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LA MAGIA DELLE ERBE – IL ROSMARINO (Rosmarinus officinalis)

25 novembre 2011

Rosmarino

di Loriana Mari

 

Caratteristiche: è un arbusto sempreverde che appartiene alla famiglia delle Labiate. Originario delle regioni del bacino del Mediterraneo. Alto fino a due metri ha fusti prostrati o ascendenti, molto ramificati, con foglie piccole, lineari, coriacee, biancastre sulla pagina inferiore.

I fiori azzurro violacei, anch’essi piccoli, sbocciano riuniti in grappoli ascellari in diversi periodi dell’anno, in relazione al clima, tutta la pianta, ma particolarmente le foglie e i fiori, è fortemente aromatica.

Habitat: cresce sia allo stato spontaneo che coltivato, in Italia è presente ovunque, in luoghi aridi e assolati fino agli 800 mt slm.

Proprietà: è una delle piante aromatiche più utilizzate in cucina, ma anche in medicina per le sue proprietà terapeutiche: è infatti aromatico, stimolante, digestivo, nervino, antisettico, antidolorifico, rilassante, tonico per la memoria, astringente e diuretico. Questo arbusto sempre verde, originario delle coste del Mediterraneo, oggi è coltivato ovunque: lo troviamo negli orti, nei giardini e nelle siepi, ed il suo profumo intenso respinge gli insetti nocivi. Pare che la pianta di rosmarino allontani gli insetti dalle piante vicine. Sacchetti contenenti rosmarino sono spesso messi negli armadi per tenere lontane le tarme. In passato veniva usato per deodorare gli ambienti e purificare l’aria.

Storia, mito, magia: per la sua azione rinforzante sulla memoria, è ritenuto la pianta del ricordo, come dice Ofelia nell’Amleto: “Ecco laggiù il rosmarino, la pianta del ricordo”. Anche Shakespeare accenna alla relazione fra il rosmarino e la memoria; nel dialogo tra Ofelia e Amleto scrive: “C’è il rosmarino, per la rimembranza. Ti prego, amore, ricorda”.

Secondo una leggenda i fiori del rosmarino una volta erano bianchi, divennero azzurri quando la Madonna, durante la fuga in Egitto, lasciò cadere il suo mantello su una pianta di rosmarino.

L’uso della pianta di rosmarino fin dall’antichità è stato da sempre legato alle sue positive proprietà terapeutiche. Sono numerosissime le leggende e le “ricette” proposte a base di questa pianta nel corso dei secoli.  Una preparazione divenuta molto famosa è “l’Acqua della Regina d’Ungheria” che diceva: “Io donna Isabella, regina d’Ungheria, di anni 72, inferma nelle membra e affetta di gotta, ho adoperato per un anno intero la presente ricetta donatami da un eremita mai da me conosciuto, la quale produsse su di me un così salutare effetto che sono guarita ed ho riacquistato le forze, sino al punto da sembrare bella a qualcuno. Il re di Polonia mi voleva sposare ma io rifiutai per amore di Gesù Cristo. Ho creduto che la ricetta mi fosse stata donata da un angelo. Prendete l’acqua distillata, quattro volte trenta once, 1 20 once di fiori di rosmarino, ponete tutto in un vaso ben chiuso, per lo spazio di 50 ore: poi distillate con un alambicco a bagnomaria. Prendete una volta alla settimana una dramma di questa pozione con qualche altro liquore o bevanda o anche con carne. Lavate con esso il viso ogni mattina e stropicciate con essa le membra malate. Questo rimedio rinnova le forze, solleva lo spirito, pulisce le midolla, dà nuova lena, restituisce la vista e la conserva per lungo tempo; è eccellente per lo stomaco ed il petto” (cfr . Giuseppe De Vitofranceschi, Le virtù medicinali del rosmarino, Milano 1983).

Ancora famoso è “l’Aceto dei quattro ladri”.

Un altro balsamo famoso è “Il Balsamo Tranquillo”, chiamato così perchè fu inventato da frate Tranquillo, un cappuccino, formato da una mescolanza di varie erbe, dove spicca il rosmarino, utile per curare i reumatismi.

Ancora ritroviamo nel libro “Teatro farmaceutico” di Giuseppe Donzelli (medico, chimico e filosofo napoletano vissuto nel 1600) la seguente ricetta: “Piglia di fiori di rosmarino libre una, zucchero libbre tre. Si cuoce lo zucchero a cottura di manuschristi e si lascia raffreddare, e poi vi si mescola li fiori sani e si fanno cuocere poco perchè così facendo li si resta il loro colore natio. Conforta il cerebro humido, giova al cuore e corrobora le membra nervose”.

