Posts Tagged ‘economica’

GOOD MORNING UMBRIA o GOOD NIGHT?

9 Mag 2016

giornaliRiceviamo e pubblichiamo

Il compito degli strumenti di comunicazione, come l’utilissimo “Good Morning Umbria” che ogni tanto mi usa la cortesia di pubblicarmi, dovrebbe essere quello di informare con immediatezza sulla realtà locale umbra, ma anche di contribuire ad acquisire, seppur in minima parte, la consapevolezza di essere una parte della coscienza civile e morale nazionale. Non si tratta di deformare o influenzare opinioni individuali, ma di considerare come funzione necessaria per noi tutti, quella di possedere ed alimentare la “cultura del vivere civile” senza ritenere questa parola, la somma di cose cui si guarda con sospettosa indifferenza. (more…)

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QUELLA BUFALA DELLA LEGGE ELETTORALE

6 dicembre 2013

di Ciuenlai

Si certo il porcellum era uno schifo. E’ vero bisognava cambiarlo. Ma l’enfasi con la quale , in questi due anni, si è posto il problema della legge elettorale, senza mai risolverlo, fa sorgere il sospetto che dietro ci sia altro. E l’altro è (more…)

Perugia: convegno sul tema “Congiuntura economica locale e prospettive di ripresa”

29 novembre 2013

Il Rotaract Perugia-Trasimeno organizza  Sabato pomeriggio all’Hotel Gio in Perugia un convegno sul tema della particolare congiuntura economica locale e sulle prospettive di ripresa, analizzate dal punto di vista di varie (more…)

Crisi economica: le aziende dell’Alta Valle del Tevere “La situazione del nostro territorio è gravissima”

10 aprile 2013

“Il manifatturiero è il nostro petrolio, la nostra materia prima, la nostra ricchezza, l’unico nostro vero patrimonio in grado di produrre lavoro e benessere. Questo patrimonio si sta sfaldando con una rapidità vertiginosa senza che nessuno sembri volere fare qualcosa per impedirlo”. A parlare è (more…)

LICENZIARE MONTI PER MOTIVI ECONOMICI

1 giugno 2012

di Ciuenlai

Spread al massimo, Tassi dei Bot oltre “quell’insostenibile” 6%, Debito Pubblico in aumento, Economia in ginocchio, Disoccupazione a livelli record, Tassazione vicina al 50% del reddito, Corruzione dilagante, Diritti eliminati, Pensioni “esodate”, Servizi pubblici tagliati, Costi della politica invariati. Il tutto mentre sta arrivando la famosa “spending niente” e “review tutto”, che affosserà definitivamente quel poco di Welfare che c’è rimasto in Italia. Il Bilancio del Governo Monti è questo e peggiora ogni giorno. Che cosa serve ancora per applicargli il nuovo articolo 18 e mandarlo a casa? Che decida, per risparmiare sulle sepolture, di istituire le fosse comuni per i morti da crisi?

 

