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Spiritualità, il Beato Giolo da Sellano

25 maggio 2010

Testo e foto di Emanuela Ruffinelli

L’Umbria è una regione ricca di tradizioni e di storia. Essa offre al visitatore prospettive particolari, quasi intimistiche. La Grotta del Beato Giolo è una di queste.
Si trova a Forfi, frazione di Sellano nella piega del monte Jugo. Questo antro è da secoli oggetto di venerazione popolare. Il Beato Giolo nacque a Sellano intorno al 1250 e fu venerato per i suoi prodigi. Di lui si conoscono poche notizie. Ci racconta lo Jacobilli “…egli per fuggir l’occasione di offendere Dio et appressarsi a sua divina Maestà con la ritiratezza e con l’oratione e la penitenza, andò a far vita eremitica e solitaria in un monte chiamato Maggiore né confini di Sellano e Roccafranca, castello del comune di Foligno”.
Non sono lontani gli anni dello sviluppo dei vari movimenti penitenziali e in Umbria l’esempio di Francesco infiammava gli animi più sensibili. Del beato Giolo si ricordano due eventi miracolosi. Essi riguardano i due elementi primordiali per eccellenza: l’acqua e il fuoco. Il primo riguarda lo scaturire di una sorgente dal sasso vivo, nei pressi della grotta. Ad essa ancora oggi accorrono i devoti ritenendola salutare. Ricorda lo Iacobilli che “…i fedeli che vi concorrono per devotione, per essere liberati da molte infermità, nel bever quell’acqua molti ne sono rimasti guariti”. Il secondo avvenne per necessità. Arrivata la stagione del freddo e della neve: “…andando il Beato Giolo nell’inverno, nelle vicine ville, si fece dare alcune palate di accese bragie, e postele nella sua tonaca, se le portò alla sua grotta senza punto abrugiar la tonaca, con meraviglia dei circostanti”.

Il controllo dell’acqua e del fuoco è segno per il popolo della potenza divina che si manifesta attraverso le anime pure e indica nell’attore l’azione di Dio. Alla sua morte, nel 1315, annunciata dal suono improvviso delle campane di Sellano, ogni castello dei dintorni cercò di appropriarsi delle spoglie, ma vi riuscirono solo quelli di Sellano e ancora oggi tali reliquie sono custodite in un’urna posta nell’altare maggiore della parrocchiale di Sellano che l’ha scelto come compatrono, con San Severino. La festa del beato Giolo cade il 9 di giugno mentre la prima domenica di agosto ha luogo il pellegrinaggio alla grotta dai paesi limitrofi.
La grotta è posta in una posizione impervia e raggiungibile solo attraverso un angusto sentiero, ma è comunque meta di un intenso pellegrinaggio. Dalle pareti rocciose della grotta trasuda dell’acqua che si raccoglie in due piccole vasche ove, secondo la tradizione, si sarebbe lavato un rognoso che fu subito liberato dal male. I fedeli (anche malati e anziani) sono soliti sfiorare la roccia con le mani e molti prelevano piccoli frammenti di pietra da conservare in tasca tutto l’anno come protezione e devozione contro le malattie, dopo aver riposto le pietruzze prelevate l’anno precedente.

San Francesco e il miracolo di Gubbio

29 gennaio 2010

San Francesco e il lupo

di Emanuela Ruffinelli

Francesco, giunto un giorno nella città di Gubbio, apprese con dolore che la popolazione era spaventata, a causa di un grosso e feroce lupo che da molto tempo tormentava gli abitanti della zona, faceva strage di animali, ma assaliva anche uomini, donne e bambini e li uccideva.

Il Santo ebbe compassione di quella povera gente e, ispirato dal Signore, andò, solo ed inerme, ad affrontarlo: uscì dalle mura della città e andò incontro al lupo. Quando lo vide da lontano si fece il segno della Croce e si fermò ad aspettarlo in mezzo alla strada, con le braccia allargate. Il lupo si avvicinò a Francesco e stette ad ascoltarlo: “Caro lupo, non fare più male a nessuno e io ti prometto che gli abitanti di Gubbio si prenderanno cura di te”. Il lupo, come se comprendesse quelle parole, chinando il capo e agitando festosamente la coda, sollevò la zampa e la mise tra le mani di Francesco: era il suo modo di dirgli che sarebbe diventato mansueto  e non avrebbe più ucciso nessuno.

prof. Roberto Bellucci

Infatti il lupo divenne docile come un cagnolino, camminava per le strade del paese a testa bassa, giocava con i bambini, faceva la guardia alle case quando i proprietari uscivano. Gli abitanti di Gubbio, in cambio della sua bontà, gli davano ogni giorno tanto buon cibo. Quando il lupo, diventato vecchio, morì, tutti erano tristi e venne seppellito vicino al camposanto.