Nota a molti è “l’acqua di San Giovanni” che consiste in una serie di rituali da compiere in concomitanza della festa di San Giovanni, il 24 giugno che corrisponde al solstizio d’estate. Vuole la tradizione che si debbano raccogliere una serie di erbe (ginestra, iperico, artemisia, verbena, timo, rosmarino, salvia, basilico, maggiorana, lavanda, rosa, ecc. La composizione delle erbe varia da regione a regione) il giorno prima del 24 e che siano lasciate in acqua, fuori di casa durante la notte del 24. La mattina dopo ci si deve lavare con quest’acqua e poi buttarla via in quanto si dice che porti benefici alla pelle e come protezione per le malattie. Utilizzata come acqua fatata serve per aumentare la fecondità, la buona salute e difendersi dalle fatture, in modo particolare quelle ai bambini. Si racconta che le massaie, il giorno di mezza estate, preparassero il pane con quest’ acqua, senza usare il lievito e formulando un rituale magico.

Nell’antica Grecia, chi non poteva procurarsi l’incenso per sacrificare agli dei, bruciava rosmarino che veniva chiamato “pianta dell’incenso”. Anche dagli egizi e dai romani era tenuto in grande considerazione. Pianta governata dal sole, il rosmarino, ha ispirato antiche leggende.

Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta la storia della principessa Leucotoe, figlia del re di Persia, che sedotta da Apollo, intrufolatosi furtivamente nelle sue stanze, dovette subire l’ira del padre, che la uccise per la sua debolezza. Sulla tomba della principessa i raggi del sole penetrarono fino a raggiungere le spoglie della fanciulla, che lentamente si trasformò in una pianta dalla fragranza intensa, dalle esili foglie e dai fiori viola-azzurro pallido. Da questa leggenda deriva l’usanza degli antichi Greci e Romani di coltivare il rosmarino come simbolo d’immortalità dell’anima; i rami venivano adagiati fra le mani dei defunti e bruciati come incenso durante i riti funebri.

Per gli antichi romani il profumo del rosmarino allietava i defunti e li accompagnava nell’oltretomba, e ancora nel XIX secolo veniva considerata una “pianta del ricordo”: era usanza portare ai funerali rametti di rosmarino, oltre che margherite, fiori di linaria e salvia.

Secondo alcuni il nome latino rosmarinus deriverebbe da “ros marinus”, rugiada del mare, secondo altri da “rosa maris” rosa del mare.

I Sicilia si racconta che tra i rami di Rosmarino sono celate delle figure magiche femminili, esili fatine pronte ad aiutare chi è veramente degno.

Il forte aroma di questo arbusto sempreverde ha una particolare qualità sottile: attirare i ricordi amorosi; per questo motivo veniva usato nei filtri d’amore per incantare il cuore. La sua fragranza aiuta le persone malinconiche a risollevarsi dalla tristezza. In antichi scritti si legge che gli studenti romani facevano uso di coroncine di rosmarino per superare brillantemente gli esami.

Regalarsi un ramo di rosmarino significa dirsi:”Io penso a te!”; il ramoscello, infatti, sembrerebbe avere il potere di mantenere vivo il ricordo della persona che ce lo ha donato.

Nei rimedi dei semplici si legge che un buon infuso fatto con le sommità fiorite del rosmarino può aiutare a rievocare avvenimenti remoti e risvegliare la facoltà perse. Si racconta che un rametto, messo sotto il cuscino, aiuti a sognare mondi fantastici ed allontani gli incubi.

Nel Medioevo veniva usato per scacciare spiriti maligni e streghe durante le pratiche esorcistiche. Per secoli venne usato come fumigante per disinfettare le stanze dei malati. Il decotto di rosmarino serviva per la pulizia delle cucine, lavelli, vasche da bagno. Rametti di rosmarino venivano posti nei cassetti della biancheria, negli armadi per profumare e tenere lontane le tarme.

le giovinette, tempo fa, non usavano ramoscelli di rosmarino solo per sognare, ma veniva anche impiegato per lavarsi i capelli; si mettevano delle foglioline verdi sminuzzate nell’acqua piovana e l’infuso rendeva la chioma più lucida; per combattere la caduta dei capelli ed avere una buona crescita occorre macerare un misto di foglioline di bosso fresche e rosmarino, triturare e lasciare il tutto per quindici giorni in infusione in un litro di alcol puro, filtrare e frizionare sul cuoio capelluto.

