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FINALE REGIONALE “NUOTO PER TUTTI”: UNA PIOGGIA DI MEDAGLIE PER I PICCOLI DELLA LIBERTAS RARI NANTES PERUGIA

7 giugno 2011

Domenica 22 maggio presso la Piscina Comunale di Umbertide si è conclusa la Manifestazione della Federazione Italiana Nuoto Settore Propaganda: “Nuoto per Tutti”. Hanno partecipato i bambini e ragazzi delle due province di Terni e Perugia che si sono qualificati nei precedenti incontri ottenendo i migliori 16 tempi delle classifiche provinciali per stile e categoria. E’ stato un pomeriggio estremamente piacevole, in un impianto nuovo, bello ed accogliente anche se non grandissimo, che si è concluso per i più piccoli della Libertas intorno alle 17,00 con una collezione di 17 medaglie di non poco conto.

La  Libertas Rari Nantes Perugia ha dimostrato ancora una volta che a livello tecnico è la prima Scuola Nuoto Federale Regionale e gli  istruttori, nonostante i ridotti spazi dovuti alla ristrutturazione dell’impianto di Lacugnana, sono riusciti a portare avanti un gran bel programma educativo misto allo sport. Il nostro Presidente Paolo Riccini Ricci ha ringraziato tutti i genitori per l’assiduità e lo spirito di appartenenza dimostrato in questo anno, ha applaudito con l’affetto di un padre i risultati di questi piccoli atleti ed è estremamente riconoscente per il lavoro svolto da tutti gli istruttori che hanno cresciuto i bambini nell’acqua e con l’acqua. Ricordiamo la tenacia, l’amore, la creatività, la giocosità, la presenza costante di Gaetano De Franco, Parasecoli Diego, Chiara Mariotti, Veronica Rizzuto, Simona Moroni, Stefano Acciarri e del responsabile tecnico propaganda Valente William, tutti istruttori ed allenatori giovani e giovanissimi anche loro che quotidianamente lavorano per educare ed allenare le persone che verranno. Con questa domenica di sport la stagione propaganda 2010-2011 per i piccoli Libertas RN PG si è conclusa sicuramente nel miglior dei modi, 17 medaglie, un gruppo affiatato in cui tutti hanno festeggiato, un gruppo determinato a continuare insieme, con un grande spirito di appartenenza, queste sono le cose belle che dobbiamo valorizzare e in cui dobbiamo credere.

Note di merito per le performance di: Matteo Rosini, Matilde Sciarra, Niccolò Dozzini, Weini Asmaron, Alessandro Catana, Tommaso Vitella, Filippo Lini, Ilenia Polidori, Edoardo Arcangeli, Francesca Carta, Samuele Tugliani.

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Revoca dimissioni Di Girolamo: cosa cambia?

20 Mag 2011

di Matteo Bressan Coordinatore Provinciale Giovane Italia Terni

Dopo aver assistito per due settimane ad uno scontro tra ex ds e margherita a tutti i livelli, dal regionale al provinciale per passare ai comuni di Amelia e Montecastrilli, il Sindaco Di Girolamo ha comunicato questa mattina la revoca delle proprie dimissioni. Cosa è cambiato in queste due settimane in cui inizialmente lo stesso Sindaco aveva ammesso di non esser riuscito, a fronte di una discussione e un confronto di alta politica, a far quadrare il cerchio della sua maggioranza? Da quanto si apprende Di Girolamo si appresterebbe a presentare un aggiornamento programmatico in grado di fronteggiare le emergenze del momento. I dubbi della contesa all’interno della maggioranza stentano però a tramontare anche in virtù delle affermazioni dello stesso segretario provinciale del PD che, commentando le decisioni di Di Girolamo si era così espresso: “si voleva piegare il Sindaco a logiche di scambio di basso profilo”. Cosa è cambiato in queste due settimane in cui l’amministrazione comunale di fronte alle non incoraggianti notizie provenienti dalla Thyssen, è rimasta chiusa in “conclave” senza dare cenni di vita. Si dirà che a schiarire le idee possa esser stato d’aiuto anche l’esito elettorale nei comuni di Amelia e Montecastrilli, o anche la vicenda giudiziaria che ha colpito il Presidente del Consiglio Regionale Eros Brega, come qualche maestro della dietrologia sicuramente sta pensando in queste ore. Forse nei prossimi giorni capiremo, in base alle spartizioni correntizie, quali criteri e motivazioni abbiano ispirato il Sindaco a fare retromarcia.

Amministrative, a due settimane dal voto si infiamma la campagna elettorale

29 aprile 2011

Avigliano Umbro: Presentazione lista “NOI NO”

Si è tenuta questa mattina ad Avigliano Umbro presso la sala consiliare del comune stesso la tanto attesa e voluta presentazione della lista civica “NOI NO”.Una lista piena di giovani ragazzi spinti dalla voglia di migliorare e rendere ancora più bello questo paese. All’incontro hanno preso parte numerose cariche politiche di notevole spessore: dall’On.  Annagrazia Calabria, a Carlo de Romanis,Raffaele Nevi,Alfredo De Sio, Enrico Masciarri, fino a colui che è divenuto il motore di questo gruppo ovvero Matteo Bressan moderatore dell’evento e coordinatore provinciale di Giovane Italia.Un incontro in cui ancora una volta la candidata sindaco Agnese di Giorgio ha messo in luce oltre alla sua dolcezza e bellezza caratteristiche ormai visibili a tutti,gli obiettivi che questa lista vuole portare avanti come il coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica,la riorganizzazione del paese in termini di viabilità,la sicurezza dei cittadini,il rilancio dell’agricoltura e molto importante gli interventi finalizzati al rilancio dell’economia locale. Obbiettivi ispirati alla trasparenza alla legalità e alla meritocrazia,che saranno possibili solo grazie al sostegno dei nostri elettori. Una candidata a sindaco diversa dalle altre per la sua semplicità e dalla voglia che ha di vivere giornalmente tra la gente e con la gente,poiché solo tramite questo si possono capire realmente le problematiche dei cittadini. Una candidata con i giovani e per i giovani essendo anche lei giovanissima,ma al contempo con una grande grinta e determinazione poiché solo così si potrà riuscire a migliorare questo splendido e accogliente paesino.

Avigliano Umbro, Tracchegiani (Italia Federale): “Contributo programmatico dei nostri candidati nella lista Noi No”

“Offriamo pieno appoggio alla candidatura a sindaco di Agnese Di Giorgio attraverso i tre candidati di Italia Federale presenti nella lista ‘Noi No’, convinti che Avigliano Umbro possa scegliere quel rinnovamento necessario per garantire lo sviluppo della città e del suo territorio nei prossimi anni”. E’ quanto afferma il presidente nazionale di Italia Federale, Aldo Tracchegiani, in merito alla candidatura di Massimo Marruco, Massimo Terenziani e Adriano Salicchi che rappresenteranno Italia Federale all’interno della lista “Noi no” che appoggia la candidatura a sindaco di Avigliano Umbro di Agnese Di Giorgio alle prossime elezioni amministrative del 15 e 16 maggio. “Occupazione giovanile, politiche a favore delle giovani coppie e sviluppo del turismo attraverso la valorizzazione delle eccellenze locali, anche alla luce del nuovo sistema federalista che ha come principale obiettivo la valorizzazione delle autonomie locali, sono i principali contributi programmatici che porteranno i nostri candidati, che hanno scelto di far parte di una lista che rappresenta quel mondo giovanile che è tra i punti cardine del programma politico di Italia Federale. La presenza di giovani in politica è fondamentale anche nelle piccole realtà come quella di Avigliano Umbro ed è attraverso loro che si può costruire un grande futuro”.

