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IL MISTERO DELLE UNIONI COMUNALI E QUELL’IMPICCIO DI NOME PROVINCIA

15 ottobre 2011

di Darko Strelnikov

La vicenda delle riforme endoregionali è ancora avvolta da una fitta coltre di nebbia. Ogni volta che si annuncia l’eliminazione di un ente o di una agenzia, ne rispuntano altri o altre con nomi e funzioni diversi/e, che qualcuno sospetta siano “sempre indirizzati verso la conservazione del sistema di Governo umbro”. Questo tira e molla è determinato dalle richieste territoriali di divisione del potere e favorito dall’indeterminatezza sulla sorte delle Province. Non c’è cosa peggiore per una istituzione pubblica, che quella di essere lasciata nel limbo. L’ente, la struttura o la semplice competenza esistono, ma vengono praticamente cancellate dalla pratica politica “in attesa di notizie certe da Roma”. Per capire di cosa parliamo vi faccio un esempio pratico. All’inizio degli anni 90 prese corpo l’ipotesi di passare alle Province tutte le competenze di edilizia scolastica relative alla scuola media superiore. Tra la formulazione dell’ipotesi e la legge che stabiliva questo passaggio, passarono più di 10 anni. Il risultato fu che i Comuni smisero di spendere soldi per i Licei Classici, i Magistrali e gli Ipsia e le Province ereditarono degli edifici “cadavere”, che le costrinsero ad ingenti investimenti, che ancora non sono terminati. Non penso di sostenere un’ eresia se dico che l’argomento è stato affrontato, come al solito, sull’onda dell’emotività senza il giusto e doveroso approfondimento. Bisognava capire se era utile, necessario aprire questo fronte e, nel caso, cominciare ad indicare le possibili alternative all’attuale assetto. La prima domanda da farsi e alla quale bisognava rispondere era : “Ci vuole o no un ente intermedio tra Regione e Comuni?”. La risposta è si? Allora è inutile pensare ad altri baracconi. Teniamoci le Province, magari accorpandole, magari riformandole, magari ristrutturandole. La risposta è no? In questo caso era necessario porsi una ulteriore domanda : “Sono in grado le Regioni e i Comuni di assumersi e gestire al meglio tutte le competenze delle Province?”. Solo nel caso di un secondo e convinto si, si poteva passare alla fase della soppressione. Perché improvvisazione non fa rima con programmazione. Ho fatto questo excursus perché lo stato di ibernazione delle Province è diventato, soprattutto qui da noi, una specie di capo espiatorio per proposte indefinite su fantomatiche Unioni dei Comuni, che rappresentano solo un goffo tentativo di risposta agli appetiti dei territori e alla “voracità” dei potentati locali e delle varie cordate che si affrontano “qua e là per l’Umbria”. Non si capisce su che base devono formarsi, non si capisce quanti e quali saranno, non si capisce quanti se ne dovranno formare per ogni argomento ecc. Si sente dire che ne avremo una per l’acqua, quattro per i rifiuti e chi sa quante per le competenze delle Comunità Montane. E ancora, si parla di quattro fantomatici ambiti programmatori che, in pratica, sembrano studiati per essere i futuri sostituti delle Province. Le ubicazioni paiono essere queste : Perugia, Alta Umbria, Foligno – Spoleto – Valnerina e Terni. Vi chiedo sinceramente Pensate che il Trasimeno, Gubbio e Orvieto accetteranno di essere escluse da questo banchetto istituzionale? Ah dite di no? Allora la pensiamo allo stesso modo. Ma c’è di più. Quando verranno formate , qualunque sia la loro ragione sociale, diventeranno la base per l’apertura di vertenze di zona, per la loro estensione a tutte le altre materie. Insomma potremmo avere l’Umbria divisa in un decina di Circondari che si occupano di tutto. Il riferimento ai vecchi comprensori “soppressi per la disperazione” è puramente casuale. Invece il rischio di chiuderne due per aprirne cento è reale e concreto. E i costi lieviteranno. Non ci saranno gettoni per gli amministratori, ma possiamo scommettere che in termini di apparati (segreterie, consulenze e quanto fa clientela) i capi designati non si faranno mancare nulla. Giambattista Vico è famoso per i corsi e ricorsi storici. Direte; ma che c’entra? Centra c’entra. Su questo argomento particolare e sulla vicenda enti locali in generale, il filosofo napoletano può essere tranquillamente chiamato in causa. Il dibattito ci riporta infatti indietro nel tempo. Chi scrive nel lontano 1973 tenne una relazione, come responsabile provinciale del settore, agli eletti del Pci, in una affollata Sala dei Notari. I due pezzi forti della linea del Partito Comunista erano la pressione sul Governo per ottenere maggiori risorse e l’abolizione delle Province da sostituire con organismi intercomunali. Dopo quarant’anni siamo ancora lì. Corsi e ricorsi storici, che teoria interessante. Solo che quella linea venne poi sviluppata e nacquero i famosi Comprensori, di cui abbiamo parlato prima. Fu un fallimento clamoroso. Quegli organismi non riuscirono a fare niente delle tante cose per le quali erano stati creati, perché bloccati dai veti dei singoli Comuni o dei singoli esponenti locali. Gli organi elettivi si presero la loro rivincita. I Comprensori furono sciolti e si tornò ad utilizzare le Province. Comprendo quindi le perplessità di coloro che, essendo per l’abolizione delle Province, non riescono a capire perché la Regione con i suoi dipartimenti non possa organizzarsi per prendersi direttamente la gestione di tutte queste materie. L’Umbria è piccola. Da tempo sostengo che per essere meglio governata, ha bisogno di una massiccia dose di centralizzazione nelle decisioni. Sono i servizi che vanno decentrati non gli organismi. Solo in questa maniera sì potrà ricostruire un modello di Governo capace di ottimizzare le risorse e, dimostrando efficienza ed economicità di resistere alla sfida di quelli che seguono il modello del “grande è bello” (le macroregioni). Tutto questo però presuppone l’esistenza di una classe dirigente che abbia l’autorevolezza necessaria a compiere queste “rivoluzioni” in nome dell’interesse generale. Purtroppo questa non esiste. Anzi il distacco tra chi governa e chi è governato aumenta ogni giorno. Non c’è una persona o un’entità politica che sia in grado di produrre una ricetta condivisa dell’Umbria del domani, riformista o conservatrice che sia. La confusione regna sovrana. Se l’autoconservazione della specie “casta” diventa l’obbiettivo principale ne consegue che tutto ruota attorno a questo elemento. In questo senso il sistema medioevale dei vassalli, valvassini e valvassori deve essere, obbligatoriamente, “pasturato”. Le Unioni dei Comuni, le aziende locali dei servizi (meglio se privatizzate), il sottobosco che gira attorno a queste strutture rappresenta un foraggio che può essere ristretto, ma non eliminato. La stessa messa da parte delle Province assume, quindi, una valenza politica. Essa permette la liberazione di risorse economiche e umane per il mantenimento di questo sistema e, cosa non meno importante, il depotenziamento di possibili concorrenti per la corsa alle poltrone più ambite. E’ questa cultura che va cambiata. Ma all’orizzonte non vedo profeti in grado di farlo. Eppure non si chiede la luna. Si chiede solo di avviare un percorso, sapendo però qual è il punto di arrivo che si chiama bene comune e non rielezione.

Strelnikov.d@libero.it

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