Il prodigioso incontro tra San Francesco e il lupo è stato narrato in molte lingue a bambini di tutto il mondo. E’ stato un incontro storico, carico di significati, tanto da essere sempre vivo nella memoria degli eugubini e dei cristiani di tutto il mondo. Chiunque sia venuto a conoscenza dell’episodio, anche in età giovanissima, non ne ha perso nel tempo, il ricordo, anzi ha mantenuto impresso nella mente l’ammansimento del feroce lupo che aveva tramutato la sua forte carica aggressiva in forza d’amore.

Gubbio

Nel centro storico della città di Gubbio, nei pressi della Chiesa di San Francesco, nel giardino che gli eugubini chiamano l’orto dei frati, si può ammirare la splendida scultura  che ne rappresenta il miracolo. Autore della scultura, il prof. Roberto Bellucci, nativo di Gubbio: “Ho sempre sentito il fascino del messaggio francescano, e questo mi ha aiutato molto nella lunga ricerca della definizione dell’opera. Quello che mi preoccupava di più era il timore di scivolare sul banale, sul lezioso come spesso succede nella rappresentazione di soggetti religiosi. Comunque ce l’ho messa tutta nella creazione di questa scultura tesa verso il cielo”.

Nel monumento è raffigurato San Francesco che, dopo aver ammansito il lupo lo tiene sulle ginocchia mentre con un braccio teso verso l’alto, indica che è Dio che ha operato il miracolo per mezzo di un umile fraticello ed è pertanto il Creatore che va ringraziato dal Santo, perché ha compiuto il miracolo per tramite suo. L’opera ha un’altezza di 3 metri ed un peso di 16 quintali ed è stata realizzata presso la fonderia Brustolin di Verona.

Lo scultore prof. Roberto Bellucci ha interpretato con vigore uno dei momenti più significativi del francescanesimo, soprattutto perché riepiloga quell’amore verso la natura e le sue creature esaltato dal patrono d’Italia, inoltre ha saputo dare il senso di religiosità all’opera con quello slancio di San Francesco verso l’alto: la mano e lo sguardo elevato in alto, la bestia accucciata in un patto di amore e di abbandono. Lo slancio è il frutto di una storia sempre attuale: riconciliazione con Dio e ringraziamento al Creatore, la pace infatti, passa attraverso la riconciliazione con Dio e tra gli uomini. Il significato del messaggio che giunge dall’opera è che occorre avere la pace nel cuore di ciascuno, perché è dal cuore che sorgono gli ideali di pace con l’uomo e con la natura.

LA PIEVE DI SAN BRIZIO

17 dicembre 2009

Di  Emanuela Ruffinelli

“Carpe diem” ovvero “cogli  quell’attimo fugace in cui ti appare quasi all’improvviso, percorrendo la Via Tuderte, l’alto campanile a guglia della chiesa della pieve di San Brizio. Alle estreme pendici dei Monti Martani, in un dolce declivio, s’innalza ad est di quello che era il castello medievale.

La leggenda e le memorie tramandateci nei secoli, ci parlano  del culto di San Brizio che giunto a Spoleto iniziò la predicazione del Vangelo per cui fu denunciato ed imprigionato. Nella prigione gli apparve San Pietro che lo consacrò Vescovo di Spoleto. Attorno alla piccola comunità cristiana  costituita dal Santo crebbe il castello che porta ancora il nome di San Brizio.

La chiesa è un piccolo gioiello di architettura romanica. Fu costruita nel XII Secolo con materiale di spoglio proveniente da costruzioni romane.  L’osservatore attento non può non notare i segni della sua lunga storia: dai reperti romani riutilizzati nelle murature, alle testimonianze paleocristiane, altomedievali e medievali, alla stagione rinascimentale e barocca,  alle trasformazioni settecentesche, arrivando alla sistemazione attuale , frutto dell’impegno totale sostenuto dal parroco don Ernesto Broglioni, dopo i passati eventi sismici.

La facciata ha forma simmetrica,  e vi  spicca il raffinato portale rinascimentale in pietra caciolfa, con arco a tutto sesto che sostituì l’ingresso romanico recante la data 1541.

In alto, al centro, è una bifora sorretta da una colonnina di granito rosa. Due monofore dovevano essere ai lati, più in basso, dove oggi si aprono due finestre settecentesche.

