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FRANCESCO VA DA LUTERO (si prospetta una revisione della fede cattolica?)

8 novembre 2016
cattolici-e-luterani-per-la-prima-volta-insieme-commemorano-lutero-e-la-riforma-oltre-tutti-i-pregiudizi_articleimageQuasi sempre un incontro è un illusione ottica, è un procedere fianco a fianco e pure per poco tempo: subito ci si perde di vista. Certo, è una mia opinione dettata dall’esperienza e da cui si può dissentire, ma come definire l’incontro svedese di papa Francesco con gli esponenti della comunità luterana di quel paese? Se è stata una visita di conoscenza, allora il viaggio sembrerebbe inutile: gli attori si conoscevano benissimo, a memoria direi, da secoli. Un copione tragico, ricco di drammatici scontri ed efferatezze in ambo i lati, in cui interpreti sempre nuovi, hanno di continuo recitato parti antiche, diverse, incomprensibili.

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STORIA E MISTERI DEI TEMPLARI: LA RICERCA DEL GRAAL

24 febbraio 2012

di Diego Antolini (www.thexplan.net) – Los Angeles

“I quattro cavalieri si passarono l’otre d’acqua per alleviare l’arsura che tormentava i loro corpi. Il terreno arido rifletteva i raggi del sole e rendeva l’aria un prisma incandescente. Le bianche tuniche crociate erano impastate di polvere e sudore; i cavalli, legati poco lontano, nitrivano irrequieti. L’attesa presso le rovine della città morta durava già da qualche giorno e la tensione era divenuta insopportabile. Il vecchio era l’unico del gruppo a rimanere calmo e lucido, le sue parole confortavano i compagni più giovani e il suo sguardo severo troncava sul nascere ogni protesta. D’un tratto il vecchio guerriero si fece più attento. Con gli occhi fissi verso l’orizzonte, sollevò lentamente una mano a schermarsi il volto. Erano apparse delle ombre al margine del deserto, e si stavano avvicinando. Parevano uscire dalla terra stessa, confuse con i vapori dell’aria. Un miraggio, sussurrò un Fratello. Il vecchio sorrise. Venivano da Ovest. Venivano dal mare. Giunti nei pressi della città morta, otto stranieri si fermarono. Ognuno di loro indossava una rozza tonaca di lino con un ampio cappuccio che ne occultava il volto. I Templari uscirono allo scoperto, le mani strette attorno all’elsa delle spade. Il vecchio parlò, chiedendo un segno. Uno degli incappucciati scesce dal cammello e pronunciò la frase Non Nobis, Domine, Non Nobis Sed Nomini Tuo da Gloriam. Il templare abbracciò il fratello cataro, mentre i compagni di questo si tolsero i cappucci rivelando il volto di sette donne. Senza altri indugi i due gruppi si mossero in direzione delle montagne. A poche miglia di distanza, all’interno di una lunga spaccatura rocciosa, si apriva l’ingresso di una grande caverna. Senza una parola, il cataro tolse da una sacca un involto di velluto rosso. Lo fissò a lungo, poi annuì, rivolto al vecchio templare. I due monaci smontarono dalle cavalcature e fecero per entrare nella grotta, quando una figura scura, ammantata di nere stoffe e armata di una lunga spada ricurva, apparve sulla soglia. Un istante dopo, i tre uomini erano scomparsi nelle viscere della montagna…”

