Posts Tagged ‘etruschi’

Barbarano Romano (Viterbo), I sentieri etruschi del Parco Marturanum

13 maggio 2017

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Ogni anno al Parco Regionale Marturanum si svolge la festa dell’Attozzata organizzata dalla Pro loco di Barbarano Romano.

Per l’occasione Antico Presente  organizza visite guidate gratuite alla scoperta dei sentieri etruschi del Parco. La festa dell’Attozzata nasce come una festa tipicamente agreste e pastorale, dove la protagonista è la ricotta, che viene servita calda su tozzi di pane casareccio in piccole ciotole di terracotta. (more…)

Perugia: Cena al Museo alle radici del tempo

20 agosto 2015

mataPercorso archeologico di visita alle fondamenta della Cattedrale di San Lorenzo e cena nel chiostro

3 settembre 2015

Il prossimo appuntamento del programma Matavitatau del 2015 prevede un’escursione storico-archeologica che ha come oggetto di interesse l’area del complesso monumentale della cattedrale di San Lorenzo. Questa fa parte, insieme al Colle Landone, dell’acropoli perugina che da quasi duemilacinquecento anni rappresenta il principale punto di riferimento religioso e civile umbro, etrusco e romano, attorno al quale si sono sviluppati i più importanti edifici pubblici. (more…)

PORANO ECOMUSEO DEL PAESAGGIO DEGLI ETRUSCHI

16 agosto 2015

Escursione: Bettona, alla scoperta degli Etruschi sulla sponda “sbagliata” del Tevere

16 aprile 2015

domenica 19 aprile 2015 ore 14,30

Il primo appuntamento del programma Matavitatau del 2015 prevede un’escursione storico-archeologica che ha come oggetto di interesse l’unico insediamento etrusco sulla riva sinistra del Tevere umbro. Bettona (Vettona) ha la caratteristica posizione dominante della città etrusca, situata in un territorio in precedenza occupato da bettonapopolazioni umbre.

La circonvallazione esterna consente di vedere le mura medioevali che in alcuni tratti poggiano su quelle etrusche, i cui enormi blocchi d’arenaria sono ancora visibili lungo un tratto di oltre quaranta metri. (more…)

Orvieto: sorprese etrusche e rinascimentali nel Pozzo della Cava

7 maggio 2014

di Benedetta Tintillini

Ingresso del Pozzo della Cava

Ingresso del Pozzo della Cava

I complessi ipogei attualmente visitabili ad Orvieto sono tre, diversissimi tra di loro: il celeberrimo Pozzo di San Patrizio, il complesso del Mulino di Santa Chiara e, appunto, il Pozzo della Cava.
La rupe di Orvieto, oltre a conferire alla città il suo personalissimo skyline, ospita una serie interminabile di grotte e cunicoli (ben 1204 quelli censiti) scavati lungo 28 secoli di storia; da qui il fascino e la complessità del Pozzo della Cava che ospita, al suo interno, una serie di cavità artificiali di epoche molto diverse, da quella etrusca a quella rinascimentale.
Ci troviamo nel quartiere medievale di Orvieto, la parte quindi abitata da più tempo. Essendo impossibile l’espansione della città a causa della particolare conformazione della rupe, gli abitanti furono costretti a trasformare e (more…)

VISITE GUIDATE AL MONDO ETRUSCO DA TARQUINIA AL MARE DI PYRGI

2 agosto 2013
Lamine

Lamine

sabato e domenica 3 e 4 agosto 2013

Le tombe affrescate di Tarquinia e i resti archeologici adagiati sul mare del porto dell’etrusca Cerveteri

Una passeggiata guidata nella storia antica in visita a Cerveteri e Tarquinia, dichiarate Patrimonio (more…)

CON MATAVITATAU ALLA SCOPERTA DELLE NOSTRE RADICI ETRUSCHE

23 luglio 2013
Benedetta Tintillini

Benedetta Tintillini

di Benedetta Tintillini

Cosa c’è di meglio che impiegare il proprio tempo in attività che uniscano svago e cultura, in un’atmosfera amichevole ed informale. Chi vorrà partecipare alla prossima attività dell’ Associazione Matavitatau, in programma il 3 e 4 Agosto prossimi, aperta a Soci e non, godrà (more…)

Laffranco (Pdl): Plauso a Carabinieri per recupero reperti Etruschi

28 giugno 2013
Pietro Laffranco

Pietro Laffranco

“Esprimo i miei più vivi complimenti ai Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, e al Generale di Brigata Mariano Mossa, Comandante dei Carabinieri TPC, per aver ritrovato a Perugia ventitre urne funerarie di età ellenistica e 3mila reperti” così l’On. umbro Pietro Laffranco sul recupero da parte dei Carabinieri di oggetti di inestimabile valore storico artistico, economico e scientifico.

“Mi complimento – continua Laffranco – per (more…)

GLI ETRUSCHI IN UMBRIA, STORIA E STORIE

12 marzo 2012

Ritrovamento etrusco sotto la cattedrale di San Lorenzo

Ciclo di conferenze del Prof. Mario Torelli Accademia dei Lincei

21 marzo: Costruire una storia archeologica

29 marzo: La questione delle origini

26 aprile: La nascita delle aristocrazie e la grande espansione

9 maggio: Il declino e la fine

Gli incontri si terranno alle 21,00 presso l’Associazione “Vivi il borgo” (Sala Guglielmo Miliocchi, Corso Garibaldi 136, Perugia)

Associazione “Vivi il Borgo”,  Ri Vivi Borgo Sant’Antonio, Società Generale di Mutuo Soccorso di Perugia, Comune di Perugia – Assessorato Attività culturali, Politiche giovanili, Coesione e servizi sociali

PERUGIA ETRUSCA, Lettera aperta di Luciano Vagni al Prof. De Albertis

14 ottobre 2011

Perugia, Cattedrale e p. IV Novembre viste dall'alto

Riceviamo da ” La Famiglia Perugina” e volentieri pubblichiamo.

Nel corso del recente incontro del 30/09/2011 presso la Sala S. Chiara del Circolo Porta S. Susanna Lei ha cortesemente messo in risalto una serie di errori ravvisati nella mia esposizione ed in particolare: “se l’Ing. Vagni asserisce che il cardo e il decumano siano assi ideali su cui si basa la concezione urbanistica etrusca, e non assi reali, non le sembra una contraddizione nell’aver disegnato, nella rappresentazione viaria della città, una linea dividente, tra la Via della Cupa e il Mercato Coperto, che si presenta come un decumano?”

