Posts Tagged ‘economia’

ECONOMIA: DISMISSIONE EON – ACCIAIO ED ENERGIA

25 marzo 2015

Riceviamo e pubblichiamo

eonRiteniamo opportuna una riflessione ed uno stimolo alla luce della decisione di EON di abbandonare l’Italia mettendo in vendita gli impianti idroelettrici del nostro territorio. Tale problematica si riflette in modo rilevante anche sulla questione siderurgica ternana, alla luce dell’impatto dei costi energetici.

Oggi l’argomento energia è ancor più esiziale per il futuro di questo territorio perché, oltre alla cessione di  EON, rimangono i problemi energetici della siderurgia, della chimica ( dopo le vicende Edison), e delle tante Aziende energivore presenti nel nostro territorio. (more…)

UMBRIA ED ECONOMIA: “IL SISTEMA BANCARIO SIA PIÙ VICINO AD IMPRESE E FAMIGLIE”

8 marzo 2015

Incontro Chiacchieroni-MoraIl consigliere regionale Chiacchieroni (Pd) ha incontrato a Palazzo Cesaroni il Direttore territoriale di “Veneto Banca” Fabrizio Mora

“Il sistema bancario deve tornare ad investire con forza sui progetti delle imprese e sul futuro delle famiglie. L’imponente iniezione di liquidità che la Bce si appresta a mettere a disposizione per il rilancio dell’economia può rappresentare una ripartenza per ogni classe sociale e soprattutto per chi vuole scommettere sulla propria intelligenza e quindi su progetti imprenditoriali innovativi, proiettati non solo sul mercato locale o interno, ma soprattutto sull’internazionalizzazione, verso il mercato estero”. (more…)

PD e PSI Perugia. Quella sottile linea rossa tra servizi e sprechi.

6 ottobre 2014

 

Francesco Giacopetti

Francesco Giacopetti

Leggiamo con sconcerto e molta rabbia che secondo i dati elaborati e resi pubblici da Sose, una società facente capo al ministero dell’Economia, il comune di Perugia risulterebbe tra i più spreconi d’Italia. Leggendo attentamente i dati ci accorgiamo però che qualcosa non va. Quei dati, riferiti al 2010, definiscono Perugia città “spendacciona”. Nel dubbio che qualcosa non funzioni
approfondiamo la lettura e continuiamo a scoprire che il comune di Perugia, durante l’amministrazione Boccali, ha speso ben il 31% in più del fabbisogno standard in servizi sociali, asili, ambiente, raccolta differenziata, trasporti pubblici, a fronte di comuni, come Lamezia Terme, dove, invece, le spese sono inferiori del 40% rispetto al fabbisogno standard, ma i servizi non vengono erogati mentre la spesa maggiore è imputabile alla burocrazia e agli uffici pubblici. Ora: se erogare servizi, investire in settori quali (more…)

Mario Mauro: Renzi inconcludente in economia

14 luglio 2014

Non infondate le preoccupazioni di Mario Mauro riguardo l’inconcludenza, particolarmente in materia economica, del governo Renzi.

Continuare a contrabbandare riforme costituzionali per altro, mal concepite, come panacea per i mali italiani, non solo è inutile ma perfino pericoloso. (more…)

SISTEMA BANCARIO DI UMBRIA, MARCHE E TOSCANA, PER ESG89 È PROFONDO ROSSO

20 Mag 2013

Riceviamo e pubblichiamo

“Una volta, quando si voleva parlare di una società sana si diceva: hai i numeri di una ‘banca’. Ora tutto questo sembra essere quasi un insulto in considerazione dei pessimi risultati che il sistema del credito di Umbria, Marche e Toscana rilevano per l’esercizio 2012”.

A dirlo Giovanni Giorgetti, Ceo del Centro Studi Economico e Finanziario (more…)

ECONOMIA, IV TRIMESTRE 2012: LA TENACIA DEI SUPERSTITI INDAGINE CONGIUNTURALE TRA LE IMPRESE DELL’UMBRIA

21 febbraio 2013

confindustria logoLeggera risalita del comparto alimentare della carta e della cartotecnica. 

Negativi invece, il comparto della lavorazione dei minerali non metalliferi (ceramiche e materiali da costruzione), l’insieme delle piccole imprese e la provincia di Terni

Gli analisti convergono nel ritenere che l’economia italiana stia toccando, per (more…)

QUELL’ARMATA BRANCALEONE- MONTI

16 gennaio 2013

Nonostante la ostentata sobrietà, anche il professor Monti sembra seguire gli altri partiti e schieramenti nella composizione stile armata Brancaleone delle proprie liste. Personaggi il cui unico merito è quello della visibilità sportiva e/o mediatica, magari per aver “ballato con le stelle” (more…)

Come uscire dalla crisi e promuovere lo sviluppo? Convegno di Federmanager Perugia

7 dicembre 2012

Federmanager Perugia incontra i propri associati – mercoledì 12 dicembre, alle ore 18, presso l’Hotel Quattrotorri di Ellera

Il 20% dei dirigenti aziendali ha perso il lavoro negli ultimi quattro anni. Nell’Umbria attanagliata dalla crisi si è disperso un patrimonio di conoscenza e competenza delle dinamiche (more…)

MERCATI, SPREAD E UE: LA SITUAZIONE DOPO LE PAROLE DI DRAGHI E MONTI

23 agosto 2012

I mercati hanno accolto come una resa le parole del presidente della Bce Mario Draghi. Una resa ai falchi, al presidente della Bundesbank Jens Weidmann, ai rigoristi nordeuropei che tracciano i confini degli interventi che la Bce può permettersi di fare. In conferenza stampa, Draghi ha (more…)

La situazione economica in Italia è devastante ma nessuno fa nulla.

21 agosto 2012

Il Commento

Disoccupazione giovanile alle stelle, esodati, aziende, negozi, imprese che chiudono i battenti, lasciando senza lavoro migliaia di lavoratori. La situazione è devastante e nessuno fa nulla. In una (more…)

ECONOMIA: FACCIA A FACCIA CITTÀ DI CASTELLO-VIETNAM

15 giugno 2012

Faccia a faccia tra Città di Castello e il Vietnam, nell’incontro che gli imprenditori delle due realtà avranno nel capoluogo tifernate mercoledì 20 giugno. Ospite della Cassa di Risparmio di Città di Castello spa, che ha messo a disposizione spazi e logistica, la de-legazione, proveniente da una (more…)

Economia e Finanza: Accordo Sace e CEU per le piccole e medie imprese umbre

7 giugno 2012

SACE, il gruppo assicurativo-finanziario che sostiene la crescita e la competitività delle imprese italiane, e Umbria Trade Agency (CEU – Centro Estero Umbria), centro per la promozione dell’internazionalizzazione delle imprese umbre, hanno firmato oggi un accordo di collaborazione (more…)

