Posts Tagged ‘erbe magiche’

MANDRAGORA (Mandragora Officinarum) Fam. Solanaceae

18 dicembre 2009

Loriana Mari

di Loriana Mari

Caratteristiche: la Mandragora è una piantina piccola , può raggiungere i 5 cm di altezza; in primavera assume una colorazione giallo verde . Queste piante non sono sempreverdi, quindi perdono le foglie per alcuni mesi all’anno. La Mandragora officinarum è una pianta per giardino roccioso.

Pianta erbacea perenne rosulata, di odore fetido, con grossa radice nerastra a fittone, spesso biforcuta e ramificata in modo ad aver un aspetto vagamente antropomorfo. Fusto nullo o brevissimo. Foglie tutte in rosetta basale, picciolate, glabre rugoso-reticolate, a lamina oblanceolato-spatolata alla fioritura, successivamente allungate, ondulata al margine e con l’apice acuminata, la venatura centrale ispessita. I fiori ermafroditi attinomorfi inseriti al centro della rosetta, con peduncoli pubescenti di 1,5-2 cm, accrescenti nella fruttificazione. La corolla è azzurro-violacea pallida a nervature reticolate e con tubo imbutiforme con lobi triangolari. Il frutto è una bacca elissoide giallo-rossastra contenente numerosi piccoli semi.

Habitat Specie con areale limitato alle coste mediterranee, (area dell’Olivo), negli incolti aridi, preferibilmente su suoli calcarei soleggiati, da 0 a 600 m. Presente, ma non comune, in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, comprese le isole minori attinenti. Non più segnalata in Campania e Abruzzo, dubbia in Lazio.

Proprietà: Pianta estremamente tossica che contiene un complesso alcaloideo ad azione simile a quella dell’atropina, dello josciamina e della scopolamina, presenti anche in Atropa belladonna e Hyoscyamus niger, viene usata nella cura degli spasmi intestinali e nell’omeopatia come rimedio sedativo nei casi di asma e tosse.
Moderatamente dosata viene ancora utilizzata come preanestetico e sedativa, è antisettica la sua assunzione in dosi massicce provoca tachicardia, pressione alta, nausea, allucinazioni, vomito, diarrea, convulsione anche la morte.

In effetti la pianta contiene alcuni principi attivi (ioscina, atropina, mandragorina e iosciamina) che producono una specie di stato ipnotico nell’individuo, simile a quello riscontrabile nella fase REM del sonno, cioè quella in cui si sogna. La radice, una volta polverizzata e sciolta nel vino, in quantità di circa trenta granuli, produceva questi effetti, e la sua azione veniva intensificata con la mescolanza ad altre droghe. A chi avesse comunque usato o abusato di questa pianta, un antico codice del Cinquecento descrive la malattia ed il rimedio: “Colui che haverà bevuto il sugo della mandragora coi suoi frutti o la radice patirà rossezza di viso, d’occhi, stupidezza di mente et alienazione e pazzia e sonno profondo. La sua cura e prendere la triaca magna, distemperata nel vino, ma che sia subito tardargli il mangiare per un giorno e beva del vino eccellente puro e fiuti l’aceto gagliardo”.

Storia, mito, magia: Il nome del genere è assonante con il persiano “mandrun-ghia“, erba-uomo, che allude alla forma antropomorfa delle radici. La forma greca, ‘mandragoras‘, si trova già negli scritti di Xenofon e Teofrasto. Le testimonianze sulla mandragora e sul suo uso medicamentoso attraversano la storia delle erbe a partire dall’antica Grecia, e nella maggior parte dei casi concordano sulla sua capacità di causare un sonno profondo e ristoratore, sia che venga semplicemente posta la sua radice nella camera dove il paziente dorme, sia che venga mescolata al cibo, cotta nel vino; un’altra sua caratteristica e quella di fungere sia da afrodisiaco, in senso di stimolante sessuale dopo l’ingestione, che da amuleto atto a portare buona sorte nelle faccende amorose; in questo caso la radice intagliata secondo un modo particolare. Nota, infine, la sua capacità di “combattere” la sterilità: tanto e vero che addirittura la Genesi, uno del libri della Bibbia, ne parla, a proposito:

