a nuove scoperte. I laboratori, che si svolgeranno sabato 25 e domenica 26 settembre a partire dalle 16.00, sono aperti a curiosi e appassionati di tutte le età.

Il programma completo è visionabile sul sito www.comune.piegaro.pg.it/vetro.html

Per informazioni e prenotazioni

Museo del Vetro – Comune di Piegaro 075 8358525 – 333 7907764

museodelvetro@comune.piegaro.pg.it Ufficio Cultura – Comune di Piegaro 075 8358928

turismo@comune.piegaro.pg.it

Archeologia. Visita guidata agli scavi di Colle Plinio e Villa Graziani.

23 agosto 2010

di Gianna Nasi

Guidato da  Roberto Masciarri,  il gruppo è stato introdotto alla sezione abitativa che fu di certo di Granio Marcello esponente di una  famiglia facoltosissima al top della scala sociale, quella dei senatori.

Un atrio a forma di T rovesciata, utilizzato sempre dai romani per costruire le loro case,  ci fa capire   che  siamo davanti ad una planimetria che corrisponde alla DOMUS,  con delle piccole stanze quadrate molto anguste ma molto colorate e con alti soffitti. Lle CUBICOLA,  la parte più antica risale al periodo che va dal 2 d.C. al 15 d.C. in piena epoca augustea. Granio Marcello era avo di Plinio e  proveniva da una famiglia di  alto rango, infatti fu inviato anche come governatore in Asia.

I Grani erano originari di Pozzuoli  facevano i mercanti, ma possedevano grandi tenute agricole a Gragnano, località vicino Sansepolcro, tenute importanti perché rese fertili  del fiume Tevere, e  producevano ed esportavano i loro beni fino all’Asia.

Granio Marcello, caduto in disgrazia nel 15 d. C. perché accusato di lesa maestà nei confronti dell’imperatore Tiberio, perse la proprietà che entrò a far parte dei demani imperiali e assegnata a Plinio il Vecchio che era fratello della madre di Plinio il giovane (61 d.C. – 113 d.C.)  che morirà  a Pompei, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.

Come nella tradizione delle grandi ville romane, il percorso tocca  l’area termale, con tre piscine CALIDARIUM (una stanza per l’acqua molto calda),  TEPIDARIUM (per l’acqua tiepida), e FRIGIDARIUM (piscina fredda). Le terme per i romani non erano necessariamente di acqua sulfurea o simili. Avevano un profondo culto del bagno caldo e le terme delle case patrizie venivano aperte a pagamento anche al pubblico distinguendo quelle per i maschi e quelle per le femmine. Solo i ricchi però, potevano permettersele perché occorreva tanta legna per scaldare l’aria che passava sotto le piscine. Ricordiamo le prime terme pubbliche, quelle di Caracalla. Il Calidarium era una specie di bagno turco. C’è una piccola intercapedine dove scorreva l’aria calda che scaldava il pavimento della piscina e si suppone che qualcosa del genere fosse usato per un rudimentale tipo di riscaldamento delle case. Per rendere impermeabile la piscina si usava il COCCIO PESTO frutto di varie sperimentazioni per trovare un rivestimento stagno per ogni contenitore di liquidi. Quando si trova questo coccio si capisce che vi erano contenuti liquidi. Le PILE, colonnine di piccoli mattoni impilati sorreggevano il piano di tegole con coccio pesto. Il Tepidarium era una posto dove tenere i piedi. Ci sono anche resti di PREFURIUM una rudimentale caldaia con un intercapedine in più. Dei TUBULI di laterizio  garantivano il tiraggio e nelle cantine  si può notare una specie di orcio, è il DOLIA un  contenitore  in terracotta, in cui prima della cottura veniva impresso il bollo di fabbrica con il nome del proprietario, la data e il contenuto, solitamente olio e vino. A volte contenevano anche sementi soprattutto nei trasporti marittimi ch e i Grani cominciarono a produrre  nel 2 sec d.C. a nche perché potevano essere usati per la fermentazione del vino e per le spedizioni. Dopo la fase graniana e imperiale abbiamo la fase pliniana. Plinio sposta la casa nella collina e trasforma l’area in fattoria. Si presume dunque che sotto villa Cappelletti ci siano i resti più fastosi, le statue e i decori. In una lettera all’amico Apollinare ne descrive i fasti. Plinio era di rango senatorio e si dice che tra i 15 e i 17 anni fosse stato eletto PATRONUS TIFERNUM TIBERINUM, patrono di Città di Castello, cosa non gradita ai tifernati a causa della giovane età.  Costruisce un porticato di circa 200 metri a tre braccia di modo che sia visibile a quelli che arrivano dalla valle  e un tempietto dedicato a una divinità agreste (dea Cerere?). L’area si chiama “Campi di Santa Fiora” località al di là del fiume.

Molto interessanti le due vasche di coccio pesto collocate  nel LATUS VINARI per la raccolta e la spremitura dell’uva, dove  con un torchio  si pigiavano  gli acini ( CALCATORIUM),  la prima aveva al centro un foro circolare con all’interno parte del fondo di un’anfora leggermente concava così si recuperava tutto con un mestolino fino all’ultima goccia. Le vasche erano intercomunicanti, come grandi silos,  cosi quando una era piena il mosto passava nell’altra. La cella vinaria invece era seminterrata e disposta a nord anche per evitare (come raccontano Catone e Vitruvio) che il caldo sciupasse la fermentazione..

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnaliamo il sito www.arkecultura.com

Ci sono poi pubblicazioni tecniche e specialistiche. Inoltre ci si potrà iscrivere all’associazione interagendo con foto, segnalazioni, interventi nel forum. L’iscrizione all’associazione (presieduta da Filippo Maria Arcaleni) è assolutamente gratuita. L’obbiettivo è raccogliere ogni indizio utile alla salvaguardia storica e culturale della nostra valle, definita “valle museo”. Valorizzare reperti e ritrovamenti nei loro luoghi naturali servirebbe cosi a riportare nei cittadini quell’interesse necessario a rianimare una coscienza storica che oggi è purtroppo affievolita.

Ricordiamo inoltre che i lavori di scavo sono durati 20 anni, diretti dal Prof. Braconi, docente di “Antichità Romane” presso l’Università di Perugia e responsabile scientifico degli scavi di Colle Plinio insieme al Prof. José Uroz Sàez dell’Università, e di studenti dei corsi archeologici. spagnola di Alicante.