L’economia umbra tra l’incuria delle istituzioni e i rischi dell’illegalità

6 aprile 2012

di Darko Strelnikov

Più che proposte sembrano depliant delle offerte speciali. 2+2, 1+1 diviso due, 3+1. La riforma sanitaria umbra va avanti così, a numeri che nascondono esigenze conservative di carattere territoriale. Una sola Asl e Una sola Azienda, che sarebbe l’ipotesi più auspicabile, viene da Perugia, il due asl più due aziende da Terni e il tre Asl più un’azienda da Foligno. Non c’è bisogno di spiegare niente, la matematica parla da sola. Ma mentre nel Palazzo si gioca al totosanità, in maniera trasversale, là fuori infuria la crisi. I dati sono pessimi per non dire catastrofici, il declino è evidente. Eppure le istituzioni, al di là dei soliti documenti che non portano niente in tavola, non hanno mai dato l’impressione di voler giungere a soluzioni unitarie, per provare a dare qualche risposta convincente. Non solo; si continua a favorire, come abbiamo fatto notare più volte, megainiziative edilizie e commerciali senza valutare quale impatto potrebbero avere sull’economia reale. L’Assessore all’urbanistica del Comune di Perugia Valeria Cardinali ci informa puntualmente, quando parla dell’insediamento di Ikea e di Decathlon , delle decine di posti di lavoro che porteranno. Ma non si cura di verificare quante persone mandano a spasso queste nuove iniziative. Le darò una mano. In Umbria nel 2011 c’è stato un saldo negativo tra imprese commerciali nate e quelle morte di 887 unità. Sono rimasti a casa circa 1000 lavoratori, senza considerare la sorte dei titolari. E non si tratta solo di piccoli negozi, ma anche di grandi catene commerciali. Del resto il balzo dell’88% della cassa integrazione in un solo mese, vorrà pur dire qualcosa. E questa moria favorisce un fenomeno che ormai è visibile anche al viandante di strada. Negozi che chiudono e riaprono in continuazione, alimentando sospetti di operazioni che potrebbero anche aver a che fare con la malavita organizzata. I posti “chiacchierati” dal popolino, che nella sola Perugia ammontano a qualche decina, sono in continuo aumento e investono ormai la maggioranza dei quartieri. E la situazione non può che peggiorare. La diminuzione sensibile del potere di acquisto di stipendi e pensioni porta all’inevitabile contrazione dei consumi (il 5% il dato ufficiale, il 10% quello percepito) e quindi a nuove difficoltà per il settore del commercio. L’impoverimento è destinato ad aumentare. Stavolta, a differenza degli anni 80, non ci sarà la mano del pubblico a salvare la baracca. Gli ammortizzatori sociali finiranno presto, il pubblico impiego, la mucca dell’Umbria, e gli investimenti degli enti continueranno ad avere inevitabili e pesanti contrazioni, il nuovo lavoro è poco più di un auspicio. Che senso ha quindi mettere in programma l’apertura di un grande centro commerciale al mese? Stesso discorso per l’edilizia. Si continua a costruire dappertutto. Ma per chi? E soprattutto a quale scopo visto che l’invenduto continua pericolosamente ad accatastarsi, raggiungendo cifre percentuali notevoli. E, sembra, che sia in crisi, nonostante al diminuzione dei prezzi, anche il mercato degli affitti. Insomma se non c’è fame di case, perché moltiplicare i palazzi? E anche qui il sospetto, suffragato purtroppo anche da qualche indagine, che la malavita abbia un qualche ruolo, non pare essere frutto di uan visione puramente fantascientifica. Anzi i più maligni sostengono che, dal terremoto in giù, la pratica del riciclo sostenga una fetta, nemmeno tanto marginale, dell’economia di questa regione. Ma al di là di questi allarmi, la cui autenticità è tutta da provare, la verità è che si va ancora per megacostruzioni e che un progetto generale di recupero edilizio, soprattutto dei grandi centri storici, non ha preso ancora piede. Oltre che evitare il consumo di territorio, il recupero ha costi inferiori delle nuove ostruzioni e invoglia di più ad investire i risparmi delle famiglie sul miglioramento delle loro abitazioni. Del resto lo spopolamento dell’acropoli di Perugia è avvenuto anche per la mancanza dal dopoguerra in poi di programmi di questo tipo. La fatiscenza delle vecchie abitazioni determinò la fuga verso i quartieri popolari. Ho citato questi due esempi per dire che la politica, di fronte ad una situazione che va sempre più peggiorando, non è stata in grado di produrre innovazione, di costruire riforme condivise che recuperino risorse necessarie ad investire nel territorio. Si continua ad esercitare la più pericolosa delle pratica in tempo di difficoltà, quella del vivere alla giornata. Da questo mese gli effetti dei provvedimenti governativi cominceranno a farsi sentire. Tra Irpef, Imu, Tia e compagnia bella andrà in onda una stangata che peserà per qualche migliaio di euro a famiglia. In cambio i cittadini avranno meno servizi e nessun beneficio. Alla lunga, se la politica non è in grado di produrre una svolta, la sfiducia negli amministratori locali aumenterà e potrebbe anche sfociare in aperta contestazione. Ed è questa la minaccia che pesa sopra i secondi mandati. Possibile che gli attuali amministratori umbri non capiscano che occorre trovare, e dire alla svelta, un’alternativa al pericolosissimo status quo di oggi. E questo è compito della politica. Quelli che governano ora, continuando a vivacchiare, rischiano di finire sotto un cumulo di macerie. A meno che non imbocchino decisamente la strada della discontinuità con il passato. Ma scaricare, in un baleno, un intricato sistema di potere e di relazioni sociali, consolidatosi in un ventennio, pretende che in campo ci siano dei capitani coraggiosi. E quella è merce che, per adesso, non si trova nel mercato della politica umbra; kipling si rassegni.

strelnikov.d@libero.it

COMPLOTTO DELLE TASSE – Non sono agenzie di rating serve della Cia né perfidie tedesche a metterci in ginocchio

27 febbraio 2012

Oscar Giannino punta il dito contro il “keynesismo all’amatriciana” che da decenni imposta la politica economica italiana sulla spesa pubblica. Perché c’è un perverso filo rosso che lega Visco, Tremonti e Monti. E non fa crescere il paese.

Con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l’ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&Poor’s, declassamento nel quale l’Italia è stata retrocessa di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e intellettuali che mi sono assai cari, monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Götterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano. Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici continua a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. Francamente, da chi – io, voi, noi – nutre un’idea sussidiaria e non dirigista della politica economica, e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt’altro. Ecco perché, quando il direttore di Tempi mi ha chiesto di rispondere alla domanda: «Ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell’euro, per restare con pochi paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?». Quando ha aggiunto: «Perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?»; quando ha concluso: «ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?», francamente ho capito che era inutile e pretestuoso farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente spiegare come la penso. Per poi, come si fa tra amici veri tra i quali ogni malpensare è bandito per definizione, accettare senza malanimi l’eventualità che magari davvero la pensiate in maniera totalmente diversa da me. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull’euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi vado alle conclusioni.

Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell’euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinioni pubbliche che hanno aderito all’euro che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell’economia reale cioè poca esposizione sull’estero nelle partite correnti. Altrimenti l’euro salta, c’è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l’economia reale.

Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d’investimento americani e anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. I conflitti d’interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell’esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Bce non diano automaticamente fede pubblica ai giudizi di S&P, Moody’s, Pitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti dal sistema bancario nelle aste di liquidità. La Bce già si comporta così. Fine.

Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. È vero o no che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50 per cento il debito greco in circolo? È vero o no, che il governo greco ha dichiarato che è pronto a fregarsene dell’accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70 per cento? È vero o no che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70 per cento, e uscita dall’euro? È vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? È vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce?

Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l’attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l’operato. I dubbi sul “fiscal compact”. Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l’8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c’è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c’è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l’Esm (European stability mechanism) previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionali sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all’Esm la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l’intero Tarp americano (Troubled Asset Relief Program, il maxi fondo statunitense varato dall’amministrazione Obama per dare sollievo ad un’economia in piena crisi, che ora ha chiuso i battenti) valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell’euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l’intero proprio mercato!

Chi comanda in Italia.  Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all’Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l’euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.

Veniamo dunque al punto finale.

È vero o è falso, che l’Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all’inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete – è: no, non è vero. La linea adottata dal decreto “salva Italia” è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l’81 per cento del saldo migliorato nel 2012, il 72 per cento e il 76 per cento nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.

Perché avviene questo? Perché in realtà anche se al governo c’era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche – è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, che hanno impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. È questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pii avrebbe ben cambiato idea. L’idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pii l’anno da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi “sprechi” essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso. Al contrario, l’esperienza – non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al “Keynes all’italiana idest all’amatriciana” che da decenni è in voga nell’accademia e nei media italiani – dico almeno l’esperienza dovrebbe farci cambiare linea, l’esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46 per cento nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8 per cento aggiunto dall’Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54 per cento e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull’utile lordo d’impresa arriveremo dal 68 per cento di pressione del 2010 a circa il 75 per cento, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell’impresa grande e delle banche. Rispetto a questa linea, l’alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi. Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il paese. Ma è anche e innanzitutto un’alternativa di scuola. Perché se abbiamo l’idea del debito pubblico come non debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesismo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l’attore economico “incorpora” da subito diminuendo consumi e investimenti dando per scontato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse – seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l’equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel – allora ne discende che dobbiamo affrontare deficit e debito impugnando l’ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale sui flussi fiscali. Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissioni per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Come hanno fatto diversi paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda. Il coraggio di rivedere il welfareNon smantellando i diritti sociali, bensì rivedendo il welfare come coi pacchetti Hartz a Berlino, rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di Pubblica amministrazione con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito non c’è un solo treno pubblico da più di 20 anni – hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa – e grazie a questo la domanda e l’offerta sono aumentati di quasi il 70 per cento dalla privatizzazione. Da noi col tutto pubblico abbiamo iper-finanziato l’alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente dalle 3 alle 5 volte superiori alla media europea – che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l’incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre.

Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo… Dalle Poste, a molto altro.

L’alternativa c’è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista, è una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all’einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l’opaco consenso tra nicchie protette d’impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8 mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1.000 parlamentari e alle 7 mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza). Non è affatto vero che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi (Rubbettino) – come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Sandro Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti altri. Se avesse avuto testa – perdonate la durezza – il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, forse è il caso di imboccare la strada giusta. Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Che chi la pensa così deve lavorare per avere rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l’euro come spero, o meno. Perché questa è l’unica strada, per un’Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro.

Oscar Giannino

 

 

Manovre ed economia: da oggi “occupazione pacifica e blocco totale delle merci più importanti della Sicilia”

16 gennaio 2012

E’ cominciato ieri sera a mezzanotte il blocco totale della Sicilia. Un’occupazione pacifica di tutti i principali porti, raffinerie e snodi viari dell’Isola. Tutti i punti di snodo sono presidiati dai protagonisti dei movimenti che, da oggi fino a venerdì 20 gennaio, daranno vita a quella che è già stata ”battezzata’ le “Cinque giornate della Sicilia”. Una battaglia culturale e sociale portava avanti da imprenditori che operano in tutti i settori dell’economia isolana. Dai trasportatori agli agricoltori, dai commercianti ai piccoli industriali. Tutti uniti nella lotta per una Sicilia migliore. E, soprattutto, non vessata dal car-prezzi.

“La rivoluzione parte dalla Sicilia”, si legge nei manifesti “non una guerra tra poveri, ma una guerra insieme contro questa classe dirigente che ancora una volta vuole farci pagare il conto. Vogliamo scrivere una pagina di storia e la scriveremo. Siamo siciliani veri ed invendibili. Ora il gioco comincia a farsi duro”.
Non sono né di destra, né di sinistra. Minimo comune denominatore, la rabbia contro una classe politica nazionale vessatrice e la convinzione che la politica siciliana sia in mano agli ‘ascari’. Chi sono? A firmare la chiamata alle armi, il ‘Movimento dei Forconi’, un’associazioni di agricoltori, allevatori ed ora anche di autotrasportatori “stanchi del disinteresse quanto del maltrattamento da parte delle istituzioni”

fonte : linksicilia.it

nota di redazione: qualcuno sta sottovalutando questa situazione, il blocco delle merci dall’isola potrebbe creare problemi inimmaginabili per l’economia italiana, attenzione la Sicilia… è vicina

NOTIZIE DALLA CRISI 3 – LA CRESCITA… DEI PAGAMENTI, IL MERCATO DEGLI SCHIAVI E I CASINI DI CASINI

28 dicembre 2011

di Ciuenlai

 Promemoria per il Pd 1 – Oggi parte la fase 2. Si parla di aumento delle tariffe autostradali, di rendite catastali vicine ai prezzi di mercato e di prestito forzoso (una roba da 400 miliardi sulle spalle dei contribuenti). Dice che sono provvedimenti per la crescita (?). Alla domanda “E di che?” il portavoce del Governo avrebbe risposto “dei pagamenti da fare”.

Promemoria per il Pd 2 – Dunque la fase 1 d’inverno è stata aumento dell’irpef, dell’iva, dell’Imu e fine delle pensioni, la fase due di primavera sarà ritocco delle tariffe, delle tasse sulla casa e azzeramento dei pochi risparmi rimasti. Nella fase tre d’estate non avendo più niente da aumentare, non avendo più niente da tassare, non avendo più niente da incassare, si sta studiando di passare subito al pignoramento dei mobili. Infine la fase 4 d’autunno pare prevede, finalmente e dopo tanti sacrifici, la riapertura del mercato del lavoro. I sopravvissuti in buone condizioni alle tre fasi precedenti, verranno venduti in piazza e nei mercatini rionali come schiavi, per abbassare lo spread.

Promemoria per il Pd 3 – Casini attacca Berlusconi “Chi ha creato il problema non può essere la soluzione. Giusto! E visto che lui ha fatto pappa e ciccia con il nano dal 1994 al 2008, anche lui fa parte del problema e non è la soluzione.