Suicidi. La mattanza sociale

8 Mag 2012

di Davide Caluppi – davidesh78@gmail.com

Il titolo di questo articolo è sicuramente forte, ma altri termini non ce ne sono per descrivere la realtà che domina nel nostro paese. Forse oltre al termine mattanza: strage. Sì anche questo appropriato, ma mattanza, strage non possono farci riflettere sugli episodi di suicidi che giornalmente si verificano. Piccoli imprenditori, operai esasperati che in un millesimo di lucidità, semmai rimasta in quegli attimi, decidono di togliersi la vita. Una piaga sociale che negli ultimi tempi sta prendendo sempre più, in modo allarmante, piede. Si moltiplicano le persone sinora morte per lavoro, debiti, non riuscire a pagare stipendi ai propri operai. Martiri? In un certo senso, col massimo del rispetto per queste morti tragiche, sì martiri di come i nostri rappresentanti politici tutti, da decenni hanno portato il Bel Paese allo sfascio. E questa è pura realtà. Di questa mattanza sociale qualche dato statistico da far rabbrividire: dal 2009 si registra un suicidio al giorno tra coloro che perdono il lavoro e, un suicidio tra gli imprenditori e lavoratori autonomi. Sempre nel 2009 coloro che si sono tolti la vita sono stati un vero esercito: 357 disoccupati. Nel 2010 si è arrivati addirittura a 362 suicidi, cinque in più rispetto al 2009. Numeri che devono far riflettere. Vite umane che hanno messo fine al loro calvario con l’atto più estremo: la vita. Vite umane, un esercito nascosto, silenzioso che quotidianamente non sa più a chi santo rivolgersi. Centinaia e centinaia di migliaia di famiglie ridotte sul lastrico. Oltre due famiglie italiane vive sotto la soglia della povertà. Italiani che fanno la fila agli istituti di carità per chiedere un pasto, per ritirare la busta e tirare alla giornata. 26 nostri fratelli che non ci sono più, il dato più crudo di queste parole messe insieme. Le morti di questi nostri fratelli hanno un complice in comune: la solitudine. Una triste compagna che in silenzio prende per la gola queste persone travolte in questo tragico momento che viviamo, dal fallimento dell’attività economica, dalla perdita del posto di lavoro. Al come tirare avanti, le bollette, il mutuo da pagare con il nemico bancario pronto a bussare alla porta se si è insolventi a restituire i soldi. Gli usurai complici insieme ai politici che hanno causato questo male. Dicevo di questi martiri, di questi fratelli che non ci sono più. Qualcuno di loro è stato prontamente salvato. Le cause di questi gesti sono molteplici, ognuna con una storia personale. Riporto di seguito i loro nomi con la speranza che il loro estremo gesto non sia stato vano. 2012: il 2 gennaio a Bari un 73enne si getta dal balcone di casa dopo che l’Inps ha richiesto la restituzione dal pensionato di 5 mila euro. Il 7 gennaio a Policoro, vicino Matera, un operaio edile di 58 anni tenta il suicidio temendo di non andare più in pensione a seguito della riforma Fornero. L’8 gennaio a Bari i coniugi Salvatore De Salvo di 64 anni, la moglie Antonia Azzolini di 69 anni si suicidano. A Cirò Marina, vicino Crotone, il 10 gennaio un 50enne licenziato da poco tenta il suicidio, viene salvato dai carabinieri. Il 13 febbraio a Paternò, vicino Catania, un imprenditore di 57 anni si impicca per disperazione. La sua azienda era in forte debito. Il 17 febbraio a Napoli un uomo tenta il suicidio con il gas. La polizia lo salva dopo la chiamata dei vicini. Il 21 febbraio a Trento un imprenditore strangolato dai debiti si getta sotto il treno. Viene salvato dagli agenti della Polfer. Il 25 febbraio a Sanremo, Alessandro F. di 47 anni elettricista, si spara un colpo di pistola in bocca. Da poco licenziato da un’azienda di Taggia. A Firenze, il 26 febbraio, un imprenditore di 64 anni si impicca all’interno del capannone della sua azienda. Come per altri casi problemi economici. Il 9 marzo a Ginosa Marina, vicino Taranto, Vincenzo Di Ticco proprietario di un negozio si impicca ad un albero. Il 15 marzo a Lucca una giovane infermiera di 37 anni tenta il suicidio dopo che aveva perso il lavoro. A Genova il 22 marzo, un disoccupato di 45 anni minaccia di buttarsi da un traliccio. Il 27 marzo a Trani un uomo di 49 anni si toglie la vita lanciandosi dal balcone della sua casa. Da molto tempo non riusciva a trovare lavoro. Il 28 marzo a Bologna un artigiano di 58 anni si dà fuoco davanti il parcheggio dell’Agenzia delle Entrate per debiti. Il 29 marzo a Verona un operaio edile di 27 anni marocchino si dà fuoco. Da qualche mese non percepiva lo stipendio. Il 3 aprile a Gela, Nunzia C. di 78 anni si toglie la vita lanciandosi dal quarto piano. La sua pensione era stata ridotta a 600 euro. A Milano, il 4 aprile, Giuseppe Polignino di 51 anni trasportatore si uccide dopo aver perso il lavoro e dopo essersi separato dalla moglie. Sempre il 4 aprile a Roma Mario Frasacco di 59anni imprenditore si toglie la vita dopo aver scritto una lettera alla famiglia. A Savona il 5 aprile un artigiano di 53 anni si impicca all’interno della propria abitazione. Il 9 aprile ad Asti, una giovane disoccupata di 32 anni tenta il suicidio perché non riusciva a trovare lavoro. Il 12 aprile ad Altivole, vicino Treviso, un agricoltore di 53 anni si uccide per debito. Il 13 aprile a Montecchio Maggiore, vicino Vicenza, un imprenditore tenta di uccidersi con un colpo di fucile per l’azienda in crisi. Sempre il 13 aprile a Donnalucata, vicino Ragusa, un giovane imprenditore di 28 anni si impicca per difficoltà economiche. Il 22 aprile a Bosa, un artigiano di 52 anni si toglie la vita dopo aver perso il lavoro. Il 24 aprile a Napoli Diego Peludo, imprenditore di 52 anni, si butta dall’ottavo piano della sua abitazione. Il 30 aprile G.M., imprenditore di 55 anni di Mamoiada, vicino Nuoro, si è sparato un colpo di pistola in testa. Solo, lontano da tutto e tutti ed una lettera lasciata alla famiglia che spiegava i motivi dell’estremo gesto. Dopo questo elenco, appena oltre il primo maggio: ancora esiste una festa dei lavoratori? Il primo articolo della Costituzione che dice: che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Quale lavoro? Intanto noi piangiamo questi martiri sì del lavoro, della crisi che ci strangola.