Ma nonostante questa evidentissima tradizione, i commentatori della Genesi notano che Dio non aveva mai benedetto la mandragora, dal momento che Rachele restò sterile e solo dopo sette anni poté concepire il proprio figlio Giuseppe. Possiamo quindi immaginare la fama sinistra che la mandragora acquistò con il tempo e soprattutto nel Medioevo, periodo in cui le sue qualità vennero particolarmente apprezzate, e che vide il moltiplicarsi delle leggende sia per quello che riguarda la sua nascita, sia per la sua raccolta che per il suo uso. Nel 1518, Niccolò Machiavelli scrisse una commedia burlesca, intitolata appunto la Mandragola, in cui la tradizionale capacità della pianta di essere un antidoto contro la sterilità, e l’altrettanto tradizionale potere venefico diventano nelle mani dell’autore il meccanismo adatto a far si che Callimaco, innamorato della moglie di Messer Nicia, la bellissima Lucrezia, possa finalmente amarla. Poiché la donna è sterile viene consigliato al marito di utilizzare la pianta; ma dal momento che la donna che piglia questo antidoto diventa “velenosa”, si consiglia all’uomo di lasciare che sia un altro a far l’amore con lei, per estirpare il maleficio. Inutile dire che sarà Callimaco stesso travestito a farlo.

La mandragora comunque è presente nelle novelle di Boccaccio e di Sacchetti, è più volte citata in Shakespeare. La si trova nel Faust di Goethe, e in autori del XIX secolo quali Hoffmann e Nadier. Nella letteratura minore italiana la troviamo nell’Incantesimo di Giovanni Prati, nell’ultima strofa della fiaba di Azzarellina: Làmpane graziose giran la verde stanza; e, strani amanti e spose, i gnomi e le mandràgore coi gigli e con le rose escono in danza. La mandragora arriva a noi dalla credenza popolare, dalla letteratura, dalla medicina che l’ha ampiamente utilizzata, soprattutto per i suoi effetti narcotici ma anche dal teatro e dal cinema.

Secondo alcuni la mandragora nasce principalmente dallo sperma che l’impiccato emette negli spasmi dell’agonia, e va quindi ricercata preferibilmente nei luoghi dove sono avvenuti questi supplizi: nei crocicchi o nei cimiteri.

Secondo altri, a causa della sua particolare similitudine con la forma umana è  più che le altre piante preda del demonio, e si raccomanda quindi chi desidera consumarla di pregare prima il Signore. Secondo altri ancora, a causa della pericolosità di questa pianta non bisogna toccarla con le mani, ma legarla con un laccio ad un cane e spingere l’animale a muoversi finché non la strappi dal terreno. Il cane è un chiaro simbolo riconducibile ad Ecate, divinità degli inferi, spesso rappresentata con tre teste, fra le quali una di cane ed è Ecate che invia agli uomini sogni angosciosi, che è protettrice delle streghe, che ingenera follia, gradirà il sacrificio del cane, inviato a lei dalla pianta che ingenera follia.

BUCANEVE (Galanthus nivalis)

3 dicembre 2009

Loriana Mari

Caratteristiche: pianta erbacea che appartiene alla famiglia delle Amarillidacee. E’ una pianta spontanea, che ha fusto eretto fino a venti cm, le foglie lineari, nastriformi, glauche, di colore verde bluastro si sviluppano solo nella parte basale della pianta. Il fiore solitario ha petali bianchi con sfumature verdi all’interno. Generalmente spuntano tra la neve a gennaio-marzo. I frutti sono costituiti da legumi lineari e subcilindrici.

Habitat: si trova facilmente nei prati umidi, negli incolti erbosi e nei boschi di latifoglie aperti dalla pianura fino alla zona montana.

Proprietà: come altre specie bulbose viene usato di rado a scopo medicinale anche se possiede particolari proprietà officinali. Svolge azione cardiotonica, ma può essere sfruttata raramente, per uso esterno favorisce la maturazione di ascessi, foruncoli e pustole ed è molto utile per eliminare le cipolle dei piedi.

Storia, leggenda, mito e magia: il nome del genere deriva dal greco e significa “latte e fiore”

La leggenda narra che Adamo ed Eva nei loro primi giorni sulla Terra camminavano oramai da molto tempo nel pieno gelo dell’inverno. Eva era ormai scoraggiata al pensiero di passare tutta la sua vita in quelle condizioni. A nulla valsero le attenzioni di Adamo, né la promessa di stagioni migliori fattale da un Angelo: Eva era più sconsolata che mai. Fu allora che l’Angelo mandato dal Signore soffiò su di lei dei fiocchi di neve comandando loro di trasformarsi in boccioli di speranza; questi giunti a terra, si mutarono in bucaneve. Eva finalmente rincuorata riprese il cammino al fianco di Adamo. Da quel giorno si dice che basta raccogliere un bucaneve nella prima notte di luna dopo la fine di gennaio per essere felici tutto l’anno.