La qualità antisettica del Rosmarino è stata riconosciuta fin d’antichità, forse per questo si usava bruciare ed appendere i ramoscelli per allontanare le malattie e pestilenze.

Una volta le partorienti venivano lavate con l’infuso di quest’erba, ed anche il neonato veniva delicatamente deterso con l’acqua precedentemente bollita con foglioline di Rosmarino; questo avrebbe protetto entrambi dalle infezioni.

Nella simbologia cristiana si narra che il Rosmarino abbia preservato la Madonna e Gesù Bambino dall’inseguimento dei soldati, occultandoli tra i suoi rami, mentre fuggivano verso l’Egitto.

A proposito di protezione, ecco una simpatico incantesimo di protezione fisica e spirituale, con varie erbe, tra cui ovviamente il rosmarino: versare in un contenitore a chiusura ermetica un litro di ottima acquavite di vinaccia di circa 45 gradi e tre quarti di litro di acqua distillata; tagliare a fettine due arance fresche e ben mature e due limoni, lasciarli in infusione nel vaso chiuso, esposto giorno e notte all’aperto in modo che possa ricevere la luce solare e lunare.

Il rituale deve iniziare il primo giorno di luna nuova.

Passati quattordici giorni, colare il macerato filtrando il tutto, spremendo le fettine di arancia e di limone che saranno impregnate di grappa.

A questo punto rimettere il liquore ottenuto nel suo contenitore lavato ed asciugato, incorporare le seguenti erbe in trenta grammi per ognuna: enula, issopo, salvia, rosmarino, menta ed angelica. Dopo di che, chiudere accuratamente il contenitore ed esporre il tutto all’aperto per altri quattordici giorni; con la raccomandazione di ritirare il vaso il giorno prima della luna nuova susseguente.

Compiere nello stesso giorno la spremitura accurata delle erbe e la filtrazione del liquore ottenuto, che andrà ripetuta tre volte: al termine, aggiungere due cucchiai di miele di acacia.

Da assumersi in un bicchierino dopo i pasti. E tanti auguri!

Nel simbolismo dei fiori, il messaggio di questa pianticella sempre verde esprime: “sono felice quando ti vedo”. Sembra che portare sul cuore un ramoscello fiorito doni un grande felicità interiore.

Si dice che annusare spesso il suo legno mantenga giovani, mentre ornarsi la testa con una corona di rosmarino aiuta la memoria.

Il rosmarino è uno degli incensi più antichi e possiede dei forti poteri protettivi e purificatori.

Prima di praticare un rituale sarebbe una buona abitudine lavarsi le mani con un infuso di rosmarino.

Il rosmarino attira gli elfi e le sue foglie polverizzate avvolte in una pezza di lino e legate al braccio destro fanno sparire la depressione.

Anche molti rituali di guarigione vengono praticati utilizzando questa meravigliosa pianta, che può inoltre sostituire l’incenso!

La tradizione popolare mediterranea lo ritiene la pianta degli innamorati e di tutti quelli che non vogliono dimenticarsi.

Raccogliete alcuni rametti di rosmarino e legateli con un nastrino di seta azzurra, sul quale avrete precedentemente scritto il vostro nome e quello della persona che desiderate vi ricordi. Preparate un sacchetto di stoffa azzurra e inserite il mazzetto di rami di rosmarino; ponetelo poi sotto il cuscino. E’ di ottimo auspicio se in una delle prime 7 notti, a partire da quella in cui avete preparato l’amuleto, sognerete la persona che vi sta a cuore.

 

Piccole perle:

per fare il vino: far macerare per un giorno due manciate di foglie sminuzzate in un litro di buon vino bianco e quindi filtrare.

Berne un bicchierino prima di ogni pasto in caso di debolezza e inappetenza.

Per il mal di gola fare dei gargarismi con un infuso tiepido o caldo.

Per scurire i capelli: sciacquare i capelli, dopo averli lavati, con un infuso preparato con 3 cucchiai di rametti fogliati tritati, fatto riposare coperto per circa 30 minuti.

 

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ERBE MAGICHE: Timo selvatico (Thymus serpyllum)

18 marzo 2011

di Loriana Mari

Caratteristiche: il timo è una delle erbe più note e utilizzate a scopo alimentare. Appartiene alla famiglia delle Labiate ed è originaria dell’Europa centro meridionale e dell’Asia Occ. Ne esistono numerose specie e sottospecie presenti anche in Italia e tutte simili tra di loro. Comunemente viene chiamato serpillo, sarpullo, pepolino. E’ una pianta aromatica legnosa alla base, prostrata e strisciante, sempreverde alta fino a 25 cm, che forma un intrico fitto di rami serpeggianti, da cui deriva il nome scientifico. I fusti sono sottili e radicanti ai nodi e ramificati con steli fiorali eretti o ascendenti. Le foglie sono piccole, lineari verde scuro, i fiori piccole corolle di color rosa e porpora e compaiono da maggio a settembre.