Commento di Leonella Filippucci

Attualmente nessuno del “transatlantico” è la soluzione….. per il promemoria n.2 si constata la legge di sopravvivenza…non tutti ma solo il più forte

Commento di : Stelio Bonsegna

Caro Ciuenlai, il problema di Berlusconi era solo quello di essere al Governo, quindi inviso alla Sinistra, come il fumo negli occhi, da quando rovinò quel famoso giocattolino da guerra di occhettiana memoria. Danni non ne ha fatti, anzi, il Governo attuale gioca con i risparmi fatti dal suo Governo. La crisi andava affrontata civilmente, come in tutti gli altri stati Europei, mentre in Italia, le opposizioni hanno approfittato per mettersi in vista ideologicamente, ma senza progetti. Non guardiamo poi il tradimento all’interno del PDL, come d’altronde cova anche nell’opposizione. Il risultato è stato: Ognuno per se. Dio per tutti.
Il Debito lasciatoci in eredità dai vecchi governanti, dobbiamo risolverlo con i nostri mezzi, uscendo dall’euro ghigliottina, che ci ha impoveriti all’inverosimile. Ma sopratutto, mandare a casa Monti, prima che faccia dell’Italia, terra bruciata.

ANZICHE’ RIDURRE LE SPESE, SI SPREMERA’ LA GENTE

1 dicembre 2011

Non sembra avviata bene la linea del governo, se già in partenza si torna sulle scelte vessatorie d’imposizione fiscale. Già l’ultimo esecutivo retto da Silvio Berlusconi era venuto meno agli impegni ferrei che il Cav amava esternare, di non mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Viceversa, aveva pensato bene, sia con il federalismo fiscale, sia con le manovre della scorsa estate, di tartassare i contribuenti, vuoi con la mano libera concessa agli enti locali (che, infatti, stanno sbizzarrendosi nell’incrementare la tassazione o nell’applicarne di nuova, bussando sempre a rinnovate richieste), vuoi direttamente. Adesso, il tecnico Mario Monti pare intenzionato, a giudicare tanto dalle dichiarazioni ufficiali quanto dai segnali che arrivano dai palazzi romani, a percorrere la medesima strada. Non pochi settori del Pdl, a tacere della Lega, hanno già avvertito il pericolo e fiutato i tentativi di accomodamento avanzati dai vertici del partito. Le reazioni esternate dal popolo azzurro in rete sono state ancor più nette. Il pericolo è stato avvertito e denunciato, pur con alcuni distinguo, dai quotidiani del centro-destra, con l’eccezione del Tempo, passato al sostegno del gabinetto d’impegno nazionale. Quel che si chiede ai tecnici, e che i politici (primo imputato: Giulio Tremonti) non sono stati in grado di fare, è la riforma fiscale. Una riforma che faccia scemare il peso abnorme e razionalizzi il comparto, affinché il fisco sia più razionale, più semplice, più stabile e, in una parola, più civile. Non sembra, invece, che Monti intenda agire diversamente da quanto svolto, o non svolto, dai suoi predecessori: Berlusconi come presidente, Tremonti come titolare responsabile. E non ci si discosta dalla linea, perdente, finora seguita, perché non si vuol prendere atto che il debito pubblico immane è stato determinato dalla dilatazione della spesa pubblica. Fin quando si procederà nell’attribuire alla mano statale, regionale, locale, compiti che debbono essere lasciati ai privati, si dovrà procedere a sempre nuove imposizioni. Fin quando non si sopprimeranno gli enormi compiti assegnati allo Stato sociale, questo leviatano continuerà a nutrirsi: se non potrà più farlo come prima attraverso l’indebitamento, vorrà farlo succhiando direttamente la ricchezza dei cittadini. Poiché i tecnici non osano dire simili elementari verità, paurosi di essere denunciati per attentato al cosiddetto “welfare”, e men che meno oseranno praticare le ricette conseguenti, continueremo a subire l’espropriazione dei frutti del nostro lavoro. Quasi certamente, in misura ancora maggiore. Il nuovo governo si annuncia dunque come prima, peggio di prima.

Marco Bertoncini –  Italia Oggi

 

GERMANIA NON RIESCE A VENDERE 35% BUND IN OFFERTA

23 novembre 2011

I titoli di Stato messi in asta oggi dal governo tedesco hanno trovato una domanda decisamente deludente: dei sei miliardi offerti solo 3,64 miliardi sono andati venduti, con un rendimento di appena l’1,98% e il 35% andato invenduto. Lo comunica l’Agenzia del debito, che attribuisce l’esito dell’asta al nervosismo dei mercati.(Ansa)

nota di redazione: è solo nervosismo? o un segnale preoccupante per l’Europa di quelli che pensano solo ai fatti propri e arricchirsi a spese degli altri?

 