Il bucaneve è anche chiamato “bicchiere della Madonna”, perché si dice che un giorno di febbraio Gesù avesse sete. La Madonna andò alla fontana ma la trovò gelata e disse: “ come farò a dare l’acqua al mio bambino?” la terra udendo le sue parole, fece spuntare dalla neve un bel fiore bianco dal quale la Madonna prese l’acqua e fece dissetare Gesù.

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Sambuco nero

14 novembre 2009

di Loriana Mari

(Sambucus nigra)

Fam. Caprifoliaceae

sambuco 1

Caratteristiche: è un arbusto alto fino a 7 m, con chioma globosa, espansa di colore verde intenso, con tronco sinuoso e ramificato, con corteccia fessurata e di colore grigio-brunastra. Fiorisce a primavera e i suoi fiori bianchi profumatissimi sono raccolti in grandi ombrelli. Al termine della fioritura che avviene ad agosto si formano delle bacche nero bluastre usate per preparare sciroppi e marmellate. Ricordarsi sempre che le bacche devono essere raccolte quando sono molto mature e cioè a fine agosto, altrimenti possono risultare lassative.

Habitat: originario dell’Europa, della Siberia Occ. Del Caucaso e dell’Asia Min. è una specie comune in tutta Italia. Cresce nella zona montana, nei luoghi ruderali, lungo le siepi e i fossi, nei boschi radi fino a 1000 m slm.

Proprietà: Una delle tradizioni contadine legate al sambuco e alle sue proprietà medicinali era quella di inginocchiarsi sette volte di fronte alla pianta, perché sette sono le parti del sambuco utilissime per la cura dell’uomo: i germogli, le foglie, i fiori, le bacche, la corteccia, le radici e il midollo. I germogli sono utili per calmare la nevralgia, preparati in decotto consumato caldo.Le foglie curano le malattie della pelle, se applicate come impacchi, ma possono anche calmare il dolore e l’infiammazione di scottature e ferite. Insieme ai fiori curano le emorroidi e gli ascessi.

I fiori, invece, sono un ottimo depurativo e diuretico, possono essere adoperati per contrastare il raffreddore e le malattie invernali quali influenze e febbri lievi (sono febbrifughi, rilassanti e stimolano la sudorazione), e sono un buon rimedio contro i geloni e la bronchite. Inoltre sono disintossicanti, curano gli occhi (irritazioni e orzaiolo) e, se usati in lozione, rendono la pelle morbida.

Le bacche curano le infiammazioni di bronchi e polmoni, se consumate in sciroppo; sono ricche di vitamine e quindi utili per prevenire raffreddamenti invernali, rinforzano il sistema immunitario e, sempre consumate in sciroppo, curano le infezioni. Inoltre sono lievemente lassative, e quindi ottime contro la stitichezza.

La corteccia, similmente alle bacche, è lassativa, ma può essere anche emetica (favorisce il vomito), a seconda della quantità ingerita. Posta fresca sugli occhi cura le irritazioni.

La radice bollita e pestata cura la gotta e, infine, il midollo, ridotto in pappa e unito a farina e miele, lenisce il dolore provocato dalle lussazioni.

Storia, mito, magia: il nome greco del sambuco “Actè” significava “nutrimento di Demetra”, evidentemente per l’utilizzo che veniva fatto delle sue bacche (nere per il Sambucus nigra, rosse per il Sambucus racemosa).

Il significato latino del nome di questa pianta ha invece un’altra origine: da sambucus, che richiama la sambuca, una macchina da guerra triangolare (una sorta di ponte levatoio che veniva utilizzato durante gli assedi) – ancora in uso nel Medioevo.  La parola “sambuco” indicava anche un piccolo flauto, ancora oggi facilmente realizzabile con un ramoscello di questa pianta priva del midollo interno.

In Bretagna, Danimarca, Russia e altri paesi, questa pianta veniva utilizzata per proteggere le case dai malefici;

D’altra parte il sambuco poteva anche attirare i poteri maligni, per esempio se veniva bruciato dall’uomo.

