Posts Tagged ‘etna’

L’Etna, il più importante vulcano d’Europa in attività e’ patrimonio Unesco

22 giugno 2013
Etna vista dal lungomare di  Reggio Calabria

Etna vista dal lungomare di Reggio Calabria

L’Unesco ha inserito oggi l’Etna nel patrimonio mondiale definendolo come uno dei vulcani “più emblematici e attivi del mondo”. Il comitato dell’Unesco é riunito nella sua sessione annuale a Phnom Penh in Cambogia. L’Unesco ha aggiunto che l’Etna, il più importante vulcano in attività in Europa con un’attività conosciuta da almeno 2.700 anni, ha “una delle storie documentate di (more…)

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Naxos-Tauromenion, emozioni oltre la barriera del tempo

13 ottobre 2011

di Roberta Capodicasa

Proprio a ridosso della strada che s’affaccia sulla splendida e famosa  spiaggia di Giardini Naxos, (Giaddini  in siciliano) frequentata da  numerosi  turisti, si trova lo scavo di Naxos una delle colonie greche più  antiche di Sicilia. Lo scavo, a quanto mi ricordo, è così bene nascosto a sguardi troppo  indifferenti al passato da rendere del tutto probabile la  permanenza a  Giardini per una vacanza e non rendersi neanche conto di trovarsi nei pressi di  uno scavo di straordinario rilievo.

porta di Apollo

Si comincia  la visita da un piccolo Antiquarium all’interno di una struttura  borbonica a Capo Schisò; da qui è possibile orientarsi sull’area archeologica  vera e propria. Mi rendo perfettamente conto a questo punto del bisogno sempre  più necessario di spiegare  la grande rilevanza che dò a questa località, il  motivo affettivo che ad essa mi lega. Ricordo chiaramente che fu uno dei miei
momenti più emozionanti  in Sicilia,  l’accorgermi all’improvviso, girato  l’angolo oltre la splendida e mondana spiaggia di Giardini Naxos , di trovarmi  su uno scavo greco arcaico; d’incanto  la confusione era cessata, lo spazio si era  come dilatato, il silenzio dominava le cose. Mi sembrò di aver superato, senza  accorgermene, la barriera del tempo.  Nasso  fu la prima colonia greca di Sicilia, se vogliamo prestar fede a   Tucidide, e numerosi autori tramandano di Teocle calcidese che insieme ad  alcuni Ioni di Nasso, l’omonima isola delle Cicladi,  avrebbe occupato l’area di Capo Schisò sottraendola probabilmente a degli indigeni Siculi. Il sito dove  sarebbe sorta Naxos doveva essere un approdo sicuro  ed obbligato per le navi  che facevano

panorama Giardini Naxos - Taormina

rotta verso Occidente dal Mediterraneo Orientale. I primi coloni  sarebbero arrivati su una spiaggia dove eressero un tempio ad Apollo  Archeghetes il dio di Delo protettore dell’impresa coloniale, nell’anno 754 a. C.: anche questo riferimento a Delo ci riporta all’area delle Cicladi da cui proveniva il nucleo forte dei coloni, considerato anche il nome dato al sito e  mutuato probabilmente dalla omonima isola dell’Egeo, Nasso. Dai pochi dati che  abbiamo risulta che la polis fu partecipe degli eventi politico economico  militari che riguardarono la costa est della Sicilia per tutta l’età arcaica e  si trovò spesso in lotta con Siracusa. Le guerre intestine caratteristiche del  mondo greco la videro completamente distrutta da Dionigi, il celebre tiranno  siracusano, nel 403 a. C.. Gli abitanti superstiti cercarono continuamente  di

Gelsomino

riprendere possesso della polis fino a che Andromaco, padre del grande storico  Timeo, non vide più opportuno abbandonare il sito di Nasso per preferire  quello  prospiciente di Tauromenion, la moderna Taormina, città gentilmente  appoggiata su una collina a 200 m. slm. da cui è possibile uno sguardo  meraviglioso sulla costa est della Sicilia fino all’Etna. Il dato d’eccellenza,  tra i molti, su cui ci soffermeremo  è l’essere stata celebre nell’antichità  per il rinomato vino di cui ci testimonia Plinio il Vecchio nella sua opera  Naturalis Historia  insieme alle monete su cui è spesso raffigurato il dio del  vino, Dioniso. Plinio famoso per la sua competenza in materia, prediligeva il vino ‘Taormina bianco’ prodotto con le antiche uve Catarratto bianco*,