L’Ordine Templare riuscì in pochi decenni ad accumulare ingenti ricchezze e ad espandere la propria influenza su tutto il continente Europeo. I suoi Gran Maestri erano rispettati quali uomini coraggiosi, saggi e illuminati. La loro conoscenza esoterica sui misteri della natura era pari alla loro abilità con la spada e alla loro fede nella Regola. Molti Templari erano semplici “Soldati di Cristo”, ma i vertici dell’Ordine possedevano una conoscenza segreta tramandata probabilmente dal misterioso Priorato di Sion, ordine misterico antichissimo che giocò un ruolo fondamentale per l’ingresso di Hugues de Payen nel Tempio di Gerusalemme. I rotoli riportati alla luce dopo oltre mille anni di oblio vennero presumibilmente trasferiti in Francia, dove Bernardo di Chiaravalle (appoggiato dal Priorato di Sion) stava già preparando il terreno per il consolidamento dell’Ordine Templare in patria. Lì, nei territori dei Catari, i preziosissimi documenti sarebbero stati conservati e custoditi assieme ad altre reliquie della Cristianità: su tutte, il mitico “Santo Graal”, la coppa che Cristo avrebbe utilizzato nell’ultima cena e nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto le ultime gocce di sangue del Figlio di Dio. Secondo alcuni ricercatori (Baigent, Leigh, Lincoln) il Santo Graal non sarebbe un oggetto materiale ma un concetto, quello del Sang Real o della discendenza diretta di Gesù. Questi, secondo tale teoria, non sarebbe infatti morto sulla croce ma sarebbe fuggito in Francia insieme a Maria Maddalena e con essa avrebbe avuto diversi figli, i primi della dinastia reale dei Merovingi. Depositario del Grande Segreto (materiale o concettuale) sarebbe stato il Priorato di Sion, mentre l’Ordine Templare venne creato per custodire nel Tempio la verità sulla “morte” di Gesù Cristo. In seguito, quando gli Arabi conquistarono Gerusalemme (23 Agosto 1244) i Templari superstiti dovettero fuggire verso Ovest, verso la costa. Secondo il Prof. Umberto Cardini, già alcuni anni prima (1226) il Concilio dei Catari di Pieusse aveva autorizzato il prelevamento della “Reliquia di Giuseppe”, che sarebbe dovuta partire per la Terra Santa e lasciata in custodia ai Templari. Così, nei pressi di Acri, avvenne l’incontro tra Catari e Templari i quali, aiutati dalla setta degli Hashashin (Assassini) nascosero l’oggetto prezioso in una caverna protetta e affidarono il segreto del meccanismo di apertura a sette donne, ciascuna delle quali ricevette un medaglione. La tesi che il Graal fosse già in possesso dei Catari à di Otto Rahn, mentre il ritrovamento di tre lettere (databili 1245, 1256, e 1270) ha portato il Prof. Cardini a teorizzare un collegamento tra Catari, Templari, e Assassini. La verità sul Santo Graal rappresenta tutt’ora una sfida affascinante per gli studiosi, e la sua interminabile ricerca simboleggia la ricerca ultima verso la conoscenza.

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La Croce, supremo gesto d’amore offerto all’umanità

25 Mag 2010

di Bruno Di Pilla

Ferma restando la laica “sacralità” del diritto civile alla scelta religiosa di ogni essere umano (con la relativa libertà di proselitismo, artt. 19 e 20 della Costituzione Italiana), chi potrebbe ritenersi offeso dalla presenza di un Crocifisso nelle scuole? Quel supremo gesto d’amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di stirpi, nazionalità e categorie sociali, fece crollare barriere millenarie tra razze, popoli e classi, muovendo a pietà le più indurite coscienze già nella Roma imperiale e diffondendo l’idea dell’assoluta uguaglianza – e fratellanza – tra creature dello stesso Dio. Sia pur lentamente, ne derivarono radicali metamorfosi nel pensiero di filosofi e governanti. Schiavi, oppressi ed infermi vennero addirittura prediletti dal Cristianesimo, grazie anche all’esempio di Gesù operaio, che si rese promotore del riscatto del mondo del lavoro. Le antiche società avevano sempre considerato la cultura un privilegio riservato agli uomini liberi, mentre i seguaci della nuova religione, partendo dal presupposto che ogni persona dovesse essere educata e “sorretta”, per lungo tempo si accollarono i compiti di pubblica istruzione ed assistenza che gli Stati avrebbero poi rilevato, nel migrare dei secoli, ritenendoli fondamentali per la loro stessa sopravvivenza. Nel Medioevo fu il Cristianesimo a promuovere la ricerca scientifica, favorendo il sorgere delle prime cittadelle del sapere avanzato, definite Università. Dall’editto dell’imperatore Costantino in poi (313 d. C.), mutò anche la concezione del potere politico, finalmente inteso come servizio alla collettività. “Non sono venuto per essere servito – aveva detto il Cristo – ma per servire”. Così, in epoca rinascimentale, nel vecchio e nel nuovo mondo, unica fonte del diritto non fu più ritenuto lo Stato, di volta in volta personificato da sovrani capricciosi e tirannici, ma le leggi civili cominciarono a conformarsi ai Dieci Comandamenti, che, sia pure a fatica, trasformarono l’agire umano e dischiusero le porte allo “jus naturale”, diritto delle genti, in base al quale la comunità internazionale sarebbe stata considerata, per la prima volta, un’unica grande famiglia ed ogni individuo, “tempio del Signore”, avrebbe ricevuto maggiore dignità. D’altronde, il messaggio salvifico e fortemente sociale della fede cristiana mai ha rinnegato i lumi della ragione. Anzi, diffondendo l’idea ebraica del Dio unico – geloso Creatore delle sue opere – e confutando le primordiali concezioni di un universo frutto del caos e dell’uomo disperato e solo, in preda all’ineluttabile fato, i cristiani predicarono che il cosmo è sapientemente ordinato ed accessibile all’intelletto umano. Magia e superstizioni furono ridimensionate ed in molti casi sconfitte, mentre emersero nobili sentimenti dai meandri della coscienza, quali speranza, condivisione dei beni, pentimento, amore, umiltà generosa, rispetto per ogni vivente. Certo, nell’arco di due millenni, non sono mancati gravissimi errori, ombre e miserie. La Buona Novella è stata spesso confusa con credenze fallaci, lo spirito ha ceduto alle lusinghe terrene, il misticismo è stato inquinato dal potere temporale di uomini abusivamente saliti sulla barca del pescatore Pietro, avidi di piaceri e gloria personale. Tuttavia, incessanti sono state le spinte riformatrici e catartiche (agostiniane, francescane, luterane, calviniste, cattoliche conciliari), che hanno permesso alla più grande confessione planetaria di rafforzare ed estendere le proprie radici, al punto che i suoi prosèliti, oggi, sono oltre un miliardo e mezzo su sei. Chi, in ufficio e nelle aule scolastiche europee, può temere una Croce?