TRE PESI E TRE MISURE! STORIE DI BUFALE SULLA CRESCITA E DI VERITA’ SULLE TASSE

28 aprile 2012

di Ciuenlai

L‘ennesima presa per i fondelli di noi poveri umani è questa vicenda della crescita. Ieri nuova alluvione di propaganda a reti unificate.: “SuperMario convince Barroso a mettere risorse europee per investimenti”. E’ la svolta auspicata, la fase del rigore è finita, preparate la tavola il banchetto può di nuovo iniziare. Ma davvero? Per il momento Monti continua a proporre la solita minestra : “una tassa al giorno leva (il loro) deficit di torno” (ieri è toccato alla luce, la cui bolletta in poco tempo è andata su del 10%). Ma, nonostante passi dal nostro portafoglio tre volte al giorno (prima, dopo e durante i pasti), è tutto inutile. Il debito ha, per la prima volta, varcato la soglia dei 2 mila miliardi. E’ che quella della svolta sulla crescita è una bufala lo si capisce dalle dimensioni delle risorse. Per salvare le banche sono stati erogati 2000 miliardi, per i “project bond” (lo strumento con il quale si dovrebbe rilanciare l’economia reale) si parla di uno stanziamento di 10 miliardi. Cioè lor signori della finanza prima si sono rifatti macchina, casa, vacanze, gioielli e yacht e adesso, in un impulso di generosità, ci offrono un caffè. Oh, a patto che, nel frattempo, il caffè non aumenti troppo!

P.S. – Dire che bisogna rilanciare l’economia senza fare debito è come andare a comprare una Ferrari pagandola a rate con il quinto della pensione minima

 

SOCCI: “QUESTA NON E’ UNA CRISI. L’ITALIA E’ BOTTINO DI GUERRA”

11 febbraio 2012

Quando Mario Monti diceva la verità e ci vedeva lungo: “Sui mercati è nato un vero e proprio conflitto”. E noi siamo la preda grossa. «Sembra che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno», scrive il Papa nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace. Ma da dove viene questa tenebra che produce ansia e insicurezza? Cosa esattamente sta accadendo e perché? I saputelli di casa nostra indicano il nostro «debito pubblico», ma la risposta è sbagliata (e provinciale) perché era a questi livelli anche dieci anni fa. Del resto il Giappone ha un debito pubblico che è quasi il doppio del nostro e un’economia che va male eppure non è minacciato da speculazione e default. Noi abbiamo le nostre colpe, ma è assai più complesso scoprire perché d’improvviso tutto l’Occidente (anche Francia, Spagna o Germania e Stati Uniti) si trova sull’orlo dell’abisso. Il primo passo per capire e uscire fuori dalla foresta oscura è dare il giusto nome alla cose.

Diciamo allora la verità. Quella in cui ci troviamo non è una «crisi», ma una «guerra». Passa un’enorme differenza tra le due situazioni. Una «crisi» infatti è come un disastro naturale (terremoto o alluvione) o come la traversata di un deserto: ci fa sentire uniti da un compito comune e fa dire a delle persone in gamba che è addirittura «un’opportunità» (espressione che io però userei sempre con cautela o mai perché ci sono delle vittime). Ma una «guerra» invece non è «un’opportunità» per nessuna persona perbene (solo loschi potentati bramano guadagnarci, ma di certo nessun uomo che abbia una moralità). In una guerra ci sono nemici, interessi in conflitto e forti che assalgono deboli. In una guerra è vitale capire chi sta combattendo, per cosa e come.