grappolo uva catarratto

Carricante, Grillo, Inzolia e Minella bianca.  Tali testimonianze, consentono a questo punto di spendere qualche  insufficiente e certamente povera parola sul vino di Sicilia: il vino siciliano
potrebbe essere davvero confuso con un’ambrosia divina, direttamente donata da  Dioniso; le uve particolari, i raggi del sole cocente sotto cui i chicchi  maturano, il paesaggio caldo e mediterraneo che lo nutre, il suo profumo  impregnato di mare, con il retrogusto al sapore di mandorle,  gli conferiscono un carattere particolare che lo rendono inimitabile: non  riesco mai a decidere dinanzi ad un vino siciliano se mi affascini di più il  colore, il profumo o il sapore. La miscela dei tre è, comunque, un cocktail   prediletto tra le cose amabili di questo mondo e della Sicilia in particolare.

*Il catarratto, l’uva a bacca bianca più diffusa in Sicilia

NERA, FORTE; FORGIATA DAL FUOCO DELL’ETNA, CATANIA INVINCIBILE

19 settembre 2011

U Liotru, simbolo di catania

di Roberta Capodicasa

A differenza di Siracusa, fondazione dei Dori del Peloponneso, la moderna Catania, in greco, Katane, fu fondazione ionica dei Calcidesi.  Visitando la città, il riscontro delle sue origini greche non è così immediato come a Siracusa ma a testimoniarne l’ascendenza greca abbiamo  il nome e la prepotente tradizione storica che fa capo a Tucidide nel libro VI della sua opera: Tra i Greci i primi colonizzatori furono i Calcidesi , che fondarono Nasso (Naxos nei pressi di Taormina) … L’anno seguente Archia della famiglia degli Eraclidi, venne da Corinto e fondò Siracusa…Tucle e i Calcidesi, partiti, poi, da Nasso nel quinto anno dalla fondazione di Siracusa, fondarono Leontini, (attuale Lentini presso Siracusa) scacciati i Siculi con una guerra e in seguito Catania (729 a.C.). Della sua storia in questo primo periodo,  si conosce davvero poco, solo la notizia dell’origine catanese di Caronda, un celebre legislatore di cui ci parla Aristotele: Caronda di Catania diede leggi ai concittadini e alle altre città calcidesi in Italia e in Sicilia (VI sec.a.C.). Secondo un altro grande storico greco, Plutarco, il suo nome deriverebbe dal termine katane,  grattugia  a sottolineare le asperità del territorio che sorge sulla lava del vulcano che le svetta alle spalle, od anche dal latino katina (catino, bacinella) per la disposizione delle

Etna visto dal teatro greco di Taormina

colline tutto intorno  alla città(!). L’etimologia è, dunque, anch’essa oscura: secondo altre interpretazioni, il nome deriverebbe dall’apposizione del prefisso greco  katà- al nome del vulcano Aitnè, vale a dire in greco nei pressi di o appoggiata all’Etna.  Questa è per me l’interpretazione più suggestiva dato che corrisponde  alla prima impressione che si riceve dalla visita della città, quella di un luogo in strettissima simbiosi con il vulcano. Mi invase gli occhi quel colore scuro, quasi nero, in forte contrasto con l’architettura barocca trionfante dopo il devastante terremoto del 1693,  degli edifici cosi antitetico rispetto al

Anfiteatro romano a piazza Stesicoro nel cuore della città

bianco di Siracusa, neri perché realizzati con la pietra lavica  dell’Etna che non solo non riuscì mai a travolgere e sommergere Catania ma divenne strumento indispensabile  per la sua necessaria sopravvivenza. Le eruzioni  d’altra parte non furono mai catastrofiche perché la lava quando fuoriesce dal cratere è molto viscosa e procede lentamente consentendo la fuga:   “Iddu” , ( o idda… “a muntagna”)  come i catanesi chiamano l’Etna, alto più di 3300 m., protagonista di più di 20 eruzioni solo nel Ventesimo sec.,  è una colossale  montagna che non dorme mai, come un guardiano che veglia sulla città e la protegge dai venti del nord rendendo il suo clima fra i più dolci apprezzati del Mediterraneo, tutto il territorio etneo per circa 60.000 ha di superficie.  Il Mongibello, con un altro dei suoi nomi derivato dall’arabo, gebel-monte, ha nel corso degli anni

