Posts Tagged ‘fisco’

OTTO MILIONI DI ITALIANI SCONOSCIUTI AL FISCO. “E’ ORA DI ABBASSARE LA TASSAZIONE PER FAR SI’ CHE PAGHINO TUTTI”

11 aprile 2015

tracLA DICHIARAZIONE DEL CANDIDATO AL CONSIGLIO REGIONALE DELL’UMBRIA PER FORZA ITALIA, ALDO TRACCHEGIANI

“La prima cosa da fare? Quella della equazione liberale per la crescita: meno tasse sulle famiglie, meno tasse sulle imprese, meno tasse sul lavoro. Uguale a: più consumi, più produzione, più posti di lavoro. Naturalmente, perché tutto questo funzioni, occorre che il calo delle tasse sia reale, (more…)

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EQUITALIA: ARRIVA IL REGISTRO DELLE ”SPESE GIORNALIERE”, OBBLIGATORIO PER TUTTI

29 dicembre 2013

Nella legge di stabilità sembra che non ci sia traccia di questa norma, quindi sarebbe da considerare a tutti gli effetti una sana invenzione. però con il permesso dei lettori la lascio come fatto di cronaca che ha girato molto in internet. F.L.R.

E’ passato stamane l’emendamento del Governo che, su  sollecitazione dell’EU, prevede, per tutti i nuclei  familiari o singoli contribuenti, (more…)

PROVE TECNICHE DI STATO DI POLIZIA?

10 aprile 2012

Da qualche tempo, più o meno da quando in Italia è iniziata l’Era del serenissimo governo tecnico, il rapporto fra Stato e contribuenti è bruscamente cambiato. Non si tratta tanto di sostanza: da sempre ogni stato esige dai suoi sudditi una certa quantità di gabelle, lo stato inseguendo e i sudditi, senza troppo entusiasmo, aprendo la borsa. Ciò che è mutato è, piuttosto, il clima, l’atteggiamento, l’atmosfera. Insomma: tira un’aria strana, a metà strada fra l’incitamento alla delazione e lo scatenamento di uno stato di polizia. Vale sempre la pena, quando si tocca il tasto delle tasse, precisare che qui nessuno vuole tessere l’elogio dell’evasore, né mettere in cattiva luce chi, per dovere e mestiere, ha il compito ingrato di rastrellare le imposte e scovare i furbetti. Il punto è un altro: ed è che questa escalation di operazioni della Guardia di finanza, questi blitz quotidiani, questa colpevolizzazione a targhe alterne delle categorie in blocco (una volta i ristoratori, un’altra i frequentatori di alberghi di lusso, ma solo a Cortina, e così via); questa concatenazione di fenomeni essenzialmente mediatici fa pensare. E mette un po’ i brividi. In fondo, si sta preparando il terreno a un capovolgimento giuridico e morale, che si chiama presunzione di colpevolezza. E’ come se si stesse costruendo giorno per giorno uno scenario nel quale il cittadino è, a priori, evasore; potrà casomai, provare lui, a suo carico, di essere invece un onesto pagatore delle imposte. A parte il fatto che c’è una tassazione – quella indiretta – alla quale nessuno può sottrarsi nello stesso momento in cui consuma un certo bene. Ma il punto dolente è un altro: e cioè che questa inversione dell’onere della prova è gravissima, e non è degna di una civiltà giuridica gloriosa come la nostra. C’è un garantismo penale che più o meno tutti ammettono: nessun cittadino è colpevole fino a quando non è stato condannato con una sentenza passata in giudicato. Questo significa che l’imputato, sbattuto in prima pagina, passato ai raggi x a Porta a Porta, magari con lo sguardo lombrosianamente tipico del delinquente nato; tale imputato è, fino alla sentenza di terzo grado, innocente. Ora, qui ci vorrebbe che qualcuno rispolverasse un analogo, a fortiori ancor più ragionevole, garantismo fiscale. Un garantismo che permettesse di riconoscere che ogni cittadino non è un evasore fiscale fino a prova contraria. E che non basta appartenere a una certa categoria, o frequentare un certo luogo, o guidare una certa macchina, per essere subito classificato come farabutto. Questa immagine di un potere costituito che incombe arcigno e fruga nelle nostre tasche è orribile, e fa pensare che Max Weber avesse ragione quando definì lo Stato, fra lo sconcerto generale dei suoi studenti, “un gelido mostro”. Anche perché questa forma mentis è funzionale a dimenticarsi una verità elementare: e cioè che lo stato esiste in funzione della società civile, in funzione dell’uomo, in funzione del bene comune. Non il contrario. Non vorremmo che si preparasse sotto i nostri occhi una statolatria che, francamente, pensavamo di aver rottamato con Marx e tutti i suoi nipotini. Magari “tecnica”, magari benedetta dai liberali del Corriere della Sera, ma sempre di statolatria si tratterebbe.