La risposta, che era contenuta nella mia esposizione, è la seguente: l’urbanistica etrusca è circolare, nel senso che una strada periferica all’interno delle mura, ed una certamente esterna, che definiscono il pomerium, zona sacra, rappresentano la viabilità carrabile della città, dalla quale si diramano le strade secondarie, prevalentemente pedonali (una delle quali è ben visibile negli scavi sotto la Cattedrale e non presenta segni di carri). Perugia etrusca non aveva un cardo, inteso nel senso comune di strada, né aveva un decumanus maximus nella zona postica ed uno nella zona antica della città; ciò nonostante la città è stata disegnata basandosi su tali assi, e così come un disegnatore esegue la squadratura del foglio prima di dare inizio al disegno, cioè prima di posizionare nel terreno le mura, i templi: tutto ciò perché se ogni spazio della città corrispondeva ad un pezzo preciso di cielo, era necessario avere ben chiaro l’orientamento.

Se ho disegnato, nella mia ipotesi di ricostruzione stradale, una strada dividente, tra Via della Cupa e il Mercato Coperto (strada che doveva essere in salita perché come ho esposto, tra le due zone c’è un dislivello fra le mura di 30 metri circa), è certamente perché gli Etruschi certamente tracciavano la linea di demarcazione fra la pars pòstica e la àntica (mi sono permesso di mettere l’accento perché suppongo che lei si sia sbagliato quando ha voluto correggere la mia pronuncia in postìca e in antìca); tale linea era sicuramente un decumano, perché diretto nell’asse est-ovest: ma questo non contraddice la concezione che l’urbanistica etrusca sia circolare, come il modello celeste e che abbia due assi ortogonali di riferimento, uno reale in direzione est-ovest come il decumano del cielo che si chiama Via Lattea, uno immaginario, perpendicolare al precedente, che passa per il polo celeste, che nella città di Perugia corrisponde alla fontana sacra. Questa era l’essenza del mio discorso nel quale non esistono contraddizioni. L’altra critica che mi è stata sollevata è che forse avrei confuso il termine panteon con il termine zodiaco; nella mia relazione non ho parlato del panteon etrusco, che rispecchia la concezione delle divinità presenti nel cielo etrusco, ma dello zodiaco, che rappresenta la parte periferica del cielo, che si trova nei vari momenti dell’anno sempre a sud, ed è attraversata dal sole. Ho parlato dello zodiaco perché rappresenta il pomerium del cielo, cioè quella parte sacra periferica nella quale è più facile vedere corrispondenze con l’urbanistica della città, così come sono state riscontrate a Perugia. Comprendere che gli Etruschi conoscevano lo zodiaco almeno quattro secoli prima dei Greci (poiché la loro lottizzazione del cielo risale, secondo gli storici, al IX sec. a.C.), è certamente un fatto molto importante per accendere un dibattito. Anche se rischio di apparire invadente, ho chiesto di utilizzare il bollettino della Famiglia Perugina per inviare queste doverose precisazioni, perché ritengo corretto che non ci siano fraintendimenti. Ringrazio il Prof. De Albertis che mi ha consentito di esprimere questi chiarimenti, che certamente a qualcuno possono risultare utili, e soprattutto perché è la prima volta che si apre un dibattito pubblico su questi temi così importanti per la storia della nostra civiltà. E se mi sono permesso di scrivere, è anche perché mi auguro che altri possano cogliere l’occasione per entrare nell’argomento.

Dott. Ing. Luciano Vagni

Nota di redazione: Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza degli scavi etruschi sotto la cattedrale di San Lorenzo può consultare  Goodmorningumbria alla sezione Archeologia e cercare ” gli ‘articoli   “Perugia sotto la Cattedrale”“Presentato a Città della Pieve il libro di Luciano Vagni – Il Cielo degli Etruschi”

UMBRIA, LE GRANDI TRADIZIONI E I VALORI RELIGIOSI DELL’OLIO E DELL’ULIVO

13 ottobre 2011

Moraiolo

In Italia troviamo le più antiche coltivazioni dell’ ulivo in Umbria, poiché i primi ad occuparsi di questa pianta fruttifera furono gli Etruschi, una delle più importanti città dell’ Etruria, l’antica Volsinio, oggi Orvieto, ricavò la sua ricchezza e prosperità proprio dalla produzione dell’olio, e dal suo commercio. Già nel primo secolo a.C. l’olio umbro veniva considerato tra i più pregiati, numerosi reperti si possono ritrovare nei musei delle città umbre, come ad esempio un frammento di dolio marcato da un bollo rettangolare, custodito nella sala del Consiglio comunale di Città di Castello, e che è posto a conferma  della sua remota origine. A Narni è stato ritrovato, invece un vaso con una scritta incorniciata da rami d’ulivo, in località Borgo presso Trevi è emerso un intero frantoio,costruito in pietra arenaria, e ad Orvieto si trova nei pressi della chiesa di San Francesco,un frantoio chiamato “mulino di Santa Chiara” risalente al tempo degli etruschi.

In quell’ epoca esistevano dieci diverse varietà di olivi e cinque categorie d’olio: oleum ex albis ulivis, il più pregiato, “viride” ottenuto dalla spremitura di olive che iniziano a maturare, “maturum” ottenuto da olive mature, “caducum” ottenuto da olive raccolte da terra, cibarium” ottenuto da olive bacate e destinato agli schiavi. L’ulivo quindi, può rappresentare la capacità dell’Umbria di custodire grandi tradizioni secolari, di cui una pianta così longeva e spirituale può essere testimone, rappresentandone inoltre la parte spirituale e i grandi valori religiosi che la caratterizzano nella storia. Le varietà di questa pianta in Umbria non sono molte ma sono importanti fra queste troviamo: Il Moraiolo, olivo non di grosse dimensioni i cui rami si innalzano in modo diretto, il frutto è di medie dimensioni, molto polposo e di ottima qualità, è  generalmente il prediletto degli olivicoltori umbri per la sua resistenza al gelo e particolarmente nelle coltivazioni in altura. Il Leccino è poco poderoso ed ha un ampia chioma, anch’esso di ottima qualità. Il Frantoio, si trova tra gli olivi di media grandezza, i suoi rami sono molto tortuosi ed inclinati con i rami minori penduli. Il San Felice, specifico dei monti Martani, è caratteristico per la sua qualità e per l’alto contenuto di sostanze antiossidanti. Il Pendolino, deve il nome al suo portamento pendulo, le sue olive sono piuttosto grosse e con una tipica forma di falce. L’Agogia con i suoi rami che salgono verso l’alto produce frutti piuttosto grossi con un discreto contenuto d’olio di qualità, vive bene anche nelle zone montane. Si può confermare quindi, non solo il significato economico culturale e religioso che venne attribuito a questa pianta nel mondo antico, ma anche il riconoscimento in quello moderno di prosperità , vigore e bellezza non dimenticando che nei Salmi, l’uomo giusto è “come olivo verdeggiante nella casa di Dio”, e tra le benedizioni gli vengono augurati “figli come virgulti d’ulivo”.