Gli Esseni i figli della luce nel presepe del Pozzo della Cava di Orvieto

22 dicembre 2009

natività pozzo della cava

Ritorna per il ventunesimo anno consecutivo il Presepe nel Pozzo: dal 23 dicembre 2009 al 10 gennaio 2010 l’ultima grande grotta del percorso ipogeo del Pozzo della Cava, nel cuore del quartiere medievale di Orvieto, ospiterà una nuova e originale edizione del presepio-evento ritenuto dalla stampa nazionale e internazionale tra i più suggestivi e insoliti d’Italia.

esseni

Il tema conduttore scelto per l’allestimento 2009-2010 è Gli Esseni – i figli della luce, continuando una sorta di alternanza tra tematiche più classiche e allestimenti della Natività molto insolite. Quest’anno sarà proposta una visione del primo Natale vissuto all’interno di una comunità essena, la più nota delle sette ascetiche che popolavano la Palestina del Tempo di Cristo.

Venuti alla ribalta dopo la scoperta dei rotoli di Qumran, gli Esseni sono conosciuti per essersi dedicati al servizio di Dio e al celibato, per aver praticato la comunanza dei beni alternando momenti di preghiera, lavoro dei campi, allevamento e artigianato. Erano contrari alla violenza, rifiutavano di essere arruolati e di fabbricare armi, professavano l’uguaglianza di tutti gli uomini e aspettavano la venuta del Re dei Giudei.

donne al lavoro

L’idea da cui parte il 21° Presepe nel Pozzo è che quella comunità di iniziati, così vicina ai futuri insegnamenti del Cristo, sia stata a conoscenza, al pari dei magi del racconto evangelico, della nascita di Gesù e abbia accolto la Vergine partoriente nelle proprie grotte.

Pur nella singolarità della scelta rappresentativa, non si rinuncerà, comunque, né alla precisa e documentata ricostruzione storica degli usi e dei costumi della Palestina dell’anno zero, né ai personaggi animati a grandezza naturale, eseguiti da professionisti degli effetti speciali teatrali e cinematografici. È infatti confermata la partnership con la nota società FantaX di Roma.

Naturalmente anche questa edizione così insolita del nostro evento sarà ambientata, come consuetudine, nelle grotte del Pozzo della Cava, ricche di ritrovamenti archeologi etruschi, medievali e rinascimentali, che faranno sia da scenario che da introduzione al presepio, con alcune istallazioni-diorami a grandezza naturale (arricchite dalle tele del giovane e talentuoso pittore umbro Luca Morganti) che racconteranno la quotidianità della comunità essena che viveva nell’attesa della nascita del Messia.