ECONOMIA: L’INDIGERIBILE SARKEL

28 ottobre 2011

Alla fine resteremo solo noi a credere d’essere il problema dell’euro, come se gli umori leghisti e i cinque anni che ci dividono dall’entrata a regime del sistema pensionistico su base contributiva siano una specie di grattacapo continentale.  Invece il problema dell’Europa è l’euro, concepito come moneta senza governo e attrezzato per affrontare l’inflazione, laddove se la deve vedere con la stagnazione e la recessione. E dentro l’euro il problema sono i tedeschi, che concepiscono l’Europa come una specie di germanizzazione collettiva.  E dentro la Germania il problema è il governo di Angela Merkel, punito in tutte le elezioni, retto da una coalizione che non regge, sotto scacco della propria corte costituzionale e sconfessato da chi, come Helmut Kohl, vide nell’Europa l’alveo che avrebbe consentito di unificare la Germania, e nell’euro la valuta che avrebbe favorito la crescita del mercato interno e le esportazioni.  Noi siamo un problema, certamente, ma per noi stessi.  Siamo fermi, imbambolati, preda delle pressioni corporative e dell’illusione che si possa conservare il passato.  Con un sistema istituzionale in cui contano solo quelli che bloccano, a scapito di quanti intendono cambiare quale che sia cosa.  Con un bipolarismo che premia la rendita degli estremismi (da entrambe le parti) e mortifica la grande maggioranza dell’elettorato, che votando a destra o a sinistra resta moderato.  Con un governo in crisi da un anno e oramai fermo da due.  Senza un’opposizione in grado di sostituirlo perché sulle cose che contano (dalle pensioni alle privatizzazioni) laddove la maggioranza è inerte l’opposizione è reazionaria.
Con le parti sociali, sindacati dei lavoratori e degli imprenditori, che firmano accordi per fermare il poco che si fa.  Certo che siamo un problema e certo che pagheremo un’ibernazione che dura da diciassette anni.  Ma dire che siamo noi il problema dell’euro è una colossale sciocchezza, anche perché i problemi veri sono vecchi e le cose nuove (pochine) sono positive, a cominciare da una disciplina fiscale grazie alla quale abbiamo il bilancio primario in attivo e un debito pubblico che, rispetto al pil, dal 2008 a oggi è cresciuto meno di quello altrui.  Allora, come è possibile che siano queste cose nuove ad avere scatenato la speculazione?  Infatti non è possibile, perché non è vero.  E’ successo, invece, che la debolezza istituzionale europea è stata surrogata dall’asse franco-tedesco, autonominatosi guida dell’Unione.  Tale asse è stato gravemente incapace prima di capire e poi di fronteggiare quel che succedeva in Grecia, supponendo di potere salvare le proprie banche chiedendo ai greci di rinunciare al presente e al futuro.  L’asse ha enunciato un dogma mortifero: la Grecia non sarà mai lasciata alla bancarotta, sarà protetta da tale prospettiva, ma questo senza modificare nulla della struttura dell’euro e della Banca centrale europea.
Da quel momento è cominciata la corrida, con gli speculatori che (giustamente, dal loro punto di vista) si arricchiscono a nostre spese.  E più la Germania della Merkel ha puntato a far credere che la Bce sia una specie di Bundesbank, ispirandosi alla dottrina della moneta forte e del rigore interno, più la speculazione s’è leccata i baffi, addentandoci ai polpacci e puntando al collo.
Così andando stramazza l’euro. C’è la controprova: sia i giapponesi che gli statunitensi hanno un indebitamento lordo che, in rapporto al prodotto interno, è superiore a quello europeo, essendo l’Europa l’area più ricca, eppure pagano interessi inferiori ai nostri.
Come ci sono riusciti? Governando la loro moneta e non credendo nella scempiaggine che si possa farla volare con il pilota automatico. Quando i mercati hanno a che fare con una valuta governata sanno bene che chiedendo tassi d’interesse progressivamente sempre più alti si va incontro ad una svalutazione, che a sua volta può generare inflazione, quindi, oltre un certo limite, essere esosi non è conveniente.  Un po’ come gli strozzini, se mi è concesso il paragone: fino ad un certo punto puntano a farsi restituire i soldi, con le buone o con le cattive, dopo un certo livello possono prenderti la macchina e l’amante, perché i debiti, oramai, sono una montagna non scalabile.
La Merkel ha commesso l’imperdonabile errore di volere guidare l’Europa avendo in mente i più chiusi e limitati interessi immediati del sistema produttivo tedesco, mentre nella difesa delle proprie banche, inguaiate con titoli sempre meno esigibili (e ciò significa che hanno prima lucrato a spese di greci, spagnoli e italiani), ha trovato un partner in Nicolas Sarkozy, il quale a sua volta non vince più elezioni intermedie e l’anno prossimo si gioca il posto all’Eliseo, che per lui conta più di ogni altra cosa. La premiata pasticceria Sarkel passa il tempo, in cucina, a darsi mazzate, perché gli interessi francesi e tedeschi non coincidono manco per niente, ma poi mette in vetrina torte indigeribili, deglutendo le quali prima sparisce l’euro e a ruota l’Unione europea.
Lo spiritosone con la ridarella ha un deficit di bilancio innanzi al quale noi siamo maestri di rettitudine e buona amministrazione, con in più una banca, Dexia, già nazionalizzata e le altre in arrivo. Queste operazioni comportano il sommarsi dei debiti bancari al debito pubblico, con il che i francesi ci raggiungeranno presto (se non si pone rimedio), posto che il loro debito lordo (pubblico + privato) è già superiore al nostro.
Ridi ridi, diceva la mia nonna.  Una cosa triste ve la dico io: la nostra classe dirigente è demoralizzante, ma quella che oggi guida l’Europa è imbarazzante.

Davide Giacalone

 

 

Dracula e tutti i suoi discendenti volano in boeing, vera mutazione genetico – finanziaria.

18 settembre 2011

L’OPINIONE

Peccato che l’Occidente sedotto per troppo tempo da fasti e nefasti non abbia trovato in tempo la cura ai suoi mali ed abbia offerto una ghiotta occasione a fattori od esseri para-normali, finora invisibili ed inafferrabili , al cui amo, dall’esca velenosa, siamo abboccati fatalmente. Ma finalmente, dopo una mia piccola indagine, ho trovato qualche riferimento che potrebbe consentire di individuarne le origini e il capostipite che, dopo un certo periodo di oblio e di astinenza s’è risvegliato dal letargo insieme alla numerosa discendenza, che come sappiamo da vittime ereditavano automaticamente il suo carattere affabile e seducente, le sue aggraziate sembianze che all’occasione però mostravano quei canini piuttosto affilati ed occhi di fuoco per la sete insaziabile di una bevanda biologica al 100 % .

Proprio lui il conte Dracula che stanco della solita Transilvania e dei soliti Carpazi, annusando un colossale salasso per sé, la sua famigliola e tutta la sua stirpe, ha deciso di fare il giramondo adattandosi con una vera mutazione genetica  ai luoghi e tempi diversi con modi , mezzi e fini al passo con la modernità . Quindi , ora passando dalla leggenda alla realtà odierna Dracula perde il suo charme di seduttore o vampiro in carne ed ossa, ora è invisibile, ha anche perso quella parvenza aristocratica di fascinosa truculenza ed agisce su spazi illimitati con feroci scatti felini, non gira più con la carrozza traballante ma ovviamente preferisce il veloce boeing per i suoi spostamenti intercontinentali , la sua arma letale non sfoggia più dietro il suo smagliante sorriso, ma dal macabro strumento telematico armato di un Internet spietato e fulmineo, ora, con grande spirito di adattamento, osservando che tra i popoli e le finanze del mondo non corre “buon sangue“, si accontenterà di un suo succedaneo, non più biologico, ma comunque di grandi risorse di liquidità ( ben diverse da quelle nei flaconi dell’Avis, ma spesso sottoforma di titoli finanziari dai nomi più strambi ed esotici , comunque di finta liquidità ) .

Ovviamente questi oriundi vampiri, di fronte a un sì vasto scenario ricco di sterminate prede, non si attardano nella selezione di singole vittime , colpiscono indiscriminatamente interi popoli e così l’evoluzione della specie, dietro le forme più varie ed indistinte , ha sviluppato il “dissanguamento di massa “  .

Ormai , anche se è troppo facile capire le cause del male ( materialismo sprecone , globalizzazione selvaggia , scomparsa dei valori universali ………) , per evitare che Dracula si arrenda per sazietà ( cosa impossibile ) , occorre rispondere a due cruciali punti :

1. Identifichiamo questi vampiri clandestini, peraltro senza permesso di soggiorno, non si può vincere una guerra con un nemico anonimo ( anche se un sospetto, avallato poi da altri, l’ho avuto subito collegandomi alla tesi della  “ mutazione genetica “ che a bordo del boeing fa presto dalla Transilvania all’estremo Oriente facendo apparire vampiri con occhi a mandorla che con la loro accumulata forza di liquidità immensa ormai umilia anche gli USA ( finanziariamente e politicamente ) e minaccia di accrescere in Europa una stratosferica rete di banche del sangue per vampiri

2. Mettiamo subito in atto anche noi in Italia una cura d’urto , anche se finora urta qualcuno e scansa qualcun altro; non s’è capito (o qualcuno pur avendolo ben capito non puo’ smentire la sua storia politica) che l’ubriacatura lunga 50 anni è finita, ed in modo traumatico su base mondiale nonostante i “lungimiranti” economisti di fama, e che il percorso inverso dalle stelle alle stalle prevede una infinita e massacrante maratona. Occorre quindi da subito individuare i punti deboli non solo economici (effetti), ma soprattutto quelli che li hanno determinati (cause)  ed intervenire, pur se con effetti impopolari, chiedendo sacrifici a tutti (inclusa CGIL+COOP, Magistrati e Calciatori che hanno o vorrebbero opporsi, per le loro specifiche categorie, con assurdi scioperi), anche se con maggior peso sui ricconi. Nessuno potrà o dovrà sottrarsi ed i più sono anche disponibili a condizione di una equita’ distributiva senza ulteriori colpi ai meno abbienti.