Proprietà: sono presenti oli essenziali, flavonoidi, tannini e resine. Ha azione digestiva, antispasmodica espettorante ed antisettica; sotto forma di sciroppo è un ottimo calmante per la tosse convulsa dei bambini e per ogni forma di bronchiti catarrali. Per le sue proprietà antisettiche il timo è indicato per lavaggi e sciacqui in caso di infiammazioni delle mucose. L’essenza applicata localmente è indicata contro i dolori della sciatica e quelli reumatici.

Storia, mito, magia: il nome del genere thymus deriva dal greco thymòs  che ha anche il significato di anima, soffio vitale e come altre piante dall’aroma gradevole il timo è un simbolo di morte: in passato si credeva che l’anima dei defunti riposasse nei suoi fiori e che il suo profumo aleggiasse nei luoghi infestati dai fantasmi. Descritto dagli autori più antichi, tra cui il filosofo greco Teofrasto, il timo era conosciuto e ampiamente utilizzato in tutto il Mediterraneo sin dall’epoca degli Egizi che lo impiegavano in particolare per l’imbalsamazione delle mummie. I romani ne ricavavano un vino medicinale che usavano nei sacrifici per gli dei e bruciavano la pianta credendo che i fumi avrebbero tenuto lontano gli scorpioni,  i soldati si bagnavano nell’acqua di timo per infondersi coraggio e vigore. I cartaginesi ne sfruttavano invece le sue proprietà antisettiche e cicatrizzanti per ottenere, mischiandolo al grasso di capra, una crema per arrestare il sangue delle ferite in battaglia. Nel Medio Evo le dame ricamavano spighe di timo nelle insegne dei loro cavalieri affinchè le virtù eroiche della pianta li accompagnassero in battaglia rendendoli forti e invincibili. I crociati lo portavano addosso come simbolo di forza e coraggio. In Gran Bretagna si credeva che il timo fosse la pianta preferita dalle fate. L’erborista Nicholas Culpaper nel XVII° sec. consigliava l’uso del timo selvatico per trattare il sanguinamento interno, la tosse e il vomito. Linneo, naturalista svedese usava il timo per curare le cefalee e i postumi dell’ubriachezza. Il timo assieme alla lavanda, al rosmarino,  e la salvia entrava nel famoso aceto dei quattro ladroni, panacea universale usata soprattutto durante le pestilenze.

Piccole perle: per fare un dentifricio antisettico e disinfettante: amalgamare un cucchiaino di bicarbonato di sodio, uno di carbone di legna o di radice di fragola in polvere e 2-3 gocce di olio essenziale di timo, aggiungere l’acqua  necessaria per ottenere un impasto cremoso e denso, mescolare tutto e utilizzare.

Thè di timo: Prendere un cucchiaino di  timo serpillo per tazza d’acqua bollente, lasciare riposare 8-10 minuti. Indicato nelle infezioni delle vie respiratorie, mal di gola, raffreddori  virali.

Thè di timo:30 gr. di timo serpillo, 10 gr. di radice d’altea, qualche fogliolina di salvia Portare in ebollizione in un litro d’acqua qualche foglia di salvia. Lasciare in infusione per 10 minuti. Questa miscela è indicata nelle infezioni delle vie respiratorie, mal di gola, angina, infezioni bronchiali, raffreddori.

SALVIA COMUNE E L’ACETO DEI 4 LADRI

15 febbraio 2011

di Loriana Mari

Caratteristiche: il genere salvia appartiene alla famiglia delle Lamiaceae ed è particolarmente ricco di specie sia annuali che perenni, usate sia per scopi alimentari che terapeutici. La specie comunemente usata è la salvia officinalis. E’ originaria dell’Europa Meridionale ed in particolare delle regioni del bacino del Mediterraneo ed è stata introdotta nel Nuovo Mondo nel XVII° sec. è diffusa nelle aree temperate dell’intero continente americano. Suffruticosa perenne, dal forte e inconfondibile aroma canforato, sempreverde, alta fino a 50 cm con radici fusiformi, robusta e fibrosa ha fusti legnosi alla base. Ha foglie oblungo-lanceolate verdastre e rugose sulla parte superiore e biancastre nella parte inferiore. I fiori tubolosi, azzurro violacei, sono raccolti in spicastri apicali che compaiono tra aprile e maggio, sono ermafroditi e vengono impollinati dagli insetti. In Italia è spontanea e ampiamente coltivata in tutto il territorio.

