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MANDRAGORA (Mandragora Officinarum) Fam. Solanaceae

18 dicembre 2009

Loriana Mari

di Loriana Mari

Caratteristiche: la Mandragora è una piantina piccola , può raggiungere i 5 cm di altezza; in primavera assume una colorazione giallo verde . Queste piante non sono sempreverdi, quindi perdono le foglie per alcuni mesi all’anno. La Mandragora officinarum è una pianta per giardino roccioso.

Pianta erbacea perenne rosulata, di odore fetido, con grossa radice nerastra a fittone, spesso biforcuta e ramificata in modo ad aver un aspetto vagamente antropomorfo. Fusto nullo o brevissimo. Foglie tutte in rosetta basale, picciolate, glabre rugoso-reticolate, a lamina oblanceolato-spatolata alla fioritura, successivamente allungate, ondulata al margine e con l’apice acuminata, la venatura centrale ispessita. I fiori ermafroditi attinomorfi inseriti al centro della rosetta, con peduncoli pubescenti di 1,5-2 cm, accrescenti nella fruttificazione. La corolla è azzurro-violacea pallida a nervature reticolate e con tubo imbutiforme con lobi triangolari. Il frutto è una bacca elissoide giallo-rossastra contenente numerosi piccoli semi.

Habitat Specie con areale limitato alle coste mediterranee, (area dell’Olivo), negli incolti aridi, preferibilmente su suoli calcarei soleggiati, da 0 a 600 m. Presente, ma non comune, in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, comprese le isole minori attinenti. Non più segnalata in Campania e Abruzzo, dubbia in Lazio.

Proprietà: Pianta estremamente tossica che contiene un complesso alcaloideo ad azione simile a quella dell’atropina, dello josciamina e della scopolamina, presenti anche in Atropa belladonna e Hyoscyamus niger, viene usata nella cura degli spasmi intestinali e nell’omeopatia come rimedio sedativo nei casi di asma e tosse.
Moderatamente dosata viene ancora utilizzata come preanestetico e sedativa, è antisettica la sua assunzione in dosi massicce provoca tachicardia, pressione alta, nausea, allucinazioni, vomito, diarrea, convulsione anche la morte.

In effetti la pianta contiene alcuni principi attivi (ioscina, atropina, mandragorina e iosciamina) che producono una specie di stato ipnotico nell’individuo, simile a quello riscontrabile nella fase REM del sonno, cioè quella in cui si sogna. La radice, una volta polverizzata e sciolta nel vino, in quantità di circa trenta granuli, produceva questi effetti, e la sua azione veniva intensificata con la mescolanza ad altre droghe. A chi avesse comunque usato o abusato di questa pianta, un antico codice del Cinquecento descrive la malattia ed il rimedio: “Colui che haverà bevuto il sugo della mandragora coi suoi frutti o la radice patirà rossezza di viso, d’occhi, stupidezza di mente et alienazione e pazzia e sonno profondo. La sua cura e prendere la triaca magna, distemperata nel vino, ma che sia subito tardargli il mangiare per un giorno e beva del vino eccellente puro e fiuti l’aceto gagliardo”.

Storia, mito, magia: Il nome del genere è assonante con il persiano “mandrun-ghia“, erba-uomo, che allude alla forma antropomorfa delle radici. La forma greca, ‘mandragoras‘, si trova già negli scritti di Xenofon e Teofrasto. Le testimonianze sulla mandragora e sul suo uso medicamentoso attraversano la storia delle erbe a partire dall’antica Grecia, e nella maggior parte dei casi concordano sulla sua capacità di causare un sonno profondo e ristoratore, sia che venga semplicemente posta la sua radice nella camera dove il paziente dorme, sia che venga mescolata al cibo, cotta nel vino; un’altra sua caratteristica e quella di fungere sia da afrodisiaco, in senso di stimolante sessuale dopo l’ingestione, che da amuleto atto a portare buona sorte nelle faccende amorose; in questo caso la radice intagliata secondo un modo particolare. Nota, infine, la sua capacità di “combattere” la sterilità: tanto e vero che addirittura la Genesi, uno del libri della Bibbia, ne parla, a proposito:

Ma nonostante questa evidentissima tradizione, i commentatori della Genesi notano che Dio non aveva mai benedetto la mandragora, dal momento che Rachele restò sterile e solo dopo sette anni poté concepire il proprio figlio Giuseppe. Possiamo quindi immaginare la fama sinistra che la mandragora acquistò con il tempo e soprattutto nel Medioevo, periodo in cui le sue qualità vennero particolarmente apprezzate, e che vide il moltiplicarsi delle leggende sia per quello che riguarda la sua nascita, sia per la sua raccolta che per il suo uso. Nel 1518, Niccolò Machiavelli scrisse una commedia burlesca, intitolata appunto la Mandragola, in cui la tradizionale capacità della pianta di essere un antidoto contro la sterilità, e l’altrettanto tradizionale potere venefico diventano nelle mani dell’autore il meccanismo adatto a far si che Callimaco, innamorato della moglie di Messer Nicia, la bellissima Lucrezia, possa finalmente amarla. Poiché la donna è sterile viene consigliato al marito di utilizzare la pianta; ma dal momento che la donna che piglia questo antidoto diventa “velenosa”, si consiglia all’uomo di lasciare che sia un altro a far l’amore con lei, per estirpare il maleficio. Inutile dire che sarà Callimaco stesso travestito a farlo.

La mandragora comunque è presente nelle novelle di Boccaccio e di Sacchetti, è più volte citata in Shakespeare. La si trova nel Faust di Goethe, e in autori del XIX secolo quali Hoffmann e Nadier. Nella letteratura minore italiana la troviamo nell’Incantesimo di Giovanni Prati, nell’ultima strofa della fiaba di Azzarellina: Làmpane graziose giran la verde stanza; e, strani amanti e spose, i gnomi e le mandràgore coi gigli e con le rose escono in danza. La mandragora arriva a noi dalla credenza popolare, dalla letteratura, dalla medicina che l’ha ampiamente utilizzata, soprattutto per i suoi effetti narcotici ma anche dal teatro e dal cinema.

Secondo alcuni la mandragora nasce principalmente dallo sperma che l’impiccato emette negli spasmi dell’agonia, e va quindi ricercata preferibilmente nei luoghi dove sono avvenuti questi supplizi: nei crocicchi o nei cimiteri.

Secondo altri, a causa della sua particolare similitudine con la forma umana è  più che le altre piante preda del demonio, e si raccomanda quindi chi desidera consumarla di pregare prima il Signore. Secondo altri ancora, a causa della pericolosità di questa pianta non bisogna toccarla con le mani, ma legarla con un laccio ad un cane e spingere l’animale a muoversi finché non la strappi dal terreno. Il cane è un chiaro simbolo riconducibile ad Ecate, divinità degli inferi, spesso rappresentata con tre teste, fra le quali una di cane ed è Ecate che invia agli uomini sogni angosciosi, che è protettrice delle streghe, che ingenera follia, gradirà il sacrificio del cane, inviato a lei dalla pianta che ingenera follia.