La vicenda Thyssenkrupp tra sentenze e dubbi

20 aprile 2011

di Matteo Bressan

Non si placano le divisioni, le paure, le attese e anche il dolore ancora vivo nei familiari delle vittime, dopo la sentenza che i giudici di Torino hanno emesso lo scorso venerdì. Per molti si è trattato di una sentenza storica ma forti restano i dubbi sulla condanna per “omicidio volontario con dolo eventuale” a carico dell’amministratore delegato Harald Espenhahn. Il mondo politico, tra cui anche il Ministro del Welfare Sacconi, ha tenuto a precisare gli effetti positivi, in termine di prevenzione e sicurezza, che nei luoghi di lavoro produrrà questa sentenza. L’analisi però non può essere ristretta al certo importante accertamento delle responsabilità, alla storica svolta nell’impianto accusatorio o alle conseguenze positive che si determineranno nei luoghi di lavoro. Vi è un aspetto, che forse attira meno l’attenzione della stampa nazionale e dei riflettori dei media, che in queste ore pone dei grandi interrogativi sul funzionamento della nostra giustizia. È difficile toccare un tema delicato come questo, soprattutto in una fase storica che segna il livello più alto dello scontro tra politica e magistratura ma è necessario aprire una riflessione sulle sanzioni che andranno a colpire direttamente lo stabilimento ternano della Thyssen e che potrebbero avere gravi ripercussioni non solo in termini occupazionali. Se è vero infatti che l’azienda tedesca non dovrà probabilmente rinunciare ai contributi pubblici per la cassa integrazione risultano essere molto severi e punitivi i divieti di pubblicizzazione dei prodotti così come il mancato dissequestro e relativo trasferimento della linea 5 da Torino a Terni che impedisce al polo ternano il raggiungimento degli obiettivi produttivi e la tenuta dei costi aziendali. Sul dissequestro delle linea 5 si sta determinando un vero e proprio paradosso a danno della ThyssenKrupp proprio perché l’azienda, qualora volesse riprendere il possesso di questa, sarebbe costretta a rinunciare al processo di appello e a rendere esecutiva la sentenza. Non si esclude infatti che in appello la linea 5 possa essere oggetto di perizie e ulteriori accertamenti.

Agnese Di Giorgio, candidata a Sindaco per il Comune di Avigliano Umbro per la lista NOI NO

18 aprile 2011

Intervista di Matteo Bressan

Agnese di Giorgio

Agnese Di Giorgio, nata a Roma nel 1983, diplomata presso il Liceo Classico G.C. Tacito di Terni nel 2002, è iscritta alla facoltà di giurisprudenza di Camerino con indirizzo di operatore delle relazioni istituzionali.
Già militante in Forza Italia Giovani, dal 2010 è dirigente provinciale della Giovane Italia Terni. Fino a qualche settimana fa si era manifestato il rischio che alle elezioni amministrative per il Comune di Avigliano Umbro si presentasse solo la lista del Sindaco uscente.
Bressan: Che cosa è cambiato in queste due settimane?
Di Giorgio: il rischio, che si presentasse soltanto una lista era alto, e quindi mi ha spinta a mettermi a disposizione per garantire un’opportunità a quei cittadini che si vorrebbero riconoscere in un progetto alternativo all’attuale amministrazione.
Bressan: provenendo dall’esperienza e dalla militanza nella Giovane Italia le fa effetto questo importante riconoscimento da parte del coordinamento Provinciale del Popolo della Libertà?
Di Giorgio: proprio l’esperienza di quest’ultimo anno nella Giovane Italia mi ha resa più matura e consapevole degli obiettivi e dell’importanza dell’impegno dei giovani in politica. In tal senso l’incontro che hai organizzato con la coordinatrice nazionale della Giovane Italia On. Annagrazia Calabria e la conferma nella cabina di regia provinciale mi hanno fornito un’ulteriore motivazione.
Penso che sia fondamentale la presenza di giovani in politica anche nei piccoli comuni ed anche per questo motivo abbiamo pensato ad una lista composta prevalentemente da ragazzi accomunati dagli stessi obiettivi.
Fondamentale è stata inoltre la fiducia riposta in me dal commissario provinciale Alfredo De Sio, coordinatore provinciale, Enrico Masciarri e dal Capogruppo in Regione Raffaele Nevi.
Bressan: cosa deve offrire al cittadino il Comune e qual è la sua proposta?
Di Giorgio: Penso che il Comune sia il luogo in cui il cittadino possa crescere, sviluppare i propri progetti, quelli della propria famiglia e fare impresa senza essere ostacolato.
La nostra generazione deve farsi spazio per affermare un nuovo modello di fare politica che è nato nel ’94 e che non si connota per gestire l’esistente, ma per cambiarlo

Nuoto Per tutti, alla Piscina Comunale di Gualdo Tadino

18 aprile 2011

Bellissima giornata di nuoto a Gualdo Tadino alla Piscina Comunale in via Val Sorda, una

Matilde Sciarra ed il dolce sapore della vittoria

stupenda giornata di sport che ha visto come sempre il divertimento prevalere sopra ogni risultato gara anche se non sono mancate grandi soddisfazioni per i nostri piccoli atleti della propaganda Libertas Rari Nantes Perugia! Qui in breve quelli che sono stati i risultati conseguiti:

Gli esordienti hanno  6-7 anni ed i giovanissimi 8-9

25 delfino esordienti maschi –  1° Lini Filippo (Lib.RN PG) 2° Carusone Leonardo (tmc Foligno) 3° Rosini Matteo (Lib.RN PG)

25 delfino esordienti femm  – 1° Asmaron Weini (Lib.RN PG) 2° Carta Francesca (Lib.RN PG) 3° Bianconi Genny (Lib.RN PG)

25 metri delfino giovanissimi maschi1° Dozzini Nicolò (Lib.RN PG) 2° Nardella Matteo (Lib.RN PG) 3° Francescetti Matteo (Lib.RN PG)

25 delfino giovanissimi femmine1° Sciarra Matilde (Lib.RN PG) 2° Goracci Elisa (thebris) 3° Mancini Flavia (polisport Città  di Castello)

25 stile libero esordienti femmine 1° Asmaron Weini (Lib.RN PG) 2° Galassi Aurora (thebris) 3° Carta Francesca (Lib.RN PG)

25 stile libero esordienti maschi 1° Rosini Matteo (Lib.RN PG) 2° Lini Filippo (Lib.RN PG) 3° Tugliani Samuele (Lib.RN PG)

50 stile libero giovanissimi femmine1° Mancini Flavia (Polisport) 2° Sciarra Matilde (Lib.RN PG) 3° Goracci Elisa (thebris)

50 stile libero giovanissimi maschi1° Levantino Matteo (Spoleto nuoto) 2° Rossi Manuel (Bluteam assisi) 3° Cambiotti Filippo (Centro Nuoto Flaminio)

1° Classificata nei 4×50 stile libero giovanissimi misti maschi e femmine la staffetta con  Sciarra Matilde, Polidori Ilenia, Dozzini Niccolò e Pellegrini Marco

4×25 esordienti 1° classificata la staffetta con Carta Francesca, Asmaron Weini, Rosini Matteo e Lini Filippo e 3° la staffetta con Bianconi Genny, Nardella Alessia, Bernini Francesco e Vitella Tommaso

La nostra Società Libertas Rari Nantes Perugia nella persona del suo Responsabile di scuola nuoto settore propaganda ringrazia tutti gli allenatori: William Valente, Gaetano De Franco, Diego Parasecoli, Stefano Acciarri, Simona Moroni, Veronica Rizzuto e Chiara Mariotti per il loro impegno, la loro dedizione e il grande amore che sempre dimostrano ed hanno verso questi piccoli cuccioli.

