Archive for the ‘I VIAGGI DI ROBY’ Category

Mare, sole, archeologia, e rivivi l’antico fascino di Selinunte

3 maggio 2012

di Roberta Capodicasa

Selinunte, la più occidentale delle colonie greche di Sicilia fu fondata, stando a Tucidide, da Megara Iblea circa cento anni dopo la sua madrepatria nel 628/27 a. C.. La storiografia attuale tende, però, a rialzare la data di fondazione di circa un trentennio e a preferire la data proposta da Diodoro Siculo cioè il 650/1 a.C.. Questa data parrebbe anche più coerente con la documentazione archeologica in nostro possesso. L’area archeologica della polis è forse la più affascinante da me visitate in Sicilia grazie allo straordinario connubio del sito antico col mare ad esso prospiciente; si potrebbe quasi dire che la polis sembra uscire dal mare per adagiarsi mollemente sulla costa. Qualcuno l’ha chiamata città degli dei per il gran numero di templi ivi presente, per il suo mare azzurro e i suoi cieli limpidi. Il nome deriva da quello di un prezzemolo aromatico molto diffuso nell’ area, così tanto da essere rappresentato anche sulle monete antiche. I primi fondatori di Selinunte, come abbiamo già spiegato nella scheda relativa a Megara Iblea, provenivano dalla costa est della Sicilia. Si spinsero diametralmente quasi all’opposto del triangolo siceliota probabilmente alla ricerca di terre coltivabili non certo reperibili nel sito della madrepatria tra Catania e Siracusa. Trovarono nell’area popolazioni indigene ed una forte realtà punica con la quale la polis ebbe sempre a confrontarsi e scontrarsi per preferire, infine, una politica filo -cartaginese che la caratterizzerà sempre. Tentò di fondare sub-colonie come Eraclea Minoa ma, nonostante l’accortezza della sua politica, ebbe vita breve. Il suo splendido sviluppo economico e demografico ebbe fine dopo soli duecento anni, anni in cui vide un rapido sviluppo anche territoriale, fino ai confini della chora di Segesta a nord e fino al limitare del territorio di Agrigento ad est, e ad ovest in corrispondenza dell’odierna Mazara del Vallo.

In questo periodo di fioritura, VI secolo, dominerà la città una tirannide intraprendente che porterà avanti all’interno della polis, una politica di espansione architettonica cui si devono le grandi realizzazioni templari che resero monumentale il suo aspetto. Nel V sec. a. C. la città fu coinvolta in numerosi scontri con Segesta uno dei quali fu alla base dell’intervento ateniese in Sicilia: il molteplice intreccio delle vie della Storia comportò un tradimento da parte dell’antica alleata Cartagine nei confronti di Selinunte che capitolò dopo nove giorni di coraggiosa resistenza, nelle mani dell’ amica-nemica fenicia.

Dopo la sconfitta cartaginese della prima guerra punica nel 250 a.C., la popolazione fu trasferita dai Romani a Lilibeo ed il sito rimase deserto fino ai nostri giorni. Tale abbandono consente attualmente la possibilità di studio unica nel suo genere di una città greca antica le cui strutture appaiono meravigliosamente conservate. Il pur necessariamente brevissimo resoconto storico, consente di approcciarci a questo particolare sito archeologico consapevoli del ruolo giocato da una città greca di confine: proprio in forza di certe scelte storiche, si trovò a vivere in territorio nemico gestendo una politica lungimirante che la farà risplendere per il fascino delle sue strutture visibili ancora agli occhi di un contemporaneo, in quello che uno dei parchi archeologici più belli del mondo. La Sicilia può così ancora una volta vantarsi quale conservatrice di una memoria del passato unica.  Quest’ultima carta che riporta la ricostruzione di quella che doveva essere la polis antica, aiuta un potenziale visitatore a muovere i passi in un territorio pieno di sorprese per chi desideri andare oltre i ‘ruderi’. La visita di un sito archeologico antico, infatti, non è un affare di poco conto: necessita di una grande volontà di sapere. Aristotele diceva che ogni uomo per natura e desideroso di sapere. Visitare uno scavo è come andare in palestra: chi vuole davvero allenarsi sa che c’è bisogno di un sacrificio. Così è la storia approcciata tramite la maggiore delle sue basi documentarie che è l’archeologia: armati di una buona guida e di tanta voglia di conoscere, Selinunte potrà offrire una palestra elegante e completa. Per ora finisce qui la nostra passeggiata tra i templi greci di Selinunte, sperando di tornare presto a visitarla, a bere il suo mare azzurro, a respirare i suoi cieli limpidi.

 

Megara Iblea, la civiltà greca e arcaica che diede origine alla meravigliosa Selinunte

10 febbraio 2012

di Roberta Capodicasa

Il viaggio potrebbe dal punto in cui siamo arrivati scendere dolcemente a Sud, verso Selinunte ma proprio questa intenzione costringe a tornare per un momento sulla costa Est della Sicilia, a Megara Iblea, polis che fu la fondatrice della meravigliosa Selinunte. La costa orientale della Sicilia come abbiamo detto, fu quasi naturalmente investita dalla colonizzazione greca. Era infatti l’area immediatamente raggiungibile dalla Grecia, naturale punto di approdo in vista dello stretto di Messina e quindi del mar Tirreno. Era questa la rotta già percorsa dai Micenei e ripercorsa poi dai colonizzatori di VIII ca.. Non è un caso che tutta quest’area denominata ‘Etnea’, fosse sede dei Ciclopi e dei Lestrigoni, noti personaggi dei poemi omerici e di molte avventure dell’Eroe occidentale per eccellenza, Eracle. La fertilità delle pianure ivi presenti diede vita anche allo stanziamento delle colonie storiche di insediamento tra le quali appunto Megara Iblea fondata dopo una serie di traversie da coloni di Megara Nisea, polis collocata a metà strada tra Corinto ed Atene.