SAN GIUSTINO VISITE GUIDATE AGLI SCAVI DI COLLE PLINIO E VILLA MAGHERINI GRAZIANI

12 agosto 2010

«Una grande opportunità sia per i turisti che per quanti, pur vivendo nel territorio dell’Altotevere, non hanno mai visitato a causa dei lavori che per anni l’hanno interessata, villa Magherini Graziani. Ma non solo. Un percorso culturale che dalla villa arriverà fino agli scavi di Colle Plinio seguendo un iter storico ed archeologico di ineguagliabile valore». Così l’assessore alla cultura del Comune di San Giustino Stefania Ceccarini  parla della duplice iniziativa che si svolgerà sabato 21 agosto a partire dalle ore 16 da Villa Graziani, fino agli Scavi di Colle Plinio ed anche al Museo del Tabacco in un percorso che segue l’arte, la storia e la tradizione di San Giustino. «E’ la prima volta – prosegue la Ceccarini – che apriamo ufficialmente villa Magherini Graziani al grande pubblico dopo i lunghi lavori di recupero che ci hanno riconsegnato l’edificio storico in tutto il suo splendore. La stessa struttura – sottolinea l’assessore – è al centro di una serie di incontri e progetti atti a definire al meglio al sua futura destinazione». E dopo aver visitato la villa, i visitatori saranno accompagnati negli scavi di Colle Plinio che custodiscono reperti risalenti all’epoca pliniana ed all’insediamento agreste che qui aveva Plinio il Giovane.

Stefania Ceccarini

«Anche in questo caso –  insiste l’assessore – si tratta di un’occasione unica per poter ammirare da vicino i risultati delle campagne archeologiche per anni condotte su questo territorio e che hanno consegnato risultati importanti. Entrambe le iniziative rientrano nelle politiche attivate dal Comune per intensificare le proposte turistiche nel nostro territorio».   Insomma un percorso culturale a 360 gradi che comprende l’apertura straordinaria al pubblico di Villa Graziani, con visite guidate alla scoperta della storia del luogo e delle caratteristiche culturali e tradizionali del territorio. Inoltre l’accesso all’area degli scavi di Colle Plinio, con spiegazioni e introduzioni legate all’archeologia e alla storia del sito e della scoperta. L’iniziativa, promossa da Comune di San Giustino e «Poliedro Cultura» è a partecipazione gratuita.

MASSA MARTANA SCOPRE LA SUA ROMA ANTICA

15 giugno 2010

È cominciata la terza campagna di scavi archeologici presso il sito Vicus ad Martis, adiacente all’abbazia di S. Maria in Pantano. Il ministero dei Beni Culturali continua dunque a scommettere sulla valorizzazione del sito archeologico di Massa Martana. Dieci studenti americani della Drew University di Madison, New Jersey, guidati dai professori John D. Muccigrosso e Rangar Cline e dalla professoressa Sarah Harvey, assistiti dall’equipe di archeologi dell’impresa tudertina Intrageo, stanno già scavando l’area da alcuni giorni. L’attività di ricerca è svolta in collaborazione con la soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria. «Sono orgogliosa – dichiara il sindaco di Massa Martana, Maria Pia Bruscolotti – di sostenere i lavori su questo sito archeologico, che si va sempre più delineando come uno fra i più importanti dell’Umbria. Gli scavi del Vicus ad Martis sono un eccelso strumento di documentazione della nostra storia antica e dell’asse viario della strada consolare Flaminia, fondamentale per l’intera Umbria». Il tracciato della Flaminia attraverso l’Umbria fu dubbio per lungo tempo, finché nel 1902 – scrive lo studioso locale Ottorino G. Caramazza in un suo testo sulla vicina catacomba di Villa S. Faustino – il noto archeologo e sindaco spoletino, Giuseppe Sordini, stabilì definitivamente “che la sola via Flaminia si deve ritenere quella che passa per Ad Martis” e, dunque, non quella attraverso Narni, Terni e Spoleto.

Il sindaco di Massa Martana, Maria Pia Bruscolotti: «Fieri di sostenere scavi importanti per noi e per l’Umbria tutta»

Il progetto di ricerca prese il via nel 2007, con l’obiettivo di valorizzare lo studio della via Flaminia nel territorio di Massa Martana. La strada, opera degli antichi romani, iniziata attorno all’anno 220 a.C. per volontà del console Caio Flaminio, collegava Roma con l’Italia settentrionale. Nel marzo del 2008, la ditta tudertina Intrageo condusse indagini storiche e prospezioni archeologiche, che subito fornirono riscontri estremamente interessanti, al punto che le due campagne di scavo 2008–2009 hanno riscosso vasta eco nel mondo scientifico. «Dagli scavi effettuati sino ad oggi», afferma il professor John Muccigrosso, veterano del sito Ad Martis, «messi in relazione con i risultati delle prospezioni geomagnetiche delle foto aeree e di quelle della fotocamera termica, è possibile avere una precisa idea topografica dell’area. Una serie di grandi strutture con pianta allungata sono ordinatamente allineate per oltre 300 metri; abbiamo anche individuato inoltre due grandiosi edifici a pianta basilicale ed una enorme struttura di forma circolare. Adesso il nostro obiettivo è quello di accertare la presenza, la forma, la cronologia e la funzione di altri edifici».

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 1

9 giugno 2010


Dal libro di Luciano Vagni Sotto la Cattedrale
raccolta testi e foto di Francesco La Rosa

Le opere di consolidamento per il ripristino di dissesti strutturali hanno portato alla luce in tre delle quattro pareti della stanza, grandi archi di travertino, alcuni dei quali fessurati, che mostrano un mondo nuovo, del tutto diversoda quello soprastante; mentre il locale superiore moatra caratteristiche medioevali e rinascimentali, la parte sottostante richiama quelle romane,e lascia intravedere che un eventuale proseguimento verso il basso può mettere alla luce elementi architettonici ancora più antichi. In mezzo alla sala sono stati rinvenuti due interessanti plinti eseguiti con conci di travertino semicircolari, messi a secco, ai quali è stata fatta una sottofondazione per lasciarli in situ nella stessa posizione dove si trovavano, nella funzione svolta,in passato,di sostegno a eventuali pilastri.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 2