Terni, convegno su La rivoluzione liberale di Berlusconi: da Forza Italia al Popolo della libertà

7 aprile 2011

Si terrà domani pomeriggio a Terni alle ore 17.30, presso Palazzo Gazzoli, il dibattito su  La  rivoluzione liberale di Berlusconi: da Forza Italia al Popolo della libertà.

L’incontro si terrà alla presenza dell’On. Giuseppe Moles, il Presidente del gruppo del PdL in Regione Umbria Raffaele Nevi e il Presidente di Giovani per la Libertà Marco Casella.

Al centro del dibattito, moderato dal vice presidente di Giovani per la Libertà Matteo Bressan, ci saranno i temi fondamentali e i cardini della rivoluzione liberale di Berlusconi: la riduzione della pressione fiscale, la riforma della giustizia, l’ammodernamento e alleggerimento della macchina statale e la questione generazionale.

Sette ciclisti estoni spariscono in Libano. Qualcuno chiama in causa Gheddafi

28 marzo 2011

di Matteo Bressan

Sono passati cinque giorni dal sequestro dei sette Estoni che percorrevano la valle della Bekaa provenendo dalla Siria a bordo di biciclette. Dalle ricostruzioni, peraltro confuse che si sono susseguite, sembrerebbe che i sette cittadini siano stati circondati da uomini armati a bordo di due furgoni e una Mercedes bianca senza targa.

In un primo momento, quando non era stato possibile chiarire la nazionalità dei malcapitati, le agenzie avevano annunciato il sequestro di sette europei, in un secondo momento era circolata la notizia che il gruppo fosse composto da Estoni ed Ucraini.Subito dopo però, una nota del Ministero degli esteri ucraino, smentiva la presenza dei propri concittadini.

Sul fronte estone invece già venerdì è iniziata a trapelare un’evidente preoccupazione proprio dal Ministro degli Esteri Urmas Paet che ha ribadito di non aver ricevuto nessun messaggio dai sequestratori e non ha potuto fornire pubblicamente dettagli sui sette turisti Estoni. Sono però trapelate alcune notizie da uno dei familiari ed è emerso un particolare sul quale è doveroso fare una riflessione. Sembrerebbe infatti che uno degli estoni lavorerebbe per un’azienda specializzata nella realizzazione di software utili ai sistemi di geolocalizzazione.

Sul fronte delle ricerche il Governo estone, tramite il Ministro degli Esteri Umas Paet, ha informato l’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri Catherine Ashton, i Ministri degli Esteri di  Francia, Turchia, Italia e i diplomatici di Gran Bretagna, Stati Uniti e Polonia. Le autorità libanesi stanno setacciando la zona della Bekaa, valle rinomata per il traffico di droga e armi controllata da Hezbollah, nel tentativo di stabilire un contatto con i sequestratori.

Anche la politica libanese si interroga su questo sequestro e il Presidente delle Forze libanesi Samir Geagea, lo scorso venerdì, ha manifestato le sue preoccupazioni su un evento che potrebbe destabilizzare il già precario equilibrio del Libano. Va ricordato infatti che sono trascorsi ben due mesi dalle dimissioni del Governo Hariri e che gli episodi di tensione non mancano, come testimonia l’esplosione nella notte del 26 marzo di una bomba nella cittadina di Zahle presso un chiesa cristiana.  Ad oggi però sia da quanto trapela dalle dichiarazioni ufficiali che da quello che si legge sulla stampa araba si ha la sensazione, avvalorata dalla diversità delle piste che si stanno seguendo, che si stia brancolando nel buio.

Le ipotesi che maggiormente sono circolate tra venerdì e sabato sono tra le più disparate ma tutte degne di nota. Si è partiti infatti dal collegare questo sequestro all’arresto avvenuto un anno fa a Kiev di un leader palestinese, fatto che avrebbe determinato il sequestro di cittadini ucraini, della cui presenza lo stesso ministero degli esteri ha dato smentita, per un’ eventuale trattativa di scambio. Successivamente si è pensato ad un’azione di disturbo, organizzata dalla Siria tramite Hezbollah, per creare disordine nella valle della Bekaa ed ostacolare quindi la visita in programma nei prossimi giorni di Hariri.

Il giornale kuwaitiano Al Anba ha infine citato una fonte del campo palestinese di Ai nel Helwe, che avrebbe collegato il rapimento dei sette estoni con le vicende libiche. I sequestratori infatti, appartenenti all’organizzazione Fath al Intifada, sembrerebbero essere palestinesi, forse legati e sostenuti economicamente da Gheddafi, il quale in questo modo avrebbe voluto mandare un messaggio all’Europa.

Poche ore dopo le dichiarazioni apparse su Al Anba, un portavoce di Fath al Intifada ha prontamente negato qualsiasi coinvolgimento nel rapimento precisando che gli unici obiettivi della loro organizzazione sono la lotta per la causa palestinese. Forse è ancora presto per affermare che il Libano sia ripiombato nella spettrale spirale dei sequestri di occidentali, che caratterizzarono la seconda metà degli anni ‘80 nella guerra civile libanese, ma la preoccupazione che si percepisce e il silenzio che circonda questa vicenda si fa sempre più assordante.

Concetto di guerra e convenienze politiche

23 marzo 2011

di Matteo Bressan

I bombardamenti sulla Libia sono iniziati da quattro giorni e ancora non si vedono le bandiere arcobaleno che tanto hanno spopolato ai tempi della guerra in Afghanistan e Iraq. Che cosa è cambiato in questi anni nei sani principi che ispirano chi legittimamente rifiuta qualsiasi tipo di intervento militare? A ben vedere nulla, ma andando a leggere le cronache si scopre che da quando alla Casa Bianca è arrivato il nobel per la pace Obama si è smesso di protestare contro gli USA. Qualcosa però non torna. La guerra in Afghanistan c’è ancora, i raid contro i talebani si fanno ancora e addirittura si è anche iniziato a sconfinare in Pakistan pur di fermare il sostegno di cui godono le varie bande armate che si aggirano per l’Afghanistan. Se poi ci si accorge che buona parte della sinistra italiana spinge per menare le mani a Gheddafi, e la Lega Nord invece frena per i leciti timori della possibile invasione di profughi, qualche riflessione va fatta. Il sospetto che la sinistra pacifista voglia dare una lezione al rais, più per contestare i rapporti intercorsi tra questi e il Presidente Berlusconi, che per una chiara visione dello scenario libico è forte. Non si comprende però quale dovessero essere i rapporti tra l’Italia e la Libia, e più in generale tra i paesi occidentali e quei paesi produttori di petrolio governati da regimi autoritari. Il nodo della questione, non può essere fatto ricadere sui rapporti tra Italia e Libia, strategici nella politica energetica italiana, così come quelli con la Russia o la Turchia. Una politica estera che cerca di garantire delle linee di rifornimenti energetici non può essere misurata attraverso la categoria della democraticità dell’interlocutore. Se a questa considerazione si aggiunge lo storico disinteresse dell’Unione Europea, nel garantire una gestione collegiale tra tutti i paesi del mediterraneo, in materia di flussi migratori, si comprendono i legami che si erano instaurati non da Berlusconi, ma da tutti i Governi italiani che hanno cercato di stabilire un modus vivendi con il Rais. Di fronte ad Unione Europea sorda a questa problematica, così come lo è stata anche sul fronte degli approviggionamenti energetici, non si capisce per quale motivo la politica estera italiana debba esser criticata con categorie moralistiche, secondo le quali il solo fatto di partecipare insieme a Gazprom nella realizzazione di South Stream sarebbe un’operazione da contestare in tutti i modi. Ora che la coalizione dei volenterosi ha deciso di saldare il conto con Gheddafi si capirà se la Libia, entità statale e geografica creata dall’Italia, si avvierà verso una radicale trasformazione in senso democratico oppure si andrà smembrando in due o forse tre entità distinte, o peggio ancora diventerà un avamposto di Al Qaida.

