Posts Tagged ‘helmut’

Modelle, luci, flash… Helmut Newton (in mostra a Roma)

27 marzo 2013

n1

di Amu.Art

Immaginate un set fotografico: modelle, luci, flash. Trasferite tutto quanto in un’altra dimensione. Un luogo di mistero in cui le donne stesse, nelle loro pose ed espressioni, si trasformano in magneti da cui è difficile staccare lo sguardo. È l’erotismo urbano di Helmut Newton, fotografo rivoluzionario del XX secolo.         E’ così che il messaggero annuncia la mostra romana del fotografo Helmut Newton:  “White Women, Sleepless Nights, Big Nudes” Dal 6 marzo fino al 21 aprile al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. (more…)

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ECONOMIA: L’INDIGERIBILE SARKEL

28 ottobre 2011

Alla fine resteremo solo noi a credere d’essere il problema dell’euro, come se gli umori leghisti e i cinque anni che ci dividono dall’entrata a regime del sistema pensionistico su base contributiva siano una specie di grattacapo continentale.  Invece il problema dell’Europa è l’euro, concepito come moneta senza governo e attrezzato per affrontare l’inflazione, laddove se la deve vedere con la stagnazione e la recessione. E dentro l’euro il problema sono i tedeschi, che concepiscono l’Europa come una specie di germanizzazione collettiva.  E dentro la Germania il problema è il governo di Angela Merkel, punito in tutte le elezioni, retto da una coalizione che non regge, sotto scacco della propria corte costituzionale e sconfessato da chi, come Helmut Kohl, vide nell’Europa l’alveo che avrebbe consentito di unificare la Germania, e nell’euro la valuta che avrebbe favorito la crescita del mercato interno e le esportazioni.  Noi siamo un problema, certamente, ma per noi stessi.  Siamo fermi, imbambolati, preda delle pressioni corporative e dell’illusione che si possa conservare il passato.  Con un sistema istituzionale in cui contano solo quelli che bloccano, a scapito di quanti intendono cambiare quale che sia cosa.  Con un bipolarismo che premia la rendita degli estremismi (da entrambe le parti) e mortifica la grande maggioranza dell’elettorato, che votando a destra o a sinistra resta moderato.  Con un governo in crisi da un anno e oramai fermo da due.  Senza un’opposizione in grado di sostituirlo perché sulle cose che contano (dalle pensioni alle privatizzazioni) laddove la maggioranza è inerte l’opposizione è reazionaria.
Con le parti sociali, sindacati dei lavoratori e degli imprenditori, che firmano accordi per fermare il poco che si fa.  Certo che siamo un problema e certo che pagheremo un’ibernazione che dura da diciassette anni.  Ma dire che siamo noi il problema dell’euro è una colossale sciocchezza, anche perché i problemi veri sono vecchi e le cose nuove (pochine) sono positive, a cominciare da una disciplina fiscale grazie alla quale abbiamo il bilancio primario in attivo e un debito pubblico che, rispetto al pil, dal 2008 a oggi è cresciuto meno di quello altrui.  Allora, come è possibile che siano queste cose nuove ad avere scatenato la speculazione?  Infatti non è possibile, perché non è vero.  E’ successo, invece, che la debolezza istituzionale europea è stata surrogata dall’asse franco-tedesco, autonominatosi guida dell’Unione.  Tale asse è stato gravemente incapace prima di capire e poi di fronteggiare quel che succedeva in Grecia, supponendo di potere salvare le proprie banche chiedendo ai greci di rinunciare al presente e al futuro.  L’asse ha enunciato un dogma mortifero: la Grecia non sarà mai lasciata alla bancarotta, sarà protetta da tale prospettiva, ma questo senza modificare nulla della struttura dell’euro e della Banca centrale europea.
Da quel momento è cominciata la corrida, con gli speculatori che (giustamente, dal loro punto di vista) si arricchiscono a nostre spese.  E più la Germania della Merkel ha puntato a far credere che la Bce sia una specie di Bundesbank, ispirandosi alla dottrina della moneta forte e del rigore interno, più la speculazione s’è leccata i baffi, addentandoci ai polpacci e puntando al collo.
Così andando stramazza l’euro. C’è la controprova: sia i giapponesi che gli statunitensi hanno un indebitamento lordo che, in rapporto al prodotto interno, è superiore a quello europeo, essendo l’Europa l’area più ricca, eppure pagano interessi inferiori ai nostri.
Come ci sono riusciti? Governando la loro moneta e non credendo nella scempiaggine che si possa farla volare con il pilota automatico. Quando i mercati hanno a che fare con una valuta governata sanno bene che chiedendo tassi d’interesse progressivamente sempre più alti si va incontro ad una svalutazione, che a sua volta può generare inflazione, quindi, oltre un certo limite, essere esosi non è conveniente.  Un po’ come gli strozzini, se mi è concesso il paragone: fino ad un certo punto puntano a farsi restituire i soldi, con le buone o con le cattive, dopo un certo livello possono prenderti la macchina e l’amante, perché i debiti, oramai, sono una montagna non scalabile.
La Merkel ha commesso l’imperdonabile errore di volere guidare l’Europa avendo in mente i più chiusi e limitati interessi immediati del sistema produttivo tedesco, mentre nella difesa delle proprie banche, inguaiate con titoli sempre meno esigibili (e ciò significa che hanno prima lucrato a spese di greci, spagnoli e italiani), ha trovato un partner in Nicolas Sarkozy, il quale a sua volta non vince più elezioni intermedie e l’anno prossimo si gioca il posto all’Eliseo, che per lui conta più di ogni altra cosa. La premiata pasticceria Sarkel passa il tempo, in cucina, a darsi mazzate, perché gli interessi francesi e tedeschi non coincidono manco per niente, ma poi mette in vetrina torte indigeribili, deglutendo le quali prima sparisce l’euro e a ruota l’Unione europea.
Lo spiritosone con la ridarella ha un deficit di bilancio innanzi al quale noi siamo maestri di rettitudine e buona amministrazione, con in più una banca, Dexia, già nazionalizzata e le altre in arrivo. Queste operazioni comportano il sommarsi dei debiti bancari al debito pubblico, con il che i francesi ci raggiungeranno presto (se non si pone rimedio), posto che il loro debito lordo (pubblico + privato) è già superiore al nostro.
Ridi ridi, diceva la mia nonna.  Una cosa triste ve la dico io: la nostra classe dirigente è demoralizzante, ma quella che oggi guida l’Europa è imbarazzante.