Habitat: cresce nei luoghi aridi e fra le pietraie fino ai 500 m slm.

Proprietà: le proprietà aromatiche sono date dall’olio essenziale che le conferisce anche il particolare odore. E’ un ottimo tonico, è antispasmodica e diuretica, si usa nei casi di astenia, per i disturbi epatici, per le infezioni delle vie respiratorie, nei casi di asma e ipotensione. Per le sue doti antisettiche cura stomatiti, laringiti e affezioni della bocca.

Storia, mito, magia: il suo nome deriva dal latino “salvus = salvo” o “salus = salute” che stanno ad indicare le sue innumerevoli virtù. Un celebre detto dei medici medievali della Scuola di medicina salernitana così recita: cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto? Come può mai morire l’uomo nel cui giardino cresce la salvia? E fu proprio la Scuola medica di Salerno, la più famosa nel Medio Evo depositaria della conoscenza medica ad aver dato a questa pianta il nome di  Salvia Salvatrix ( salvia che salva). Un famoso proverbio inglese consiglia: chi vuol vivere a lungo deve mangiare la salvia in maggio. La leggenda narra che durante la terribile peste che colpì Tolosa nel 1630, quattro ladri, non tenendo conto del rischio di contagio, entravano nelle case degli appestati, moribondi o morti per depredare le loro ricchezze. Arrestati furono condannati all’impiccagione. Un giudice intelligente e curioso si era però chiesto come facevano a non essersi contagiati, nessuno dei quattro. Li interrogò promettendo loro la grazia se avessero rivelato l’interessante segreto. I ladri risposero che due volte al giorno si bagnavano i polsi e le tempie con un macerato di varie erbe, tra cui salvia, rosmarino, timo e lavanda. Che da quel giorno prese il nome di aceto dei quattro ladri.

Ma i registri del parlamento della città riportano che dopo aver appreso la ricetta, i 4 ladri furono, comunque, impiccati. Un secolo dopo, nel corso di un’altra epidemia, sempre causata dalla Yiersinia Pestis, nell’anno 1720 a Marsiglia, altri ladri depositari del segreto, ma più fortunati dei colleghi tolosani, furono sorpresi, sottoposti a giudizio e liberati in cambio della formula segreta che fu trascritta nel museo della vecchia Marsiglia. Il Codice Ufficiale Francese del Corpo Medico ufficializzò nel 1758 l‘ACETO DEI 4 LADRI, aggiungendo: cannella, acoro aromatico ed aglio dato che alcuni guaritori conoscevano altre composizioni, era utilizzato con successo per preservarsi dai contagi considerato un disinfettante, detergente ed utilizzato anche in caso di sincope, ma scomparve dal Codice nel 1884 con l’avvento della Medicina Moderna. La ricetta, elaborata poi con l’aggiunta di altri ingredienti dall’erborista Ermanno Valli è la seguente: mettere in un vaso un cucchiaio di foglie di salvia triturate; un cucchiaio di foglie di rosmarino triturate; un cucchiaio di foglie di timo o serpillo (timo selvatico) triturate; un cucchiaio di foglie di fiori di lavanda triturati; uno spicchio d’aglio schiacciato. Queste le erbe usate già nel medioevo. Si possono aggiungere: un cucchiaio di foglie di noce triturate; un cucchiaio di foglie di alloro triturate; un cucchiaio di chiodi di garofano schiacciati; una stecca di cannella schiacciata; un cucchiaio di lichene islandico triturato; un cucchiaio di ginepro (ramoscelli e bacche) triturato. Si ricopre il tutto con 1 litro di buon aceto bianco o rosso, si macera per sette giorni e infine si filtra. Questo aceto ha proprietà antisettiche, da solo contiene sette proprietà di antibiotici. Se preparato a freddo può essere conservato a lungo. E’ utile per prevenire le malattie virali ed epidermiche (due gocce ai polsi e alle tempie mattino e sera come i famosi ladri). Nel caso di malattia si può assumere un cucchiaino di aceto diluito in acqua 3 volte al giorno. Sono indicati anche i pediluvi diluendo ½ bicchiere di aceto antisettico in due litri d’acqua. Oggigiorno, le capacità curative di tutti i componenti sono riconosciute: antisettiche, antibatteriche, antivirali, antimicotiche, antinfiammatorie, vermifughe, carminative, calagoghe, febbrifughe, insettorepellenti, antiveleno, stimolanti, vulnerarie e bechiche. Una leggenda cristiana invece, narra perché a questa pianta venissero attribuite tante virtù: quando la Sacra Famiglia fuggì in Egitto, solo la umile piantina di salvia accettò di nascondere Gesù Bambino dalla vista dei soldati, allora la Madonna la benedì e gli fece dono delle sue qualità terapeutiche. Essa rientrava tra le erbe che gli antichi Egizi usavano per l’imbalsamazione e le attribuivano la proprietà di rendere fertili le donne e la usavano contro la peste. Era considerata afrodisiaca tanto che la regina Cleopatra ne avrebbe fatto uso per conquistare gli uomini. I Greci vietavano l’assunzione di vino, estratti e bevande a base di salvia per evitare l’effetto”doping”. Teofrasto della pianta diceva che respinge i mali della malattia e della vecchiaia. Presso i romani era considerata sacra e simbolo di vita, veniva utilizzata come panacea universale e la usavano anche per regolare i cicli mensili delle donne (credenza in seguito fondata dalla scoperta di un estrogeno che regola la fecondità). Essi organizzavano un evento importante al tempo della raccolta, che avveniva sempre con attrezzi di metallo più nobili del ferro. Plinio la raccomanda contro i morsi di serpente e scorpioni purchè non fosse infettata. Alla salvia sono sempre stati riconosciuti poteri particolari: le sue foglie secche bruciate come incenso purificano gli ambienti e le persone che vi dimorano e proteggono da influssi negativi, gli indiani d’America la usano durante le cerimonie sacre. Nel Medio Evo si credeva avesse il magico potere di donare all’uomo la longevità e la saggezza. Si usa per tutte le attività che riguardano la fortuna, la buona salute, la saggezza, la longevità, la protezione la guarigione e la realizzazione dei desideri; occorre polverizzarla e mescolarla alle candele gialle preferibilmente di mercoledì e di luna crescente. Le foglie di salvia elaborate secondo precisi rituali venivano utilizzate per difendersi dagli incubi notturni.