Circa alla stessa epoca anche Lamide venne in Sicilia, conducendo una colonia da Megara, e sopra il fiume Pantacia fondò una città dal nome Trotilo; più tardi andò da lì a Leontini e si associò in una comunità politica coi Calcidesi per un po’ di tempo; da essi fu scacciato e dopo aver fondato Tapso morì, mentre gli altri, costretti a partire da Tapso , fondarono Megara, detta Iblea, dopo che Iblone, un re siculo, aveva consegnato loro il territorio e li aveva condotti a quel luogo (750 a.C.ca.). Dopo avervi abitato per duecento quarantacinque anni, furono espulsi dalla città e dal territorio da Gelone, tiranno dei Siracusani. Ma prima di essere scacciati, cento anni dopo aver istituito la colonia di Megara stessa, avevano fondato Selinunte (628 a.C. ca.), inviandovi Pammmilo…

Questo il racconto dalle parole del nostro compagno di viaggio lo storico antico Tucidide., racconto che si mostra incerto e lacunoso. Quello che ci interessa è però la collocazione della polis nel lembo di terra settentrionale del golfo di Augusta, un terreno ad essi ceduto dal re siculo di Ibla, Iblone da cui deriva chiaramente il nome della polis.

Il sito che ci apprestiamo ad esaminare costituisce un caso emblematico per lo studio di una città di epoca arcaica. Lo scavo iniziato già nell’Ottocento è stato ripreso in modo sistematico solo nel dopoguerra ad opera della scuola francese facene capo a Vallet e Villard.

Gli scavi oltre a fornire dati di estremo interesse per lo studio della città greca in epoca arcaica, ha permesso di ritagliare un’oasi archeologica nell’area presa d’assalto ai nostri giorni dagli impianti industriali delle raffinerie sulla costa tra Augusta e Siracusa. Il piccolo angolo straordinariamente antico degli scavi è ritagliato, infatti, “tra le straordinariamente moderne raffinerie … pensiamo che ci sono forse ancora parti della necropoli (?) sottostanti agli edifici amministrativi di una delle 7 Sorelle che le giacciono placidamente sopra . *
Il sito è di difficile reperimento anche perché le indicazioni sulla strada, almeno quando andai io a visitarla, non sono facilmente rintracciabili, ma avere pazienza e perseverare nella ricerca permette di visitare una città greca arcaica che dovette essere di grande rilievo se appena un secolo dopo la sua fondazione, fu promotrice della felice fondazione di Selinunte nella parte orientale dell’isola. In seguito la guerra contro Gelone, tiranno di Siracusa, le fu fatale e la città fu rasa completamente al suolo: era l’anno 483 a.C.. Il tiranno divise la popolazione in due gruppi: i ricchi, chiamati grassi da Erodoto, che furono trasferiti a Siracusa ed integrati nel corpo civico, gli altri che furono resi schiavi e venduti benché non fossero i responsabili del conflitto. La città nel 415 a.C. era ancora deserta come ricorda Tucidide e sarà nuovamente occupata solo nel 340 ad opera di Timoleonte per subire poi, di lì a poco, un identico destino da parte dei Romani nel 214 a.C.. Come abbiamo accennato, la cattiva stella di Megara Iblea continuerà fino ai nostri giorni ma l’opportunità di visitare lo scavo andrebbe davvero tentata: sarà così possibile accedere direttamente alla visita delle splendide strutture dell’ VIII e VII sec. a.C. e al piccolo Antiquarium. Si potrà conoscere così l’insediamento che si articola su un pianoro alto appena 20 metri sul livello del mare che è ad esso prospiciente sul versante est. Il sito è d’altra parte limitato a Nord e Sud dalla valle del Cantera. L’area da visitare si presenta, dunque, assolutamente pianeggiante priva di un’acropoli e circondata da imponenti mura ma non tali da proteggere la polis dai vari assalti subiti nel corso del tempo. E’ possibile conoscere de visu le case degli antichi abitanti ed entrare nel loro habitat. Lo spazio abitativo era infatti diviso in due lotti: privato (lotti di terra con le case) e pubblico (aree religiose civili e strade). Ogni lotto, isolato dai primi cittadini, era di ca. 12 m. e le case ivi costruite presentavano una superficie abitativa di non più di 15-20 mq e uno spazio antistante con funzione di orto pari a 100-120 mq. Nel corso degli anni la superficie abitativa delle case si doterà di un altro piccolo locale tanto da avere tre piccoli ambienti allineati con apertura a sud verso il cortile.

Fin dal 1948 lo scavo della missione archeologica francese ha messo in luce l’impianto urbano di tutta la zona dell’agorà. L’area si articolava secondo tre assi principali, due in direzione est/ovest e uno nord/sud. Queste strade principali che tagliavano i nuclei abitativi avevano una larghezza dai 5 ai 6 metri.

Ricordo delle strade regolari che mi fecero impressione per la loro precisione e degli spazi abitativi altrettanto ammirevoli per la loro uniformità.

La città sembrava proclamare ancora la sua esistenza nonostante i terribili colpi subiti dalle alterne vicende storiche che l’avevano colpita.

Ricordo bene il mare su cui sembrava affacciarsi con le piccole case e le strade su cui si poteva camminare ancora seguendo tragitti antichi.

Mi ricordo dell’antiquarium e dei nomi dei grandissimi archeologi francesi Georges Vallet e Francois Villard che tanto fecero nella seconda metà del Novecento per riportare alla luce questo splendido sito greco che sembrava non dover mai cessare la sua lotta per la sopravvivenza, mutatis mutandis ancora di più nei nostri civili e modernissimi tempi.