ARRIVANO GLI ETRUSCHI A PONTE SAN GIOVANNI

2 settembre 2011

“Velimna”, tra storia e tradizioni, va in scena dal 6 all’11 settembre

Paolo Befani, Riziero Giovi, Giuseppe Lomurno, Gino Goti

“Gli Etruschi del fiume”, rievocazione storica, in scena a Ponte San Giovanni, dal 6 all’11 settembre, e giunta alla sua decima edizione.  Per festeggiare il decennale gli organizzatori, le due associazioni Pro Ponte e Pro Ponte Etrusca, hanno pensato di ripercorrere la storia della manifestazione, riprendendo i temi che ogni anno hanno caratterizzato le edizioni precedenti. Sempre partendo, ovviamente, dallo spirito di “Velimna”, riscoprire le proprie radici storiche attraverso incontri, sfilate in costume, visite ai musei, mostre e dibattiti con l’immancabile epilogo: la cena Etrusca sul Ponte Vecchio di Ponte San Giovanni, in programma domenica 11 settembre. Un’occasione anche per degustare i prodotti e le bevande tipici dell’epoca offerti da Grifo Latte, società cooperativa casearia umbra che, anche quest’anno, è main sponsor dell’evento. I dettagli del programma sono stati illustrati, durante una conferenza che si è tenuta a palazzo dei Priori, giovedì 1 settembre, da Paolo Befani, vicepresidente Pro Ponte, Giovi Riziero, vicepresidente Grifo Latte, alla presenza di Giuseppe Lomurno, assessore al turismo del Comune di Perugia, amministrazione che patrocina Velimna. Si parte con una novità assoluta, una sorta di anteprima prevista sabato 3 settembre, dove il palcoscenico si sposta su corso Vannucci nel centro storico di Perugia. Due cortei in costume, uno a rappresentare la famiglia dei Velimna che partirà da Porta Marzia e l’altro dall’Arco Etrusco con la famiglia dei Cutu, si congiungeranno davanti palazzo dei Priori, accolti dal sindaco Wladimiro Boccali, per l’occasione lucumone (re etrusco) della città. All’anteprima, che darà il via ufficiale all’edizione 2011, saranno presenti dei musici e un gruppo di danzatrici per far rivivere l’atmosfera di oltre 2500 anni fa. L’inaugurazione ufficiale, invece, è martedì 6, alle 20.30, nella necropoli del Palazzone di Ponte San Giovanni e a seguire, nell’Antiquarium del Palazzone, si terrà un incontro su “La storia degli Etruschi a Ponte San Giovanni”, a cura di Luana Cenciaioli della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria, occasione anche per presentare il volume “L’ipogeo dei Volumni 170 anni dopo la scoperta”. “Diamo il nostro supporto a tutte quelle manifestazioni culturali che valorizzino il territorio – ha sottolineato Riziero – e lo facciamo anche dando la possibilità di conoscere i nostri prodotti, che vanno dal vino ai legumi fino ai formaggi. In questo caso diamo il nostro contributo al ‘Ristoro etrusco’ all’anfiteatro Bellini (alle ore 20), aperto tutti i giorni da mercoledì fino alla cena etrusca sul Ponte Vecchio che concluderà la manifestazione”. “Per noi è importante stare al fianco di questo evento che vede la partecipazione di molti volontari – ha detto il vicepresidente di Grifo Latte – tra cui parecchi giovani, perché noi puntiamo a veicolare il concetto del mangiar sano e bene nelle nuove generazioni ”.


Presentato a Città della Pieve il libro di Luciano Vagni “Il cielo degli Etruschi”

28 ottobre 2010

Ing. Luciano Vagni, Ing. Giovanni Orlandi, Arch. Franco Anesi

di Francesco La Rosa

Presentato a Città della Pieve nella sala dell’astronomia presso il Centro Congressi dell’Associazione Etica Vivente il libro sugli “Etruschi sotto la Cattedrale” “Il Cielo degli Etruschi”, scritto da Luciano Vagni a seguito degli scavi eseguiti a San Lorenzo per il consolidamento delle fondazioni della Cattedrale di Perugia.

Alla presentazione è seguito un convegno che ha affrontato il tema della corrispondenza, tipica del popolo etrusco, fra il macrocosmo cielo ed il microcosmo sulla terra, in particolare la città di Perugia e le altre città etrusche.

Perugia Cattedrale e p. IV Novembre

Il tema, a prima vista difficile e di chiari riferimenti esoterici è risultato alla luce dei fatti una puntuale corrispondenza geometrica e stellare delle città  del popolo etrusco che, come è noto, era un attento e valente osservatore astronomico e delle costellazioni.

Strada sotto la Cattedrale

Il tema, come era prevedibile,  ha destato la grande curiosità di un pubblico particolarmente attento e qualificato del mondo scientifico ed intellettuale, tanto è vero che sono state numerose le domande che hanno tenuto alto il livello del dibattito che ne è seguito e per certi versi inaspettato.

Si spera che l’eco di queste giornate di  riflessione dia l’opportunità di nuovi incontri magari prima dell’apertura ufficiale al pubblico degli scavi prevista all’inizio del 2011.

L’apertura e la levatura delle menti che hanno partecipato al dibattito ha dato per certa l’ipotesi di corrispondenza che ancora oggi il mondo accademico ufficiale, soprattutto nel settore storico archeologico ha difficoltà ad accettare.