Davide Giacalone

 

 

INTERVISTA A HELMUT KOHL: “DOBBIAMO RIPORTARE LA FIDUCIA IN EUROPA”

20 settembre 2011

Helmut Kohl

“Durante la mia carica di cancelliere, la Germania non avrebbe mai approvato l’ammissione della Grecia nella Zona Euro”

Domande di   Henning Hoff, Joachim Staron e Sylke Tempel della rivista tedesca Politica Internazionale

L’intervento in Libia, la crisi in Grecia, la rivoluzione energetica, la Germania mette in gioco la fiducia nei confronti della sua politica estera?

Sì, dice l’ex-cancelliere Helmut Kohl nell’intervista della rivista tedesca “IP” (Politica Internazionale). Da alcuni anni la Repubblica Federale di Germania non è più affidabile, ora però è arrivato il momento in cui la Germania e l’Europa devono assumersi le loro responsabilità.

IP:
L’“Affidabilità” Signor Kohl, una volta era il fondamento della politica estera tedesca, invece l’ex-cancelliere Schröder, rifiutando di partecipare alla guerra in Iraq nel 2003, ha messo i rapporti transatlantici a dura prova. Ora si aggiungono l’astensione rispetto all’intervento in Libia nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una solitaria rivoluzione energetica, e il riluttante impegno per la crisi in Grecia e il salvataggio dell’Euro. La Germania ha perso la sua bussola?

Helmut Kohl:
Purtroppo non possiamo che constatare che è così che stanno le cose. La Germania da alcuni anni non è più affidabile, né in politica interna, né in politica estera. Anche se lo si dimentica spesso, Konrad Adenauer schierandosi senza ambiguità con le potenze occidentali non si era affatto procurato solo degli amici; per imporre la sua politica ha dovuto affrontare, soprattutto in patria, resistenze di ogni tipo, ma è riuscito a creare un’impostazione di fondo chiara e affidabile su cui si sono potuti basare tutti i cancellieri successivi. Mi ricordo dei mesi drammatici della svolta degli anni 1989/90. Anche se la mia linea verso la riunificazione della Germania ha portato a far vacillare brevemente la fiducia dei nostri vicini e dei nostri partner nel mondo nei nostri confronti, abbiamo tuttavia superato la prova in modo brillante. Nel circolo dei nostri alleati occidentali ha contribuito in modo fondamentale il fatto che contemporaneamente all’unità tedesca ho sempre tenuto fede alla nostra politica europeista, promuovendo l’approfondimento della Unità europea con delle iniziative molto concrete. La riunificazione del nostro paese in pace e libertà in neanche un anno dalla caduta del muro, fino alla firma dei trattati e il Giorno della Riunificazione sono un impressionante esempio del credito di fiducia che ci siamo guadagnati con il nostro lavoro nell’arco di tanti anni. Non era scontato aspettarsi che in questi tempi difficili e insicuri i nostri partner e vicini restassero al nostro fianco, e questo per noi rappresenta un obbligo per il futuro, non lo si può sottolineare abbastanza.