9 giugno 2010

Gli elementi architettonici mostrano l’evoluzione del complesso edilizio: a fondazioni antiche ( etrusche e romane) si sovrappongono possenti costruzioni romaniche e gotiche (archi e volte). In prossimità di tali strutture è stato rinvenuto un muro dello spessore di m.3,30, con sezione verticale ad indicare che non si trattava di un muro di sostegno,
era il limite del lato sud del santuario etrusco. Lì venivano portate le offerte o le vittime sacrificali dai cittadini, protetti da una pensilina in legno che poggiava su fondazioni in travertino a sezione circolare visti nella sala 1.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 3

9 giugno 2010

Per consentire ai pellegrini di raggiungere il tempio dal terrazzamento intermedio si elevava una rampa che procedendo perpendicolare al lato ovest del tempio, ripiegava in direzione sud per raggiungerlo in corrispondenza del lato frontale, dove si trovava anche l’altare sacro. Questa rampa non è mai stata completamente depredata perché probabilmente è stata utilizzata in periodo imperiale per sostenere un colonnato di chiusura del lato nord del foro, in continuità con il colonnato realizzato attorno al tempio a mo’ di peristilium.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 4

9 giugno 2010

Nell’ angolo sud-est del santuario si trova il tempio etrusco: costruito su fondazioni di ciottoli di medie dimensioni impastati con terra e argilla, ha muri dello spessore di m. 1,80 (6 piedi) realizzati in conci di travertino che raggiungono il basamento del tempio, dal quale si elevava la costruzione lignea, con il tetto a due spioventi. Dalla foto si notano anche le due trasformazioni più importanti del tempio: la trasformazione romana che lo amplia con fondazioni in blocchi di travertino realizzate per sostenere i colonnati del peristilium, con colonne in travertino e capitelli ionici di cui sono state ritrovate importanti testimonianze;
la trasformazione successiva del periodo bizantino-romanico, che vede l’utilizzo del tempio in cattedrale prima e in palazzo papale poi, la cui ubicazione planimetrica coincide con quella riportata nel quadro del Maestro dei Dossali di Montelabate conservato presso la Pinacoteca di Perugia. Di fronte al tempio si trova un muro di travertino dello spessore di m.2,40 (8 piedi) che delimitava il lato nord del santuario etrusco.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 5

9 giugno 2010

L’edificio di via delle Cantine era la struttura che ospitava il presidio militare della città, denominato Castello di S. Lorenzo, costituito dalle guarnigioni papali con soldati e cavalli, era quasi certamente su due piani, come è attualmente: quello sottostante veniva forse utilizzato per il ricovero degli animali e per le armi, e quello soprastante, sotto l’ imponente volta gotica, era la caserma dei soldati, collegata superiormente al cortile papale. La caserma dei soldati era provvista di feritoie, disposte in modo da controllare tutta la zona nord, ed in particolare l’ingresso da via Appia: erano alte e strette, in modo da proteggere gli arcieri e consentire loro di lanciare i propri dardi. Alcune di esse sono state allargate a mo’ di cannoniera, a dimostrazione che la fortezza è stata utilizzata fino alla realizzazione della Rocca Paolina.
La volta in mattoni esistente è stata costruita nell’intervento di ristrutturazione della fine del ‘400, e segue altri interventi precedenti di archi e volte a crociera di cui restano tracce nei muri: potrebbe anche essere stata demolita e ricostruita quando sono state aperte le porte su Via delle Cantine, certamente non tutte presenti nella fase iniziale nella quale l’edificio era utilizzato a scopi militari.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 6

9 giugno 2010

La parte più del terrazzamento del santuario etrusco è delimitata a nord da un muro di travertino che non è stato successivamente espoliato perché su di esso è appoggiata la maestosa torre del castrum costruito a difesa della città, passato alla storia come Castello di San Lorenzo; la sua caratteristica è l’ingegnoso collegamento trasversale dei blocchi di travertino che ne impediva lo scorrimento sotto la spinta del terreno: mantenendo la complanarità dei filari in travertino, venivano praticate compenetrazioni dei blocchi superiori sulla fila inferiore per garantire la trasmissione di ogni filare al

sottostante. maestoso muro del lato nord del santuario aveva uno spessore costante di m.2,40, ed era stato costruito con pendenza verso monte, con ogni concio murario arretrato di cm.3 rispetto a quello sottostante. In prossimità del lato nord-ovest si trovava il punto di partenza della prima rampa che, correndo esternamente parallela al muro lato nord, consentiva di raggiungere il primo terrazzamento del santuario. Diretta da ovest verso est, rappresentava per i pellegrini l’ascesa verso il cielo, nella direzione della luce del sole nascente.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 7

9 giugno 2010

La porzione di strada etrusca rinvenuta da Piazza Cavallotti a Via delle Cantine ha una larghezza di m. 4,20 e corre parallela alle mura della città; è costruita con basolati appoggiati direttamente su un terreno di riporto dello spessore di circa 1 m., che costituisce l’elemento di distribuzione del terreno dei carichi gravanti sulla strada. La strada è stata interrata urbanisticamente nel periodo della Roma repubblicana, nella ristrutturazione effettuata per trasformare il sistema etrusco di viabilità circolare in un altro ad assi ortogonali, avente per assi principali il cardo e il decumano. Il pozzo etrusco situato lungo la strada rinvenuta in Via delle Cantine è in realtà una cisterna; la stratigrafia di Perugina è costituita da brecce alluvionali ben cementate ma perfettamente permeabili,al di sotto delle quali, alla quota di 16-22 metri, si trovano argille azzurre consolidate disposte parallelamente al colle e quindi incapaci di trattenere le acque piovane che fuoriescono alla base della collina; gli Etruschi hanno pertanto proseguito lo scavo all’interno di tali argille, realizzando in esse delle vere e proprie cisterne a perfetta tenuta, che garantivano una temperatura costante dell’acqua, in inverno e in estate. Uno splendido sistema di fognature, con grandi pendenze e perfettamente sigillate consentiva di salvaguardare la fitte rete di pozzi-cisterne, garantendo la vivibilità della città; lo stesso sistema di seppellimento dei morti al di fuori della città mostra come le norme religiose, etiche e igieniche di questo popolo erano tra loro congruenti e logiche.