Da registrare la gradita presenza fra il pubblico di Maria Rosi, neo eletta in consiglio regionale che già da tempo segue con particolare interesse ed attenzione i risultati degli scavi e che ha rilevato che la comprensione di certe opere presuppone uno studio interdisciplinare e che non può essere limitato, come interdisciplinare è stata la partecipazione del pubblico costituito da scienziati del mondo umanistico e tecnologico

ETRUSCHI, STUDI E RICERCHE A TARQUINIA E IN ETRURIA

24 settembre 2010

Foto di Giovanni Lattanzi

Simposio internazionale in ricordo di Francesca Romana Serra Ridgway

Tarquinia 24 e 25 settembre 2010,

Sala consiliare  Palazzo di Città

Il Convegno intende onorare la memoria dell’archeologa Francesca Romana Serra Ridgway a due anni dalla prematura scomparsa. La scelta di Tarquinia, come sede dei lavori, è legata alle numerose ricerche e alle importanti pubblicazioni che la studiosa ha dedicato alla metropoli etrusca.

I partecipanti al Convegno, legati da vincoli di personale amicizia e collaborazione con F. R. Serra Ridgway, rappresentano una selezione dei più importanti studiosi di etruscologia a livello internazionale.  Il carattere di internazionalità del Convegno è richiesto non solo dalle ampie relazioni della studiosa scomparsa, ma soprattutto dal ruolo di raccordo costante tra l’ambiente degli archeologi italiani e il mondo anglosassone, che ella ha svolto attraverso le sue lezioni all’Università di Edinburgo, le sue conferenze e l’attività di acuto recensore, in riviste inglesi e americane, di opere scientifiche pubblicate in Italia. F.R. Serra era moglie dell’illustre archeologo inglese David Ridgway, che fra l’altro, ha legato il suo nome alla grande impresa della pubblicazione della necropoli greca dell’ isola di Ischia.

Perugia, sotto la Cattedrale la Città Etrusca. sala 1

9 giugno 2010


Dal libro di Luciano Vagni Sotto la Cattedrale
raccolta testi e foto di Francesco La Rosa

Le opere di consolidamento per il ripristino di dissesti strutturali hanno portato alla luce in tre delle quattro pareti della stanza, grandi archi di travertino, alcuni dei quali fessurati, che mostrano un mondo nuovo, del tutto diversoda quello soprastante; mentre il locale superiore moatra caratteristiche medioevali e rinascimentali, la parte sottostante richiama quelle romane,e lascia intravedere che un eventuale proseguimento verso il basso può mettere alla luce elementi architettonici ancora più antichi. In mezzo alla sala sono stati rinvenuti due interessanti plinti eseguiti con conci di travertino semicircolari, messi a secco, ai quali è stata fatta una sottofondazione per lasciarli in situ nella stessa posizione dove si trovavano, nella funzione svolta,in passato,di sostegno a eventuali pilastri.

Perugia, i Tesori Etruschi sotto la Cattedrale di San Lorenzo

2 giugno 2010

Piazza IV Novembre

Raccolta testi e foto a cura di Francesco La Rosa

I lavori di consolidamento effettuati nella Cattedrale di San Lorenzo a Perugia, e nei locali vicini, iniziati nel 1986 hanno riportato alla luce uno scenario sorprendente che il protagonista e direttore dei lavori ing. Luciano Vagni ha voluto descrivere nel libro “Sotto la Cattedrale”.
L’autore riporta le fasi progettuali ed esecutive degli interventi, i ritrovamenti della Perugia Etrusca, di quella Romana e di quella Bizantino-romanica; le ipotesi sollevate e le considerazioni lasciano intendere che quanto emerso consentirà di colmare molti vuoti presenti nella storia della città di Perugia, ma anche relativamente alla civiltà degli Etruschi e alla difesa della civiltà romana dopo la caduta dell’Impero Romano.
Laddove si trova il chiostro superiore della Cattedrale di San Lorenzo si trovava un grandioso santuario etrusco, che si estendeva fin sotto l’abside dell’attuale con il suo tempio. A valle del santuario, completamente svincolata urbanisticamente dall’imponente sua mole, una strada etrusca della larghezza di 3,90 metri, ritrovata perfettamente integra poiché rinterrata nella fase di risistemazione urbanistica effettuata dal dominio di Roma repubblicana, costituisce l’elemento di maggiore rilievo di tutto il complesso. Sulla base del modello celeste seguito dagli etruschi per la costruzione della città l’autore determina la posizione delle porte, dei templi, delle postierle dei morti, riscontrando peraltro strane coincidenze geometriche che indicano una straordinaria conoscenza, da parte dei fondatori della città, sia della geometria che della sua applicazione agrimensoria, la gromatica.
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“Credo che sia doveroso chiarire perché un ingegnere si trova coinvolto in un imponente scavo archeologico, e poi perché ha deciso di scriverne le memorie. Il coinvolgimento nell’impresa, il desiderio di dedicarsi ad essa ha inizio da due importanti incontri della mia vita, quello con l’Ing. Sisto Mastrodicasa e quello con l’Ing. Cesare Alimenti: si tratta di due personaggi ormai scomparsi da tempo, che hanno avuto prima di me un rapporto professionale significativo con la Cattedrale di San Lorenzo e con il Capitolo della Cattedrale. Questi due tecnici competenti e prestigiosi hanno dedicato molte energie al complesso monumentale della cattedrale, il primo nelle vesti di ingegnere esperto strutturale, che negli anni ’50 fece un efficace intervento di consolidamento sulla porzione del complesso che si affaccia su via delle cantine, il secondo, che aiutò per anni il Capitolo a districarsi in numerosi interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e che, di fronte a problematiche strutturali richiese l’intervento del sottoscritto, cosi come accadeva in quei tempi nei quali nessun ingegnere osava avventurarsi nei settori dell’ingegneria che non praticava usualmente.
Il desiderio di scrivere non credo derivi da ambizione, o meglio l’ambizione non è tale da superare la pigrizia che ha sempre spinto il sottoscritto alla ricerca dell’essenziale e mai qualcosa in più che magari ti può portare al successo o alla notorietà; pigrizia che però non riesce a superare la gioia intima e intensa di collegare una scoperta, fosse anche di un semplice ritrovamento di una pietra, ad un evento storico, di riportare alla luce luoghi dove per migliaia di anni gli uomini hanno lavorato, combattuto, pregato, e sono morti, conoscendoli attraverso le loro opere, i loro pensieri, le loro intuizioni e le testimonianze che ci hanno lasciato. (…)
Ing. Luciano Vagni

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Nota di redazione: Nei prossimi giorni pubblicheremo tutto il percorso archeologico sotto la Cattedrale, costituito da otto sale e completo di foto, testi e curiosità..