IP:
Prendendo in considerazione i punti che Lei affronta nella sua domanda, guardando lo sviluppo degli anni recenti, mi chiedo, quale sia la posizione della Germania in questo momento e quale sarà in futuro. Lo stesso si chiedono anche i nostri vicini e alleati all’estero. Di una cosa, mi sono accorto recentemente, così come anche altri: alcune settimane fa, quando il presidente americano Obama è venuto in Europa, ha visitato Francia e Polonia, ma non è stato in Germania. Dopo tutto quello che noi tedeschi e americani abbiamo passato e vissuto insieme, e che tutt’oggi ci unisce profondamente, mai avrei  pensato che il presidente americano in carica potesse venire in Europa e non visitare la Germania, di fatto ignorandola completamente.

Kohl:
“Dobbiamo stare attenti a non perdere interamente la fiducia dei nostri alleati. Dobbiamo ritornare quanto prima alla nostra tradizionale affidabilità. È necessario rendere chiaro agli altri quale sia la nostra posizione e in quale direzione vogliamo andare, far capire qual è il nostro posto sullo scacchiere geopolitico e, che abbiamo valori e principi che difendiamo e promuoviamo costantemente. Sopratutto dobbiamo decidere tutti insieme e trovare una linea congiunta da seguire anche qualora dovessimo trovarci a fronteggiare grandi difficoltà”.

IP:
La politica estera della Germania sta cambiando. Come si spiega questo fatto?

Kohl:
Questa domanda prende la stessa direzione di quella riguardante la bussola. Se non si possiede una bussola, cioè se non si sa dove ci si trova e dove si vuole andare, vengono a mancare anche competenza e forza creativa nella leadership, e semplicemente non siamo in grado di attenerci con continuità alle decisioni prese nella politica estera tedesca perché manchiamo di consapevolezza. La situazione è tanto semplice quanto complicata. I rapporti transatlantici, l’Europa unita e in particolare la cooperazione con quegli alleati che sono più piccoli  ma comunque di pari dignità, l’amicizia franco-tedesca, i rapporti con i nostri vicini nell’Est e sopratutto con la Polonia, la nostra relazione con Israele, le responsabilità a livello mondiale; sono questi i fondamenti a cui la nave Germania è rimasta saldamente ancorata nel passato e che io ritengo validi ancora oggi, anche se sarà necessario adattarli al presente con tutte le sue sfumature. Se abbandoniamo questi nostri ormeggi, galleggeremo – in senso figurato – senza bussola e senza ancora nell’oceano, correndo il rischio di diventare inaffidabili e perdere la nostra identità. Le conseguenze sarebbero catastrofiche: verrebbe a mancare la fiducia di fondo che abbiamo guadagnato, si amplificherebbe il senso di incertezza e in ultimo la Germania rimarrebbe isolata. Credo che nessuno si auspicherebbe un tale risultato.
Quello che mi irrita e allo stesso tempo mi fa riflettere sono le opinioni che sentiamo ripetere in continuazione: oggi tutto è cambiato, il mondo non è più così semplice, dopo la fine della Guerra fredda ogni cosa è diventata più complessa anche per la politica, perché stiamo vivendo un momento di crisi di portata storica, che porta sempre nuove sfide. È vero che fino agli anni 89/90 il mondo era più facile da capire, perché, per cosi dire, esistevano solo due poli.
Anche se la pianificazione politica era fondamentalmente meno complessa e le sfide da affrontare meno imponenti, è controproducente trarre facili conclusioni e promuovere l’idea che tutto fosse piú facile all’epoca della Guerra Fredda, quando avevamo un mondo spaccato in due parti, una libera e l’altra oppressa, la nostra patria divisa, e vivevamo un periodo di incertezze costanti con la minaccia di una nuova guerra mondiale. Questo atteggiamento rende solo palese l’attuale senso di scoraggiamento verso nuove sfide e nuove opportunità e rivela una eclatante mancanza di conoscenze storiche insieme alla consapevolezza di come fosse in realtà difficile agire responsabilmente in quell’epoca.

Per fare il punto della situazione: gli enormi cambiamenti che avvengono nel mondo non possono essere una scusa per chi non ha una posizione o idee per il futuro. Al contrario: sono proprio gli enormi cambiamenti a richiedere una posizione stabile e chiara, affidabilità e continuità. Mi riferisco soprattutto alla politica; tanto più diventa complesso il mondo quanto più diventa importante che coloro che devono prendere le decisioni si assumano le proprie responsabilità e che dimostrino le loro capacità di leadership, rappresentando le loro opinioni e principi e dando risposte in modo chiaro e ripercorribile. Solo così sarà possibile creare certezza e affidabilità in un mondo complesso, guadagnandosi fiducia nel tempo e coinvolgendo anche gli altri. Unicamente in questo modo sarà possibile raggiungere gli obiettivi in modo costruttivo. Allo stesso tempo dobbiamo smettere di interpretare i cambiamenti nel nostro paese e nel mondo come minacce e accadimenti di portata storica. Piuttosto è vero il contrario: dobbiamo percepire ed accogliere i cambiamenti come chance e in generale rendere le persone più fiduciose verso questi cambiamenti.

DOMANI SARA’ PUBBLICATA LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA

In collaborazione con la rivista Critica Sociale