Ingresso monumentale Giardino Bellini in via Etnea

formato un fertilissimo altipiano lavico plasmato, potremmo dire, con il fuoco. La sua imponenza è tale che, passeggiando alle sue pendici, sembra quasi di respirarne gli  effluvi, di sentirne l’intimo respiro, la presenza oscura e imponente, forte fino quasi a forgiare il carattere dei  catanesi  che lo amano in maniera viscerale. Empedocle,  celebre poeta e filosofo della metà del V sec. a.C., poteva dire riguardo i fenomeni vulcanici dell’Etna: Molti fuochi ardono sotto la terra e Lucrezio, il poeta latino grande ammiratore di Empedocle, dirà nel De Rerum Natura a proposito del Vulcano e del suo territorio: Qui c’è l’orrenda Cariddi, qui ci sono i rimbombi sinistri dell’Etna che minaccia di  radunare di nuovo le sue irose fiamme e dalle fauci vomitare ancora il fuoco a scagliare  ancora dal cielo  il bagliore delle fiamme. Questa grande terra sembra degna di ammirazione per tanti aspetti e altrettanto degna che la conoscano molte genti, ricca di molti beni, ammirevole per i molti ingegni.

Cattedrale e l’elefante

Senza voler troppo indugiare in una magari inopportuna ed esagerata retorica, la cosa migliore è una verifica diretta possibile a chiunque almeno fino al rifugio Sapienza, mantenendo sempre, però, una prudente e rispettosa condotta nei confronti della natura e senza esagerare come avrebbe fatto il nostro amico Empedocle che, in maniera presuntuosa, si sarebbe gettato  nell’ Etna aspirando ad una divinizzazione  almeno secondo quanto sostiene Diogene Laerzio!  Su tale evento non cessarono di ironizzare autori antichi come Luciano:

“E questo tutto abbrustolito chi è?  – Empedocle. –  Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell’Etna? – Per un eccesso di malinconia. – No,  per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigettò una scarpa e il trucco fu scoperto”  (I dialoghi, trad. Mosca; BUR, Rizzoli, 1990).

Nel V secolo la città ebbe vari e importanti contrasti con Siracusa il tiranno della quale,  Ierone,  nel 476 ne deportò molti degli abitanti e cambiò il nome in Aitna, titolo con cui è celebrata nella Pitica I di Pindaro e nella perduta tragedia di Eschilo Le Etnee. Solo qualche anno più tardi Catania recuperò,  però,  il suo nome e i suoi antichi abitanti. In seguito la polis vide una serie di continui disastri alternatisi tra guerre ed eruzioni del vulcano che comportarono frequenti distruzioni anche in età romana. Nonostante tutto Catania conservò notevole importanza e ricchezza tanto che il nostro amico Cicerone nelle Verrine la definisce ricchissima: garanzia di tutto il fatto che Verre vide  anche qui di rubare qualcosa, una gigantesca e bellissima statua di Demetra. Lasciando Verre al suo processo e ai suoi ladrocini, continuiamo la passeggiata per le vie della città. Inevitabile assaggiare una granita, con innumerevoli scelte di sapori e di profumi, che nelle ore calde del giorno non potrà che essere graditissima e rinfrescante fino ad imbattersi  nell’altro elemento della città che mi colpì particolarmente e che risultò anch’esso collegato col vulcano, il simbolo di Catania, l’elefante o U’ Liotru. La statua dell’elefante simbolo di Catania, si trova proprio dinanzi al duomo dedicato a Sant’Agata che, mollemente adagiato al centro della piazza, gli si erge di fronte.

Il nome  deriva da una storpiatura del sostantivo Eliodoro   il negromante che lo avrebbe forgiato con la lava del vulcano per cavalcarlo. Attorno ad Eliodoro e all’elefante si hanno una serie innumerevole di leggende, tutte con risvolti magici, difficili ovviamente da registrare e che lasceremo dunque in una beata inconsapevolezza, una statua pagana capace di evocare un aspetto magico e oscuro: ancora una volta un simbolo fortemente collegato all’Etna, che, in ogni minimo aspetto, a Catania la fa da padrone.

Giovanni Crisostomo

11 ottobre 2009
giovanni cristomo

giovanni crisotomo

Corleone,

“ti da la capacità di guardare ed osservare la gente non come curiosità effimera.

Conversazioni…..

di Francesco La Rosa

Viaggiare per le colline di Doglio può essere bello se cerchi la serenità dei boschi incontaminati e l’atmosfera  magica di un tempo passato, ma diventa più entusiasmante trovarsi davanti ad un camino scoppiettante in compagnia di Giovanni Crisostomo.