Dall’Unione Mediterranea alla politica delle “cannoniere”

11 marzo 2011

di Matteo Bressan

Le ultime cronache degli scontri tra le forze di Gheddafi e i rivoltosi ci riportano indietro nel tempo, esattamente alla guerra del deserto tra Rommel e Montgomery. Assistiamo ancora una volta ad un guerra paradossalmente classica dove si avanza sulla stessa strada litoranea dove più di sessanta anni fa si fronteggiarono le truppe dell’Asse contro gli Alleati.  Anche questa volta, secondo alcune fonti, sarà di vitale importanza non allungare le linee dei rifornimenti onde evitare di rimanere, a corto di carburante e munizioni.
Nell’era della guerra asimmetrica e della rivoluzione degli affari militari, in Libia si è tornati ad una guerra quasi tradizionale.  Il tema dell’odierno conflitto libico è però molto più complesso e articolato rispetto ad un parallelismo storico militare sul quale comunque è doveroso fare alcune riflessioni.  In primo luogo desta curiosità l’atteggiamento e il richiamo alla politica delle “cannoniere” lanciato ieri dal Presidente Sarkozi, al quale potrebbe accodarsi anche il Premier Cameron; si rimane infatti sconcertati dall’apprendere la volontà francese di intervenire militarmente anche in maniera unilaterale.
È evidente che sono ben lontani i vaghi e fumosi proclami francesi circa l’Unione Mediterranea, peraltro mai andati oltre una serie di incontri e dichiarazioni programmatiche e mai trasformatisi in una vera e propria politica estera per il Mediterraneo.
Ad aggravare l’imbarazzo della posizione francese vi è poi una generale inazione delle principali potenze, a cominciare dagli Stati Uniti, di fronte ad un quadro estremamente fluido e incerto che si sta profilando in Nord Africa e Medio Oriente.
La prudenza invocata anche ieri dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, in merito alla necessità di concordare e condividere qualsiasi decisione in sede Onu, segna sicuramente un punto di grande importanza per la diplomazia italiana che piuttosto che lanciarsi in pericolose avventure unilaterali preferisce, in virtù di un generalizzata assenza di visione strategia sul Nord Africa, rilanciare la strada del sistema multipolare, unica carta in grado di reggere l’urto delle sfide dei nostri tempi.

Terni, una via ai martiri delle foibe?

27 febbraio 2011

Istallazione di una targa nei pressi di piazza Dalmazia o intitolazione di una via, una piazza o un parco ai Martiri delle Foibe; questo l’oggetto della mozione presentata ieri dal consigliere  Forzanti durante il consiglio della II Circoscrizione Nord tenutosi a palazzo Spada, come anticipato nella conferenza stampa da Matteo Bressan, Coordinatore Provinciale della Giovane Italia, movimento giovanile di cui Forzanti è coordinatore comunale. Atto questo, molto importante ai fini del ricordo di un momento storico tragico vissuto dai connazionali fiumani e istriano-dalmati.

Matteo Bressan – Coordinatore Provinciale Giovane Italia Terni

Francesco Forzanti – Coordinatore Comunale Giovane Italia Terni

Rivolte in Medio Oriente e Nord Africa: premesse simili ma conclusioni imprevedibili

22 febbraio 2011

di Matteo Bressan

L’ondata rivoluzionaria che sta scuotendo il Nord Africa così come il Medio Oriente non deve portarci a semplicistiche considerazioni. Si percepisce infatti la sensazione, da parte di alcuni opinionisti e politici italiani, di essere di fronte ad processo storico evolutivo che porterà, quegli Stati dove sono in atto imponenti stravolgimenti, al raggiungimento di vere e proprie forme di democrazia compiuta.
Sentendo poi alcuni agghiaccianti accostamenti tra quella che fu la rivoluzione iraniana e quello che si sta osservando oggi si rimane molto preoccupati.
Si viene a scoprire infatti che molti intellettuali e militanti della sinistra nostrana avevano guardato con speranzosa benevolenza alla rivoluzione di Khomeini salvo poi accorgersi, tempo dopo, quale tipo di minaccia si fosse venuta a creare in Iran. Oggi non conosciamo o quantomeno non possiamo prevedere quali saranno gli esiti di queste insorgenze in molti casi sorte a causa della povertà e dalla fame, ma in altri casi spinte o peggio ancora sostenute dall’Iran. Possiamo rimanere fermamente convinti che alla fine ci sarà un vero e proprio processo evolutivo delle Istituzioni e di quei paesi governati sin qui in maniera dispotica?
Stiamo valutando attentamente quale sia il rischio della nostra sicurezza energetica e le conseguenze umanitarie che si riverseranno sui paesi del Mediterraneo?
Siamo sicuri che alla fine di questo pericoloso domino non ci si possa ritrovare con un’influenza della Cina estesa al Nord Africa o peggio ancora alla nascita di formazioni appartenenti alla galassia di Al qaeda a poche miglia dalle nostre coste?
È possibile che in mezzo a tante e sanguinose rivolte si sia smarrita la visione strategia di quello che è in primo luogo il principale paese esportatore del fondamentalismo islamico?Ci si è forse dimenticati che il padrino dei movimenti terroristici presenti in Libano, Iraq e Afghanistan è riuscito anche in questa ondata di rivolte ad uscire sostanzialmente indenne. È pensabile che di fronte al crollo dei regimi illiberali del Nord Africa ci si dimentichi del vero manovratore, che vive al sicuro a Theran, e si finisca per accumunare il tutto in una grande rivoluzione per la democrazia?

Nucleare italiano: ennesima pagina di ipocrisia nazionale

19 febbraio 2011

di Matteo Bressan

L’allarmismo lanciato dal Senatore del PD Francesco Ferrante sulla possibilità di realizzare al confine con l’Umbria un deposito di stoccaggio delle scorie nucleari, rilancia una annoso dibattito della politica italiana: nucleare si nucleare no. La storia del nucleare italiano è, se vogliamo, lo specchio di assenza di politica strategica e sperpero di risorse che per anni hanno caratterizzato il nostro paese.L’Italia, è bene ricordarlo, è stata uno dei paesi più all’avanguardia nel settore della ricerca e della produzione dell’energia nucleare.Se consideriamo infatti le limitazioni imposte all’Italia con il Trattato di Pace del 1947, si rimane stupiti nel constatare che nel 1966 l’Italia era il terzo produttore di energia nucleare dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. L’Italia in una prima fase si dotò di tre tipi di reattori differenti ma tutti di tecnologia anglo americana, che una volta sviluppati raggiunsero i più alti standard di produzione a livello europeo.