Alcuni detti popolari vogliono che nelle case dove la salvia cresce bella e forte sia la moglie a spadroneggiare, mentre se la pianta di salvia che si ha nel giardino muore  gli affari andranno male. Nel Veneto si dice che quando muore la salvia nell’orto muore anche il padrone di casa se non è già morto. Si ritiene che come il rosmarino stimoli la memoria e sia utile per il cervello, un tempo era anche usata per alleviare le emicranie. Ai fiori della salvia è attribuito il significato di salvezza ispirato ovviamente dalle molteplici proprietà medicinali.

Piccole perle:

Vino di salvia: mettere in un lt di vino rosso 30 gr di foglie di salvia e lasciar macerare per 7 giorni , dopo di che filtrare e conservare in bottiglia. Si consiglia di berne due bicchierini al giorno come digestivo, tonico e antireumatico.

Infuso: un gr di foglie di salvia in 100 ml di acqua bollente, lasciare in infusione per dieci minuti, berne una tazzina  al giorno, se si vuole si può aggiungere miele e scorzetta di limone, contro l’asma e la tosse.

Per le gengive arrossate e per le affezioni della gola fare sciacqui e gargarismi con l’infuso.

Grappa alla salvia: alcuni rametti di salvia freschi, un (1) litro di grappa e 50 grammi di miele. Macerare per 20 giorni i rametti di salvia in 1/4 (250ml) di grappa dentro un vaso di vetro chiuso agitando di tanto in tanto. Trascorso questo tempo si filtra e si unisce il filtrato alla grappa rimanente nella quale, precedentemente, sarà stato disciolto il miele.

Le foglie fresche, sfregate sui denti, li puliscono e purificano l’ alito.

Per preparare un ottimo dentifricio: mescolare 6 gr. di salvia polverizzata con 10 gr. di carbonato di calcio in polvere e 5 gr. di bicarbonato di sodio in polvere. Il miscuglio viene infine amalgamato con argilla verde.

La Magia delle Erbe: il Papavero

9 febbraio 2011

di Loriana Mari

Caratteristiche: pianta erbacea annuale che appartiene alla famiglia delle papaveracee. Originaria dei paesi del Mediterraneo orientale, in Italia  è assai diffusa, è infestante dei campi di cereali, ma presente anche in ambienti ruderali, lungo i margini delle strade e nei campi incolti fino ai 1800 mt slm. Ha radici fibrose a fittone che sostengono fusti eretti ramificati e setolosi lunghi fino a 60 cm, che contengono un lattice biancastro dal potere narcotico e dal sapore aspro. Le foglie di forma ellittica allungate sono divise in lobi lanceolati acuti e dentati. I fiori solitari di colore rosso scarlatto con centro scuro hanno macchie porpora. I frutti sono capsule che contengono semi reniformi.