L’evento ha ricevuto il patrocinio gratuito della Regione Umbria, della Provincia di Terni e del Comune di Orvieto.

Pozzo della Cava – Via della Cava 28 – 05018 Orvieto (TR)

tel.   0763.342.373  –  fax   0763.341.029

presepe@pozzodellacava.ithttp://www.pozzodellacava.it/presepe

Agrifoglio(Ilex aquifolium)Fam. Aquifoliacee

17 novembre 2009

 

di Loriana Mari

Caratteristiche: albero a chioma stretta e conica, presenta ramificazioni regolari da giovane che diventano disordinate con l’età, può raggiungere i 20 m di altezza. Le foglie sono lucide, lucenti persistenti in inverno, lunghe fino a 10 cm con apice e margini spinosi. I frutti sono bacche rosse larghe e polpose, molto appetite dagli uccelli ma velenose per l’uomo.

Habitat: originario dell’Asia Occ. e dell’Europa vive nei boschi foggio e di quercia. L’agrifoglio è una specie spontanea dell’Europa centroccidentale con un vasto areale che va dalle coste atlantiche e mediterranee alle regioni costiere dell’Asia Minore. Si trova preferibilmente nelle regioni con clima oceanico, caratterizzate da piovosità accentuata, limitata siccità estiva ed escursione termica moderata, dove cresce in boschi umidi di latifoglie, con preferenza per i terreni acidi. In passato si trovava spesso associato al tasso (Taxus baccata) a costituire una fascia quasi continua sulle Alpi e sull’Appennino al limite della faggeta. Ora l’agrifoglio si concentra nei boschi medio montani delle nostre regioni centromeridionali e nelle isole, specialmente in querceti, boschi misti di leccio e caducifoglie e faggete. Ha tronco diritto rivestito da corteccia verde-bruno scura. I fiori unisessuali, cioè solo maschili o solo femminili, sono portati da piante separate: l’agrifoglio è dunque una specie dioica e solo le piante femminili portano le drupe. E’ una pianta molto apprezzata per la sua eleganza e gli splendidi colori tanto che la raccolta eccessiva a scopo ornamentale sta mettendo in serio pericolo la specie. La fioritura avviene a  maggio-giugno e la fruttificazione in agosto-settembre.

Storia, mito, magia: Il nome latino della pianta, Ilex aquifolium (famiglia Aquifoliaceae), deriva da acrifolium: acer=acuto e folium=foglia, in riferimento alle foglie spinose. Come i rametti di pungitopo (Ruscus aculeatus), anche quelli di agrifoglio venivano posti sulle corde alle quali si appendeva la carne salata, per proteggerla dai topi: di qui il nome comune di “pungitopo maggiore”.

L’Agrifoglio è un albero dalla simbologia maschile, legato all’amore fraterno e alla paternità. Era considerato, insieme all’Edera e al Vischio, un potente simbolo di vita, per le sue foglie annuali e i suoi frutti invernali. Nelle quotidianità celtica si pensava che l’Agrifoglio fosse di aiuto e sostegno in ogni sorte di battaglia spirituale.