Ipogeo dei Volumni, emergono grandi novità dai nuovi studi sul popolo degli Etruschi

7 giugno 2010

“Per i 170 anni della scoperta dell’Ipogeo dei Volumni ci sono grandi novità in fatto di studi sul sito archeologico di Ponte San Giovanni”: con queste parole il soprintendente dei Beni Culturali, Gabriele Baldelli, ha di fatto dato un’anima al convegno celebrativo che ci sarà il 10 e 11 giugno alla presenza dei maggiori studiosi europei degli etruschi e di archeologia. Le scoperte – solo accennate durante la conferenza stampa di presentazione alla quale hanno partecipato anche il presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi, il sindaco Wladimiro Boccali ed esponenti della Regione dell’Università – riguardano l’archittettura degli etruschi e la stessa lingua di questo popolo per certi versi dalle origini ancora incerte. “La necropoli rappresenta di fatto, in proporzione, la casa degli etruschi – ha continuato Baldelli – e grazie a nuovi studi siamo riusciti a capire alcune tecniche e particolarità degli etruschi che prima ci erano sconosciute. Lo stesso vale per la stessa lingua scritta”. Ulteriori particolari emergeranno dal convegno che avrà luogo alla Sala dei Notari il 10 e 11 giugno. La celebrazione dei 170 della scoperta del sito archeologico tra Perugia e Ponte San Giovanni riguarderanno anche una migliora fruibilità dell’Ipogeo con nuove spiegazioni e percorsi multimediali; tutto questo per garantire già a partire da questa estate un maggiore flusso di turisti e appassionati. “Quando parliamo dell’Ipogeo – ha spiegato Guasticchi, presidente della Provincia – dobbiamo subito fare presente che ci troviamo di fronte ad un sito unico nel suo genere: completo, perfettamente conservato e ricco di elementi per conoscere il popolo etrusco. Insomma una scoperta unica al mondo che non ha nulla da invidiare ad altri reperti e ritrovamenti dell’Italia Centrale. Con i 170 anni, vogliamo dare nuovo slancio e comunicazione all’Ipogeo perché possa essere inserito nei maggiori percorsi turistici della nostra provincia”. Sarà attivato un laboratorio di simulazione dello scavo che dovrà diventare un punto di riferimento per l’attività didattica delle scuole in ambito storico archeologico. L’idea è di allestire una struttura permanente esterna e protetta da una piccola tensostruttura. Le celebrazioni sono state possibili grazie al contributo di Unicredit Banca di Roma, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, con la collaborazione dell’Università degli Studi, della Regione, del Comune di Perugia, della Provincia, di Sistema Museo e Archivio di Stato.

Perugia, i Tesori Etruschi sotto la Cattedrale di San Lorenzo

2 giugno 2010

Piazza IV Novembre

Raccolta testi e foto a cura di Francesco La Rosa

I lavori di consolidamento effettuati nella Cattedrale di San Lorenzo a Perugia, e nei locali vicini, iniziati nel 1986 hanno riportato alla luce uno scenario sorprendente che il protagonista e direttore dei lavori ing. Luciano Vagni ha voluto descrivere nel libro “Sotto la Cattedrale”.
L’autore riporta le fasi progettuali ed esecutive degli interventi, i ritrovamenti della Perugia Etrusca, di quella Romana e di quella Bizantino-romanica; le ipotesi sollevate e le considerazioni lasciano intendere che quanto emerso consentirà di colmare molti vuoti presenti nella storia della città di Perugia, ma anche relativamente alla civiltà degli Etruschi e alla difesa della civiltà romana dopo la caduta dell’Impero Romano.
Laddove si trova il chiostro superiore della Cattedrale di San Lorenzo si trovava un grandioso santuario etrusco, che si estendeva fin sotto l’abside dell’attuale con il suo tempio. A valle del santuario, completamente svincolata urbanisticamente dall’imponente sua mole, una strada etrusca della larghezza di 3,90 metri, ritrovata perfettamente integra poiché rinterrata nella fase di risistemazione urbanistica effettuata dal dominio di Roma repubblicana, costituisce l’elemento di maggiore rilievo di tutto il complesso. Sulla base del modello celeste seguito dagli etruschi per la costruzione della città l’autore determina la posizione delle porte, dei templi, delle postierle dei morti, riscontrando peraltro strane coincidenze geometriche che indicano una straordinaria conoscenza, da parte dei fondatori della città, sia della geometria che della sua applicazione agrimensoria, la gromatica.
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“Credo che sia doveroso chiarire perché un ingegnere si trova coinvolto in un imponente scavo archeologico, e poi perché ha deciso di scriverne le memorie. Il coinvolgimento nell’impresa, il desiderio di dedicarsi ad essa ha inizio da due importanti incontri della mia vita, quello con l’Ing. Sisto Mastrodicasa e quello con l’Ing. Cesare Alimenti: si tratta di due personaggi ormai scomparsi da tempo, che hanno avuto prima di me un rapporto professionale significativo con la Cattedrale di San Lorenzo e con il Capitolo della Cattedrale. Questi due tecnici competenti e prestigiosi hanno dedicato molte energie al complesso monumentale della cattedrale, il primo nelle vesti di ingegnere esperto strutturale, che negli anni ’50 fece un efficace intervento di consolidamento sulla porzione del complesso che si affaccia su via delle cantine, il secondo, che aiutò per anni il Capitolo a districarsi in numerosi interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e che, di fronte a problematiche strutturali richiese l’intervento del sottoscritto, cosi come accadeva in quei tempi nei quali nessun ingegnere osava avventurarsi nei settori dell’ingegneria che non praticava usualmente.
Il desiderio di scrivere non credo derivi da ambizione, o meglio l’ambizione non è tale da superare la pigrizia che ha sempre spinto il sottoscritto alla ricerca dell’essenziale e mai qualcosa in più che magari ti può portare al successo o alla notorietà; pigrizia che però non riesce a superare la gioia intima e intensa di collegare una scoperta, fosse anche di un semplice ritrovamento di una pietra, ad un evento storico, di riportare alla luce luoghi dove per migliaia di anni gli uomini hanno lavorato, combattuto, pregato, e sono morti, conoscendoli attraverso le loro opere, i loro pensieri, le loro intuizioni e le testimonianze che ci hanno lasciato. (…)
Ing. Luciano Vagni

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Nota di redazione: Nei prossimi giorni pubblicheremo tutto il percorso archeologico sotto la Cattedrale, costituito da otto sale e completo di foto, testi e curiosità..

Orvieto, il Pozzo della Cava, un enorme buco con 25 secoli di storia

7 maggio 2010

Da oggi inizia un racconto affascinante della Orvieto Underground, parleremo anche nei prossimi articoli di muffole, fornaci, cisterne, tombe, necropoli del Pozzo della Cava.