I personaggi che incontrai furono anche essi tremendamente percepibili nella loro ‘lontana vicinanza’: una figura di donna che allattava due bambini e la statua funeraria di un medico, le due celebri sculture provenienti dalle necropoli di Megara, attualmente nello splendido Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa.

Le due statue colpirono moltissimo la mia fantasia: la prima era una statua funeraria di un kouros del colore della carne viva che mi gridava la giovinezza e la morte precoce del personaggio raffigurato, un medico, come dichiarava la frase incisa in caratteri greci sulla coscia; voleva indicare la sua qualifica e la sua generalità, medico Sombrotidas figlio di Mandrokles. La seconda, una statua di circa la metà del VI sec. a.C., che stringeva in un abbraccio affettuoso due fanciulli, pareva conscia della storia pesante vissuta dagli uomini e dalla città che l’aveva ospitata e gridava nonostante tutto con quell’abbraccio, la sua arcaica tenerezza.

Ho voluto e dovuto tornare indietro e fermarmi in particolare su questo sito perché è tanto importante e tanto poco conosciuto anche se ha una storia interessantissima sia nell’antichità che nel presente, perchè è stato amato e scavato da studiosi che stimo moltissimo per la tenacia e la caparbietà e cui devo importanti frammenti del mio vario e vago interesse per la Storia.

Erice e Segesta, dalla storia antica e le scienze moderne lo sguardo verso il mondo

27 novembre 2011
Erice, panorama su Trapani e sulle isole Egadi dal Castello di Venere. foto da www.globopix.net

Erice, panorama su Trapani e sulle isole Egadi dal Castello di Venere http://www.globopix.net

di Roberta Capodicasa

Mentre avveniva la conquista di Ilio, alcuni dei Troiani sfuggirono agli Achei; con le loro imbarcazioni arrivarono in Sicilia; poi si stabilirono ai confini coi Sicani e tutti quanti furono chiamati Elimi, mentre le loro città ebbero il nome di Erice e Segesta. Insieme a loro si stabilirono anche i Focesi, che tornando allora da Troia erano stati spinti da una tempesta prima in Libia e poi di lì in Sicilia.

Impossibile trovandosi in quest’area non gettare lo sguardo sull’antico popolo degli Elimi e sui luoghi in cui visse. Di essi vale la pena visitare i siti per la imponenza affascinante ed unica del

tempio di Segesta

paesaggio. Il tempio di Segesta e il teatro, ad esempio, entrambi di incomparabile bellezza, sono in una posizione panoramica eccezionale che, come la rupe di Erice, si collocano in località senza uguali in quanto a suggestione. Ma lasciamoci condurre ancora una volta da un ormai carissimo amico, lo storico antico Tucidide. Degli Elimi Tucidide ci da una localizzazione piuttosto vaga, benché per ben due volte nella Archaiologhia egli faccia cenno alla loro realtà; una prima volta per ricordare che «dopo la caduta di Ilio un gruppo di Troiani fuggendo gli Achei giunse sulle navi alle coste della Sicilia ed essendosi stabiliti “omoroi tois Sikanois`” tutti insieme furono chiamati Elimi, mentre le loro città sono denominate Erice e Segesta»; una seconda volta lo storico ne parla in relazione ai Phoinikes che «quando i Greci giunsero in molti, abbandonate quasi tutte le coste e raccoltosi in vicinanza degli Elimi, si tennero Mozia, Solunto e Panormos».

Erice, Castello di Venere

Alla indeterminatezza delle fonti letterarie si accompagna, però, la peculiarità dei resti archeologici, basti pensare alla isolata collocazione del massiccio tempio dorico di Segesta: esso rimane appartato, fuori della città sulla cima di una montagna che svetta per poi precipitarsi su uno spazio vuoto. Il tutto è circondato da una geografia dalle forme grandiose e imponenti. Il paesaggio di questi luoghi e l’ altitudine dei siti è quello che indubbiamente di più si fissa nella memoria, capace di riaffiorare anche a distanza di anni.

Segesta fu città ricca e potente frequentemente in lotta con Selinunte, la splendida polis greca, colonia di Megara Iblea di cui parleremo più avanti. Fu da questo contrasto che Atene coglierà l’occasione per entrare nel conflitto disastroso del 415-413 a.C..

Di essa ricordiamo, come abbiamo già notato, il teatro collocato sulle pendici settentrionali di Monte Barbaro, complesso ben conservato del periodo tra IV e III sec. a.C., esempio eloquente del passaggio dal teatro greco al teatro romano.

tempio di Selinunte

E il tempio è comunque il più celebrato monumento segestano trovandosi in una speciale simbiosi col paesaggio a causa della sua posizione che anche M. Torelli definisce giustamente, ‘fortemente enfatica’. La struttura dorica del tempio, lasciata incompiuta e le sue colonne mastodontiche, hanno costituito sempre un argomento allettante di studio per gli archeologi e di meraviglia per i visitatori. Quando arrivammo non c’era nessuno, il silenzio dominava la vallata, un profumo intenso di terra e fiori impregnava l’aria, il vento solo ci passava discreto accanto senza osare disturbare il nostro ‘religioso’ silenzio. La bellezza di questo luogo è assoluta, la sua memoria prepotente.