Gli esiti del referendum del 1987 contro il nucleare, determinato dall’emotività suscitata dal disastro di Černobyl’ e da una sapiente campagna di informazione mirata ad affossare il programma nucleare italiano, portarono alla scelta politica negli anni 1988 e 1990 di interrompere la produzione dell’energia nucleare e la chiusura delle tre centrali ancora funzionanti. Sarebbe interessante capire quali attori internazionali spinsero l’allora classe dirigente ad affidare un tema così strategico per la sicurezza nazionale al non certo indicato strumento referendario che, mai come in quella occasione, favorì il nostro attuale maggior fornitore di energia nucleare, vale a dire la Francia. Il pensiero dominante di quella fase storica fu che con l’interruzione del programma nucleare italiano, che di fatto tagliò le gambe ad anni di investimenti e know how non indifferente, si poteva essere il paradiso ecologico dell’Europa  pur avendo centrali nucleari a ridosso dei propri confini, si veda Francia e Jugoslavia. È evidente che questo approccio altamente autolesionista ed ipocrita, tipicamente italiano, è stato la causa principale del costo record in Europa, per chilowattora, che i contribuenti pagano per l’energia.Ciò non significa che i risultati raggiunti prima del 1986 contribuissero al fabbisogno energetico nazionale, ma certamente possiamo altrettanto dire che la strada delle sole energie rinnovabili o alternative non può da sola compensare un giusto mix di approvvigionamento energetico all’interno del quale il nucleare gioca un ruolo certamente importante. Se al referendum del 1987 aggiungiamo i costi e problemi derivati dalla gestione dei cinque impianti, per i quali ancora oggi la Società gestione impianti nucleari (SOGIN) è attiva nella fase di nuclear decommissioning, possiamo ben comprendere quali e quanti danni abbia rappresentato l’uscita dell’Italia dal programma nucleare.

Oggi assistiamo, ancora una volta, alle prese di posizioni di una certa parte politica e alle barricate alzate da alcune Regioni che si stanno nuovamente scagliando contro il nucleare, in una fase storica caratterizzata dalla permanente instabilità dei nostri maggiori paesi fornitori di energia (si vedano le rivolte di questi giorni in Libia, Tunisia, Egitto e Iran). La partita del nostro fabbisogno energetico è stata spiegata in maniera molto chiara dal Governo Berlusconi che si è posto come obiettivo quello di suddividere la produzione di energia elettrica dalla seguenti fonti: 25% da energia nucleare, 25% da fonti rinnovabili e 50% da fossile. La nuova politica annunciata dal Governo italiano punta a tagliare le emissioni di gas serra, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e abbassare il costo dell’energia elettrica all’utente finale.

Giuseppe Moles: le idee, il turbo della rivoluzione liberale

9 febbraio 2011

Intervista di Matteo Bressan

In un momento in cui il rapporto tra i giovani e la politica è ridotto al lumicino è forse

On Giuseppe Moles, laurea in scienze politiche, indirizzo internazionale; Professore universitario, Esperto di relazioni internazionali e di comunicazione e mass media

significativo (e per molti versi esemplare) discutere con l’on. Giuseppe Moles, un leader politico giovane ma già forgiato da forti esperienze ad alti livelli istituzionali, i temi più spinosi dell’attualità in un locale tradizionalmente frequentato da giovani romani all’ora dell’aperitivo domenicale.

On. Moles i giovani non hanno una grande opinione della politica italiana, ma al tempo stesso sono una componente decisiva per la vittoria elettorale. Secondo lei come è considerato il mondo giovanile dalla politica? E perché un giovane dovrebbe votare per il centro destra?

Innanzitutto sono felicissimo di questo incontro, perché “voi siete la politica” e perché avete il coraggio di fare politica ben sapendo che altrimenti la politica comunque si occupa di voi. Quindi, così come ho fatto io, fate politica per “legittima difesa” ma con il vantaggio di avere dalla vostra la forza delle idee vincenti: quelle idee che non solo hanno vinto prima ma che è necessario far vincere domani. Non è facile fare politica oggi venendo da una tradizione di Forza Italia in un momento storico così difficile. È molto più semplice invece essere stupidamente proni ai cattivi maestri della contestazione di sinistra. Inoltre sono felicissimo di essere qui perché voi siete la evidente dimostrazione che esiste ancora, e mi auguro anche abbia sempre più forza e rilevanza, quella componente giovanile che tanto ha fatto nei 16 anni della vita politica di Berlusconi, e cioè quella di Forza Italia, che è parsa a volte porsi in secondo piano rispetto al semplice movimentismo di destra sociale.

Ma allora può riuscire la fusione tra i due movimenti giovanili?

Assolutamente si, sono poche le cose che ci dividono dai nostri amici provenienti da AN ma molte quelle che ci uniscono. A condizione però che le nostre idee, i nostri valori, quello in cui crediamo, quello che Berlusconi ha sempre sostenuto non vengano offuscate dalle logiche di palazzo. Dobbiamo e dovete essere orgogliosi di quello che siamo, perché anche giovani ex FI sanno fare politica, magari non urlata, hanno idee che sono quelle giuste e sanno, quando vogliono e quando possono, portarle avanti con la forza e la coerenza che li contraddistingue.

Se ascoltiamo alcune voci sorge spontaneo un quesito: il PdL è all’inizio o alla fine del suo percorso politico?

Non possiamo cambiare il passato ma possiamo influire sul futuro. La rivoluzione di Berlusconi è nata per cambiare l’esistente. Non per gestirlo. In tutti questi anni a causa di una serie di fattori indipendenti dalla vera volontà di Berlusconi la rivoluzione liberale italiana è iniziata ma non si è compiuta, e ciò spesso proprio a causa delle logiche perverse della politica politicante. Tre esempi per tutti: il tradimento di Bossi del 94 con l’avallo del Presidente della Repubblica; le enormi difficoltà e i veti posti dall’UDC di Casini nel precedente Governo Berlusconi; la pazzia perversa di Fini oggi. Ben venga non solo una rivoluzione fiscale ma anche qualsiasi riforma che tenti di abbattere finalmente il potere vero, quello dell’establishment.

Ma proprio adesso On. Moles? Con tutte le difficoltà del momento storico?

Si, soprattutto adesso, perché è il momento storico che segnerà la frattura con il passato. O i poteri forti abbattono noi e Berlusconi o noi rilanciamo la grande riforma liberale con la forza delle idee. E quindi avanti con la riduzione delle aliquote, la separazione delle carriere dei magistrati, la cancellazione degli enti inutili, il presidenzialismo, la modifica del sistema elettorale.

Un sistema elettorale che non va bene perché di fatto siete dei nominati…

Chi lo dice ha ragione. La mia personale preferenza è per l’uninominale secco all’americana. Ma siccome ritengo che i sistemi elettorali sono degli strumenti, la fortuna o meno di un sistema elettorale la fa chi lo utilizza. Anche con un sistema elettorale uninominale si potrebbero verificare casi di “nominati” ma bisognerebbe vedere che tipo di assetto vogliamo e, sulla base di quello, adattare il sistema elettorale. Questa legge avrebbe potuto consentire anche a chi non ha enormi disponibilità finanziarie o di partito di entrare in Parlamento e portare la propria professionalità e contributo ed era questo l’intento di Berlusconi; purtroppo è anche vero che poi le perversioni hanno colpito questo sistema. Il ritorno al Mattarellum sarebbe un primo passo avanti. Secondo alcuni calcoli se al 2008 avessimo avuto il Mattarellum il Popolo della Libertà avrebbe avuto una maggioranza superiore perfino dell’attuale.

Che assetto ipotizza per un partito moderno? Il partito delle tessere o il partito che si mobilita solo per i grandi appuntamenti?

È ormai chiaro che a Berlusconi il contenitore PDL così com’è non piace. Quando Berlusconi dice potessi tornare a FI non fa solo riferimento al contenitore, ma fa riferimento a quello che FI era. Un insieme eterogeneo ma tendenzialmente unito dai valori comuni e rivoluzionari all’interno del quale senza le storture e le beghe del partitismo stile vecchia repubblica, convivevano tutta una serie di componenti senza che mai si sia verificato nessun tipo di divisione perché il programma rivoluzionario univa su quei principi e su quei valori tutti. In secondo luogo c’era una sintesi effettuata diversamente da Berlusconi che ha sempre premiato le persone in base non all’appartenenza a correnti o componenti ma in base a quello che sapevano fare o alle idee che avevano. Questo a maggior ragione era importante in quello che era il giovanile di FI, che era un pour puri di gente entusiasta che si era avvicinata a quelle che erano le idee vincenti. Qualsiasi sia il contenitore, se non ci si mettono le idee, rischia di diventare uno dei tanti partiti modello Prima Repubblica. Perciò anche io ho sottoposto, nel mio piccolo, un contributo in tal senso a Berlusconi sul futuro del nostro movimento.