Il sambuco è un albero molto amato dalle fate e dalle luminose entità che abitano il magico mondo al di là del velo del visibile.

In molti paesi e culture, soprattutto celtiche e nordiche, esso era considerato una delle maggiori rappresentazioni della Grande Madre perché si diceva che il suo divino potere femminile scorresse nelle dure vene legnose della pianta, e la rendesse quasi un essere animato che incuteva non poco timore.

I suoi colori mostravano soprattutto la Dea nel suo triplice volto, in cui i fiorellini delicati, profumati e bianchi rappresentavano la Fanciulla Vergine, il verde dei rametti e delle foglie la Madre rigogliosa e le bacche nero violacee la Strega oscura. Ma nonostante questo, secondo le tradizioni, era l’aspetto più potente e incontrollato della Strega a prevalere nel sambuco, a tal punto che si credeva che l’albero non fosse realmente un albero, ma una strega trasformata in albero, o un qualche simile essere inquietante e pericoloso.

Per questo il sambuco era associato all’oscurità, alla magia, alla divinazione, ma anche al viaggio verso le profondità della terra bruna e, in particolar modo, alla morte.

Il profumo dei fiori si diceva che portasse nell’Altromondo, e dormire sotto le sue fronte poteva voler dire non svegliarsi mai più: l’anima sarebbe stata rapita dalle creature fatate e non sarebbe più tornata ad abitare il corpo, abbandonato al sonno eterno.

Il sambuco era considerato, quindi, una Porta di Morte, ma anche di rigenerazione e nutrimento, dato che ogni sua parte recava aiuto all’uomo contro malesseri e malattie, e le sue bacche erano fonte di cibo per gli antichi.

Nel calendario arboricolo celtico, il sambuco è l’albero del tredicesimo mese, l’ultimo del ciclo, il cui apice corrispondeva al Solstizio d’Inverno e quindi al buio peggiore, alla sterilità e al freddo, portati dall’orrenda Megera dal volto mortifero.

Lo stesso numero tredici simboleggia la fine di un ciclo, la morte, ma anche l’Iniziazione e la rigenerazione.

Tutti poteri insiti nello spirito del sambuco e connessi alla sua natura oscura.

I nomi con cui veniva chiamato rispecchiano tutti l’amore e il rispetto reverenziale che si provava nei confronti di questo splendido essere vegetale.

“Nostra Signora” o “Madre Sambuco”, tra i celti, e “Albero di Holle” (holun tar) tra i germani.

Quest’ultimo richiamava la leggenda nordica secondo cui una magnifica fanciulla dai capelli color dell’oro abitasse l’albero di sambuco. Ella amava questo albero soprattutto se cresceva vicino a sorgenti e fiumi, cascatelle e ruscelletti, in cui poteva bagnarsi come una ninfa dei boschi.

La misteriosa fanciulla non era altri che Holle (Holda/Holla), la Regina delle Fate e Dea nordica, la quale poteva apparire in queste vesti affascinanti, ma poteva anche mostrarsi nella guisa di una strega terribile, con lunghe e pericolose zanne e lineamenti alquanto selvatici. Ella, infatti, era sì la splendente e luminosa Madre, ma era anche Signora del regno sotterraneo ed infero, ed era quindi legata al potere ctonico e alla Morte.

Nell’aspetto di una bizzarra donnina con lunghe e pericolose zanne, Holle appare nella dolcissima fiaba Frau Holle (Signora Holle), trascritta dai fratelli Grimm, in cui ella (chiaramente più simile ad una strega che ad una fata) rappresenta la madrina nutrice e la Maestra che aiuta le fanciulle meritevoli nel loro cammino iniziatico verso la conoscenza dei mondi sottili.

Ma non solo la bellissima Regina delle Fate abitava il sambuco…

Miriadi di elfi e coboldi si nascondevano al suo interno, e mentre i primi prediligevano i suoi cespugli, i secondi preferivano di gran lunga accoccolarsi nel tenero midollo dei suoi ramoscelli.

Nella bella festa di Mezz’Estate, tra gli abitanti degli antichi paeselli pagani, si usava andare alla ricerca dello spirito del sambuco, danzando intorno alla pianta con coroncine fatte con i suoi fiori tra i capelli, e si può presumere che le fate stesse si divertissero a danzare insieme alle donne e agli uomini, in una splendida gioia condivisa.