Infine un consiglio a Dracula : nel tuo stesso interesse, non esagerare coi salassi continui che hanno già provocato terremoti nelle Economie di tutto il mondo che dovranno lottare solo per non arretrare troppo, … altro che crescita, mito da tutti ingenuamente invocato a forza di miliardi di €uro. (comunque sempre a rischio, se per aumentare artificiosamente consumi indiscriminati e/o sostenere sprechi e surplus del passato, senza considerare che con oculati tagli e razionalizzando la macchina statale quella benedetta crescita sarà sottintesa in automatico) !

Insomma Dracula attento che un’ anemia cronica delle tue vittime alla fine ti ridurrà a conficcare i tuoi deliziosi canini in corpi esanimi e restando disoccupato non avrai altra scelta che il ritorno in Transilvania , come tutti ci auguriamo e per sempre.

Leonida Laconico

CITTA’ DI CASTELLO, SUPPORTO ALLE IMPRESE CONTRO LA CRISI E PROMOZIONE DELLE ECCELLENZE: IL 2010 DELL’ASSESSORE DURANTI

23 febbraio 2011

Supporto alle aziende per contrastare la crisi e mantenere il tessuto produttivo, nei termini di occupazione e continuità del ciclo: su questo piano si è concentrato l’impegno dell’assessore tifernate Domenico Duranti, titolare della delega allo Sviluppo economico.

“Abbiamo riaperto il bando di agevolazioni alle imprese, che ha già finanziato trenta progetti per un importo di cinquantamila euro, capaci di movimentare un capitale di investimenti pari ad oltre due milioni, relativi soprattutto a micro-imprese di terziario, commercio, artigianato” dichiara Duranti, sottolineando come “L’opportunità prevede concessioni di contributi in conto interessi su finanziamenti erogati alle imprese e garantiti al cinquanta per cento”.

“Come politica attiva e di completamento di supporto al reddito, sono stati attivati in collaborazione con Sviluppumbria, Cassa di Risparmio di Città di Castello e associazioni di categoria, circa settanta fondi di garanzia a sostegno proprio di quei lavoratori dipendenti rimasti senza salario per alcuni mesi dell’anno 2010” dice Duranti “Tramite il servizio di Sviluppumbria, che ha sede presso lo sportello del cittadino, sono stati accompagnati dieci utenti nella redazione del progetto d’impresa e nella relativa domanda per l’accesso alle provvidenze. Particolare attenzione è stata rivolta alla Fondazione Umbra contro l’usura poiché in periodi di crisi economica sono aumentate le famiglie, le imprese, vittime dell’usura e che versano in condizioni di indebitamento o che sono a rischio di usura”.

Tessile: maglieriste, un mestiere artigianale che piace ai giovani tutte assunte le 12 maglieriste formate da Confindustria

16 dicembre 2010

Hanno ritirato stamani l’attestato di partecipazione le 12 maglieriste che hanno appena concluso il loro percorso formativo per operatrici del comparto tessile organizzato da Sistemi Formativi Confindustria Umbria e finanziato dal Fondo Sociale Europeo nell’ambito del “Bando Occupabilità” della Provincia di Perugia.

Le giovani donne hanno già trovato un’occupazione nelle imprese che operano nel comparto e che da tempo fanno fatica a trovare profili professionali adatti alle loro esigenze produttive.

Nel corso di una conferenza stampa – stamani nella sede di Confindustria Perugia – l’assessore provinciale alla Formazione Giuliano Granocchia e il presidente del sindacato dell’Industria Tessile di Confindustria Perugia Gianluca Mirabassi hanno presentato i risultati del corso si è concluso recentemente dopo un anno tra lezioni in aula e tirocinio in azienda. Alla conferenza hanno partecipato, oltre alle allieve che hanno ritirato l’attestato, il direttore di Confindustria Perugia Aurelio Forcignanò e Nicola Modugno, coordinatore dei Sistemi Formativi di Confindustria Umbria che si sono occupati di tutti gli aspetti organizzativi e di gestione del corso.

“Siamo riusciti a mettere in campo – ha spiegato Granocchia – una formazione non solo di qualità, ma che offre occasioni di acquisire competenze professionali che non possono essere apprese nel normale circuito scolastico. Le offerte di lavoro giunte alle giovani maglieriste sono il frutto e la conseguenza di una formazione professionale accurata e soprattutto che risponde alle reali esigenze delle aziende”

Il percorso formativo, infatti, era stato progettato tenendo conto delle esigenze delle imprese tessili associate a Confindustria che avevano segnalato la necessità di formare alcune delle principali figure professionali di riferimento per il comparto come appunto maglieriste, rammagliatrici, rammendatrici che rappresentano un cardine per mantenere alti gli standard di qualità e di artigianalità tipici delle aziende umbre operanti in questo settore.

“Le nostre aziende – ha sottolineato il presidente Mirabassi – da tempo si sono rese conto che è una questione di fondamentale importanza, per mantenere elevati i livelli di qualità, competitività e artigianalità, realizzare iniziative volte a supportare il necessario ricambio generazionale delle maestranze aziendali che sono per noi pilastri della cui professionalità non possiamo fare a meno. La nostra regione è conosciuta nel mondo proprio perché capace di coniugare le qualità artigianali alle capacità innovative. La maglierista, oggiAggiungi un appuntamento per oggi, – ha aggiunto Mirabassi – è infatti una figura professionale altamente qualificata, con competenze specifiche su sicurezza e controllo qualità e capace di garantire la produzione di un capo di maglieria attraverso l’utilizzo delle più moderne tecnologie e di macchinari all’avanguardia”.

Proprio nella consapevolezza dell’importanza della formazione, nel 2006 è stato costituito il Polo formativo IN.TEX Umbria nato dalla collaborazione fra Imprese, Università, Centri di ricerca, Associazioni di categoria, Enti di formazione e Istituti scolastici e volto ad erogare percorsi formativi per la qualificazione professionale degli operatori delle imprese del settore.

Il corso per maglieriste è frutto anche di questa esperienza e vuole essere un primo esperimento per la formazione di altre figure professionali da inserire nelle aziende del comparto del tessile e dell’abbigliamento che hanno sempre più bisogno di figure altamente qualificate, con competenze specifiche su sicurezza e controllo qualità e capaci di garantire la produzione di un capo di maglieria attraverso l’utilizzo delle più moderne tecnologie e di macchinari all’avanguardia.