Mario Palmaro

 

Niente Stato e poco Mercato, alla faccia nostra

15 marzo 2012

di Ciuenlai

La “controriforma” del mercato del lavoro, non sancisce solo la fine dell’art.18, ma certifica la chiusura del cerchio e del progetto degli impiegati Goldman Sachs, meglio noti come Governo tecnico. E la chiusura del cerchio è la fine dell’intervento dello stato per migliorare la condizione di chi lavora. Facciamo un piccolo riassunto :

1) Pensioni – Si passa al contributivo. Cioè si avrà un assegno sulla base di quello che si è versato, Non c’è bisogno dell’Inps, può farlo qualsiasi assicurazione privata;

2) Sanità – Aumentano a dismisura ticket e intramoenia, si allungano i tempi di risposta del servizio pubblico. Se si vogliono cure adeguate e tempestive bisogna rivolgersi al privato. Ogni riferimento alle assicurazione di stampo americano è puramente casuale;

3) Trasporti – Fondi per le frecce rosse, dismissioni e “carri merci” per i pendolari. Servizi di Tpl sempre più scarsi nelle città con costi parificati ai ricavi. Il passaggio a gestori privati è solo questione di tempo;

4) Lavoro – Sussidi brevi e bassi, in gran parte pagati da aziende e lavoratori. Il lavoro diventa solo merce;

5) Fisco – Spostamento del peso sulla tassazione indiretta , quella che pagano tutti nella stessa misura, quella che fa salire i prezzi il cui aumento è superiore agli incrementi delle buste paga. Questo del fisco è il primo passo per eliminare le “trattenute” dalla busta paga. Ciò vuol dire niente Inps, niente servizio sanitario nazionale ecc. Chi vuole può investire una parte del suo stipendio in assicurazioni private per pensione e protezione sociale, che, per chi ha retribuzioni basse (cioè la maggioranza) saranno adeguate “alle prestazioni minime”. Non sarà uno scandalo sentirsi dire, come a John Q, “questo trapianto non possiamo farglielo la sua assicurazione non lo prevede”. In cambio il “liberismo” dovrebbe promettere più mercato. Una volta, adesso del mercato reale non gliene frega più un tubo. Guardate il decreto sulle finte liberalizzazioni, che ha lasciato il mondo com’era.

I Goldmen Sachs si interessano solo di risanamenti finanziari. E su quello sono già a buon punto. Guardate come festeggiano le borse e i famosi Mercati. Festeggiano alla faccia nostra!!!

P.S. – SPIEGATEMI PERCHE’ BERSANI E LA CGIL UN GIORNO MINACCIANO SFRACELLI E QUELLO DOPO, PUR NON ESSENDO CAMBIATO NIENTE, SI METTONO A 90 GRADI SENZA FARE DOMANDE?

Fisco e ministri, siamo tutti guardoni?