In Svezia si diceva addirittura che, durante questa magica festa, se ci si fosse nascosti sotto ad un sambuco, si sarebbe potuto assistere alla processione fatata del Re degli Elfi e della sua corte.

Inoltre si credeva che il succo verde interno alla corteccia di questa magica pianta, se usato esternamente, avrebbe donato la Vista (o seconda vista), potere ottenibile anche soltanto cingendosi la fronte con le sue foglie e la sua corteccia.

I contadini tedeschi, che nutrivano infinito rispetto per il sambuco, quando avevano bisogno di tagliarne un pezzetto si inginocchiavano davanti al suo fusto con le mani giunte in preghiera e invocavano: “Signora Sambuco, dammi un po’ del tuo legno e io te ne darò un po’ del mio, quando crescerà nella foresta”.

Essi credevano anche che lo Spirito materno dell’albero avrebbe lenito i loro dolori, e quando avevano un fastidioso ascesso, si recavano al sambuco per invocare l’aiuto della Signora e per prelevare una scheggia dalla corteccia dell’albero. Tornati a casa, si incidevano le gengive con questa e la sporcavano di sangue. Poi tornavano al sambuco, camminando all’indietro, e riponevano la scheggia laddove l’avevano presa. In questo modo la Fata li avrebbe guariti.

Proprie del sambuco erano anche alcune proprietà divinatorie. Se in estate i suoi fiori fossero stati di un bel colore giallo, o meglio ancora, ruggine, sarebbe arrivato un bimbo; se avesse mostrato, invece, fiori piccoli e sottili, il raccolto sarebbe stato povero, ma se i fiori erano corposi e forti il raccolto sarebbe stato ottimo.

Nelle leggende germaniche il flauto magico era un ramoscello di sambuco svuotato del midollo, che si doveva tagliare in un luogo dove non si potesse udire il canto del gallo che lo avrebbe reso roco: i suoni che se ne traevano proteggevano dai sortilegi, come testimonia l’opera di Mozart “Il Flauto Magico”, probabilmente richiamava l’attenzione degli spiriti silvestri, tutte le malie sarebbero scomparse, insieme alla sfortuna, alle negatività e alla tristezza.

La devozione nei confronti del sambuco era dimostrata anche dai molti doni che venivano posti ai suoi piedi.

In Scozia si portavano dolci e latte all’ombra del sambuco e anche in altri paesi nordici si usava portare il latte, ma anche pane e birra.

Tra i celti il sambuco veniva piantato vicino a case, stalle e castelli, perché avrebbe protetto la famiglia da malefici e serpenti velenosi. Le fate che lo abitavano avrebbero mostrato benevolenza se fossero state coccolate con amore e cure costanti, ma se fosse capitato il contrario avrebbero portato sfortuna e incidenti. La cura inoltre doveva procedere di generazione in generazione, come una tradizione tramandata di madre in figlia, di padre in figlio, a cui tutti dovevano partecipare attivamente.

Naturalmente era vietato sradicare o tagliare la pianta, e bruciare la stessa avrebbe recato una grave offesa alla Dea, che tra tutti gli alberi desiderava che questo fosse preservato dal fuoco.

Un’altra precauzione nei confronti del sambuco consisteva nell’evitare che i bimbi piccoli dormissero in culle fatte con il suo legno. Avrebbero, infatti, patito i dispetti delle fate, che potevano prenderli a morsetti e pizzicotti fino a far loro uscire il sangue.

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Molte tradizioni e leggende furono rivisitate dai primi cristiani che, non riuscendo ad estirparle non potevano far altro che volgerle a proprio vantaggio.

Così, se prima il succo del sambuco aiutava ad acquisire la Vista dei popoli fatati, ora si diceva che spalmandolo sugli occhi (o usandolo come collirio) si sarebbero potute vedere le streghe, per scovarle ed ucciderle; se prima bruciarne il legno avrebbe offeso la Dea, ora bruciarlo avrebbe portato il Diavolo in casa.

Nel XIII secolo, in Francia, un monaco lamentava il perdurare, nonostante i divieti, dell’usanza secondo cui le donne portavano i loro bambini ai piedi del magico sambuco per recarvi doni e offerte, mentre le fanciulle incinte continuavano a baciarne la corteccia per ottenere un parto facile.

E nonostante tutti i tentativi, ciò che si voleva eliminare continuò a vivere, giungendo fino a noi.