La scultura Etrusca

18 novembre 2009

di Marianna Gallinella

Sulla provenienza degli etruschi, la cui presenza  è egemone nell’Italia centrale tra il X ed il III Sec. a. C., si sono molto affaticati gli studiosi senza giungere ad una conclusione certa. Le ipotesi formulate su quella origine sono in sostanza tre. Alcuni vogliono gli Etruschi venuti dall’Oriente per via marittima, altri discendenti di gruppi abitanti l’Italia prima dell’invasione indoeuropea (matrice delle varie popolazioni della penisola); altri ancora calati dal nord delle alpi Retiche. Nessuna però ha fondamenti tali da renderla vincente. Si sa per certo, comunque, che tra tutti i popoli italici (lidi, tirreni, tusci, raseni), quello etrusco raggiunse il più alto grado di civiltà. Se ne ha una chiara testimonianza nel musei archeologici delle città toscane e laziali, (Chiusi, Cerveteri, Tarquinia, Firenze) dove le prima sculture etrusche risalgono addirittura all’VIII sec. a.C. . si tratta di opere ancora rozze, in cui le figure modellate in argilla oppure fuse in bronzo, sono rappresentate in forme piuttosto rigide e schematiche.

A cominciare dal VII sec. a. C., quando gli etruschi vennero in contatto con l’arte greca, la loro scultura fece dei notevoli progressi. Pur ispirandosi a quella greca, con l’introduzione in Etruria della concezione greca dell’Ade (regno sotterraneo ed oscuro dei morti, abitato da demoni paurosi) l’arte etrusca non perse la sua originalità e rivela chiaramente un aspetto fondamentale della civiltà di quel popolo: il grande culto funerario, nel cui ambito curarono in modo particolare le tombe con urne, canopi, sarcofaghi di pietra, cippi, sfingi e stele. Se ne differenziava soprattutto perché non mirava a renderne fedelmente la realtà plastica delle forme naturali, né a rappresentare “tipi”, ma deformava liberamente strutture e particolari per raggiungere una maggiore intensità espressiva e puntava all’individualità ispirandosi alla realtà contingente.

Era un’arte più ingenua e primitiva, non colta e raffinata come quella ellenica, ma proprio per questo più affine alla semplicità rude e pratica dei Romani.

L’agro chiusino, che comprendeva i territori della Val di Chiana e della Val d’Orcia, fungeva da raccordo tra il corso del Tevere e quello dell’Arno, metteva in comunicazione le regioni interne dell’Etruria meridionale con quella settentrionale ed infine era collegato al mare.

Tale territorio, abitato fin dalla preistoria, ebbe un notevole sviluppo intorno al VII sec. a. C., a causa dello sfruttamento decentrato delle risorse agricole.

Ciò portò alla formazione di una serie di insediamenti minori documentati prevalentemente da necropoli, di cui troviamo testimonianze nel Museo Archeologico di Chiusi, e nei musei civici di Chianciano Terme e Sartiano.

 

Agrifoglio(Ilex aquifolium)Fam. Aquifoliacee

17 novembre 2009

 

di Loriana Mari

Caratteristiche: albero a chioma stretta e conica, presenta ramificazioni regolari da giovane che diventano disordinate con l’età, può raggiungere i 20 m di altezza. Le foglie sono lucide, lucenti persistenti in inverno, lunghe fino a 10 cm con apice e margini spinosi. I frutti sono bacche rosse larghe e polpose, molto appetite dagli uccelli ma velenose per l’uomo.

Habitat: originario dell’Asia Occ. e dell’Europa vive nei boschi foggio e di quercia. L’agrifoglio è una specie spontanea dell’Europa centroccidentale con un vasto areale che va dalle coste atlantiche e mediterranee alle regioni costiere dell’Asia Minore. Si trova preferibilmente nelle regioni con clima oceanico, caratterizzate da piovosità accentuata, limitata siccità estiva ed escursione termica moderata, dove cresce in boschi umidi di latifoglie, con preferenza per i terreni acidi. In passato si trovava spesso associato al tasso (Taxus baccata) a costituire una fascia quasi continua sulle Alpi e sull’Appennino al limite della faggeta. Ora l’agrifoglio si concentra nei boschi medio montani delle nostre regioni centromeridionali e nelle isole, specialmente in querceti, boschi misti di leccio e caducifoglie e faggete. Ha tronco diritto rivestito da corteccia verde-bruno scura. I fiori unisessuali, cioè solo maschili o solo femminili, sono portati da piante separate: l’agrifoglio è dunque una specie dioica e solo le piante femminili portano le drupe. E’ una pianta molto apprezzata per la sua eleganza e gli splendidi colori tanto che la raccolta eccessiva a scopo ornamentale sta mettendo in serio pericolo la specie. La fioritura avviene a  maggio-giugno e la fruttificazione in agosto-settembre.

Storia, mito, magia: Il nome latino della pianta, Ilex aquifolium (famiglia Aquifoliaceae), deriva da acrifolium: acer=acuto e folium=foglia, in riferimento alle foglie spinose. Come i rametti di pungitopo (Ruscus aculeatus), anche quelli di agrifoglio venivano posti sulle corde alle quali si appendeva la carne salata, per proteggerla dai topi: di qui il nome comune di “pungitopo maggiore”.

L’Agrifoglio è un albero dalla simbologia maschile, legato all’amore fraterno e alla paternità. Era considerato, insieme all’Edera e al Vischio, un potente simbolo di vita, per le sue foglie annuali e i suoi frutti invernali. Nelle quotidianità celtica si pensava che l’Agrifoglio fosse di aiuto e sostegno in ogni sorte di battaglia spirituale.