Erice, o “U Munti”, in siciliano, trovandosi a 756 metri s.l.m. sulla pianura costiera su cui giace Trapani, è città elima di particolare interesse in forza della sua storia mitologica e le sue vicende politiche. Sarebbe stata fondata da Erix figlio di Afrodite e del re Butes. A questo si deve il famoso santuario di Venere Ericina che si ergeva sulla rocca sovrastante. Erice fu oggetto di contesa per tutta l’età arcaica tra Greci e Cartaginesi i quali nel 260 a.C. la rasero al suolo e ne trasferirono gli abitanti a Drepanon (attuale Trapani), il porto, dove da allora fu fondata la città omonima, una delle più importanti basi navali dei Fenici. Nel 248 compaiono, però, sulla scena della storia locale i Romani che ingaggiarono una lotta spesso svoltasi sul monte stesso di Erice. Alla fine come sappiamo i Romani ebbero la meglio e conquistarono tutta la Sicilia Occidentale (241 a.C.).

Il santuario di Venere Ericina che qui si trovava, a causa della presunta discendenza dei conquistatori dai Troiani, diverrà un luogo di culto particolare, basti pensare addirittura che Enea ne verrà considerato il vero fondatore: i Romani trovano così una splendida giustificazione del loro intervento nell’area in occasione della prima Guerra Punica!

Del santuario archeologicamente non v’è più traccia. Rimane imponente la cinta di mura megalitiche, un tratto delle quali è detto ‘muro di Dedalo’ come riferisce una tradizione facente capo a Diodoro Siculo per cui presso Erice esisteva una roccia a picco così alta, che le costruzioni circostanti il tempio di Venere minacciavano di finire nel precipizio. Dedalo consolidò queste costruzioni, circondò la roccia con un muro e ne allargò la sommità in modo mirabile’.

Dalle fonti letterarie e dalle monete possiamo, dunque, supplire al vuoto lasciato dall’archeologia e ricostruire in parte questo santuario di cui oggi non rimane traccia ma che in antico fu di grande rilevanza, specie in età romana quando gli uomini politici venivano ad Erice e si intrattenevano in allegri godimenti con le donne. Diodoro si riferisce certamente all’istituto della prostituzione sacra che era qui senz’altro praticato. In età imperiale il santuario gradatamente decadde fino ad essere inglobato nella mastodontica struttura normanna, il castello di Venere, il cui nome tradisce il suo stretto collegamento con l’antichità.

Antonio Zichichi

Da qui comincia la storia della splendida città medievale che è particolarmente suggestiva per i meandri di viuzze e per l’altitudine che offre panorami mozzafiato. Le straordinarie vedute che la città offre mi portano a ricordare che dal 1963 Erice è sede del Centro culturale di cultura scientifica Ettore Majorana istituito per iniziativa del celebre scienziato siciliano Professor Antonino Zichichi quasi che le ampie vedute che da qui si aprono abbiano naturalmente condotto alle ancora più ampie prospettive che la ricerca scientifica offre.

Con tutto questo salire e scendere, sia nel tempo che nello spazio, alla fine io e il mio amatissimo fidanzato siciliano che, a suo dire, aveva trascorso le sue estati dell’infanzia in questo luogo divino, precipitammo in un ristorante dove ricordo una pasta straordinaria a rifocillare gli stanchi viandanti: Busiata con pesto alla trapanese, una crema di mandorle aglio, pomodoro e basilico indimenticabile. Il vino era un rosso Inzolia.

Ohi moi mi verrebbe da dire e sospirare! Per non morire allora di nostalgia è meglio che lasciamo qui il racconto, sottolineando l’etimologia della parola ‘nostalgia’ che venendo dal greco significa ‘dolore (algos) dovuto al desiderio del ritorno (nostos)’, quello che assolutamente mi prendeva nel preciso momento in cui scrivevo.

 

 

Isola di Mozia, Kouros e il santuario fenicio-punico “Il Cappiddazzu” ad un km da Marsala in Sicilia

30 ottobre 2011

Kouros o Giovinetto di Mozia

di Roberta Capodicasa

Mozia, Motye in greco, Mtwe (filanda?) in fenicio, è una piccola isola dinanzi alle saline dello Stagnone di Marsala. D’improvviso veniamo a trovarci dopo essere stati a Taormina-Naxos, come d’incanto, sulla costa occidentale della Sicilia, potremmo dire nel suo angolo più ad ovest che coincideva in antico con capo Lilibeo. Abbiamo a questo punto percorso da Taormina tutto il fianco nord del trilatero che stabilisce il lato nord dell’isola stessa definita col nome greco di Trinacria (tria-akrai), cioè terra con tre promontori (Pachino. Peloro e Lilibeo) e forma triangolare. Abbiamo abbandonato così le colonie greche della costa est per avventurarci in territorio prettamente Fenicio. Fino ad alcuni anni fa si pensava che la presenza fenicia nel mediterraneo e quindi in Sicilia, si potesse ragionevolmente porre tra la fine del XII secolo a.C.  e il secolo seguente, sulla scorta di vari dati e considerazioni cui brevemente accenno: il dato più interessante che costituisce il punto di partenza è il noto passo (dell’immancabile!!!) Tucidide che qui ritengo di riportare per la sua grande importanza:  “Abitarono poi anche i Fenici tutte le coste della Sicilia, avendo occupato il promontorio sul mare e le isolette vicine, a causa del commercio coi Siculi. Ma quando poi gli Elleni in gran numero vi giunsero dal mare, lasciata la maggior parte dell’isola abitarono a Mozia, Soloenta e Panormo, vicino agli Elimi, avendole confederate e confidando nell’alleanza degli Elimi e perchè da quel punto, Cartagine dista dalla Sicilia di una brevissima navigazione” (Vincenzo Tusa 1988)”.