Movimento o partito?

Mi piacerebbe che si tornasse al movimento. Mi piacerebbe che fosse più il partito delle idee che quello delle tessere.

Che opinione si è fatto della miriade di associazioni, circoli e club che compongono la galassia del PdL?

Qualsiasi iniziativa presente passata e futura che possa essere utile a far si che il PdL in quanto movimento possa diventare il partito unico del centrodestra italiano mi vede favorevole. Ma se l’intento fosse quello di affermare componenti o correnti mi farebbe schifo. Ho partecipato e parteciperò a qualsiasi manifestazione di queste realtà, ma se mi accorgessi che la finalità è separare anziché unire ne trarrò conclusioni.

Secondo lei Berlusconi ristrutturerà il centrodestra procedendo con un cambio generazionale?

Il cosiddetto “cambio generazionale” è un concetto molto populistico e mi fa venire i brividi. Un cambio generazionale significa annullare in un colpo solo sia cose positive sia fattori negativi allo stesso tempo. La classe dirigente di oggi era giovane ieri. Ma senza quella che è oggi la classe dirigente, i giovani di domani da chi potrebbero ricevere il testimone delle idee e dei valori vincenti? Anni fa ci fu una tesi di laurea affidata dall’ On. Antonio Martino ad una studentessa. Questa verificò che il 95 % dei testi di economia politica nelle Università italiane erano keynesiani e solo il 5% erano monetaristi. Le nostre idee, quelle di Berlusconi sono il libero mercato, la libera impresa, l’avversione alla patrimoniale e la limitazione dell’ingerenza dello stato. Da chi possiamo apprendere queste cose se cancelliamo una generazione che deve insegnare? Diverso è invece individuare nuovi e migliori strumenti che consentano a chiunque, a prescindere dalla generazione, di dare il suo contributo al PDL.

In questi giorni stiamo registrando l’ennesimo scontro tra politica e magistratura. Un duello infinito?

È necessaria la separazione dei poteri e la separazione delle carriere. Se una componente, seppure minoritaria, della magistratura fa politica non siamo in un paese civile: automaticamente rende non più liberi ed indipendenti gli altri poteri, e ciò alla faccia di quella grande componente della magistratura che fa il suo lavoro ed il suo dovere in silenzio. Questa è l’unica magistratura che noi rispettiamo, quella magistratura che non guarda dal buco della serratura per un anno sputando su uno dei principi liberali più sacri: la libertà personale e la privacy.

Che idea si è fatto di quanto sta avvenendo in Medio Oriente ed in particolare in Tunisia ed Egitto?

Se mai ce ne fosse bisogno è la dimostrazione del fallimento della politica del Presidente Obama. Fin dall’inizio ha abbassato la guardia nei confronti degli estremismi aprendo all’Iran e ad altri non solo ricevendone schiaffi in faccia ma anche legittimandoli e ponendo le premesse che potrebbero consentire loro di impossessarsi dell’intero Medio Oriente. L’appoggio di Obama alla piazza in Egitto non favorisce una transizione democratica gestita con l’attenzione dovuta. Tutti noi riteniamo che la libertà sia un valore assoluto ma, nonostante tutte le critiche, proprio Berlusconi ha bene esposto quella che deve essere una linea in politica estera giusta, indicando la necessità di una attenta e non frettolosa fase di transizione dell’Egitto. Hamas ha in mano Gaza, Hezbollah ha il potere in Libano, l’Iran è degli ayatollah, ci manca solo che l’estremismo islamico metta le mani sull’Egitto.

La scorsa settimana una sua collega, l’On. Calipari, ha contestato l’eccessiva spesa per le operazione militari in Afghanistan che, a suo dire, avrebbero tolto risorse dalla spese di ricostruzione e cooperazione. Qual è il suo punto di vista su questa vicenda e sulla situazione in Afghanistan?

L’On. Calipari è un’amica ma, come al solito, fa propaganda pur sapendo perfettamente che ogni operazione o intervento all’estero costa di tre fasi: militare, militare e civile, civile. È evidente che in Afghanistan siamo ancora nella prima fase, che è quelle di assicurare il controllo e la sicurezza sul tutto il territorio. Sarebbe molto bello poter solo stanziare soldi per fare asili senza che i bambini rischino di saltare su una bomba mentre vanno a scuola. Invece dovremmo aumentare uomini e risorse per portare a termine la missione e per consegnare il paese alle sue istituzioni. Altrimenti non si onorerebbe il sacrificio dei nostri morti. Non ti difendi da un RPG solo dicendo che hai stanziato soldini per opere di bene.

Ma perché non si parla abbastanza del peacekeeping italiano che rappresenta un modello vincente delle nostre Forze Armate?

I nostri militari si contraddistinguono per un approccio estremamente professionale e nello stesso tempo elastico negli impegni delle missioni all’estero, e questo è uno dei punti di forza delle nostre partecipazioni. È indubbio che ci siano state molte difficoltà per superare la propaganda cattocomunista che per anni ha identificato il militare con l’uomo di destra, il fascista. Oggi, per fortuna, il clima è in parte cambiato, e la gente pian piano è tornata e guardare con affetto le donne e gli uomini in divisa.

A proposito delle nostre missioni militari. Alla luce della caduta del Governo Hariri, ha ancora senso la nostra presenza in Libano?

Sono stato sempre contrario alla missione in Libano perché in realtà l’hanno voluta Prodi e D’Alema solo per far dimenticare che erano scappati dall’Iraq; in più hanno limitato e mortificato l’azione dei nostri militari con assurde regole di ingaggio. Se il compito affidato dall’ Onu era di disarmare Hezbollah le regole imposte dal nostro Governo hanno rischiato di mettere in pericolo i nostri militari, tanto da rischiare di farli trovare tra due fuochi senza possibilità di agire. Un esempio su tutti: se i nostri militari fermano un camion di armi di Hezbollah non possono sequestrarli ma devono chiamare i militari libanesi e consegnare loro uomini e armi; il problema è che, però, la gran parte dei componenti dell’esercito libanese proviene proprio da Hezbollah. Io sposterei i nostri militari dal Libano all’Afghanistan proprio per perseguire quanto detto prima: più truppe, più controllo del territorio, più sicurezza.

Foibe, il 10 Febbraio Giornata del Ricordo per tutti?

8 febbraio 2011

di Matteo Bressan

A due giorni dal 10 febbraio, data in cui si ricorda il dramma delle foibe e dell’esodo, molti si interrogano su come e quanto le celebrazioni istituzionali di questi drammatici eventi abbiamo realmente cambiato l’impostazione di molti manuali di storica contemporanea. A giudicare dall’esiguo numero di studenti che hanno optato per il tema di maturità sulle vicende del confine orientale e il dramma delle foibe viene da pensare che poco sia stato fatto nelle sedi preposte a studiare e a spiegare la storia dei nostri connazionali. Non deve quindi stupire se i migliori prodotti della storiografica sulle foibe, l’ esodo, i prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica restano lavori isolati e, nella maggior parte dei casi, considerati storia minore. La sensazione che alcuni settori del mondo accademico, per non parlare di coloro che si sono scagliati contro i lavori di Pansa, siano indifferenti, se non proprio restii a rivedere alcuni assiomi della storiografia italiana è molto forte.
Nonostante ciò molto si è fatto e molto ha contribuito anche la televisione che sicuramente può essere più incisiva sul grande pubblico rispetto ad un manuale di storia, ma certamente è necessario che le giovani generazioni possano comprendere sin dalla giovane età quali e quante sfaccettature ci possano essere nell’interpretare la storia. Si potrà obiettare che non tutto può essere scritto su un manuale e che pertanto si è costretti ad operare delle cesure ma molte volte anche dei singoli spunti, possono fare molto soprattutto se si parla della nostra storia, della storia del nostro Paese.