E da che parte stiamo noi. A me pare che molte persone in gamba (penso al mondo cattolico) siano incorse nell’abbaglio di confondere una guerra con una crisi, scambiando lucciole per lanterne, o le cannonate delle artiglierie per i fulmini di un temporale o per i fuochi d’artificio della festa paesana. Ha colto bene la situazione invece il gruppo di Alleanza Cattolica di Massimo Introvigne che sulla rivista “Cristianità” ha proposto una riflessione molto interessante, partendo proprio dalla nozione di «guerra». È proprio perché non ci si è ancora resi conto che siamo in guerra – dice Cristianità – che molti, i quali condividono ideali comuni (per esempio cattolico-liberali o ispirati alla dottrina sociale della Chiesa) «rischiano di dividersi tra loro»: sui «sacrifici», il «governo dei tecnici», l’Europa e altro. Ed è anche per questo che in Italia i vecchi schieramenti politici si frantumano e tutto sta cambiando.

Capiamo allora di che tipo di guerra si tratta. «Cristianità» spiega: «Almeno dal 2008 è in corso una guerra mondiale più difficile da capire di altre, perché combattuta non su campi di battaglia militari – almeno non principalmente, perché non mancano episodi di questo genere, come la guerra in Libia – ma nelle borse, nelle banche e nel sistema finanziario internazionale. Che questa sia una modalità delle moderne guerre dette “asimmetriche”, a proposito delle quali la parola “guerra” è usata in senso proprio e non solo metaforico, è stato chiarito dagli stessi ideatori della nozione di “guerra asimmetrica”, i colonnelli dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro “Guerre senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”, talora presentato come “la Bibbia dei nuovi conflitti”, oltre all’esempio del terrorismo citano precisamente quello delle aggressioni attraverso tecniche di tipo finanziario». Anche Mario Monti concorda che il problema comincia nel 2008 con la grande esplosione dei «subprime» americani (costata 4.100 miliardi di dollari che hanno dissestato l’economia mondiale). In una conferenza tenuta alla Luiss nel febbraio scorso affermava che anche in quel caso il disastro «è stato per un problema di regole e soprattutto di “enforcement” delle regole» (cioè di attuazione, esecuzione delle regole) e – proseguiva Monti – «non tanto per carenze nei meccanismi di “enforcement” quanto per il motivo più brutto che può star dietro a questa mancanza». Monti indicava l’atteggiamento dell’autorità che doveva sorvegliare i mercati e «le sue genuflessioni di fronte al mondo del grande capitalismo americano in quegli anni… ma anche abbiamo visto l’asservimento di finalità sociali, come quella di dare l’alloggio in proprietà ad ogni americano.

Per cui si sono fatte cose turpi. Nessuno ha osato richiamare al rispetto di certe regole che pure esistevano». Anche Monti – a proposito di questa regolazione dei mercati – parla di «conflitto, non armato, ma conflitto». Resta da capire se, quanto e come tale regolazione «bellica» di forze finanziarie più potenti degli stati possa essere imposta da tecnocrazie spesso provenienti dallo stesso mondo finanziario e bancario e con procedure che sembrano annacquare sempre più democrazia e sovranità popolare. «Cristianità» scrive: «Dopo che la crisi del 2008, seguita dall’elezione di un presidente degli Stati Uniti particolarmente inadatto a governarla, ha dimostrato che per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’egemonia statunitense può essere messa in discussione, si è scatenata una guerra asimmetrica di tutti contro tutti per cercare di sostituirla con “qualche cos’altro”, dove i principali contendenti sono la Cina, alcuni Paesi arabi – che si muovono anche secondo una logica di tipo religioso -, e il BRI, sigla riferita a Brasile-Russia-India, Paesi che si considerano le potenze economiche emergenti del futuro e formano il cosiddetto BRIC con la Cina, con cui però hanno interessi non coincidenti». Questa descrizione della situazione ha molti annessi: per esempio l’atteggiamento della Gran Bretagna risente del fatto che la sua prima «industria» è quella finanziaria e i capitali che hanno scelto Londra come loro «patria» sono anzitutto quelli del petrolio arabo. Bisogna tener presente infatti che i protagonisti in campo non sono solo degli interessi nazionali definiti perché vi sono ormai masse di capitali, senza patria e più potenti degli stati, che si muovono su loro logiche di profitto (o anche ideologiche o religiose). Inoltre ci sono errori degli Stati Uniti e dell’Europa che hanno contribuito grandemente a dar fuoco alle polveri e a rendere l’Europa il vaso di coccio o meglio la preda.