La casa dei mosaici

Sarebbe bello esaminare attentamente in chiave storiografica questo passo interessante da molteplici punti di vista ma dobbiamo procedere per giungere al nostro isolotto, 45 ettari appena, denominato anche San Pantaleo. Mozia dista appena un chilometro dalla costa. Le testimonianze più antiche provengono dagli scavi eseguiti nei primi anni del 1900 dall’inglese J. Whitaker che, per non avere intralci sul lavoro, vide bene di comprarsi tutta l’isola. Fu anche merito suo la produzione del celebre vino Marsala tipico dell’isola che Whitaker vide bene di produrre oltre che dedicarsi all’archeologia. Fu egli a scoprire le prime necropoli fenicie di Mozia e ad avviare quegli scavi che arrivarono nel corso del Novecento ad identificare Mozia come un luogo di altissimo interesse archeologico soprattutto per la sua fase di maggiore splendore quella cioè di VI e V secolo a.C.: gli scavi attestano infatti che il sito fu poi distrutto nel 397 a. C. e mai più ricostruito. I reperti sono conservati nel Museo Whitaker alloggiato al pianterreno della villa che appartenne all’omonimo proprietario. Era questo il luogo in cui personalmente aspiravo vivamente ad entrare la prima volta che mi recai nell’isola. Il motivo era

Imbarcadero per Mozia

vedere quella che considero una delle statue più belle conservateci dall’antichità, il kouros, un ‘giovane’ con una veste insolita: un chitone con sette pieghe di stoffa, abito sottile e insieme ampio, che cinge completamente il corpo atletico della statua secondo la tipologia dello Stile Severo in cui è realizzata. Le pieghe dell’abito sembra che ondeggino in forza del movimento appena accennato che il corpo, in un gioco di onde e di veli che creano una atmosfera molto sensuale, sembra compiere: come dice uno studioso di nome Falsone, “Si ha l’impressione che lo scultore avesse voluto ritrarre un nudo e che sia stato costretto a vestirlo!!!” . La statua è certamente un originale greco della prima metà del V secolo opera di un grandissimo maestro forse ateniese. Si tratta probabilmente di un atleta olimpico punico di cui la statua funeraria celebra la memoria? I discorsi degli studiosi sono sempre aperti a nuove e stimolanti interpretazioni che non arrivano mai a nulla di definitivo lasciando dunque il kouros e la sua storia mitica. Appeso tra Grecia e Sicilia, il suo fascino misterioso si conserva nelle sale di un piccolo museo di una piccola isola fenicia. Per quanto mi riguarda io credo che si tratti davvero di un atleta olimpico vincitore di una gara alle antiche olimpiadi visto l’episodio singolare che mi capitò quando andai a vederlo per la prima volta nell’Agosto 2004.

Appena sbarcata col traghetto dalla terraferma mi recai di corsa, si fa per dire!, all’ingresso del Museo. Si può dire che quasi non parlai con il bigliettaio, una bella signora forse nord europea, che mi vide andare di fretta, ma proprio di fretta! Entrai nella sala dove mi aspettavo di incontrare il kouros girando una sorta di angolo e…la stauta non c’era! Cosa poteva essere successo? Ero confusa e disorientata. La portinaia mi raggiunse in persona e, con fare dispiaciuto, mi disse a bassa voce: “Il Kouros è stato portato ad Atene in occasione delle Olimpiadi, mi dispiace, mi dispiace davvero”. Per alcuni secondi  stentai a crederlo. Peccato però!

Fu una delle mie più cocenti delusioni dell’età adulta.

Santuario del Cappiddazzu

Nota:L’accesso all’isola è consentito solo da due imbarcaderi privati, che oltre a collegare la stessa Mozia alla terraferma permettono di visitare anche le altre isole dello Stagnone. L’isola appartiene alla Fondazione Whitaker, e benché sia aperta al pubblico e visitabile durante gli orari di apertura, è in vigore il divieto di sbarco non autorizzato. Nell’antichità una strada collegava la terraferma all’isola tra Capo San Teodoro e l’estrema punta moziese settentrionale: oggi la stessa via risulta sommersa dal mare.

Da visitare all’interno delle mura, il “Santuario del Cappiddazzu”  (in siciliano “cappello largo”) a poca distanza dalla Porta Nord.

Naxos-Tauromenion, emozioni oltre la barriera del tempo

13 ottobre 2011

di Roberta Capodicasa

Proprio a ridosso della strada che s’affaccia sulla splendida e famosa  spiaggia di Giardini Naxos, (Giaddini  in siciliano) frequentata da  numerosi  turisti, si trova lo scavo di Naxos una delle colonie greche più  antiche di Sicilia. Lo scavo, a quanto mi ricordo, è così bene nascosto a sguardi troppo  indifferenti al passato da rendere del tutto probabile la  permanenza a  Giardini per una vacanza e non rendersi neanche conto di trovarsi nei pressi di  uno scavo di straordinario rilievo.

porta di Apollo

Si comincia  la visita da un piccolo Antiquarium all’interno di una struttura  borbonica a Capo Schisò; da qui è possibile orientarsi sull’area archeologica  vera e propria. Mi rendo perfettamente conto a questo punto del bisogno sempre  più necessario di spiegare  la grande rilevanza che dò a questa località, il  motivo affettivo che ad essa mi lega. Ricordo chiaramente che fu uno dei miei
momenti più emozionanti  in Sicilia,  l’accorgermi all’improvviso, girato  l’angolo oltre la splendida e mondana spiaggia di Giardini Naxos , di trovarmi  su uno scavo greco arcaico; d’incanto  la confusione era cessata, lo spazio si era  come dilatato, il silenzio dominava le cose. Mi sembrò di aver superato, senza  accorgermene, la barriera del tempo.  Nasso  fu la prima colonia greca di Sicilia, se vogliamo prestar fede a   Tucidide, e numerosi autori tramandano di Teocle calcidese che insieme ad  alcuni Ioni di Nasso, l’omonima isola delle Cicladi,  avrebbe occupato l’area di Capo Schisò sottraendola probabilmente a degli indigeni Siculi. Il sito dove  sarebbe sorta Naxos doveva essere un approdo sicuro  ed obbligato per le navi  che facevano