Il “nostro” sembra capitato li per caso, e forse non sappiamo ancora perché dalla natia Sicilia e passando da Parigi,  Giovanni decide di condividere, e di trarne ispirazione, la sue emozioni di artista con un ambiente tanto intenso per la sua bellezza silenziosa  e selvaggia .

Nato a Palermo nel 1940,  già da giovanissimo esprime la sua vocazione artistica suonando chitarra classica fino a quando fu travolto dall’interesse del flamenco grazie ad una ragazza spagnola  che gli  regala un disco, un 45 giri, con brani di flamenco dell’artista Nino Riccardo.

L’interesse per questa nuovi ritmi  lo porta in Spagna alla ricerca di spartiti  musicali, praticamente introvabili in Italia dove quel tipo di musica era accostato alla tradizione gitana, ed  in Francia dove approfitta della sua capacità di esprimere il flamenco per guadagnarsi qualche soldo per sopravvivere. Ancora oggi resta la sua grande passione.

Vissuto a Corleone negli anni ’50, si sente “cresciuto in fretta” , Corleone , dice, “ti da la capacità di guardare ed osservare la gente non come curiosità effimera, ma come modo di rapportarsi con essa, e tutto questo ha sviluppato una ipersensibilità verso tutto ciò che è nuovo e di intimo che accompagna ogni abitante del luogo facendomi capire ancora oggi quanto la realtà fosse superiore all’immaginazione e dove ancora le coppole ed il mantello a ruota erano simboli già decaduti di una Sicilia  che il resto del mondo avrebbe malconosciuto. Questa ipersensibilità mi fa capire, quando sono al cospetto di un fatto non chiaro, che essere legati a quei  sentimenti è ancora oggi un valore.”.

Da questo mi viene difficile capire come l’arte abbia potuto condizionare e influenzare la sua vita in maniera cosi intensa e coinvolgente, ma la sua risposta, accompagnata da un sorriso amaro e insieme ammiccante, svela la sua sicilianità … ”non lo so”,  è la sua risposta, accompagnandola da una citazione di Calvino, “i grandi dolori, come le grandi gioie, sono muti”.

Un attimo si silenzio, infatti. ci separa come un impenetrabile muro nero di pietra lavica dell’Etna, e a questo punto ricordandomi di essere siciliano anche io, mi viene voglia di “prendere la coppola e andare via”, invece mi attacco disperatamente alla crostata  che  in ossequio alla straordinaria tradizione di ospitalità siciliana mi viene offerta, per pensare ad una nuova domanda, ma guardandolo negli occhi ho l’impressione che lui creda di essersi liberato di me, infatti continua a tacere e sorridere, ma poi con fare benevolo, si alza e mi invita a visitare il suo studio al piano inferiore. Dopo pochi istanti, la rivelazione, nonostante la grande confusione dello studio, mi trovo al cospetto di immagini e colori che pochissime persone hanno avuto il privilegio di ammirare, opere di grande dimensione, anche 2 metri per 3, e dipinti più piccoli, non firmate a differenza di una raccolta di venti piccoli di cm 25 x 35,  realizzati con tecnica mista su carta, dove ogni immagine rappresenta un racconto che è nella mente dell’artista…storia 10…..sole e verità…. ecc. che con la collaborazione della poetessa tedesca Linde… saranno oggetto di un libro di  prossima pubblicazione, e che portano la sua firma. Colori forti, intensi, ispirati oltre che dallo straordinario istinto creativo, e qui la rivelazione, ultimamente anche dall’ascolto musicale delle esecuzioni del maestro Fernando Grillo.

Particolare impressione desta un’opera di grandi  dimensioni m 3,20 x 1,80 dedicata al balletto “Enfant e Sortilege” di Ravel e ispirata dai disegni di bambini provenienti da diverse parti d’Europa, e di un altro di dimensioni leggermente più contenute ispirato da un famosissimo dipinto di Guttuso “ Il Merlo” e una natura morta che ricorda il pittore fiammingo del ‘700 David Dehem dal quale aveva avuto ispirazione addirittura Matisse.

Opere che nella essenzialità raffigurativa cercano di eliminare dai soggetti il superfluo, e che esprimono attraverso i colori una grande musicalità e che si rifanno a “l’Odisseo” l’eroe omerico di Joice e a quello nascosto di Kafka.