Primo: gli Usa hanno «dopato» la loro economia non solo con le «bolle» speculative, ma anche consentendo alla finanza quell’errata globalizzazione che ha trasformato l’Asia e soprattutto la Cina in produttore a basso costo. Per questo hanno consentito quell’ingresso di schianto e senza condizioni della Cina nel Wto che ha messo in ginocchio le nostre produzioni e ha trasformato la Cina oggi nel «padrone» degli Usa (visto che ne detiene una parte significativa del debito pubblico).

Secondo: In Europa, col crollo del comunismo e la riunificazione della Germania, è riesploso lo scontro fra interessi nazionali, si è accantonata la cultura cattolica europeista di Adenauer, Schuman e De Gasperi e si è dato il potere a una tecnocrazia che ha inventato un’altra Europa, quella della moneta unica, senza una banca centrale come referente finale e senza un governo politico federale. Così esponendo l’euro e l’Europa – inermi – agli assalti.

In questo scenario «bellico» l’Italia è un vaso di coccio che ha perfino osato andare per conto suo alla ricerca del petrolio libico e del metano russo.

Perciò hanno usato il suo storico debito pubblico (e certi errori della sua classe politica) per punirla e metterla a guinzaglio essendo peraltro una preda appetitosa per i tesori che possiede (dal grande risparmio delle famiglie, alle aziende di stato, al patrimonio pubblico in generale) e che molti vogliono spolpare. La guerra continua e non è chiaro come si difende l’Italia e chi sta con chi.

Antonio Socci

 

 

Liberalizzazioni:perché prendersela con i tassisti? Ovvio la ripresa economica dipende solo da loro

11 gennaio 2012

Il Presidente del Consiglio Monti ha annunciato l’imminente varo di provvedimenti per le liberalizzazioni. Lo ha fatto con enfasi, come se la soluzione della crisi economica e finanziaria dell’Italia, stesse nell’adozione di quelle misure. In taluni casi si rendono necessarie. I privilegi di casta vanno combattuti ed eliminati. Magari cominciando da quelli di cui gode il mondo politico e quello della finanza. Invece alla politica si concedono ingiustificate ed ingiustificabili dilazioni. Della finanza non si parla neppure, anzi si tollera che le banche vengano finanziate e ricapitalizzate dalla Banca Europea con miliardi di euro “regalati” al tasso dell’1% e si concede loro di “rivenderli” a tassi esorbitanti e che spesso vengono percepiti al limite dell’ “usura”. Certo è molto più facile prendersela con i tassisti, additandoli come una casta e non come una semplice e non ricca categoria del mondo del lavoro. Hanno “ideato” di regalare una licenza gratis per ogni licenza posseduta (60.000 in Italia) a titolo di parziale risarcimento degli effetti della liberalizzazione. Queste licenze, immesse sul mercato, serviranno soltanto a consentire al Governo di affermare di aver creato 60.000 nuovi posti di lavoro. Ma solo sulla carta. Perché, nel concreto, il provvedimento avrà come unico effetto quello di creare 120.000 nuove povertà: quelle dei tassisti,vecchi e nuovi, che non potranno trovare, con una professione inflazionata ed un mercato fermo, sufficiente sostentamento per le proprie famiglie. Per di più senza alcun vantaggio per i cittadini che non vedranno certamente abbassarsi le tariffe a causa dei costi incomprimibili che i tassisti sostengono per la loro attività. E’ probabile invece che – a causa del contrarsi della quota individuale di mercato sulla quale oggi possono contare – la liberalizzazione provocherà un aumento del costo che il cittadino dovrà sostenere per il servizio che i tassisti svolgono. Se c’è qualcosa che nel settore non funziona, se ne parli, se ne discuta, con la categoria e con i rappresentanti dei consumatori. per trovare una adeguata soluzione. Provvedimenti affrettati rischiano di provocare soltanto danni e nessun beneficio alla collettività. Quando si mostra di avere tanta pazienza nell’attendere che la politica tagli i propri privilegi, è proprio indispensabile avere tanta fretta nell’emanare provvedimenti che rischiano di colpire ingiustamente una categoria di onesti e certamente non ricchi lavoratori?