Una volta tanto Celti, Latini, Greci ed Etruschi si ritrovano perfettamente d’accordo: l’agrifoglio protegge dal male e garantisce fecondità e continuità della vita. In parte è un presagio ricavato facilmente dalle foglie spinose e coriacee e dai frutti rossi che maturano nel cuore dell’inverno, per cui è sempre stato al centro delle feste invernali appunto, dai Saturnali romani al Natale cristiano. Gli Etruschi però, come sempre, erano più precisi e la consideravano una pianta potente e pericolosa, vera e propria protagonista del bosco di confine della città, la famosa zona sacra che si stendeva tra le mura e l’abitato propriamente detto, ma per nessun motivo coltivata all’interno dei giardini domestici, forse anche perché i suoi frutti son velenosi per l’uomo anche se  costituiscono un vero e proprio cibo invernale per gli uccelli. L’Agrifoglio è simbolo di paternità e amore fraterno ed è sempre stato considerato simbolo di vita. Il suo legno veniva usato per costruire ottime lance facilmente bilanciabili nelle mani di un guerriero e precise nella direzione in cui venivano scagliate. Contornate da cristalli di brina, le pungenti foglie dell’agrifoglio non hanno perduto il loro verde scuro e lucidissimo, e le bacche scarlatte fanno capolino nel diffuso biancore, trasmettendo calore, vitalità e allegria. Queste particolarità hanno fatto di questo splendido albero un simbolo del Solstizio d’Inverno, un inno alla rinascita imminente del Sole caldo e luminoso, un augurio di gioia e buona fortuna per l’anno che deve venire. Le sue bacche soprattutto, anticamente erano viste come piccole eco del grande astro di cui si attendeva trepidanti il ritorno. Per questo, qualche giorno prima del Solstizio si usava regalare dei rametti di agrifoglio alle persone amate: essi rappresentavano l’immortalità, la sopravvivenza oltre la morte apparente, e avrebbero portato una piccola luce nel buio e un po’ di calore nel gelo, insieme alla fortuna che proviene dai regni della natura sottili. I druidi appendevano rami di agrifoglio nelle loro abitazioni per onorare con amore gli spiriti della foresta, e dopo di loro questa usanza continuò ad essere rispettata, con l’intento di allontanare sortilegi e fulmini, di propiziare la fertilità degli animali e della terra, e soprattutto la protezione dalle presenze malevole e dalla sfortuna. Le spine appuntite delle sue foglie, infatti, mostrano senza alcun dubbio la sua funzione di difesa naturale, di combattività verso ciò che è pericoloso o ostile, di reazione attiva agli stati d’essere negativi. I fiorellini bianchi dell’agrifoglio, appesi alla maniglia della porta di casa, si credeva ostacolassero l’entrata di persone o entità dannose, e questa forza magica si pensava fosse ancora più forte e potente se la porta stessa fosse stata costruita con il suo legno duro e resistente. Soprattutto durante le feste del Solstizio e del Natale una simile protezione sarebbe stata auspicabile, dato che in tal periodo i folletti del bosco si sbizzarriscono e sono molto più dispettosi del solito e si sbizzarriscono con i loro scherzi e le loro malefatte. Un’altra proprietà magica dell’agrifoglio era quella di ammansire gli animali selvatici e imbizzarriti, nonché quella di rendere più dolce e sopportabile il gelo dell’inverno, proprio come un piccolo Sole che agiva in modi misteriosi, forse scaldando e rallegrando l’anima più che il corpo.
Come albero simbolo del Solstizio d’Inverno, l’agrifoglio è anche legato alla parte calante dell’anno, quella che dal momento di maggior splendore del Sole porta al momento più buio e freddo. Esso rappresenta il Vecchio dell’anno passato, il Re Agrifoglio dalla lunga barba bianca e dal sorriso radioso che porta i suoi regali a chi ha conservato in sé uno spirito bambino. Egli, che a seconda delle tradizioni assume nomi diversi, non è altri che il dolce e caro Babbo Natale, che proprio per non dimenticare le sue antichissime origini, ancora oggi porta tradizionalmente un rametto di agrifoglio sul berretto. In Irlanda, se si ricevevano rami d’agrifoglio prima del Solstizio, questi venivano spazzati fuori subito dopo il Solstizio stesso, poiché non era di buon auspicio conservare le cose dell’anno vecchio, ed inoltre in tal modo si spazzava via tutto ciò che apparteneva al passato, potendo poi cominciare un nuovo ciclo più leggeri e con lo sguardo rivolto non indietro, ma avanti a se. Come accennato, l’agrifoglio era connesso anche alla Fortuna che poteva pervenire dai regni sottili. Questa sua magica caratteristica compare in una delle antiche leggende irlandesi appartenente al Ciclo di Finn Mc Cumhail, nella quale si racconta che le tre figlie di Conanan possedevano tre fusi costruiti con il suo legno. Su di essi le tre Donne avevano posto matasse di filo fatato ed avevano filato la sorte di Finn e dei suoi guerrieri, provocando il loro imprigionamento e forse, con esso, una delle prove che essi avrebbero dovuto superare.
In questo senso, l’agrifoglio risulta essere vicino alle sacre Filatrici del Destino, nonché loro stesso strumento per determinare la sorte degli uomini posti sotto la loro protezione.
Sempre tra i celti, con il legno dell’agrifoglio si costruivano le lance e gli scudi dei guerrieri. Anche in questo caso appaiono chiaramente le funzioni di attacco alle forze ostili e, al contempo, difesa da esse, esercitate dalla pianta e probabilmente resi ancor più potenti ed efficaci dai suoi influssi sottili.

Anche i neonati potevano essere protetti da questo magico arbusto; per questo venivano spruzzati con l’Acqua di Agrifoglio, preparata come infuso delle foglie oppure come distillato.
Infine, pare che un antico incantesimo usasse l’agrifoglio per attirare i desideri del cuore. Se ne dovevano raccogliere nove foglie da una pianta non troppo spinosa, dopo la mezzanotte di un venerdì, nel più completo silenzio. Le foglie dovevano essere avvolte in un panno bianco, alle cui due estremità si dovevano fare nove nodi. Il sacchettino andava quindi riposto sotto al cuscino e ciò che si sarebbe intensamente desiderato, poggiandovi sopra la testa, si sarebbe presto avverato.

Nel Medioevo era associato al diavolo, per via delle foglie spinose, ma in ogni altro periodo e presso ogni popolo è sempre stato amato da tutti, perché le allegre bacche colorano i boschi in pieno inverno. Già per i Celti l’agrifoglio era una pianta sacra, ma in Italia la tradizione di usare l’agrifoglio a scopo augurale è arrivata grazie ai Romani che, conquistata la Bretagna, scoprirono che i sacerdoti celti usavano la pianta per proteggere le persone dai disagi dell’inverno e per ammansire gli animali; i Romani iniziarono a donarne i rami agli sposi novelli, come augurio e, durante i Saturnali, ne tenevano ramoscelli come talismani, e li piantavano vicino alle case per tener lontani i folletti che, secondo la tradizione, amavano architettare molti scherzi in questo periodo, ne decoravano la casa nel periodo dei Saturnali. L’agrifoglio era la pianta sacra di Saturno e veniva usato durante i Saturnalia per rendere onore al dio. I romani erano soliti fare delle ghirlande di agrifoglio per decorare le statue di Saturno. Secoli dopo, in Dicembre i primi cristiani iniziarono a celebrare la nascita di Gesù. Per evitare persecuzioni continuarono ad ornare le loro case con l’agrifoglio durante i Saturnalia. Una leggenda racconta di un piccolo orfanello che viveva con alcuni pastori quando gli angeli araldi apparvero annunciando la lieta novella della nascita di Cristo. Il bambino si mise in cammino verso Betlemme con gli altri pastori e sulla via intrecciò una corona di rami da portare in dono a Gesù Bambino. Ma quando pose la corona davanti al Bambinello gli sembrò così indegna che si vergognò del suo dono e si mise a piangere. Allora Gesù Bambino toccò la corona e le sue foglie brillarono di un verde intenso e trasformò le lacrime dell’orfanello in splendide bacche rosse. Con l’avvento del Cristianesimo l’Agrifoglio divenne l’Albero Santo a rappresentare la Croce di Spine.