Una volta tanto Celti, Latini, Greci ed Etruschi si ritrovano perfettamente d’accordo: l’agrifoglio protegge dal male e garantisce fecondità e continuità della vita. In parte è un presagio ricavato facilmente dalle foglie spinose e coriacee e dai frutti rossi che maturano nel cuore dell’inverno, per cui è sempre stato al centro delle feste invernali appunto, dai Saturnali romani al Natale cristiano. Gli Etruschi però, come sempre, erano più precisi e la consideravano una pianta potente e pericolosa, vera e propria protagonista del bosco di confine della città, la famosa zona sacra che si stendeva tra le mura e l’abitato propriamente detto, ma per nessun motivo coltivata all’interno dei giardini domestici, forse anche perché i suoi frutti son velenosi per l’uomo anche se  costituiscono un vero e proprio cibo invernale per gli uccelli. L’Agrifoglio è simbolo di paternità e amore fraterno ed è sempre stato considerato simbolo di vita. Il suo legno veniva usato per costruire ottime lance facilmente bilanciabili nelle mani di un guerriero e precise nella direzione in cui venivano scagliate. Contornate da cristalli di brina, le pungenti foglie dell’agrifoglio non hanno perduto il loro verde scuro e lucidissimo, e le bacche scarlatte fanno capolino nel diffuso biancore, trasmettendo calore, vitalità e allegria. Queste particolarità hanno fatto di questo splendido albero un simbolo del Solstizio d’Inverno, un inno alla rinascita imminente del Sole caldo e luminoso, un augurio di gioia e buona fortuna per l’anno che deve venire. Le sue bacche soprattutto, anticamente erano viste come piccole eco del grande astro di cui si attendeva trepidanti il ritorno. Per questo, qualche giorno prima del Solstizio si usava regalare dei rametti di agrifoglio alle persone amate: essi rappresentavano l’immortalità, la sopravvivenza oltre la morte apparente, e avrebbero portato una piccola luce nel buio e un po’ di calore nel gelo, insieme alla fortuna che proviene dai regni della natura sottili. I druidi appendevano rami di agrifoglio nelle loro abitazioni per onorare con amore gli spiriti della foresta, e dopo di loro questa usanza continuò ad essere rispettata, con l’intento di allontanare sortilegi e fulmini, di propiziare la fertilità degli animali e della terra, e soprattutto la protezione dalle presenze malevole e dalla sfortuna. Le spine appuntite delle sue foglie, infatti, mostrano senza alcun dubbio la sua funzione di difesa naturale, di combattività verso ciò che è pericoloso o ostile, di reazione attiva agli stati d’essere negativi. I fiorellini bianchi dell’agrifoglio, appesi alla maniglia della porta di casa, si credeva ostacolassero l’entrata di persone o entità dannose, e questa forza magica si pensava fosse ancora più forte e potente se la porta stessa fosse stata costruita con il suo legno duro e resistente. Soprattutto durante le feste del Solstizio e del Natale una simile protezione sarebbe stata auspicabile, dato che in tal periodo i folletti del bosco si sbizzarriscono e sono molto più dispettosi del solito e si sbizzarriscono con i loro scherzi e le loro malefatte. Un’altra proprietà magica dell’agrifoglio era quella di ammansire gli animali selvatici e imbizzarriti, nonché quella di rendere più dolce e sopportabile il gelo dell’inverno, proprio come un piccolo Sole che agiva in modi misteriosi, forse scaldando e rallegrando l’anima più che il corpo.
Come albero simbolo del Solstizio d’Inverno, l’agrifoglio è anche legato alla parte calante dell’anno, quella che dal momento di maggior splendore del Sole porta al momento più buio e freddo. Esso rappresenta il Vecchio dell’anno passato, il Re Agrifoglio dalla lunga barba bianca e dal sorriso radioso che porta i suoi regali a chi ha conservato in sé uno spirito bambino. Egli, che a seconda delle tradizioni assume nomi diversi, non è altri che il dolce e caro Babbo Natale, che proprio per non dimenticare le sue antichissime origini, ancora oggi porta tradizionalmente un rametto di agrifoglio sul berretto. In Irlanda, se si ricevevano rami d’agrifoglio prima del Solstizio, questi venivano spazzati fuori subito dopo il Solstizio stesso, poiché non era di buon auspicio conservare le cose dell’anno vecchio, ed inoltre in tal modo si spazzava via tutto ciò che apparteneva al passato, potendo poi cominciare un nuovo ciclo più leggeri e con lo sguardo rivolto non indietro, ma avanti a se. Come accennato, l’agrifoglio era connesso anche alla Fortuna che poteva pervenire dai regni sottili. Questa sua magica caratteristica compare in una delle antiche leggende irlandesi appartenente al Ciclo di Finn Mc Cumhail, nella quale si racconta che le tre figlie di Conanan possedevano tre fusi costruiti con il suo legno. Su di essi le tre Donne avevano posto matasse di filo fatato ed avevano filato la sorte di Finn e dei suoi guerrieri, provocando il loro imprigionamento e forse, con esso, una delle prove che essi avrebbero dovuto superare.
In questo senso, l’agrifoglio risulta essere vicino alle sacre Filatrici del Destino, nonché loro stesso strumento per determinare la sorte degli uomini posti sotto la loro protezione.
Sempre tra i celti, con il legno dell’agrifoglio si costruivano le lance e gli scudi dei guerrieri. Anche in questo caso appaiono chiaramente le funzioni di attacco alle forze ostili e, al contempo, difesa da esse, esercitate dalla pianta e probabilmente resi ancor più potenti ed efficaci dai suoi influssi sottili.