L’Occidente non deve chiudere gli occhi sul colpo di stato in Libano

26 gennaio 2011

di Matteo Bressan

Il Presidente libanese Michel Suleiman e il presidente del parlamento Nabih Berri hanno firmato il decreto con cui si incarica formalmente l’ex primo ministro filo siriano Najb Mikati di formare il nuovo governo libanese. Najb Mikati, il deputato centrista, uomo di affari vicino alla Siria si è affrettato a dichiarare che cercherà di essere il Primo Ministro di tutti i libanesi, tentando di smarcarsi dalle posizioni politiche di Hezbollah, salvo però la difesa della la resistenza nazionale.

Hani Mikati

Considerando che circa l’80% della comunità sunnita, schierata con Hariri, ha subito la nomina di Mikati a Primo Ministro, così come i cristiani maroniti di Samir Geagea e tutti gli altri partiti della coalizione 14 Marzo, c’è da restare molto scettici di fronte a queste prime dichiarazioni solo apparentemente concilianti. Chi conosce il Libano infatti sa bene che cosa significhi la resistenza nazionale e quali forze politiche, Hezbollah e Iran, hanno creato un vera e propria esaltazione della resistenza nazionale contro Israele.

Andando poi ad analizzare quali fattori abbiano determinato lo spostamento degli 11 parlamentari del leader druso Walid Jumblatt, che di fatto ha capovolto i rapporti di forza in Parlamento a favore della colazione dell’ 8 Marzo, si scoprono alcuni fatti inquietanti. Molti cittadini di Beirut hanno infatti testimoniato la presenza di numerosi miliziani di Hezbollah che sarebbero scesi armati per le vie di Beirut rievocando nelle menti dei drusi i sanguinosi scontri del 2008. Per questo motivo e per testimoniare le violenze e le minacce del Partito di Dio in queste ore i libanesi che si riconoscono nella coalizione elettorale che ha vinto le elezioni politiche del 2009 stanno scendendo in piazza per protestare contro il ribaltone che sta andando in scena in Libano.

Nel frattempo i cristiani maroniti guidati da Samir Geagea, già da due giorni, si stanno radunando a Freedom Square, la piazza nel centro di Beirut dove si trova il sacrario di Rafiq Hariri e gli uomini della sua scorta e nella quale si riversarono migliaia di libanesi per chiedere il ritiro della Siria, insieme alle altre componenti della coalizione del 14 Marzo hanno esposto cartelli contro Hezbollah e contro quello che pare agli occhi dei più attenti come un colpo di stato camuffato da ribaltone parlamentare.

Oggi a distanza di pochi anni si comprende che quel ritiro fu solo parziale e non intaccò mai il peso politico di Damasco negli affari libanesi sia nel settore della sicurezza che nella formazione dei quadri militari. In queste ore molto tese viene anche da chiedersi se e quale dovrà essere il ruolo della missione Unifil in un contesto che a questo punto è totalmente cambiato rispetto all’estate del 2006 e dove sarà difficile ipotizzare, seppur lontanamente, il disarmo di Hezbollah. Avrà ancora senso mantenere una forza multinazionale con un Primo Ministro che con molta probabilità cercherà di raffreddare le possibili condanne del Tribunale Speciale che indaga sull’omicidio Hariri?

Le prime reazioni internazionali non si sono fatte attendere e ieri sera il Dipartimento di Stato americano, pur riservandosi di verificare la composizione del nuovo Governo,  ha manifestato i rischi che potrebbe comportare la crescente influenza di Hezbollah nel prossimo esecutivo. Del tutto diverso l’approccio del responsabile della politica estera dell’ Unione Europea, Catherine Ashton che auspica che il neo Primo Ministro libanese si impegni per creare il più ampio consenso possibile intorno al nascente esecutivo. Ancora una volta e nonostante le evidenti pressioni di Hezbollah, l’Unione Europea ha perso l’occasione per chiamare, in maniera appropriata quello che solo chi non vuole vedere è a tutti gli effetti un colpo di stato.

Crisi di Governo in Libano: Hezbollah prepara il colpo di stato?

13 gennaio 2011

di Matteo Bressan

La crisi del già fragile Governo Hariri innescata dalle dimissioni di ben undici Ministri dell’opposizione sui trenta che compongono l’esecutivo sembra rappresentare una delle due opzioni in mano ad Hezbollah per fermare le ormai prossime accuse del Tribunale Speciale che indaga sull’omicidio del Premier Rafiq Hariri.
Di fatto con le dimissioni di un terzo dei Ministri il Presidente Michel Sleiman è obbligato a verificare le disponibilità di tutte le forze politiche per creare un nuovo esecutivo.
È chiaro a questo punto che l’obiettivo del Partito di Dio, che ha sempre visto il Tribunale come un’ingerenza dello stato ebraico nella vita politica libanese, sarebbe pronto a giocare la sua vitale partita affinché il nuovo esecutivo possa assumere una minore determinazione nel rispettare le ormai imminenti accuse della Corte.
Lo stessa dichiarazione dei Ministri dimissionari pubblicata sul sito Al – Manar, canale televisivo di Hezbollah, segna un possibile punto di non ritorno nella fase delle trattative e dell’ unità nazionale.
Vengono rivolti infatti dei precisi ringraziamenti al ruolo di mediazione svolto da Arabia Saudita e Siria nel tentativo di ridimensionare gli effetti dell’attività del Tribunale Speciale.
Allo stesso tempo però si riconosce il fallimento dell’azione dei due principali “padrini” della stabilità libanese e si punto il dito su quelle forze politiche, sostenute dagli Stati Uniti e da Israele, che avrebbero perso l’occasione di sottrarre il Libano dalla destabilizzazione.
Il messaggio dei Ministri dimissionari, così come la fase politica che si andrà a delineare nelle prossime ore potrebbe far sperare in una soluzione politica dell’attuale crisi ma allo stesso tempo non si può non denunciare con preoccupazione quali semi di rinnovata discordia si siano lanciati in queste ore.
Il passo dall’accusa di responsabilità politica delle forze, che a detta dell’opposizione guidata da Hezbollah avrebbero reso impossibile l’unità nazionale del Libano, alla discriminazione delle stesse potrebbe essere breve. Rapida e concretizzabile in poche ore invece potrebbero essere la presa del potere da parte di Hezbollah.
Non è infatti una novità che la seconda opzione in mano al partito di Dio per uscire dal vicolo cieco della probabile condanna del Tribunale sia quella di attuare una rapida presa del potere, facilitata dal grandissimo arsenale militare fornito in questi anni da Siria e Iran.
È bene ricordare che un simile scenario metterebbe seriamente a rischio la componente cristiano maronita della popolazione libanese che perderebbe in pochissimo tempo qualsiasi tutela e garanzia proprio in un momento così difficile per le minoranze cristiane del Medio Oriente.

Caso Battisti: Lula nega l’estradizione

2 gennaio 2011

Commento di Matteo Bressan – Coordinatore Provinciale Giovane Italia Terni

Carla Bruni

Il parere negativo dell’Avvocatura Generale del Brasile all’estradizione del terrorista Cesare Battisti anticipa  il parere che il Presidente Lula ha comunicato da poche  ore. In sostanza quindi l’Avvocatura e il Presidente Lula hanno riconosciuto  lo status di rifugiato politico ad un conclamato pluriomicida.