Carla Spagnoli

nota di redazione. Questo intervento di Carla Spagnoli che condivido in pieno, mi fa venire in mente una domanda: ma  a quei giovani tassisti che hanno voluto intraprendere questo lavoro per  guadagnarsi da vivere   onestamente che con grandi sacrifici hanno comprato una licenza anche oltre cento mila euro , cosa diciamo? Da oggi la tua licenza vale zero perchè il tuo comune le darà gratis? e chi aveva ottenuto un prestito per farlo come si troverà? E questa secondo Monti sarebbe una casta? Se  secondo Monti la ripresa economica dipende dai tassisti stiamo messi davvero male, oltre ogni pessimistica previsione.

Manovra, prove tecniche di accattonaggio sulle pensioni?

29 novembre 2011

Dalla cortina di riservatezza che protegge l’operato del governo Monti filtra una prima cifra. Potrebbe valere 20 miliardi la manovra che l’esecutivo, appena dotato di viceministri e sottosegretari, si appresta a varare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Secondo quanto si apprende da tecnici al lavoro in questi giorni sui conti, con l’ipotesi di un calo del Pil dello 0,5% servirebbe una correzione di 20 miliardi comprensiva di 4 miliardi della delega fiscale. Tra le misure che il governo sta studiando per la manovra economica potrebbe esserci il blocco totale del recupero dell’inflazione per le pensioni per il 2012. L’intervento, secondo quanto ha appreso l’Ansa da tecnici che stanno lavorando alla manovra, varrebbe 5-6 miliardi compreso il blocco della perequazione già previsto per le pensioni più alte. Altra indicazione che trapela: potrebbe aumentare la soglia minima dei 40 anni di contributi necessari ora per la pensione indipendentemente dall’età anagrafica. Secondo quanto si apprende tra le ipotesi allo studio del Governo c’è un innalzamento tra i 41 e i 43 anni di contributi per uscire dal lavoro a qualsiasi età.

Nota di redazione: Avviso ai pensionati al minimo, “per quest’anno dovete rinunciare al solito viaggetto in Kenia” , pazienza tutti devono dare il proprio contributo per salvare il paese. Certo doveva essere una cosa importante se c’era chi gridava … Fate Presto! Ma anche questa volta state sereni i vostri rappresentanti di categoria saranno sicuramente all’altezza delle sfide che vi attendono.

ANCONA: sarà presentato il libro EINAUDI: LIBERTA’ ECONOMICA E COESIONE SOCIALE

17 novembre 2011

GIOVEDI’ 17 NOVEMBRE 2011 – dalle ore 17 alle ore 19,30

Presso Facoltà di Economia (ex caserma Villarey) Ancona – Piazza Martelli

Il Centro Studi Liberali “Benedetto Croce”, nell’ambito della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia presenta il Libro della collana storica della Banca d’Italia curato da Goffredo Gigliobianco, capo della Divisione storia economica del Servizio Studi della Banca d’Italia, con prefazione di Mario Draghi dal titolo:

LUIGI EINAUDI : LIBERTA’ ECONOMICA E COESIONE SOCIALE

«Non tutti gli uomini scriveva Luigi Einaudi nel 1942hanno l’anima del soldato o del capitano disposti ad ubbidire o a lottare ogni giorno quant’è lunga la vita. Molti, moltissimi, forse tutti in un certo momento della vita sentono il bisogno di riposo, di difesa, di rifugio. Vogliono avere un’oasi dove riposare, vogliono sentirsi per un momento difesi da una trincea contro l’assillo continuo della concorrenza, della emulazione, della gara.»

Fino a che punto la concorrenza possa governare la società senza strapparla e fino a che punto il welfare state la possa proteggere senza appiattirla sono interrogativi di Einaudi che oggi ritrovano un’acuta attualità, nel nostro disperato bisogno di trovare il modo di ricostruire il nostro paese tentando di conciliare giustizia sociale, uguaglianza dei punti di partenza, capacità di innovare non solo dell’economia, ma della società intera.