panorama Giardini Naxos - Taormina

rotta verso Occidente dal Mediterraneo Orientale. I primi coloni  sarebbero arrivati su una spiaggia dove eressero un tempio ad Apollo  Archeghetes il dio di Delo protettore dell’impresa coloniale, nell’anno 754 a. C.: anche questo riferimento a Delo ci riporta all’area delle Cicladi da cui proveniva il nucleo forte dei coloni, considerato anche il nome dato al sito e  mutuato probabilmente dalla omonima isola dell’Egeo, Nasso. Dai pochi dati che  abbiamo risulta che la polis fu partecipe degli eventi politico economico  militari che riguardarono la costa est della Sicilia per tutta l’età arcaica e  si trovò spesso in lotta con Siracusa. Le guerre intestine caratteristiche del  mondo greco la videro completamente distrutta da Dionigi, il celebre tiranno  siracusano, nel 403 a. C.. Gli abitanti superstiti cercarono continuamente  di

Gelsomino

riprendere possesso della polis fino a che Andromaco, padre del grande storico  Timeo, non vide più opportuno abbandonare il sito di Nasso per preferire  quello  prospiciente di Tauromenion, la moderna Taormina, città gentilmente  appoggiata su una collina a 200 m. slm. da cui è possibile uno sguardo  meraviglioso sulla costa est della Sicilia fino all’Etna. Il dato d’eccellenza,  tra i molti, su cui ci soffermeremo  è l’essere stata celebre nell’antichità  per il rinomato vino di cui ci testimonia Plinio il Vecchio nella sua opera  Naturalis Historia  insieme alle monete su cui è spesso raffigurato il dio del  vino, Dioniso. Plinio famoso per la sua competenza in materia, prediligeva il vino ‘Taormina bianco’ prodotto con le antiche uve Catarratto bianco*,

grappolo uva catarratto

Carricante, Grillo, Inzolia e Minella bianca.  Tali testimonianze, consentono a questo punto di spendere qualche  insufficiente e certamente povera parola sul vino di Sicilia: il vino siciliano
potrebbe essere davvero confuso con un’ambrosia divina, direttamente donata da  Dioniso; le uve particolari, i raggi del sole cocente sotto cui i chicchi  maturano, il paesaggio caldo e mediterraneo che lo nutre, il suo profumo  impregnato di mare, con il retrogusto al sapore di mandorle,  gli conferiscono un carattere particolare che lo rendono inimitabile: non  riesco mai a decidere dinanzi ad un vino siciliano se mi affascini di più il  colore, il profumo o il sapore. La miscela dei tre è, comunque, un cocktail   prediletto tra le cose amabili di questo mondo e della Sicilia in particolare.

*Il catarratto, l’uva a bacca bianca più diffusa in Sicilia

NERA, FORTE; FORGIATA DAL FUOCO DELL’ETNA, CATANIA INVINCIBILE

19 settembre 2011

U Liotru, simbolo di catania

di Roberta Capodicasa

A differenza di Siracusa, fondazione dei Dori del Peloponneso, la moderna Catania, in greco, Katane, fu fondazione ionica dei Calcidesi.  Visitando la città, il riscontro delle sue origini greche non è così immediato come a Siracusa ma a testimoniarne l’ascendenza greca abbiamo  il nome e la prepotente tradizione storica che fa capo a Tucidide nel libro VI della sua opera: Tra i Greci i primi colonizzatori furono i Calcidesi , che fondarono Nasso (Naxos nei pressi di Taormina) … L’anno seguente Archia della famiglia degli Eraclidi, venne da Corinto e fondò Siracusa…Tucle e i Calcidesi, partiti, poi, da Nasso nel quinto anno dalla fondazione di Siracusa, fondarono Leontini, (attuale Lentini presso Siracusa) scacciati i Siculi con una guerra e in seguito Catania (729 a.C.). Della sua storia in questo primo periodo,  si conosce davvero poco, solo la notizia dell’origine catanese di Caronda, un celebre legislatore di cui ci parla Aristotele: Caronda di Catania diede leggi ai concittadini e alle altre città calcidesi in Italia e in Sicilia (VI sec.a.C.). Secondo un altro grande storico greco, Plutarco, il suo nome deriverebbe dal termine katane,  grattugia  a sottolineare le asperità del territorio che sorge sulla lava del vulcano che le svetta alle spalle, od anche dal latino katina (catino, bacinella) per la disposizione delle

Etna visto dal teatro greco di Taormina

colline tutto intorno  alla città(!). L’etimologia è, dunque, anch’essa oscura: secondo altre interpretazioni, il nome deriverebbe dall’apposizione del prefisso greco  katà- al nome del vulcano Aitnè, vale a dire in greco nei pressi di o appoggiata all’Etna.  Questa è per me l’interpretazione più suggestiva dato che corrisponde  alla prima impressione che si riceve dalla visita della città, quella di un luogo in strettissima simbiosi con il vulcano. Mi invase gli occhi quel colore scuro, quasi nero, in forte contrasto con l’architettura barocca trionfante dopo il devastante terremoto del 1693,  degli edifici cosi antitetico rispetto al