Interessantissima, infine, è la leggenda russa legata al sambuco, secondo la quale tutte le malattie mortali si credeva fossero personificate dalle Dodici Vergini (ma a volte erano Nove). Queste giungevano dall’oceano come spiriti e salivano la montagna sacra fino a giungere dai Tre Sambuchi Anziani, dai quali ottenevano la conferma che ogni essere vivente che appartenesse alla terra era soggetto alla morte.

Questa storia veniva raccontata dalle donne quando i loro villaggi erano minacciati da epidemie e malattie mortali, e mentre raccontavano tracciavano con l’aratro un profondo solco intorno al loro abitato, perché così, dicevano, sarebbe stato il più possibile protetto dalla sciagura e dagli spiriti del male.

Esiste una credenza contadina secondo la quale Giuda si sarebbe impiccato a un albero di sambuco: da allora le sue bacche diventarono così amare da non poter essere mangiate.

L’essenza del sambuco è mutevole, inafferrabile.

È un’essenza in cui il volto della Strega oscura e quello della Fata luminosa si uniscono in un unico essere dalla magia ambivalente, pericolosa da un lato e estremamente benevola dall’altro.

La Strega che lo abita ricorda i rapaci notturni, la cui vista è in grado di penetrare il buio più nero, e l’albero stesso forniva, con la sua linfa, una magica sostanza che avrebbe mostrato la verità oltre il visibile. Il sambuco cela tra le sue venature e i solchi della sua ruvida corteccia gli Occhi Nascosti, quelli in grado di vedere oltre il velo della materia.

Il suo Dono è la Visione Divina, la magia che fa scostare i veli della nebbia e fa intravedere il Mondo al di là di essi e le eteree creature che lo abitano.

Piccole perle:

Ricette curative (e golose!)

(in caso di allergie consultare sempre il medico)

Cataplasma per lenire gli ascessi: sminuzzare e pestare foglie fresche e fiori di sambuco e aggiungere del sale al composto. Applicare una piccola quantità direttamente sull’ascesso.

Infuso per abbassare la febbre: in un litro di acqua bollente lasciare in infusione 40 g di fiori di sambuco, per 10 minuti. Addolcire con un po’ di zucchero o miele, a seconda dei gusti, e bere caldo. Questo infuso provoca la sudorazione e abbassa, così, la febbre.

Cura per i geloni: lasciare in infusione 30 g di fiori di sambuco in un litro di acqua bollente per 10 minuti. Lasciar raffreddare un poco e immergere le dita o tutte le mani nel liquido caldo, per diversi minuti.

Decotto contro la stitichezza: porre 80 g di bacche mature di sambuco in un litro d’acqua fredda e portare il tutto ad ebollizione. Lasciar bollire per 3 minuti e spegnere il fuoco. Consumare mezzo bicchierino di questo decotto prima di andare a letto.

Acqua di sambuco per occhi irritati o arrossati: lasciare in infusione in un litro di acqua bollente 50 g di fiori di sambuco per 15 minuti. Lasciar raffreddare e nel frattempo lavare accuratamente gli occhi con acqua fresca. Imbevere due compresse (panno o cotone) nel preparato e porre su ciascun occhio per 15 minuti. L’acqua di sambuco è anche utile per lenire le bruciature e come tonico per la pelle.

Succo di bacche di sambuco: questo succo è un ottimo curativo e ostacola le infezioni. Per prepararlo lasciar cuocere per qualche minuto (5 circa) 80 g di bacche mature. In seguito pestare bene le bacche e filtrare. Addolcire la bevanda calda con zucchero o miele e berne un bicchierino.

Frittelle di sambuco: preparare una normale pastella per frittelle e, dopo averli accuratamente lavati e privati degli steli, immergere i fiori nell’impasto (una ombrella di fiori per ogni frittella, o meno a seconda dei gusti).

Cuocere le frittelle con un poco di burro per non farle aderire alla padella. Il profumo dei fiori si diffonderà in tutta la cucina.

Bevanda rinfrescante di sambuco: porre sette grandi ombrelle di fiori di sambuco e due o tre fette di limone in sette litri d’acqua fredda per tutta la notte. Il giorno seguente far bollire la bevanda per qualche minuto e addolcirla con circa un kg di zucchero o con miele, a seconda dei gusti. Imbottigliare e bere nei mesi caldi.