La struttura
Il pozzo è interamente scavato nel tufo litoide che costituisce la rupe orvietana; ha una profondità di 36 metri, gli ultimi dei quali occupati da acqua sorgiva.
La struttura è costituita da due parti accorpate: la prima, più grande, ha una sezione circolare con un diametro medio di 3,40 mt, la seconda, più piccola, ha invece una sezione rettangolare di lati 60×80 cm e presenta le tipiche ‘pedarole’ etrusche, ossia delle tacche incise sulle pareti laterali per consentire la discesa e la risalita. Alla profondità di 30 metri ha inizio, all’interno della parte a sezione rettangolare, un cunicolo alto 170 cm circa e che attualmente ha una lunghezza di circa 20 metri; il suo fondo,quasi completamente ricoperto di fango e argilla, presenta un profondo solco sul lato sinistro che doveva servire a far scorrere l’acqua del pozzo.

La parte superiore dell’ingresso del camminamento risulta incisa dal ripetuto scorrere di corde, utilizzate probabilmente
Per eseguire lo scavo o per trasportare l’acqua.
Alla base del cunicolo sono presenti cinque fori disposti ad intervalli regolari lungo la parete cilindrica; si pensa possano aver ospitato la travatura di una piattaforma o di un macchinario per sollevare l’acqua della sorgente.
La storia
Sono davvero molti i secoli di storia del Pozzo della Cava, che ha subito nel tempo continue modifiche.
Il pozzetto laterale a sezione rettangolare è etrusco e costituisce un saggio del suolo effettuato per accertarsi della presenza della falda acquifera prima di eseguire lo scavo; fu poi inglobato nel pozzo vero e proprio.
Quando nel 1527 papa Clemente VII ordinò di scavare il Pozzo di San Patrizio, fece riadattare anche questa struttura per poter attingere l’acqua della sorgente dalla via; i lavori furono eseguiti a spese del comune e si conclusero nel 1530.
‘E solo del 1999 la scoperta (effettuata dal ricercatore orvietano Lucio Riccetti a seguito del rinvenimento di una lettera autografa di Antonio da Sangallo il Giovane) che il primo pozzo realizzato ad Orvieto su commissione del papa Clemente VII fu quello della Cava e non quello di San Patrizio, come si era sempre creduto fino ad allora. Il tufo estratto dal Pozzo della Cava sarebbe stato in parte utilizzato per la costruzione di Palazzo Pucci, altro cantiere orvietano diretto dal Sangallo.
Il pozzo restò aperto fino al 1646, anno in cui le autorità comunali ordinarono la sua chiusura, come testimonia una lapide collocata sulla via. Quanto ai motivi di questa decisione una credenza popolare vuole che vi siano stati gettati cinque ufficiali francesi che aveva tentato di violentare le donne del quartiere. Con ogni probabilità questa ipotesi ( riportata da illustri storici di fine ottocento e dei primi del novecento) deve subire un certo riadattamento, collocando l’ episodio dei soldati francesi all’ inizio del XIX secolo, nel periodo della presenza ad Orvieto della truppe napoleoniche. Ad avvalorare questa seconda ipotesi è anche una lettera dell’ aprile 1820 ( di cui è esposta una copia accanto al pozzo) in cvui il Delegato apostolico di Viterbo mette in guardia le autorità comunali di Orvieto sull’ occultamento di cadaveri all’ interno del Pozzo della Cava.
La chiusura del 1646 andrebbe quindi fatta risalire ( come suggerisce Alberto Satolli nel suo libro ‘ ‘Il Pozzo della Rocca di Orvieto’) al periodo della guerra di Castro, durante il quale l’ intera via della Cava fu trasformata in una fortificazione, murando tutte le aperture e i vicoli che vi si affacciavano. Il documento del 1820, a cui fece seguito una risposta del Comune di Orvieto dell’ agosto dello stesso anno, resta l’ ultima testimonianza ufficiale del Pozzo della Cava.
Quando, dopo più di un secolo di silenzio, nel dicembre del 1984 Tersilio Sciarra ha riscoperto il pozzo durante dei lavori di ristrutturazione, la sua profondità era soltanto di venticinque metri, il fondo era infatti ostruito da terra e rottami accumulatisi nei secoli. Soltanto i lavori della primavera del 1996 hanno restituito alla struttura la sua completezza originaria.

La scultura Etrusca

18 novembre 2009

di Marianna Gallinella

Sulla provenienza degli etruschi, la cui presenza  è egemone nell’Italia centrale tra il X ed il III Sec. a. C., si sono molto affaticati gli studiosi senza giungere ad una conclusione certa. Le ipotesi formulate su quella origine sono in sostanza tre. Alcuni vogliono gli Etruschi venuti dall’Oriente per via marittima, altri discendenti di gruppi abitanti l’Italia prima dell’invasione indoeuropea (matrice delle varie popolazioni della penisola); altri ancora calati dal nord delle alpi Retiche. Nessuna però ha fondamenti tali da renderla vincente. Si sa per certo, comunque, che tra tutti i popoli italici (lidi, tirreni, tusci, raseni), quello etrusco raggiunse il più alto grado di civiltà. Se ne ha una chiara testimonianza nel musei archeologici delle città toscane e laziali, (Chiusi, Cerveteri, Tarquinia, Firenze) dove le prima sculture etrusche risalgono addirittura all’VIII sec. a.C. . si tratta di opere ancora rozze, in cui le figure modellate in argilla oppure fuse in bronzo, sono rappresentate in forme piuttosto rigide e schematiche.

A cominciare dal VII sec. a. C., quando gli etruschi vennero in contatto con l’arte greca, la loro scultura fece dei notevoli progressi. Pur ispirandosi a quella greca, con l’introduzione in Etruria della concezione greca dell’Ade (regno sotterraneo ed oscuro dei morti, abitato da demoni paurosi) l’arte etrusca non perse la sua originalità e rivela chiaramente un aspetto fondamentale della civiltà di quel popolo: il grande culto funerario, nel cui ambito curarono in modo particolare le tombe con urne, canopi, sarcofaghi di pietra, cippi, sfingi e stele. Se ne differenziava soprattutto perché non mirava a renderne fedelmente la realtà plastica delle forme naturali, né a rappresentare “tipi”, ma deformava liberamente strutture e particolari per raggiungere una maggiore intensità espressiva e puntava all’individualità ispirandosi alla realtà contingente.

Era un’arte più ingenua e primitiva, non colta e raffinata come quella ellenica, ma proprio per questo più affine alla semplicità rude e pratica dei Romani.