Piccole perle:

In caso di allergie consultare sempre il medico e assumere sempre sotto il controllo del medfico.

infuso per contrastare l’influenza: mettere 1 o 2 cucchiaini di foglie d’agrifoglio fresche, spezzettate, in una tazza d’acqua, lasciando riposare per una notte. La mattina seguente far bollire brevemente il composto, zuccherare, preferibilmente con del miele, e bere durante la giornata, anche due tazze al giorno.

Vino d’agrifoglio contro la febbre: far macerare 25 grammi di foglie fresche, pestate nel mortaio, in mezzo bicchiere di alcool a 60° per una settimana. Aggiungere poi una tazza di vino bianco e lasciar riposare ancora per una settimana, al termine della quale il preparato andrà filtrato. Assumere due cucchiai di vino d’agrifoglio per tre volte al giorno.
Vino d’agrifoglio per calmare la diarrea: in un litro di vino rosso bollente mettere 30 grammi di foglie fresche d’agrifoglio, facendo bollire il tutto per circa 10 minuti. Assumere durante la giornata, in cucchiai da tavola, senza però mai superare i 70 grammi.
Decotto per combattere la bronchite: bollire a fuoco basso 30 grammi di foglie d’agrifoglio essiccate in un litro d’acqua, per 10 minuti. Sciogliere del miele, far raffreddare e bere due tazze al giorno.

 

Il significato occulto dei simboli – Svastika

13 novembre 2009

svastika

di Rossella Cau – studiosa di scienze esoteriche

Gli archetipi divini, cosmici e le forme pensiero umane impressionano la mente che, a seconda della sua chiarezza e lucidità, riflette nel cervello immagini più o meno fedeli all’originale.

Svastika, emblema adottato dalla Germania Nazista che, nella nostra memoria, sventola ancora sulle innumerevoli bandiere nelle piazze gremite di gente affascinata ed osannante il Fuhrer, in preda a quella che Jung, in “La lotta con l’ombra” (1946), individuò come psicosi di massa:  Quando si verifica che tali simboli – mitologici collettivi che esprimono primitività e violenza- facciano la loro comparsa in un gran numero di individui, senza però venire da loro compresi, capita che incomincino ad attrarli insieme, quasi in virtù di una forza magnetica, ed ecco formarsi una massa. Un capo sarà poi trovato nell’individuo che dimostri la minor resistenza, il più ridotto senso di responsabilità, la più forte volontà di potenza. Questo scatenerà tutte le energie pronte ad esplodere e la massa seguirà con la forza inarrestabile di una valanga.- L’uso di questo simbolo esoterico come emblema della Germania Nazista è basato su teorizzazioni di vari studiosi occultisti che,  partendo dagli studi teosofici della Blavatsky ne manipolarono gli insegnamenti per raggiungere l’ideale di una unione politica di tutti i popoli di razza ariana cioè il Pangermanesimo, perpetrando una dominazione e conseguente estirpazione delle razze inferiori che ne avevano corrotto l’antica integrità. Secondo queste teorie, infatti, le forze cosmiche non possono vitalizzare corpi il cui sangue sia impuro e così attraverso la purezza razziale riconquistata, anche attraverso gli esperimenti scientifici, si sarebbe dovuta ottenere l’illuminazione collettiva espressa dal potere politico e spirituale di tutto un popolo.  Il mito di Wotan- Odino, l’antico Dio germanico guerriero e rivelatore di scienza ermetica fu la Guida ideale alla purificazione attraverso il sacrificio di sangue versato in guerra. All’interno del corpo militare delle SS, si sviluppò a questo scopo l’Ordine Nero, comandato da Himmler, setta iniziatica che usava metodi occulti per il controllo della volontà e delle coscienze. L’aspirante studiava il catechismo delle SS  e ne assimilava i precetti, tra cui il ruolo messianico di Hitler, salvatore e rigeneratore del popolo germanico, colui che avrebbe trasformato l’uomo di razza ariana pura in uomo-dio.

In contrapposizione  alle deviate teorie occulte del nazismo troviamo che il significato della parola sanscrita Svastika è conduttivo al benessere. E’ infatti uno dei simboli solari più diffusi e antichi. Appartiene a moltissime culture. Lo troviamo presso i popoli Maya,  Mongoli,  Mesopotamici,  Greci, Etruschi, Celti, Indiani d’America e in India. Alcuni studiosi ne attribuiscono la derivazione addirittura ad Atlantide. Il disegno della Svastika rappresenta il vortice della creazione che si espande da un punto centrale verso l’esterno, con rotazione destrorsa, mentre con rotazione sinistrorsa indica il ritorno all’origine, la distruzione delle forme, il Kali Yuga. Essa simboleggia  la Ruota di vita con i suoi cicli universali, le sue correnti di energia. Sintetizza in sé il segno della Croce, soprattutto quella Greca, con i bracci uguali, che rappresenta l’equilibrio tra le forze materiali e quelle spirituali, e il segno della   Spirale che nel suo significare involuzione ed evoluzione cosmica indica il cammino verso la coscienza ed il ritorno della Materia allo Spirito, del Figlio al Padre. In quest’accezione è stata a lungo considerata emblema del Cristo. Il simbolo della Svastika  in relazione alla Ruota della Legge – Dharmachakra -, che gira intorno al suo centro immobile, è anche un emblema del Buddha. Talvolta nel suo centro compare Agni, il Fuoco.