Proprietà: il comune papavero rosso o rosolaccio è utilizzato da sempre per le sue proprietà sedative della tosse, che calmano gli spasmi favorendo anche l’espettorazione, inoltre facilita il sonno. Nonostante la stretta parentela con il papavero da oppio (Papaver sonniferum), da cui si estrae la morfina, il rosolaccio è un erba che alle dosi consigliate e per tempi brevi, non presenta alcun pericolo, anzi è tradizionalmente usata nei bambini in ragione del suo modesto contenuto di alcaloidi. Infatti il suo lattice come la roeadina, non ha azione allucinogena, ma calmante e narcotica. I semi contengono un olio grasso, acido lucoleido, acido oleico. Un tempo veniva usato come colorante per la presenza degli eutociani.

Storia, mito, magia:  il nome deriva dal celtico “papa”che significa pappa, per l’uso che se ne faceva di mescolarlo alla pappa dei bambini per sedarli, “rhoeas”deriva da reo, cado, per i petali che cadono facilmente. Il suo nome viene usato dai francesi per indicare il canto del gallo che poi divenne “coquerico”, in francese papavero si dice coquelicot o coquerico  e corrisponde all’italiano chicchirichi, dato che la sua forma e il colore (cocum in latino) scarlatto, ricorda la forma e il colore della cresta del gallo. Era conosciuto già nell’antichità, nel 3000 a.c i Sumeri lo veneravano come pianta sacra e lo usavano come colorante naturale e come medicinale. Gli Egizi lo utilizzavano come antidolorifico, mentre in Grecia essendo i semi di papavero considerati portatori di forza  e salute, gli atleti ne bevevano una pozione energizzante prima delle gare, a base di vino e miele. Le sue virtù medicinali per combatter i disturbi del sonno e i dolori gastrici erano note già presso i Galli, ma anche presso tutti i popoli celtici d’Europa, Latini e Greci. Cerere, la dea romana dei campi e delle messi,  è sempre raffigurata con una ghirlanda di papaveri, fiori che da sempre affiancano le colture di frumento.

Viene considerato anche il fiore della consolazione. Infatti per alleviare i tormenti di Demetra, la Dea Madre della terra fertile e delle messi, la cui figlia Persefone  era stata rapita da Ade, Hypnos le offrì dei papaveri che le permisero di ritrovare il sonno e di consolarsi del suo dolore.

Ovidio descrive il regno del Sonno come un antro  nascosto davanti al quale spunta un rigoglioso cespuglio di papaveri e di altre erbe di cui la Notte “spreme il sapore” per poi spargerlo sulle terre immerse nel buio. In genere tutte le divinità legate al sonno e ai sogni, come Morfeo o Notte, hanno come attributo il papavero, che finisce per essere associato al sonno eterno e quindi alla morte.

Il papavero di cui parlano gli antichi è sicuramente il Papaver somniferum, ossia l’oppio, originario dell’Asia ma introdotto nel Mediterraneo in epoche lontanissime.

Livio racconta un curioso aneddoto: Tarquinio il Superbo era in guerra con la città di Gabi, ma non riusciva a conquistarla, così decise di ricorrere ad un inganno. Abbandonò la guerra e parti con tutti i militari, lasciando a Gabi il più giovane dei suoi figli Sesto. Questi simulò di essere scappato  dal padre perché in disaccordo e chiese ospitalità alla città. Gli abitanti di Gabi accettarono e in breve tempo ottenne la loro fiducia, allora mandò a chiamare un messo del padre per sapere cosa fare. Tarquinio ricevette il messo nel suo giardino e apparentemente non diede nessuna risposta, limitandosi a recidere le teste dei papaveri più alti che crescevano nell’erba. Sesto capi ed eliminò tutti i personaggi più importanti della città così che  gli animi degli altri cittadini si impaurirono e in segno di resa portarono doni. Gabi si ritrovò senza accorgersene preda di Roma. Ancora oggi si usa l’espressione “alti papaveri” per  riferirsi alle persone più autorevoli. Il fiore è simbolo dell’aspetto effimero della vita, perché delicatissimo e una volta colto appassisce rapidamente. Rappresenta anche la fiamma della passione che si estingue rapidamente se non se ne ha cura. Nella simbologia cristiana il fiore per il suo colore rosso sangue viene associato alla passione di Gesù e, poiché cresce perlopiù nei campi di grano è anch’esso considerato un simbolo di Gesù, perché rimanda al pane e quindi all’Eucarestia. Il papavero che appare di solito nei dipinti è il papavero comune.