Anfiteatro romano a piazza Stesicoro nel cuore della città

bianco di Siracusa, neri perché realizzati con la pietra lavica  dell’Etna che non solo non riuscì mai a travolgere e sommergere Catania ma divenne strumento indispensabile  per la sua necessaria sopravvivenza. Le eruzioni  d’altra parte non furono mai catastrofiche perché la lava quando fuoriesce dal cratere è molto viscosa e procede lentamente consentendo la fuga:   “Iddu” , ( o idda… “a muntagna”)  come i catanesi chiamano l’Etna, alto più di 3300 m., protagonista di più di 20 eruzioni solo nel Ventesimo sec.,  è una colossale  montagna che non dorme mai, come un guardiano che veglia sulla città e la protegge dai venti del nord rendendo il suo clima fra i più dolci apprezzati del Mediterraneo, tutto il territorio etneo per circa 60.000 ha di superficie.  Il Mongibello, con un altro dei suoi nomi derivato dall’arabo, gebel-monte, ha nel corso degli anni

Ingresso monumentale Giardino Bellini in via Etnea

formato un fertilissimo altipiano lavico plasmato, potremmo dire, con il fuoco. La sua imponenza è tale che, passeggiando alle sue pendici, sembra quasi di respirarne gli  effluvi, di sentirne l’intimo respiro, la presenza oscura e imponente, forte fino quasi a forgiare il carattere dei  catanesi  che lo amano in maniera viscerale. Empedocle,  celebre poeta e filosofo della metà del V sec. a.C., poteva dire riguardo i fenomeni vulcanici dell’Etna: Molti fuochi ardono sotto la terra e Lucrezio, il poeta latino grande ammiratore di Empedocle, dirà nel De Rerum Natura a proposito del Vulcano e del suo territorio: Qui c’è l’orrenda Cariddi, qui ci sono i rimbombi sinistri dell’Etna che minaccia di  radunare di nuovo le sue irose fiamme e dalle fauci vomitare ancora il fuoco a scagliare  ancora dal cielo  il bagliore delle fiamme. Questa grande terra sembra degna di ammirazione per tanti aspetti e altrettanto degna che la conoscano molte genti, ricca di molti beni, ammirevole per i molti ingegni.

Cattedrale e l’elefante

Senza voler troppo indugiare in una magari inopportuna ed esagerata retorica, la cosa migliore è una verifica diretta possibile a chiunque almeno fino al rifugio Sapienza, mantenendo sempre, però, una prudente e rispettosa condotta nei confronti della natura e senza esagerare come avrebbe fatto il nostro amico Empedocle che, in maniera presuntuosa, si sarebbe gettato  nell’ Etna aspirando ad una divinizzazione  almeno secondo quanto sostiene Diogene Laerzio!  Su tale evento non cessarono di ironizzare autori antichi come Luciano:

“E questo tutto abbrustolito chi è?  – Empedocle. –  Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell’Etna? – Per un eccesso di malinconia. – No,  per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigettò una scarpa e il trucco fu scoperto”  (I dialoghi, trad. Mosca; BUR, Rizzoli, 1990).

Nel V secolo la città ebbe vari e importanti contrasti con Siracusa il tiranno della quale,  Ierone,  nel 476 ne deportò molti degli abitanti e cambiò il nome in Aitna, titolo con cui è celebrata nella Pitica I di Pindaro e nella perduta tragedia di Eschilo Le Etnee. Solo qualche anno più tardi Catania recuperò,  però,  il suo nome e i suoi antichi abitanti. In seguito la polis vide una serie di continui disastri alternatisi tra guerre ed eruzioni del vulcano che comportarono frequenti distruzioni anche in età romana. Nonostante tutto Catania conservò notevole importanza e ricchezza tanto che il nostro amico Cicerone nelle Verrine la definisce ricchissima: garanzia di tutto il fatto che Verre vide  anche qui di rubare qualcosa, una gigantesca e bellissima statua di Demetra. Lasciando Verre al suo processo e ai suoi ladrocini, continuiamo la passeggiata per le vie della città. Inevitabile assaggiare una granita, con innumerevoli scelte di sapori e di profumi, che nelle ore calde del giorno non potrà che essere graditissima e rinfrescante fino ad imbattersi  nell’altro elemento della città che mi colpì particolarmente e che risultò anch’esso collegato col vulcano, il simbolo di Catania, l’elefante o U’ Liotru. La statua dell’elefante simbolo di Catania, si trova proprio dinanzi al duomo dedicato a Sant’Agata che, mollemente adagiato al centro della piazza, gli si erge di fronte.

Il nome  deriva da una storpiatura del sostantivo Eliodoro   il negromante che lo avrebbe forgiato con la lava del vulcano per cavalcarlo. Attorno ad Eliodoro e all’elefante si hanno una serie innumerevole di leggende, tutte con risvolti magici, difficili ovviamente da registrare e che lasceremo dunque in una beata inconsapevolezza, una statua pagana capace di evocare un aspetto magico e oscuro: ancora una volta un simbolo fortemente collegato all’Etna, che, in ogni minimo aspetto, a Catania la fa da padrone.

LA BELLEZZA DEL BIANCO ACCECANTE E DELLA SUA STORIA. IMMORTALE SIRACUSA

6 settembre 2011

Il Duomo

di Roberta Capodicasa

Una rubrica sui viaggi  nelle città Greche e non-solo dell’Italia meridionale non può, secondo me, che cominciare da Siracusa.

Siracusa è di una bellezza straordinaria, accecante nei suoi colori vivissimi stagliati su un bianco brillante. Fu la prima città della Sicilia che volli con tutte le mie forze conoscere,  necessità

Cicerone

determinata dai miei studi storici e dal suo glorioso passato. Siracusa fu, infatti, la città greca di Sicilia che ebbe la fierezza di combattere nel V sec. a.C. con Atene e di vincerla determinando, tra le altre,  le cause della  caduta del suo impero.  Cicerone più tardi (75 a.C.), quando rivestì la carica di questore in Sicilia, vi dimorò diversi anni e ne ha lasciato descrizioni preziose; scrive nelle Verrine, le celebri orazioni contro l’altrettanto celebre predatore dei tesori dell’isola: Avete sentito dire che Siracusa è la più grande città greca e la più bella di tutte. La sua fama non è usurpata: occupa una posizione molto  forte ed inoltre è bellissima da qualsiasi direzione si arrivi, sia per terra che per mare.

