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L’impianto d’illuminazione artistica potrebbe far male alla Cascata delle Marmore, o forse è un problema di bollette enel non pagate?

18 luglio 2011

Cascata delle Marmore

Se quello che leggiamo riguardo ai  motivi dello spegnimento dell’impianto d’illuminazione della Cascata delle Marmore fosse vero, non solo sarebbe grave ma rappresenterebbe in maniera evidente l’incapacità e l’inadeguatezza di chi oggi indegnamente è chiamato ad amministrare la città. E’ sconvolgente leggere nelle dichiarazioni di qualche esponente politico locale che il vero motivo dello spegnimento dell’impianto potrebbe essere legato esclusivamente al contenzioso economico che il Comune avrebbe con l’Enel Sole, e dunque al mancato pagamento delle bollette pregresse. Sappiamo in verità che la situazione è più complicata; si tratta di un contenzioso che si protrae da anni ma essere arrivati a questo, in pratica al distacco dell’impianto elettrico, dimostra incuranza, lassismo e menefreghismo verso quello che è  il sito d’interesse più importante del nostro comprensorio, la nostra unica e certa ricchezza turistica, uno dei dieci siti più visitati in Italia. Siamo schifati da simili atteggiamenti amministrativi che alla fine umiliano e ridicolizzano l’intera città agli occhi dei turisti e che vanificano in un sol colpo i tantissimi sforzi di valorizzazione fatti negli anni per questa che  è la più importante risorsa turistica. La situazione del distacco andava assolutamente evitata in ogni modo, arrivare a questo, oscurare la Cascata, cadere così in basso, disonora la città e noi tutti.

Per questo è incomprensibile che non si sia fatto nulla per evitare il distacco della fornitura elettrica e che si tenti ora maldestramente di giustificare il tutto con l’esistenza di un complesso contenzioso tra le parti.

Contenzioso che seppur serio ed esistente da tempo, non doveva assolutamente risolversi  con il distacco della fornitura elettrica.

Considerando poi che lo spegnimento avviene nel periodo estivo quando la Cascata è aperta anche nelle ore notturne è ancor più assurdo. Immaginate soltanto il caso in cui un turista sapendo dell’apertura notturna decidesse di venire a visitare la cascata.. cosa vedrebbe? Dovrebbe accontentarsi solo del fragore delle acque? Sono ormai venti giorni che la cascata è al buio , questo è grave ed è inutile ogni tentativo di sminuirlo. Grottesche le parole dell’Assessore Ricci, che sostiene che l’impianto d’illuminazione artistica potrebbe far male alla Cascata delle Marmore, insulso concetto per spiegare il mancato tentativo di recuperare la situazione. La triste realtà è che siamo incapaci di gestire una così grande  e importante ricchezza; mentre le altre città dell’Umbria, anche le più piccole, s’inventano iniziative culturali estive in grado alla fine nel concreto di attrarre masse turistiche, noi non solo siamo fermi e addormentati nella calura estiva della conca, ma dimostriamo di non essere all’altezza nemmeno di gestire quello che abbiamo, ciò che fortunosamente la storia ci ha lasciato.

Michele Rossi

Coordinatore Comunale PDL Terni

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L’Abbazia di San Pietro in Valle, imponente complesso fra la Cascata delle Marmore e Spoleto

3 febbraio 2011

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Esattamente come l’Abbazia di Sant’Eutizio di Preci, le origini dell’Abbazia di San Pietro in Valle affondano le proprie radici nel fenomeno del monachesimo di IV sec. d.C. Attualmente situato nel Parco naturale del fiume Nera, a metà strada tra la Cascata delle Marmore e Spoleto, e immerso in un rigoglioso bosco, il complesso abbaziale deve la sua fondazione ai due eremiti siriaci, Giovanni e Lazzaro, che negli anni centrali del IV sec. d.C. peregrinavano in cerca di un luogo recondito dove dedicarsi alle loro attività di preghiera. Varcato il Monte Solenne e da lì ridiscesi nella valle Suppenga, avrebbero fondato, su un preesistente insediamento pagano, l’eremo che sarebbe poi divenuto l’Abbazia di San Pietro in Valle. Nell’VIII sec. d.C. Faroaldo IIduca di Spoleto, infatti, proprio sui luoghi dove avrebbero vissuto Giovanni e Lazzaro, diede il via ai lavori di edificazione dell’intero complesso monastico. Secondo una leggenda, fu lo stesso San Pietro ad ispirare in sogno il duca di Spoleto, il quale esortato dal santo, fece edificare nel luogo dell’attuale abbazia un monastero benedettino. Pochi anni seguenti, Faroaldo rinunciò al privilegio del titolo e, presi i voti, divenne monaco di San Pietro in Valle. Da allora il cenobio fu strettamente legato alla città di Spoleto, divenendo luogo deputato ad accogliere le spoglie di molti dei duchi della città.

 

Nell’881 il monastero subì, affrontando la medesima sorte dell’Abbazia di Farfa, il saccheggio dei Saraceni. Fu per volere di Ottone III che risorse solo nel 996. Nel 1234 Gregorio IX assegnò la gerenza del complesso monastico ai Cistercensi, esattamente in linea con quanto stava avvenendo nel Lazio sotto Innocenzo III.