Piccole perle: per preparare una tisana di papavero comune dei prati, si usano 5-20 gr di petali essiccati, su cui si versa acqua bollente. Si lascia riposare per circa dieci minuti si filtra e si beve. Ha azione sedative e calmante della tosse.

 

 

 

Zafferano, dall’arabo za’ faran

4 maggio 2010

zafferano o croco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Loriana Mari

 

Loriana Mari

Caratteristiche: è  una pianta erbacea perenne, che appartiene alla Fam. Delle Iridacee. Alta dai 20 ai 50 cm possiede un bulbo tubero da cui si sviluppano in autunno le foglie e i fiori violetti.

La spezia si ottiene dagli stimmi filiformi del fiore, che vengono raccolti a mano. Originario probabilmente di Creta e coltivato inizialmente in Asia Minore, oggi lo zafferano viene prodotto in Spagna, Francia, Italia, Turchia, Iran, Marocco e Kashimir.

Habitat: E’ una pianta bulbosa precocissima che cresce nei boschi radi e molto fertili, i prati concimati e i pascoli, dove può godere di un po’ di sole. Fiorisce già a febbraio e produce fiori violacei e bianchi con la gola gialla.

 Storia, Leggenda, mito, magia: Apprezzato come aromatizzante e colorante da oltre 4000 anni, lo zafferano è la spezia più costosa che esiste al mondo: occorrono 150.000 fiori e 400 ore di lavoro per produrre 1 kg di droga secca.

Il suo nome deriva dall’arabo za’ faran (che è giallo), in relazione al colore che dava ai cibi e alle stoffe.

Il croco, fiore infero è collegato alla sfera funeraria fin dall’epoca micenea, esso veniva impiegato per utilizzi sacri, come ci è testimoniato da Stazio, che documenta l’uso di bruciarlo nel rogo dei personaggi pubblici più eminenti. In relazione ad Ecate, esso viene nominato  come uno dei fiori raccolti dalla già citata Kirke nel giardino incantato della dea. Questa maga appartiene alle tradizioni mitiche delle primitive culture mediterranee: essa è figlia del Sole e signora delle piante, dalle quali trae gli elementi per la preparazione dei suoi filtri portentosi. Il fiore in questione, infatti, può sortire anche effetti afrodisiaci e addirittura letali, diventando un potente venenum, termine proverbialmente associato alla magia assieme a quello di  philtrum  e a quello di  carmina,  le parole magiche, come quelle (hecateia carmina) ricordate da Ovidio.

Riguardo al suo uso sacrale, c’è da ricordare infine l’associazione del croco al culto di Artemide e di Apollo (entità che, come abbiamo già sottolineato, erano in stretta relazione simbolica con Ecate), di cui adornava gli altari durante i riti celebrati in suo onore a Cirene. Qui è importante, tuttavia, mettere in evidenza il suo legame con la morte o, per meglio dire, lo stretto rapporto terra – morte- vegetale, tipico delle culture agrarie. La stessa origine mitica del crocus sativus si ricollega alla sfera semantica della morte: secondo la tradizione più accreditata, esso è nato dal sangue di Krokos, “l’eroe del Croco”, ucciso involontariamente da Hermes mentre giocava al disco. A conferma di quanto appena detto, esso si associa anche a un culto tombale che aveva luogo nel corso dei misteri eleusini. Il suo colore si lega invece al mondo femminile: Ovidio descrive come giallo zafferano la veste del dio Hymen che presiede ai riti nuziali. Sarà dello stesso colore il drappo degli officianti delle cerimonie funerarie: si riconferma nuovamente il legame tra l’unione-generazione (matrimonio) e la morte (funerale).

Proprietà: Lo zafferano possiede particolari proprietà analgesiche, digestive, sudorifere, calmanti e carminative. Svolge una benefica attività contro la depressione, stimola la circolazione, cura i disturbi urinari e digestivi, in Cina viene usato per curare le malattie del fegato.

 Utilizzo: Per fare un profumo allo zafferano occorre mettere in una bottiglia di vetro con tappo 50 ml di alcool etilico e 44 gocce di olio essenziale  di bergamotto, 15 gocce di olio essenziale  di limone, 4 gocce di olio essenziale  di curali, 1 goccia di olio ess di lavanda, 1 goccia di olio essenziale  di rosmarino e 2 pizzichi di zafferano. Agitare prima dell’uso.