Teatro Greco

Per quanto mi riguarda mi recai  a Siracusa per la prima volta, qualche secolo più tardi di Cicerone,  nella primavera nell’ anno  2002 dell’era volgare,  arrivando con il treno dopo aver attraversato lo stretto in traghetto, una esperienza che non posso condividere con Cicerone potendo, invece,  utilizzare appieno le sue parole riguardo all’effetto singolare che l’impatto con la città ebbe anche su di me!

Alla Stazione incontrai persone che sarebbero in futuro state sempre determinanti nel mio viaggio verso Siracusa e verso la Sicilia nel suo complesso, persone che mi permettono e costringono insieme ad accennare, se pur brevemente, al carattere amabile dei Siciliani, della loro ospitalità non comune, alla loro nobile fierezza.

L’ occasione particolare di questo viaggio a Siracusa fu data dalle  rappresentazioni allestite al Teatro Greco della antica polis. Il cartellone prevedeva, quell’anno, le tragedie di Eschilo con Prometeo incatenato e di Euripide con Le Baccanti entrambe allestite per la regia di Luca Ronconi. Mi concedevo una di quelle ricompense eccezionali che tutti dovrebbero riservarsi nella vita: considerata la mia inclinazione verso il mondo greco antico, fu per me una delle esperienze più esaltanti che ho vissuto ma credo che ognuno potrebbe averne sicuramente un’ottima impressione vista l’originalità del soggetto e la peculiarità del contesto unico in cui la rappresentazione si svolge.

La cena fu a casa della signora che mi ospitò, un’ottima cuoca e che ho la fortuna di annoverare,

Cannoli siciliani

ormai, trai miei amici più cari:  sarebbe stato il primo glorioso incontro anche con la cucina siciliana, incontro di una levatura tale da non poter non tornare più volte su questo ‘gustosissimo’ argomento: penne alla Norma e Caponata alle melanzane, con dessert di Cannoli Siciliani e altre pietanze squisite che, forse, ora confondo con tutte le ‘altre’ di innumerevoli ‘altre’ cene  che ci furono nei miei successivi viaggi. Vino bianco eccellente e Passito di Pantelleria conclusero la serata sorseggiando affabilmente il tutto su un terrazzo con ampia vista su Ortigia  e  il  quartiere Acradina, in antico una delle parti che

Isola di Ortigia

Cicerone vedeva come quattro città distinte.  La città, infatti, continuando a leggere le Verrine, è così grande da essere considerata come l’unione di quattro città: una di queste parti è la già ricordata “isola” che, cinta dai due porti, si spinge fino all’apertura che da accesso ad entrambi. Nell’Isola è la reggia che appartenne a Ierone, ora utilizzata dai Pretori. Il nome di questo quartiere, che Cicerone chiama “isola”, è Ortigia.  La terza città si chiama Tycha ovvero  ‘fortuna’, perché in essa era un antico tempio della Fortuna. La quarta, infine, è detta Neapolis, cioè citta-nuova. Il teatro si trova tutt’ora in questo quartiere. Esso  è il risultato di ampliamenti e rifacimenti voluti da Ierone II nel III sec. a. C. benché la sua esistenza è testimoniata dalle fonti già nel V secolo quando si racconta che i cittadini di Siracusa lo utilizzavano come luogo di riunione per le assemblee del popolo. L’impressione che si ha avvicinandosi al teatro di giorno è di essere letteralmente abbagliati dal colore marmoreo che sprigiona dalla struttura fatta di bianca pietra locale e tale da conferirle, come un po’ a tutta l’area siracusana, uno specifico colore bianco. Il sole che batte a spiovente nelle ore calde del giorno fa splendere ancora di più il tutto. Qui  il sole anche in giugno picchia forte ma, con greca lungimiranza, le  tragedie si rappresentano al tramonto, probabilmente per ovviare a questo problema che potremmo condividere idealmente con gli antichi frequentatori del teatro. Siamo di fronte ad una delle testimonianze più belle che la storia dell’arte ci abbia lasciato.  Ovvio che io sono di parte ma l’ oggettività delle mie parole   è facilmente verificabile da chiunque, visitando direttamente l’area archeologica.

La struttura attuale non è ovviamente fedele in tutto al complesso antico. Molte parti sono andate perdute e molte hanno subito rifacimenti e restauri. Il complesso, comunque, offre una panoramica attendibile di quello che fu uno dei teatri più belli e grandi dell’antichità. Cicerone, nell’opera succitata, volendo far notare la ricchezza straordinaria su cui il famelico Verre mise le mani con purtroppo sempre attualissima voracità, non esita a dichiarare in sede processuale: nella parte più alta della città c’è un grandissimo teatro e inoltre due importanti templi, di Cerere e di Libera e la statua di Apollo chiamata Temenite, molto bella e grande, che Verre, se avesse potuto,  non avrebbe esitato a portare via.

Se  in questo primo intervento ci siamo fermati in particolare sul teatro di Siracusa è perché indotti dal significato etimologico del termine teatro, dal verbo  theaomai ‘osservo, contemplo, sono spettatore’. L’azione espressa dal verbo illumina sul  senso di quello che andremo a fare nei nostri prossimi incontri: assistere, pur nel nostro piccolo,  alla meraviglia delle molteplici ricchezze che il meridione d’Italia e la Sicilia in particolare, riserva ed in maniera unica continua, malgrado tutto,  a proporre.