Abbazia San Pietro in Valle

Nel 1484 Papa Innocenzo VIII donò il feudo dell’Abbazia ai Cybo[1].

Dal 1917[2], l’intero complesso risulta proprietà di privati, ed attualmente, ristrutturato, è stato tradotto in struttura ricettiva alberghiera.

La proprietà è comunque un monumento nazionale, meta di molte visite per le sue opere d’arte: la chiesa conserva, ad esempio, il ciclo degli affreschi di scuola romana (1150) antecedenti il Cavallini, e gli affreschi nell’abside del maestro di Eggi del 1445. [1]

La chiesa, corpo separato a se stante rispetto all’abbazia, è ad una sola navata e risale al VII secolo; mentre l’abside venne aggiunta solo del XII secolo. L’intera struttura conserva pregevoli affreschi medievali e rinascimentali[3] di scuola umbra, raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, che si svolgono sulle pareti  della stessa, simulando una finta galleria. Di particolare rilievo, sono invece due lastre di epoca longobarda, scolpite a bassorilievo e impiegate come sostegni per l’altare. Quella che costituisce la fronte della sacra mensa reca un’iscrizione in lingua latina, con una curiosa commistione di caratteri maiuscoli e minuscoli: “Ilderico Dagileopa, in onore a san Pietro e per amore di san Leone e san Gregorio, per la salvezza dell’anima (pro remedio animae)”. Ilderico fu duca di Spoleto tra il 739 e il 742. La lastra presenta due bizzarre figure a petto nudo, con braccia piegate a 90° e levate verso l’alto, e corto gonnellino che scopre metà delle cosce. Entrambe sono intercalate da fusti vegetali stilizzati, che le circondano, e i quali culminano con dischi con delle croci inscritte. Una delle due figure brandisce uno sorta di stiletto, interpretato da alcuni come uno scalpello. Ciò avrebbe fatto supporre che la figura in questione fosse la rappresentazione stilizzata di Orso, lo scultore indicato come autore della lastra, la quale, non a caso, reca  l’epigrafe Ursus magester fecit (“Il maestro Orso l’ha fatto”).

Più difficile comprendere chi sia l’altra figura: il gonnellino, indumento forse adatto all’attività di scultore, mal si addice alla dignità del duca. Le braccia levate sono state interpretate come atteggiamento rituale. La posa si riscontra anche per la figura del vescovo Liudger di Werden (frazione di Essen), effigiata sul coevo altare in osso, o per quella del vescovo Agilberto, raffigurata sul suo stesso sarcofago (leggermente più antico ai casi precedenti), conservato  nella cripta di Jouarre (Francia). Congiunto alla navata della chiesa, il lato settentrionale del chiostro è scandito da tre alti e grandi archi sorretti da pilastri quadrangolari. I rimanenti lati presentano una diversa

lastra di orso di fronte all'altare

situazione: l’ordine inferiore è costituito da portici con poderose volte a crociera sostenute da robuste e basse colonne di pietra locale.  Il Campanile è di pianta quadrata leggermente asimmetrica e presenta un parato murario costituito da blocchi irregolari di pietra locale. Le sue pareti permettono di osservare il classico fenomeno del rimpiego di materiali antichi: ad altezze differenti si notano, tra l’altro con intento decorativo, suggestivi frammenti di epoca romana e longobarda.

Bibliografia:

C. Favetti, Ferentillo Segreta: L’Abbazia di San Pietro in Valle Suppegna.

Francesco Dell’Acqua, Ursus «magester»: uno scultore di età longobarda, in Enrico Castelnuovo, Artifex bonus – Il mondo dell’artista medievale, ed. Laterza, Roma-Bari, 2004.

 


[1] Il papa Innocenzo VIII (Giovan Battista Cybo – ossia Giobatta, ricordato come il pontefice romano che iniziò la caccia spietata alle streghe), come detto, costituì per suo figlio Franceschetto Cybo un principato, nominandolo oltre che duca di Spoleto, anche conte di Ferentillo, e quindi governatore dell’Abbazia. A Franceschetto, che sposò Maddalena de’ Medici, successe il figlio Lorenzo Cybo, il quale sposò Ricciarda Malaspina marchesa di Massa e Carrara. Dal matrimonio nacque Alberico I Cybo, il quale, dopo la morte della madre Ricciarda, assunse anche (sempre per volere della madre) il cognome di Malaspina. Alberico I Cybo Malaspina divenne cosi Marchese di Massa, Signore di Carrara, Conte di Ferentillo governatore di Monteleone di Spoleto, e dunque signore anche della Abbazia di San Pietro in Valle. Il feudo di dominio dei Cybo Malaspina durò fino al 1730 con Alderano Cybo.

[2] L’abbazia comunque ebbe sempre la commenda degli Ancaiani, nobili spoletini, fino alla sua vendita definitiva avvenuta nel 1907.

[3] L’intero ciclo pittorico è stato da pochi anni restaurato.