In programma con il Polo IN:TEX ci sono altri due corsi che interessano il settore: uno strettamente dedicato alla produzione e l’altro legato agli aspetti commerciali.

 

Economia Terni, Basell convocata dal ministro Romani

10 dicembre 2010

La notizia della convocazione della Basell da parte del Ministro Romani conferma – come ci è stato sempre detto – un interessamento diretto del Governo Berlusconi alla vicenda della chimica ternana. Ciò è il frutto di una spinta forte dei parlamentari PdL, e di tutto il gruppo dirigente regionale ma anche di una positiva unità istituzionale che va mantenuta per evitare che la Basell approfitti della debolezza che deriverebbe da una divisione istituzionale. Per parte nostra continueremo a seguire giornalmente la vicenda e lunedì parteciperemo al vertice in Regione convocato dall’Assessore Rossi.

Dott. Raffaele Nevi – Presidente Gruppo PdL Regione Umbria

LO SVILUPPO INDUSTRIALE DELL’ UMBRIA: crisi attuale e prospettive future

30 novembre 2010

Obiettivo: Analizzare lo stato di salute della regione Umbria ed il suo posizionamento attuale e discutere sui possibili scenari futuri

MARTEDì 14 DICEMBRE 2010 ORE 17.30

BEST WESTERN HOTEL QUATTROTORRI Via Corcianese, 260 – Perugia

Tel. 075.517.17.22

Saluti: Adolfo Caldarelli – Presidente CIDA Umbria, Simone Battistacci – Presidente Federmanager Perugia

Relazione introduttiva: “La congiuntura economica dell’ Umbria” Lucio Caporizzi – Direttore Regionale alla Programmazione

Tavola Rotonda: Giorgio Ambrogioni – Presidente Nazionale Federmanager, Lucio Caporizzi, Direttore Regionale alla Programmazione, Gianfranco Chiacchieroni Presidente II^ Commissione Consiliare Regione Umbria, Alberto Mossone Consulente aziendale e autore del libro, “Il mondo è cambiato, cambiamo l’ Umbria”, Maria Rosi Vice Presidente II^ Commissione Consiliare Regione Umbria, Sergio Sacchi Docente di Politica Economica – Università di Perugia, Ulderico Sbarra Segretario CISL regionale, Luca Tacconi Imprenditore – Membro del Consiglio Direttivo di Confindustria Perugia Delegato per il Credito.

Moderatore: Federico Fioravanti – giornalista

Conclusioni: Giorgio Corradini – Presidente Nazionale CIDA

 

 

 

 

UMBRIA, NEL 3° TRIMESTRE 2010: LA RIPRESA FRENA

30 novembre 2010

Indagine congiunturale di Confindustria Umbria tra le imprese associate

Le problematiche dell’economia nazionale sono ampiamente condivise, in questa fase, dall’economia umbra. Anche in Umbria, come in Italia, la ripresa annunciata nel secondo trimestre 2010 ha perso vigore nel corso del terzo. Agiscono da freno la stagnazione della domanda interna di beni di consumo, degli investimenti e il rallentamento del commercio internazionale. D’altra parte  permangono ancora, per le imprese, i problemi della perdita di competitività misurata sul costo del lavoro per unità di prodotto e della erosione dei margini in conseguenza dei rincari delle materie prime e dell’aumento dei tassi di interesse. Sono queste, in estrema sintesi, le indicazioni sull’andamento del settore industriale che emergono dalla indagine congiunturale relativa al terzo trimestre dell’anno in corso, svolta da Confindustria Umbria, con la collaborazione della Università di Perugia.

In particolare, circa il 40% delle imprese che hanno partecipato alla indagine segnalano la stabilità dei loro livelli produttivi, tanto rispetto al precedente secondo trimestre quanto rispetto al terzo trimestre dello scorso 2009.

Nel contempo sono più di un quarto (26,2%)  le imprese che segnalano miglioramenti su base congiunturale e un po’ meno (il 21,6%) quelle che segnalano recuperi su base tendenziale e cioè rispetto ai risultati di un anno fa.

Vi è infine un gruppo di imprese che dichiarano di aver ridotto i livelli di produzione rispetto al precedente trimestre (29,6%) oppure rispetto al terzo trimestre del 2009 (38,6%).

Quanto, infine, agli andamenti per dimensione d’impresa, tendenzialmente, le capacità di recupero sono state appannaggio soprattutto delle imprese con più di 20 addetti.

In questo contesto, quelli che pochi mesi fa erano stati definiti segnali di attesa di un consolidamento, con scarsa fiducia sulle possibilità di una accelerazione della ripresa, possono dirsi confermati. “Il terreno è meno fragile, ma le prospettive della crescita sono ancora una volta piuttosto incerte”, osserva il Presidente di Confindustria Umbria Umbro Bernardini.

“Consola in parte il fatto che sembrano andare via via in archivio i trimestri più pesanti: rispetto al terzo trimestre dell’anno scorso; infatti, le imprese che dichiarano di avere comunque registrato un recupero sono assai più numerose di quelle che lamentano una flessione”.

Anche il 2010 sarà dunque archiviato come anno da dimenticare: non un annus horribilis ,ma in ogni caso un anno di attese deluse. Si sposta dunque in avanti l’orizzonte della ripresa. Il terzo trimestre si configura, in definitiva, come un trimestre che non soffoca la speranza, ma nemmeno sostiene più di tanto il rilancio dei ritmi produttivi e soprattutto concorre a complicare la programmazione finanziaria delle imprese.

Così si naviga a vista, cercando il più possibile di acquisire qualche ordinativo in più nell’intento, non sempre raggiunto in questi mesi, di mantenere gli organici aziendali.

ACCORDO TRA CONFINDUSTRIA PERUGIA, BANCA CR FIRENZE E LE CASSE UMBRE DEL GRUPPO INTESA SANPAOLO

12 novembre 2010

1 MILIARDO DI EURO PER SOSTENERE LO SVILUPPO DELLE IMPRESE DEL TERRITORIO

Banca CR Firenze e Confindustria Perugia, hanno presentato, a margine dell’Assemblea Generale delle Imprese associate a un ulteriore importante accordo che fa seguito a quelli nazionali siglati da Intesa Sanpaolo e che intende attivare strumenti per assistere al meglio le piccole e medie imprese nell’attuale fase congiunturale, ancora difficile ma certamente più orientata alla crescita e allo sviluppo.  L’Accordo è stato illustrato agli imprenditori dal Presidente Confindustria Perugia e da Luciano Nebbia, Direttore Regionale Toscana e Umbria Intesa Sanpaolo. L’Accordo conferma e prolunga gli strumenti attuati nel 2009, disegnati per fronteggiare le principali emergenze della crisi, come ad esempio la linea di credito aggiuntiva per la gestione degli insoluti, i programmi di ricapitalizzazione per il rafforzamento patrimoniale, l’allungamento fino a 270 giorni delle scadenze a breve termine e il rinvio rate su mutui e leasing, diventate poi oggetto dell’Avviso comune ABI del 3 agosto 2009. In 12 mesi si è potuto dare un riscontro positivo a oltre 50.000 richieste a livello nazionale, di cui oltre un migliaio in Umbria. Banca CR Firenze, le Casse Umbre del gruppo Intesa Sanpaolo (Cassa Risparmio di Città di Castello, Cassa di Risparmio Cassa di Risparmio Spoleto e Cassa di Risparmio di Terni e Narni) e Intesa Sanpaolo mettono a disposizione delle aziende del territorio un plafond di 1 miliardo di euro specificamente destinato a interventi e investimenti in tre ambiti strategici per il rilancio della competitività delle imprese:

Internazionalizzazione: aiutare le imprese a sviluppare nuove strategie sui mercati esteri attraverso il supporto operativo in 40 paesi nel mondo e le consulenze specialistiche del polo per l’internazionalizzazione del gruppo Intesa Sanpaolo.

Innovazione: finanziamento e sviluppo di programmi di ricerca, acquisizione di nuove tecnologie, raccordo tra banca, impresa e università.

Crescita dimensionale: sviluppo delle iniziative volte a migliorare i parametri patrimoniali e la cultura creditizia delle imprese. Promozione delle reti d’impresa e delle sinergie territoriali.

 

Economia, l’Umbria sta scivolando verso il sud?

25 settembre 2010

di Lucio Caporizzi

Lucio Caporizzi

Da un po’ di tempo un dubbio amletico vaga per la nostra regione, riassumibile nella fatidica domanda “…ma l’Umbria sta scivolando verso il Sud…?”, intendendo in tal modo l’esistenza o meno di un processo di declino economico (ma per alcuni anche sociale e politico) del sistema regionale. Tale dubbio viene avanzato da più parti, dagli accorati appelli del segretario della Cisl ai timori in tal senso espressi dal Presidente della Confindustria regionale, per non parlare, ovviamente, degli esponenti della minoranza di Palazzo Cesaroni. Il quesito merita la massima attenzione, al di là delle solite strumentalizzazioni, cercando quindi di mantenere un approccio equilibrato. Il Sud è lontanissimo da noi se, per esempio, si evidenziano gli ottimi risultati umbri in tema di assistenza sanitaria e di istruzione secondaria, mentre, d’altro canto, la retorica dell’Umbria felix si concilia poco con i tristi primati della nostra regione in materia di morti per droga, sul lavoro e sulla strada.

Come è normale i dubbi di scivolamento si combinano con le analisi sugli effetti della crisi economica, che rischierebbe di accelerare ed aggravare queste preoccupanti tendenze. La crisi, a sua volta, sta mostrando nel terzo trimestre dell’anno in corso una preoccupante recrudescenza, già prevista da quegli osservatori che si sforzano di vedere ciò che realmente accade e non ciò che gli conviene vedere, testimoniata dal marcato calo a luglio dalla produzione e dagli ordinativi delle imprese industriali italiane. Non dimentichiamoci, inoltre, che ancora a giugno di quest’anno la produzione industriale in Italia segnava circa il 17% in meno rispetto al primo semestre 2008, mentre per Germania e Francia tale scarto negativo era intorno al 9%. In particolare nel nostro Paese, dunque, l’entità del recupero congiunturale fin qui avutasi è estremamente contenuta se confrontata con la dimensione delle perdite subite. Le imprese restano gravate da ampi margini di capacità produttiva inutilizzati, il che frena gli investimenti limitandoli alla mera sostituzione degli impianti più obsoleti. Come è noto, inoltre, è già iniziata in molti Paesi (soprattutto in Europa) la fase di correzione dei disavanzi pubblici – gonfiatisi per avere dovuto assorbire il folle indebitamento privato – il che proietta nel 2011 un ulteriore impulso recessivo.

La nostra Umbria si colloca in pieno in questo scenario. Gli indicatori più recenti risultano favorevoli per la nati-mortalità delle imprese, la dinamica dei fallimenti e le tendenze della produzione. Segnali preoccupanti, invece, mostra ancora il mercato del lavoro, mentre iniziano a flettere i consumi (che fin qui tenevano). Il balzo dell’export nel primo semestre (+22,6% contro il +12,6% nazionale) è per la gran parte dovuto all’impennata del settore metalli, al netto del quale il risultato si ridimensiona al +5,4%, all’interno del quale, a fronte di un miglioramento del tessile (+7,3%) abbiamo un preoccupante calo di oltre 7 punti della meccanica. Ancora da decifrare il turismo, con un primo semestre 2010 non esaltante ma accettabile cui sono seguite le preoccupazioni e i gridi d’allarme dei mesi estivi.

Tornando dunque alla domanda iniziale, caratteri tipici delle economie meridionali la nostra regione li ha da tanto, in realtà. La scarsa proiezione internazionale, l’elevata incidenza del lavoro precario, la debolezza dei motori autonomi dello sviluppo e la forte dipendenza, in conseguenza, dai mercati interni e dalla spesa pubblica. Quest’ultima esercita un ruolo importante nell’economia umbra, tanto da concorrere a formare il reddito disponibile degli umbri nella misura di ben il 30%, dato addirittura superiore a quello del Mezzogiorno. L’importanza del trasferimenti pubblici per il reddito degli umbri desta notevoli preoccupazioni per via del fatto che gli anni a venire saranno caratterizzati – in tutta Europa – da un forte rigore in tema di spesa pubblica. Si teme poi per la sorte di importanti siti produttivi della regione, sottolineando l’importanza di preservarne l’operatività e, più in generale, di rilanciare le capacità industriali dell’Umbria. Giusto, ma, anche qui, tenendo ben presente cosa sta accadendo. Negli ultimi 30 anni il peso occupazionale (in termini di unità di lavoro) sul totale dell’economia dell’industria in senso stretto nel nostro Paese è andato continuamente calando, da poco meno del 30% fino a circa il 18% del 2010. Le scelte strategiche della Fiat illustrano chiaramente cosa significhi fare industria quando ci si deve confrontare con eccessi di capacità produttiva e problemi strutturali di competitività. In Europa solo l’apparato produttivo tedesco sembra in grado di affrontare con successo la sfida della competizione internazionale. Ma in Germania hanno da anni attuato una vera politica industriale, costruendo il futuro e non appiattendosi nella mera difesa dell’esistente, andando ben oltre la mera distribuzione più o meno a pioggia di denari alle imprese effettuata nell’illusione di un sostegno tanto velleitario quanto inconcludente.

Sarebbe importante se da noi in Umbria si sviluppasse una discussione costruttiva su questi temi, evitando che restino confinati nel “limbo” dei convegni. Ma il più importante partito della regione, il Pd, pare animarsi solo quando ci sono poltrone da ricoprire. Si sente ancora discutere con passione di organizzazione liquida o solida  di radicamento territoriale. Tutti temi importanti, d’accordo, ma…. per fare cosa?