Le erbe nella tradizione medica europea

31 ottobre 2009

festa dei druidi

di Loriana Mari

Il continente europeo è una terra di antichissime tradizioni mediche, magico-mediche e magiche, di una bellezza affascinante.Di fatto il nostro continente è stato teatro dell’incontro e della commistione di conoscenze e pratiche fitoterapeutiche provenienti dalla Grecia, attraverso Roma, dall’Egitto, dalla Scandinavia e soprattutto dalle popolazioni celtiche, ricche del bagaglio di sapienza dei Druidi. E’ interessante notare che in Egitto, accanto alla medicina ufficiale, esisteva una medicina praticata dalle donne delle erbe, che caratterizzarono la storia antica un po’ dappertutto, sottolineando la connessione tra la donna e la Dea Madre attraverso la natura. Certamente molte di quelle conoscenze erano corrette dal punto di vista erboristico e molte altre lo erano dal punto di vista psicologico: infatti, non possiamo negare ai nostri antichi antenati i riscontri positivi dell’effetto placebo di alcuni dei loro rimedi; inoltre non si può dimenticare la potenza di suggestione dei rituali che spesso accompagnano la terapia.  Il rituale aumenta il bagaglio di fiducia e instilla nel paziente la certezza della guarigione, stimolando efficacemente il sistema immunitario. Sta di fatto che con la medicina delle erbe, con o senza corollari magici, in vigore in Europa dall’inizio della nostra era fino alle soglie del XX sec., il continente si è andato sempre più popolando, il che significa che le nascite e le guarigioni erano più numerose delle morti e pertanto quel tipo di medicina, in una certa misura funzionava. Quando parliamo di erbe della nonna, parliamo delle nostre tradizioni mediche popolari, di grande aiuto e sostegno soprattutto alle popolazioni più povere, che spesso non avevano neanche la possibilità  di chiamare il medico, e soprattutto ricordare tutte quelle donne, esperte di erbe e di pozioni medicinali, le cui ricette venivano tramandate oralmente di madre in figlia: in quelle ricette, la tradizione antica, con i suoi ritmi, i suoi tempi e i suoi  riti, è stata interpretata, per un lungo periodo, come stregoneria, e lepoverette hanno dovuto pagare col rogo il semplice fatto di essere eredi di un’antica cultura che appariva scomoda e incomprensibile nei tempi oscuridell’ inquisizione. Sarebbe incredibilmente lungo elencare le piante che per qualche ragione sono entrate nel corso dei secoli nell’erbario un po’ medico e un po’ magico della nostra tradizione; anzi si può affermare che tutti i vegetali potrebbero trovarvi una collocazione perchè ognuno partecipa, per una certa parte anche piccola, alle concezioni cosmogoniche e naturalistiche degli antichi. I sacerdoti degli antichi popoli celti, i Druidi, costituivano, ai tempi di Cesare, una delle principali classi della società  in Irlanda, Britannia e Gallia. Suddivisi in Druidi vati (o indovini), e bardi, i druidi si occupavano della raccolta del vischio, assistevano ai sacrifici, presiedevano alle cerimonie religiose ed esercitavano anche funzioni giudiziarie, di educatori e di medici. Essi possedevano una profonda conoscenza della natura, soprattutto in campo vegetale: questo li portava a fare uso di molte piante medicinali, tra cui il trifoglio, la verbena, la primula e molte altre. Ma le ricette dei loro infusi non sono giunte fino a noi se non  tramite  una tradizione popolare tramandata oralmente.Molti aspetti delle concezioni dei druidi si ritrovano in molte culture: per esempio la sacralità di varie piante tra cui il tasso, il frassino, il nocciolo, e soprattutto la quercia, considerata come l’albero del bene e del male e quindi della conoscenza.A partire dal 400 a.c. avevano cominciato a giungere in Italia tribù di Barbari celti attraverso le Alpi e, in seguito la penetrazione continuò più o meno sensibilmente su tutto il territorio, e le conoscenze erboristiche di questo popolo si diffusero anche in Italia, sovrapponendosi ed interagendo conquelle locali. I druidi erano abili nel riconoscere le virtà medicinali delle piante, ed erano riusciti ad identificare un insieme di rimedi con cui trattare, con buoni risultati, la maggior parte delle malattie e delle infermità  di quel tempo. Le piante medicinali che utilizzavano, sono state tramandate fino a noi dalla medicina popolare, e sono tuttora presenti allo stato spontaneo sulterritorio.