L’agro chiusino, che comprendeva i territori della Val di Chiana e della Val d’Orcia, fungeva da raccordo tra il corso del Tevere e quello dell’Arno, metteva in comunicazione le regioni interne dell’Etruria meridionale con quella settentrionale ed infine era collegato al mare.

Tale territorio, abitato fin dalla preistoria, ebbe un notevole sviluppo intorno al VII sec. a. C., a causa dello sfruttamento decentrato delle risorse agricole.

Ciò portò alla formazione di una serie di insediamenti minori documentati prevalentemente da necropoli, di cui troviamo testimonianze nel Museo Archeologico di Chiusi, e nei musei civici di Chianciano Terme e Sartiano.

 

Dunarobba, “La Foresta Fossile, con i suoi alberi giganteschi, era viva due milioni di anni fa”

14 novembre 2009

dunarobba

 

Il Comune di Avigliano Umbro, d’intesa con il CET – Centro Europeo Toscolano e la Società Cooperativa Kairòs, invita i ragazzi della scuola primaria e secondaria di primo grado a esprimere sentimenti, memorie, idee, sul tema: “La Foresta Fossile, con i suoi alberi giganteschi, era viva due milioni di anni fa”. Come immagino l’ambiente e la vita nella rigogliosa foresta.
Il testo scritto, elaborato da ragazzi singoli o in gruppo, dovrà pervenire al Comune di Avigliano Umbro entro il 28 febbraio 2010. I testi verranno letti dal Maestro Mogol che li selezionerà individuandone almeno sei,  a suo insindacabile giudizio, come i più stimolanti per fantasia, vivacità e creatività,. Gli autori dei testi selezionati e le loro classi saranno invitati ad un incontro alla Foresta Fossile e successivamente premiati al CET dal Sindaco di Avigliano Umbro e dal Maestro Mogol. Il Comune di Avigliano Umbro offrirà la colazione e la visita alla Foresta.

Per informazioni:
Comune di Terni
Direzione Sistema Museale
Via G. Bruno, 3
Tel.: 0744.434210
dim@comune.terni.it

 

Un gioiello dell’architettura romanica in attesa di restauro

13 ottobre 2009
franco spellani

franco spellani

S. Maria di Pietrarossa  di Trevi al centro di una importante zona archeologica

di  Franco Spellani

La chiesa sorge su un’area  a sud di Trevi sulla piana attraversata dalla ferrovia che porta a Foligno. E’ una tipica costruzione romanica con le pareti interne ed esterne interamente decorate da pittori umbri della metà del ‘400 come Bartolomeo da Miranda e Valerio de Muti,  la struttura a tre navate   prende nome Pietrarossa dalla presenza di una pietra incastonata su una colonna a destra della navata centrale  guardando l’altare principale , una pietra rossa con al centro un foro da cui probabilmente , nell’uso originario, sgorgava l’acqua. In questa chiesa veniva esaltato il culto della Vergine Maria, a cui è dedicata, infatti sono numerose le immagini che la riproducono  nei preziosi affreschi  interni ed esterni della chiesa.

Dentro la chiesa . addossato ad una colonna troviamo un altarino  di Rocco Di Tommaso da Vicenza, che rappresenta un bassorilievo della Madonna col Bambino ed ai lati due statuette di San Giovanni e S. Emiliano Patrono di Trevi, recentemente trafugato e ritrovato.

La tradizione popolare vuole anche ribadire il culto di San Giovanni, il quale è anche esso presente negli affreschi, e si racconta che ogni anno a fine giugno aumenti il livello dell’acqua nei pozzi della zona e questo fenomeno veniva chiamato “acqua di San Giovanni” e si ricorda che nella notte di mezza estate vigilia della festa di San Giovanni, le donne trevane andassero in pellegrinaggio alla chiesa per invocare la fertilità o per le nubili un matrimonio. Certo non sono mancate le interpretazioni maliziose, perché   pare, che a quel tempo molte donne rimanessero incinte proprio  in quei giorni perché molte, con la scusa del pellegrinaggio si incontravano con focosi e giovani amanti nei pressi del tempio, ed il papa Gregorio XIII , che era stato canonico di Trevi, conoscendo quella usanza  poco spirituale decise  di interrompere questo tradizionale pellegrinaggio.

Tuttora vive la tradizione di mettere a bagno nell’acqua  petali di fiori e foglie e con l’infuso ricavato fare abluzioni benefiche  e beneauguranti il mattino seguente.

Archeonursia

11 ottobre 2009
maria angela turchetti, curatore musei di norcia

maria angela turchetti, curatore musei di norcia

ARCHEONURSIA: una associazione di volontariato al servizio della Valnerina e del suo patrimonio culturale

di Maria Angela Turchetti

Il Gruppo Archeologico Nursino  archeonursia nasce nel 2000 per volontà di alcuni cittadini di Norcia di aggregarsi in un’associazione di volontariato al fine di salvaguardare e valorizzare l’ingente patrimonio culturale della Valnerina, in special modo le ricchezze archeologiche fino ad allora poco indagate e conosciute.

Tra i settori di intervento del gruppo spiccano infatti gli scavi archeologici effettuati negli ultimi anni a Preci, Borgo Cerreto e Norcia, sotto la direzione scientifica e in stretta collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, che hanno portato al rinvenimento di necropoli e domus di età ellenistico-romana, fondamentali per la ricostruzione del passato locale. Ed ancora i volontari si sono prodigati nel finanziamento per la realizzazione del restauro dei reperti rinvenuti e per la loro esposizione al pubblico, all’interno del Circuito Museale Nursino, in stretta collaborazione con il Comune di Norcia, ed enti pubblici e privati quali i locali Lions e Rotary Club.

Il desiderio dei volontari di vivacizzare la vita culturale locale e di potenziare il Circuito Museale si è concretizzato anche nell’organizzazione di eventi culturali, iniziative didattiche e proposte di visite guidate nei Musei e sul territorio,  la visita guidata su prenotazione (telefonando al n. 0743/824952) del complesso monumentale di S. Francesco che ospita l’importante pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine, dipinta nel 1541 da Jacopo Siculo per i Frati Minori del Convento della SS. Annunziata di Norcia.