Accanto alla costruzione si alza il campanile, una torre a base quadrata alla cui sommità sono poste le campane, visibili dalle finestre bifore.

L’interno ha un aspetto solido ed austero, dovuto sia alla scarsa illuminazione che allo spessore dei muri, invitando al raccoglimento e alla preghiera. Le  tre navate, suddivise da colonne e pilastri, presentano una copertura a capriate lignee. Le volte sono state abbassate, alcuni archi, leggermente ogivali, vanno degradando verso il presbiterio dando un senso di ampiezza e profondità.

Un’imponente scalinata cinquecentesca consente l’accesso all’area presbiteriale.

L’arco trionfale presenta al centro una bifora, simile a quella della facciata.Sotto il presbiterio si trova la cripta, un gioiello a quattro navate; presenta capitelli  di diversa fattura e provenienza che fanno da corona al sarcofago in pietra dove forse furono raccolte le spoglie del santo; qui un’atmosfera segreta e toccante ci avvolge, facendo palpitare la memoria di San Brizio.

Ma la vera rarità è sicuramente il pavimento in cotto della navata: un capolavoro che reinterpreta in modo originale e con materia umile le sublimi creazioni cosmatesche.

Le zone affrescate sono sparse e casuali, ciò dimostra che per secoli l’interno si presentava interamente ricoperto di affreschi; tale fase può essere identificata con la seconda metà del Quattrocento. Le figure sono rappresentate con realismo, i colori sono caldi e armoniosi (giallo, rosso, rosa, grigio…) accuratamente sfumati e chiaroscurati senza che emerga il segno delle pennellate. Non vi è purtroppo traccia di dipinti murali del periodo romanico, sono così andate perdute le immagini relative a San Brizio.

Percorrendo la parete di destra, incontriamo alcuni affreschi che meritano un’attenta osservazione:

La Madonna con bambino fra S. Antonio Abate e S. Matteo: la Vergine è collocata su di un piedistallo in posizione seduta ed è circondata dai santi in posizione sottostante. Si può notare come la figura della Madonna abbia un aspetto molto maturo e intenso. Proseguendo incontriamo un’altra immagine della Madonna con Bambino, ben conservata; è questa un’opera di buona qualità per l’estrema correttezza dell’esecuzione, pulita e minuziosa di classica matrice quattrocentesca. Dal suo viso traspare un’espressione triste e preoccupata, il suo sguardo è volto verso il bambino quasi in procinto di offrirlo al mondo; il bambino a sua volta si aggrappa con una mano al velo materno osservandola quasi timoroso di  essere abbandonato; con l’altra mano tiene stretta una rosa rossa quasi a simboleggiare la forza, il coraggio e l’amore intenso che prova per noi uomini. Altre due opere degne di nota sono la rappresentazione del martirio di San Sebastiano, episodio questo rappresentato spesso dagli artisti del quattrocento, poiché grande è stata la devozione al santo protettore contro la pestilenza. Una rara immagine di S. Brizio accanto a un Santo diacono che possiamo osservare sempre nella parete di destra. Questi affreschi sono tra le migliori testimonianze  dell’influenza esercitata nell’ambiente Spoletino dall’opera di Filippo Lippi.  La colonna a sinistra della scala di accesso al presbiterio conserva, purtroppo in stato frammentario, una Madonna col Bambino anch’essa riconducibile al maestro “lippesco”.  Sulla parete di sinistra, anche qui con vaste perdite della superficie pittorica, ancora una Madonna con Bambino riconducibile al Maestro di Eggi; nonostante la limitatezza di quanto visibile, si rimane affascinati dalla dolcezza della Vergine, espressa non solo dallo sguardo, ma anche dal gesto, quale la mano sinistra che avvolge il piedino nudo del bambino, come ad infondere calore e come solo una mamma sa fare.  Il restauro dell’arco trionfale ci ha restituito un’”Ultima Cena” frammenti di un affresco che costituiscono purtroppo solo un terzo dell’originale,attribuibile all’artista Jacopo Siculo, originario di Palermo, ma per lunghi anni abitante a Spoleto.

La Chiesa di San Brizio, rappresenta non solo un piccolo gioiello dell’architettura Umbra, ma anche un esempio tangibile della devozione e della spiritualità di queste genti. Pertanto  per chi è alla ricerca di valori artistici autentici e nello stesso tempo vuole ritemprare lo spirito, non può perdere questa meta, pertanto . . .“Carpe diem”.