Nel simbolismo massonico, il centro della svastika raffigura la Stella Polare e i quattro gamma, cioè i bracci rotanti, che la costituiscono, le quattro posizioni cardinali dell’Orsa Maggiore, le quali sono messe in relazione con i quattro punti cardinali e le quattro stagioni. In Cina, la Svastika  è il segno del numero diecimila, che è la totalità degli esseri e della manifestazione. Una forma secondaria ma di simbologia non meno interessante è la Svastica Clavigera degli stemmi papali, che indica il potere di legare e di sciogliere in terra e in cielo conferito da Cristo a San Pietro. L’asse verticale corrisponde alla funzione sacerdotale e ai solstizi, l’asse orizzontale alla funzione regale e agli equinozi.

 

 

 

I CELTI E L’UMBRIA

11 ottobre 2009
croce celtica

croce celtica


di Diego Antolini

Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.

I Celti, popolazione di origine indoeuropea dal passato ancora in buona parte oscuro,  si sarebbero formati come popolo all’incirca nel 600 a.C. nel bacino dell’Europa centrale (tra il basso Rodano e l’Alto Danubio). Di cultura nomade, essi furono protagonisti di varie e importanti ondate migratorie che li portarono a colonizzare l’Europa, venendo a contatto con le genti che allora popolavano il continente (Sciiti, Kurgan, Greci, Etruschi, popoli del Nord). Da tale incontro i Celti mutuarono alcune usanze, come la costruzione di tumuli funerari e la venerazione per il cavallo. I Romani, dalle cui fonti abbiamo la maggior parte di notizie riguardanti questo popolo misterioso, narrano di gente guerriera e barbara, che conservava le teste dei nemici a protezione della casa e praticava sacrifici umani e cannibalismo.

Sarebbe tuttavia riduttivo dipingere un’immagine dei Celti così limitata e crudele, se pensiamo alla loro struttura sociale, stratificata in tre livelli di base: il druido (sacerdote), il cavaliere (uomo di potere economico e militare) e il popolo. Il trittico sacro era abilmente intrecciato nel tessuto sociale, con il Druido come “tramite” tra la natura e l’uomo, il guerriero come condottiero in battaglia e il popolo come piattaforma sociologica familiare. Se è vero infatti che i Druidi, erano l’apice della piramide sociale, la famiglia, riunita in clan, ne rappresentava le fondamenta. Da qui il perfetto equilibrio trifunzionale di questa cultura.

Dal punto di vista militare i Celti possedevano grandi abilità, che permisero loro di espandersi praticamente su tutto il continente europeo, dalla Spagna alla Boemia, dalle Isole Britanniche al Mediterraneo.

La religione, che risente moltissimo dell’origine indoeuropea del ceppo originario celtico, contemplava la reincarnazione, la rigenerazione dell’anima e la resurrezione; il culto della natura e il contatto con il cosmo era la matrice mistica fondamentale. Del pantheon celtico va menzionato il trittico Teutate (dio molto potente che veniva placato con sacrifici umani), Eso (anch’esso dio sanguinario, simboleggiato dal Toro) e Tarani (dio della guerra). In seguito il dio Lugh prese il potere su tutti.

Anche l’Italia ha conosciuto l’influenza celtica. In Umbria questo è ravvisabile anzitutto nel nome di alcune divinità locali antichissime, come il Dio Penn, o Pennin.

Penn significa “cima”, ma alcuni storici romani ne parlano come di una misteriosa divinità femminile. La Dea Pennina venne in seguito sostituita da un nuovo culto maschile, quello di Giove, poi detto Pennino.
L’Umbria sarebbe una delle regioni italiane che presentano più connessioni con il “Popolo della Quercia”, come dimostrano le molte similitudini tra il dialetto umbro e la lingua celtica (ancora oggi conservata intatta grazie alla diffusione del gaelico in Irlanda, in Galles e in Scozia).

Ad esempio l’articolo “il” si dice “Lu” in gaelico, ma anche nel dialetto ternano. Come Asun è Asino, Mul è Mulo e Gapr è la Capra per entrambi gli idiomi.

Il professor Farinacci fondò anni fa un’associazione (nel ternano) con lo scopo di dimostrare l’origine celtica delle popolazioni e delle tradizioni umbre. Questa sua tesi è accompagnata da moltissimi indizi: a Monte Spergolate (Stroncone) si trova un tempio dedicato al Sole; a Torre Alta c’è un osservatorio astronomico ancestrale, formato da una roccia–menhir con la cima scavata, a formare una vaschetta quadrata riempita d’acqua. Le costellazioni si specchiavano nella vasca e indicavano nei vari periodi dell’anno solstizi ed equinozi con precisione matematica; a Cesi vi sarebbe la “Pietra Runica di Cesi”, una pietra che presenta simboli runici e che, secondo Farinacci, sarebbero attributivi del “culto fallico”, rituale presente anche a Carsulae.
Qui vi sarebbero tracce del “Culto del Priapos”, antico rito della fertilità legato al Sole che con i suoi raggi mutati in pietra penetrava la Madre Terra e la rendeva fertile.

La conferma dell’esistenza di tali riti nella zona si troverebbe nella presenza di simboli sotto il Menhir, che rappresenterebbero segni zodiacali e il “Fiore della Vita”, simbolo di fertilità, orientato ad Est, verso il Sole (elemento maschile) che tramite il “Priapos” rende fertile la terra (elemento femminile).
Il santuario del culto fallico si sarebbe trovato al posto dell’attuale Chiesa di San Damiano; lì gli iniziati venivano portati per il sacrificio rituale.
Altri indizi a sostegno della tesi dell’influenza celtica in Umbria sono il mosaico con le croci uncinate (o svastiche) e il nodo gordiano, che un tempo dovevano ornare il Santuario del Culto Fallico (oggi il mosaico è conservato al Museo Civico di Spoleto). Nel mosaico è rappresentato un uomo che porta un bastone con una scacchiera in equilibrio e orina. L’immagine descrive forse un Druido nell’atto di preparare la magica “Acqua Santa”, che utilizzava una miscela di orina e acqua. La scacchiera potrebbe rappresentare l’unione delle tribù celtiche sotto il comando di Carsulae.

Presso questo luogo mistico vi sarebbe inoltre l’ingresso del Regno dei Morti, o la Porta di Saman (oggi Arco di San Damiano).

Sulla cultura celtica si protendono ancora molte ombre di carattere mistico ed esoterico, relative soprattutto al ruolo effettivo dei druidi e a quello della donna, la quale era considerata un “veicolo” spirituale e medianico importantissimo. Il principio femminile è stato in seguito interamente sostituito dal predominante maschile della cultura romana, e questo rende molto difficile il lavoro di chi tenta di riportare alla luce i segreti di un popolo che, attraverso i millenni, è capace ancora di suscitare fascino e mistero.