Con il suo pensiero e impegno civile, Luigi Einaudi cercò di indicare il giusto equilibrio tra opposte esigenze. Da una parte quella di lasciare ampio spazio all’innovazione, alla concorrenza, all’emergere del meglio e del nuovo, non solo nel campo della produzione, ma anche con riferimento alla società, al ricambio delle classi dirigenti, alla nascita di nuovi imprenditori. Dall’altra l’esigenza di offrire alle persone, non tutte disposte a stare sempre in prima linea, un riparo dal vento sferzante della concorrenza: l’associazione professionale, il sindacato, la piccola proprietà, il posto di lavoro.

Interverranno come Relatori:

Roberto Einaudi Presidente Fondazione “Luigi Einaudi” Roma

Alberto Baffigi Funzionario Div. Storia Economica e Finanziaria Banca d’Italia

Alberto Zazzaro Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’UNIPM

 

 

Ugl: Crisi e disoccupazione, il sindacato faccia autocritica e si ponga su un fronte “unitario”

4 febbraio 2011

“La situazione attuale di crisi economica e politica, che oggi attraversa ogni settore, ogni territorio, anche quello umbro, è purtroppo sotto gli occhi di tutti – sottolinea il segretario regionale confederale dell’Ugl dell’Umbria, Enzo Gaudiosi – Ma nonostante queste gravi difficoltà, nonostante l’incertezza e la precarietà diffusa in tutti i ceti sociali e specialmente tra i più giovani, chi ha la responsabilità di tutelare e di difendere i lavoratori si ostina a mantenere di fatto una divisione sindacale a fronte di appelli verbali all’unità”.

Aumentano i giovani senza lavoro. Il tasso di disoccupazione che comprende coloro che hanno un’età tra i 15-24 anni è salito a dicembre al 29% dal 28,9% di novembre, segnando così un nuovo record. Si tratta del livello più alto dal gennaio del 2004. Lo ha comunicato due giorni fa l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie.

La cosa che mi indigna di più – dice Gaudiosi – é l’ideologizzazione e la politicizzazione del problema lavoro da parte della classe sindacale umbra che rivendica sempre tavoli unitari presso le Istituzioni pubbliche locali e poi all’interno della maggior parte delle aziende si divide in un permanente antagonismo e in una immotivata contrapposizione.

Come si fa a proseguire con questo atteggiamento di fronte ad un aggravamento della crisi sul versante dell’occupazione nella nostra regione, mostrato dalla crescita continua della cassa integrazione? si domanda Gaudiosi.

Se la prassi sindacale non cambierà, come pensiamo di contribuire ad arginare la costante perdita di reddito dei lavoratori e delle loro famiglie? I dati sono preoccupanti. Dal rapporto Istat sul reddito disponibile delle famiglie nelle regioni italiane nel periodo 2006-2009 risulta che nel 2009 c’è stato un calo del 2,7% del reddito disponibile, che ha segnato così la prima flessione dal 1995. Un calo che non è distribuito in maniera omogenea sul territorio nazionale e che merita un’analisi a parte per la sua rilevanza.

In Umbria la crisi c’è e si rischia di dover passare ancora 3-4 anni prima di uscire da questo terribile tunnel. Ci sono precise responsabilità che chiamano in causa i nostri amministratori, i partiti politici, i dirigenti aziendali ma anche i sindacati. I sindacati fino ad oggi hanno preferito difendere le loro posizioni ideologiche piuttosto che concentrarsi sui precari, sugli atipici, su chi il lavoro rischia di perderlo o non ce l’ha più.

Basti pensare alla Merloni, dove ancora non si vedono spiragli o vie d’uscita nell’immediato e i prossimi incontri rinviano al 24 febbraio. I sindacati devono fare autocritica e l’Ugl dell’Umbria ha la forza per misurarsi con questa dura e scomoda verità. La flessibilità è diventata precarietà e la precarietà si è trasformata in perdita della speranza per molti lavoratori che oggi sono privati di prospettive occupazionali, condannati a guadagnare poco e domani condannati a pensioni da fame.

L’auspicio allora e l’appello che lancio è che in occasione del primo tavolo  convocato dalla Regione sul D.A.P., per l’anno 2011-2013 che si terrà il 7 febbraio, si cambi decisamente passo e che i primi a farlo siano soprattutto i sindacati umbri”.