Tra le numerose iniziative, lo scavo a Norcia delle domus romane in loc. Colle dell’Annunziata, cui si può partecipare con l’iscrizione all’Associazione, e i festeggiamenti in onore del Cav. Evelino Massenzi, che prevedono la pubblicazione di un prestigioso cofanetto, che conterrà lo studio delle opere d’arte e dei reperti archeologici donati   grazie alla disponibilità finanziaria del Comune di Norcia e di archeonursia.

Inoltre un grandissimo successo ha riscosso negli ultimi anni il corso di découpage a tema rinascimentale realizzato in occasione dell’Estate Museale Nursina all’interno del Museo della Castellina grazie alla disponibilità e alle doti artistiche del socio Anna Ansuini Recchi. Il corso  prevede teoria e pratica, ossia l’insegnamento della tecnica del découpage e la realizzazione di piccole “opere d’arte” a cura dei partecipanti che ciascuno può trattenere per sé alla fine del percorso formativo o lasciare come omaggio al museo al fine della raccolta dei fondi necessari per le varie attività di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale locale che archeonursia persegue con tenacia.

Insomma, questa degli “archeonursini” è una vera forza e una potenzialità inesauribile per il territorio che permetterà nel futuro nuovi e ambiziosi traguardi perseguibili grazie a chi, con passione e amore, crede che il passato sia ancora presente e costituisca le nostre radici e la nostra ragion d’essere presente e futura.

Musei di Norcia

11 ottobre 2009
norcia, piazza s. benedetto

norcia, piazza s. benedetto

ARCHEOLOGIA  DELLA VALNERINA IN MOSTRA A NORCIA


Il Circuito Museale Nursino nasce nel 2000 con l’inaugurazione della Mostra Archeologica Permanente “Norcia preromana e romana” presso il Criptoportico romano di Porta Ascolana. Si compone attualmente di due strutture museali a breve distanza l’una dall’altra all’interno della città: il Museo Civico e Diocesano, riaperto nel 1996 all’interno della Castellina, in piazza S. Benedetto e il Criptoportico romano di Porta Ascolana, in via Roma.

LA CASTELLINA

La Castellina è architettonicamente e storicamente un prestigioso edificio cinquecentesco, la residenza fortificata dei governatori apostolici che amministravano a Norcia la giustizia per conto dello Stato Pontificio, edificata per volontà del Pontefice Giulio III per garantire alla Chiesa un maggiore controllo sul Comune di Norcia che vantava un governo di tipo repubblicano. Del progetto fu incaricato Iacopo Barozzi da Vignola che il 28 Agosto 1554 ne tracciò, sul posto, la pianta, inglobando al suo interno il Palazzo del Podestà, quasi del tutto demolito, e la Pieve di S. Maria Argentea, ricostruita poco oltre.

Il fortilizio è quadrato con bastioni angolari fortemente scarpati. Da piazza S. Benedetto, attraverso un elegante portale bugnato e un controportale si accede ad un cortile porticato su cui si aprivano le cancellerie civile e criminale, le scuderie, i quartieri della guarnigione e le carceri, mentre al piano superiore trovava posto la residenza del governatore. Oggi la Castellina, oltre a varie mostre temporanee, ospita il Museo Civico e Diocesano, la Collezione Massenzi e la Mostra Archeologica “Partire per l’Aldilà”.

MUSEO CIVICO E DIOCESANO

Il museo riunisce opere d’arte provenienti dal territorio (arredi sacri, affreschi, dipinti su tela o tavola, sculture policrome lignee o in pietra, terracotte invetriate) di proprietà ecclesiastica e comunale,  databili tra XII e XVIII sec. Notevole la Croce proveniente dalla fraz. di Campi firmata da Petrus  Pictor e datata 1212 o 1241 o la grande pala di Antonio da Faenza (Madonna col Bambino e Santi Francescani, tempera su tavola, 1519) proveniente dall’ex Chiesa dell’Annunziata. A Giovanni Dalmata si deve un gruppo di sculture in pietra (Madonna col Bambino e  i SS. Giovanni Battista ed Evangelista, 1469) che decoravano l’altare della “Madonna della Palla” della Chiesa di S. Giovanni, mentre è attribuito a Luca della Robbia il raffinato gruppo dell’Annunciazione, in terracotta invetriata, realizzato per  la Chiesa dell’Annunziata agli inizi del 1500.

COLLEZIONE MASSENZI

La raccolta archeologica e storico-artistica, tra le maggiori collezioni private dell’Umbria, è giunta a Norcia grazie alla generosità del suo donatore, il Cavaliere Evelino Massenzi. Di rilevante importanza storico-archeologico-artistica la collezione archeologica si segnala per la notevole omogeneità culturale e per la consistenza del materiale che la compone: vasi etruschi e greci e in minima parte magno greci, per lo più di VII-VI sec. a.C. ma anche di epoca classica ed ellenistica (V- I sec. a.C.) consentono di ripercorrere la storia della ceramografia etrusca e greca dall’VIII sec. a.C. fino all’età romana. Tra i materiali meritano menzione un’anfora in bucchero di quasi un metro di altezza di produzione chiusina, alcuni vasi attici a figure nere e rosse, uno skyphos (coppa profonda con due manici) falisco e un cratere a colonnette di fabbrica volterrana con raffigurazioni di ambito dionisiaco. Tra le opere d’arte della donazione che il Comune ha la fortuna di possedere una splendida statua in terracotta policroma raffigurante l’Annunciata, attribuita allo scultore senese Jacopo della Quercia, databile intorno al 1410.

MOSTRA ARCHEOLOGICA PERMANENTE “PARTIRE PER L’ALDILA”

Realizzata grazie ai generosi contributi del Rotary Club Norcia – S. Benedetto e di archeonursia, la mostra rende fruibili al pubblico rilevanti materiali rinvenuti a partire dal 2001 nei pressi di Norcia in tombe a fossa, cassone e a camera, databili tra IV e I sec. a.C., che documentano la ricchezza e la prosperità di Nursia (il nome latino di Norcia) al momento della sua romanizzazione.

CRIPTOPORTICO ROMANO DI PORTA ASCOLANA

Dell’antico centro sabino sono esposti gli interessanti  reperti portati alla luce in loc. Campo Boario, nei pressi delle attuali mura urbiche, relativi a un villaggio di capanne di IX-VIII sec. a.C e a una necropoli di VI-III sec. a.C., una delle numerose importanti necropoli dislocate intorno alla città. Con la conquista romana della sabina (290 a.C.) il municipio di Nursia riceve un assetto urbanistico elegante e monumentale ancor oggi evidenziato dalla presenza di un criptoportico ubicato nell’area del foro della città antica, visitabile all’interno della Mostra.