2 marzo 2012

Ora che i redditi dei ministri sono stati pubblicati cerchiamo di capire la differenza che passa fra la trasparenza e il guardonismo fiscale. Posto che quello praticato in Italia è un esercizio che rientra nella seconda categoria: si compongono le liste, si stilano le classifiche, si sbircia per sapere quanto è ricco questo o quello. Funziona così per i ministri, come per i parlamentari. Ma, appunto, non funziona. Non serve a niente. Mero esercizio d’inutile curiosità. Espletato il compito ci si sente più leggeri, si proclama l’avvento dell’onesta visibilità, s’inneggia ai nuovi costumi. Invece non è cambiato un bel niente. Prendete le dichiarazioni diramate ieri: ce ne fossero due compitate con il medesimo criterio! Ciascuno mette quello che gli pare: alcuni i redditi dell’anno scorso, altri quelli di quello in corso, altri del prossimo. Che ci si fa, con roba simile? E la responsabilità dell’inconcludenza non è di questi ministri, cui, semmai, va riconosciuta la buona volontà. Ma la trasparenza di un Paese non può dipendere dalla buona volontà. C’è un vizio culturale di fondo: si raccontano le storie personali come se il pubblico fosse una giuria penale, si raccolgo i redditi e i patrimoni come se chi li legge dovesse vestire i panni del giudice tributario. Si aggiunge che la ricchezza non è una colpa, laddove dovrebbe essere un merito. Il tutto senza alcuna attenzione a come si dovrebbero aggregare, pubblicare e utilizzare quei dati, quindi senza alcun rispetto per la trasparenza che aiuta la democrazia. Perché è interessante sapere come e di cosa vive chi governa e chi legifera? Perché è rilevante conoscere i suoi interessi e quelli con i quali è giunto in contatto. E’ rilevante sapere se (è un’ipotesi) il nuovo ministro della difesa ha lavorato con chi fabbrica armi, e non perché sia positivo o negativo in sé, ma perché è giusto conoscere il retroterra delle scelte che saranno fatte. Non serve a nulla sapere quanto Tizio ha guadagnato l’anno scorso, ma è interessante sapere come si sono evoluti i suoi redditi negli ultimi dieci anni (perché se l’ultimo la sua ricchezza s’è moltiplicata, o improvvisamente annientata, se ne può ragionare circa gli interessi o i trucchi con i quali si è avvicinato all’incarico pubblico). Anche qui, non perché ci sia qualche cosa di male, ma perché è bene sapere. La funzione di quei dati non è inquisitoria, ma al servizio della pubblica consapevolezza. Il giudizio che compete al cittadino è quello elettorale. Se le persone di cui si pubblicano i redditi non si sono mai candidate o non intendono farlo, a che scopo gira l’informazione? E’ evidente che se c’è qualche cosa di sospetto l’accertamento non deve essere fatto al bar, né la democrazia ci guadagna continuando ad alimentare le letterature castali e il diffondersi dei refoli calunniosi. Faccio osservare che gli scandali, o presunti tali, non originano mai da quei dati, ma nascono prima o, comunque, indipendentemente. Ed è bene così (meglio sarebbe non averne, ma è impossibile), perché ciò che si fornisce al pubblico non sono indizi di reato, ma strumenti di conoscenza. Il reddito di un anno e il patrimonio fotografato ad un determinato istante, non è uno strumento di conoscenza. Alimenta il guardonismo, il gusto morboso di spiare la fortuna altrui (talora coltivando l’invidia, quindi la rabbia, talaltra la devota ammirazione, due sentimenti egualmente animali). Se poi, per giunta, i dati sono disomogenei e affidati alla fantasia di ciascuno (mi spiegate come si fa ad accertare la veridicità di un reddito futuro?), allora siamo al gargarismo. Vediamo il lato positivo: si è affermato un costume. Sia reso merito al governo Monti. Adesso, però, si cerchi di dargli un minimo di razionalità e funzionalità. Ho una proposta: chi accetta incarichi pubblici accetta anche la pubblicazione delle proprie dichiarazioni nel quinquennio o decennio precedente, depurate dei dati strettamente personali (esempio: figli a carico). Chi ha da temere, se ne stia a casa.

Davide Giacalone