Anche i neonati potevano essere protetti da questo magico arbusto; per questo venivano spruzzati con l’Acqua di Agrifoglio, preparata come infuso delle foglie oppure come distillato.
Infine, pare che un antico incantesimo usasse l’agrifoglio per attirare i desideri del cuore. Se ne dovevano raccogliere nove foglie da una pianta non troppo spinosa, dopo la mezzanotte di un venerdì, nel più completo silenzio. Le foglie dovevano essere avvolte in un panno bianco, alle cui due estremità si dovevano fare nove nodi. Il sacchettino andava quindi riposto sotto al cuscino e ciò che si sarebbe intensamente desiderato, poggiandovi sopra la testa, si sarebbe presto avverato.

Nel Medioevo era associato al diavolo, per via delle foglie spinose, ma in ogni altro periodo e presso ogni popolo è sempre stato amato da tutti, perché le allegre bacche colorano i boschi in pieno inverno. Già per i Celti l’agrifoglio era una pianta sacra, ma in Italia la tradizione di usare l’agrifoglio a scopo augurale è arrivata grazie ai Romani che, conquistata la Bretagna, scoprirono che i sacerdoti celti usavano la pianta per proteggere le persone dai disagi dell’inverno e per ammansire gli animali; i Romani iniziarono a donarne i rami agli sposi novelli, come augurio e, durante i Saturnali, ne tenevano ramoscelli come talismani, e li piantavano vicino alle case per tener lontani i folletti che, secondo la tradizione, amavano architettare molti scherzi in questo periodo, ne decoravano la casa nel periodo dei Saturnali. L’agrifoglio era la pianta sacra di Saturno e veniva usato durante i Saturnalia per rendere onore al dio. I romani erano soliti fare delle ghirlande di agrifoglio per decorare le statue di Saturno. Secoli dopo, in Dicembre i primi cristiani iniziarono a celebrare la nascita di Gesù. Per evitare persecuzioni continuarono ad ornare le loro case con l’agrifoglio durante i Saturnalia. Una leggenda racconta di un piccolo orfanello che viveva con alcuni pastori quando gli angeli araldi apparvero annunciando la lieta novella della nascita di Cristo. Il bambino si mise in cammino verso Betlemme con gli altri pastori e sulla via intrecciò una corona di rami da portare in dono a Gesù Bambino. Ma quando pose la corona davanti al Bambinello gli sembrò così indegna che si vergognò del suo dono e si mise a piangere. Allora Gesù Bambino toccò la corona e le sue foglie brillarono di un verde intenso e trasformò le lacrime dell’orfanello in splendide bacche rosse. Con l’avvento del Cristianesimo l’Agrifoglio divenne l’Albero Santo a rappresentare la Croce di Spine.

Piccole perle:

In caso di allergie consultare sempre il medico e assumere sempre sotto il controllo del medfico.

infuso per contrastare l’influenza: mettere 1 o 2 cucchiaini di foglie d’agrifoglio fresche, spezzettate, in una tazza d’acqua, lasciando riposare per una notte. La mattina seguente far bollire brevemente il composto, zuccherare, preferibilmente con del miele, e bere durante la giornata, anche due tazze al giorno.

Vino d’agrifoglio contro la febbre: far macerare 25 grammi di foglie fresche, pestate nel mortaio, in mezzo bicchiere di alcool a 60° per una settimana. Aggiungere poi una tazza di vino bianco e lasciar riposare ancora per una settimana, al termine della quale il preparato andrà filtrato. Assumere due cucchiai di vino d’agrifoglio per tre volte al giorno.
Vino d’agrifoglio per calmare la diarrea: in un litro di vino rosso bollente mettere 30 grammi di foglie fresche d’agrifoglio, facendo bollire il tutto per circa 10 minuti. Assumere durante la giornata, in cucchiai da tavola, senza però mai superare i 70 grammi.
Decotto per combattere la bronchite: bollire a fuoco basso 30 grammi di foglie d’agrifoglio essiccate in un litro d’acqua, per 10 minuti. Sciogliere del miele, far raffreddare e bere due tazze al giorno.

 

Chi ha paura di questo Simbolo?

3 novembre 2009
Gesù crocifisso di Velasquez

Gesù crocifisso di Velasquez

 

 

La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. E’ quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.

Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

La sentenza ha previsto che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.