PER INFORMAZIONI:

Orario di apertura: 1 Novembre-30 Aprile 10-13; 15-17 (Lunedì chiuso); 1-31 Ottobre; 1-31 Maggio 10-13; 16-18 (Lunedì chiuso); 1 Giugno- 30 Settembre 10-13; 16-19,30

tel.-fax. 0743/817030, www.artenorcia.net; e-mail info@artenorcia.net

Servizi al pubblico: Bookshop, visite guidate, laboratorio didattico, accessi facilitati

I CELTI E L’UMBRIA

11 ottobre 2009
croce celtica

croce celtica


di Diego Antolini

Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.

I Celti, popolazione di origine indoeuropea dal passato ancora in buona parte oscuro,  si sarebbero formati come popolo all’incirca nel 600 a.C. nel bacino dell’Europa centrale (tra il basso Rodano e l’Alto Danubio). Di cultura nomade, essi furono protagonisti di varie e importanti ondate migratorie che li portarono a colonizzare l’Europa, venendo a contatto con le genti che allora popolavano il continente (Sciiti, Kurgan, Greci, Etruschi, popoli del Nord). Da tale incontro i Celti mutuarono alcune usanze, come la costruzione di tumuli funerari e la venerazione per il cavallo. I Romani, dalle cui fonti abbiamo la maggior parte di notizie riguardanti questo popolo misterioso, narrano di gente guerriera e barbara, che conservava le teste dei nemici a protezione della casa e praticava sacrifici umani e cannibalismo.

Sarebbe tuttavia riduttivo dipingere un’immagine dei Celti così limitata e crudele, se pensiamo alla loro struttura sociale, stratificata in tre livelli di base: il druido (sacerdote), il cavaliere (uomo di potere economico e militare) e il popolo. Il trittico sacro era abilmente intrecciato nel tessuto sociale, con il Druido come “tramite” tra la natura e l’uomo, il guerriero come condottiero in battaglia e il popolo come piattaforma sociologica familiare. Se è vero infatti che i Druidi, erano l’apice della piramide sociale, la famiglia, riunita in clan, ne rappresentava le fondamenta. Da qui il perfetto equilibrio trifunzionale di questa cultura.

Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.

La religione, che risente moltissimo dell’origine indoeuropea del ceppo originario celtico, contemplava la reincarnazione, la rigenerazione dell’anima e la resurrezione; il culto della natura e il contatto con il cosmo era la matrice mistica fondamentale. Del pantheon celtico va menzionato il trittico Teutate (dio molto potente che veniva placato con sacrifici umani), Eso (anch’esso dio sanguinario, simboleggiato dal Toro) e Tarani (dio della guerra). In seguito il dio Lugh prese il potere su tutti.

Anche l’Italia ha conosciuto l’influenza celtica. In Umbria questo è ravvisabile anzitutto nel nome di alcune divinità locali antichissime, come il Dio Penn, o Pennin.

Penn significa “cima”, ma alcuni storici romani ne parlano come di una misteriosa divinità femminile. La Dea Pennina venne in seguito sostituita da un nuovo culto maschile, quello di Giove, poi detto Pennino.
L’Umbria sarebbe una delle regioni italiane che presentano più connessioni con il “Popolo della Quercia”, come dimostrano le molte similitudini tra il dialetto umbro e la lingua celtica (ancora oggi conservata intatta grazie alla diffusione del gaelico in Irlanda, in Galles e in Scozia).

Ad esempio l’articolo “il” si dice “Lu” in gaelico, ma anche nel dialetto ternano. Come Asun è Asino, Mul è Mulo e Gapr è la Capra per entrambi gli idiomi.

Il professor Farinacci fondò anni fa un’associazione (nel ternano) con lo scopo di dimostrare l’origine celtica delle popolazioni e delle tradizioni umbre. Questa sua tesi è accompagnata da moltissimi indizi: a Monte Spergolate (Stroncone) si trova un tempio dedicato al Sole; a Torre Alta c’è un osservatorio astronomico ancestrale, formato da una roccia–menhir con la cima scavata, a formare una vaschetta quadrata riempita d’acqua. Le costellazioni si specchiavano nella vasca e indicavano nei vari periodi dell’anno solstizi ed equinozi con precisione matematica; a Cesi vi sarebbe la “Pietra Runica di Cesi”, una pietra che presenta simboli runici e che, secondo Farinacci, sarebbero attributivi del “culto fallico”, rituale presente anche a Carsulae.
Qui vi sarebbero tracce del “Culto del Priapos”, antico rito della fertilità legato al Sole che con i suoi raggi mutati in pietra penetrava la Madre Terra e la rendeva fertile.

La conferma dell’esistenza di tali riti nella zona si troverebbe nella presenza di simboli sotto il Menhir, che rappresenterebbero segni zodiacali e il “Fiore della Vita”, simbolo di fertilità, orientato ad Est, verso il Sole (elemento maschile) che tramite il “Priapos” rende fertile la terra (elemento femminile).
Il santuario del culto fallico si sarebbe trovato al posto dell’attuale Chiesa di San Damiano; lì gli iniziati venivano portati per il sacrificio rituale.
Altri indizi a sostegno della tesi dell’influenza celtica in Umbria sono il mosaico con le croci uncinate (o svastiche) e il nodo gordiano, che un tempo dovevano ornare il Santuario del Culto Fallico (oggi il mosaico è conservato al Museo Civico di Spoleto). Nel mosaico è rappresentato un uomo che porta un bastone con una scacchiera in equilibrio e orina. L’immagine descrive forse un Druido nell’atto di preparare la magica “Acqua Santa”, che utilizzava una miscela di orina e acqua. La scacchiera potrebbe rappresentare l’unione delle tribù celtiche sotto il comando di Carsulae.

Presso questo luogo mistico vi sarebbe inoltre l’ingresso del Regno dei Morti, o la Porta di Saman (oggi Arco di San Damiano).

Sulla cultura celtica si protendono ancora molte ombre di carattere mistico ed esoterico, relative soprattutto al ruolo effettivo dei druidi e a quello della donna, la quale era considerata un “veicolo” spirituale e medianico importantissimo. Il principio femminile è stato in seguito interamente sostituito dal predominante maschile della cultura romana, e questo rende molto difficile il lavoro di chi tenta di riportare alla luce i segreti di un popolo che, attraverso i millenni, è capace ancora di suscitare fascino e mistero.