La gravità di una simile decisione è ovviamente sotto gli occhi di tutti perché di fatto si andrebbe a legittimare la lotta armata degli anni di piombo in Italia riconoscendo ad un brutale assassino l’onore di aver addirittura combattuto per una causa politicamente giusta. Si badi bene però che i contorni di questa vicenda non sono ancora molto chiari. Non bastano infatti le simpatie di alcune note star come l’attrice Fanny Ardant e la Carla Bruni nei riguardi di qualche terrorista nostrano a giustificare un certo buonismo verso i cattivi maestri. Vi è piuttosto un preoccupante atteggiamento

Luis Inàcio Lula Da Silva

culturale, se così può essere definito, che alberga nei salotti buoni, così come in molte università italiane, e che concepisce come “normali” alcune anomalie tutte italiane o peggio ancora, riconosce nelle lotta armata contro lo Stato e le forze dell’ordine delle giuste e sane motivazioni. Non si spiegherebbe altrimenti il clima di tolleranza manifestato da ampi settori della magistratura nei riguardi dei teppisti che hanno messo a ferro e a fuoco Roma lo scorso 14 dicembre. Non si spiegherebbe come sia possibile dare come per scontato l’occupazione permanente di alcune aule universitarie da parte di soggetti che tutto sembrano essere meno che studenti universitari. Non andrei quindi a scomodare e rispolverare l’ignominiosa dottrina Mitterand che ha consentito protezione ed impunità ad un folto gruppo di terroristi italiani per ricercare le cause che stanno consentendo a Battisti di farla franca ancora una volta. Certamente pur non disponendo ancora di elementi che possano chiarire quali possano essere le ragioni di un simile atteggiamento da parte delle istituzioni brasiliane posso altresì avanzare dei leciti dubbi sulla credibilità delle medesime istituzioni che sia a livello economico che a livello diplomatico hanno manifestato una notevole dinamicità soprattutto negli ultimi anni.

Cesare Battisti

Quanto è credibile a livello internazionale  uno Stato che aspira ad essere la quinta economia al mondo e che al tempo stesso riconosce l’asilo politico ad un terrorista come Cesare Battisti? Dopo questa vicenda si potrà ancora dare credito ad uno paese che non più di qualche mese fa aveva cercato addirittura di svolgere un ruolo determinante insieme alla Turchia nella complessa questione del nucleare iraniano?

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Il potere della Carlà è immenso e Lula si è sottomesso.
Mi viene il sospetto che dietro a quello strano terrorismo di Sinistra, ci sia stata proprio la Francia. Strano come tutti i terroristi (Brigate rosse), dopo aver compiuto misfatti e crimini di ogni genere, scappassero proprio in Francia!
Stefano Bonsegna

La riforma Gelmini è legge: ora si realizzi un sistema universitario razionale e meritocratico

24 dicembre 2010

di Matteo Bressan

Mariastella Gelmini

Passata la furia e la guerriglia urbana del 14 dicembre, così come rispedite alle opposizioni le accuse di facciata e di maniera sui contenuti della riforma,  il Senato ha approvato ieri pomeriggio la tanto discussa riforma Gelmini. Tra le tante novità previste nel disegno di legge tre meritano particolare attenzione proprio perché su queste si concentrano le speranze e le aspettative degli studenti. In primo luogo è prevista infatti una riorganizzazione e fusione degli atenei con meno iscritti e con attività simili. Parallelamente si effettuerà un taglio netto della miriade di corsi di laurea prodotti dall’infausta riforma Berlinguer che tanto hanno danneggiato gli studenti alle prese del mercato del lavoro. Sul fronte dei ricercatori invece si interverrà andando a limitare entro i sei anni il termine entro il quale si può praticare attività di ricerca all’interno delle università. Con questo intervento, duro sotto certi aspetti ma doveroso visti i tempi, si cercherà appunto di frenare un fenomeno, quello dei precari a vita, che per anni ha costituito il serbatoio di voti e false speranze del centro – sinistra. Infine è previsto un limite di mandato per i rettori, peraltro sfiduciabili dal senato accademico, e una serie di limitazioni fino al quarto grado di parentela per partecipare ai concorsi accademici. Una riforma quindi che vuole consegnare all’Italia un’ università più dinamica, più adatta alle sfide e alle esigenze del mercato del lavoro e che vuole spezzare la deriva sessantottina che ancora oggi alberga nelle nostre università.

18 dicembre: giornata della moratoria per la pena di morte

19 dicembre 2010

di Matteo Bressan

Il 18 dicembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni unite ratificava, 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, la moratoria universale della pena di morte approvata dalla commissione.
La moratoria è una proposta di sospendere l’applicazione della pena di morte in tutti i paesi appartenenti alle Nazioni Unite.
Va precisato che la moratoria tecnicamente sospende l’utilizzo della pena di morte che però rimane sostanzialmente presente negli ordinamenti giuridici dove questa trova applicazione.
L’Italia, Amnesty International e la Comunità di Sant’Egidio sono stati sin dai primi tentativi i principali protagonisti di questa iniziativa in campo internazionale.
Questa importante ricorrenza ci colpisce oggi più che mai anche alla luce di quello che è il dibattito sempre aperto sulle sentenze capitali e sulla deterrenza che queste avrebbero sui potenziali assassini.
L’ultimo esecuzione, dell’omicida John David Duty, avvenuta ieri negli Stati Uniti ha destato grandi polemiche alla luce dell’utilizzo di un farmaco veterinario usato per ammazzare animali.

Wikileaks: Hezbollah può colpire Israele

12 dicembre 2010

di Matteo Bressan

I documenti confidenziali divulgati da wikileaks confermano i timori e i sospetti della comunità internazionale circa il riarmo del Partito di Dio.
Nel dettaglio è emerso che Hezbollah dovrebbe disporre di un arsenale di circa 50.000 razzi e missili e, tra questi, almeno 40/50 missili terra aria Fateh – 110 in grado di colpire Israele.
Sempre dai documenti sono emerse le principali direttrici del traffico di armi che coinvolge il Medio Oriente: armi dal Sudan per Hamas,armi dall’Iran a Hezbollah e missili dalla Corea del Nord a Iran e Siria.
Il coinvolgimento della Corea del Nord non va mai dimenticato soprattutto in relazione a quanto avvenuto in Siria nel lontano 6 settembre del 2007.
In quell’occasione l’aviazione israeliana bombardò un’area nel Nord della Siria, denominata Dayr az-Zwar, dove secondo l’intelligence israeliana, il regime di Damasco avrebbe stoccato materiali, tecnologie, e sistemi d’arma forniti dalla Corea del Nord, utili per assemblare missili a media e lunga gittata con testate atomiche.

PDL: EMANUELE OCCHIPINTI VICEPRESIDENTE GIOVANI ‘TORIES’

10 dicembre 2010

Appartiene ai Giovani della Liberta’-Pdl il vicepresidente dell’internazionale dei movimenti
giovanili di centrodestra (International Young Democrat Union),  con  Matteo  Bressan della delegazione umbra,  si tratta di Emanuele Occhipinti eletto in questa carica al congresso dei Giovani ‘Tories’ di tutto il mondo svoltosi in questi giorni a Londra. Lo rende noto un comunicato. Il congresso, spiega Marco Casella, coordinatore dei Giovani per la Liberta’ e vicepresidente uscente dell’Iydu, ”e’ stata una occasione utile per rafforzare il legame tra i giovani del Pdl e le altre delegazioni dei movimenti giovanili di centrodestra provenienti da molti paesi e da ogni continente”. ”Esserci riproposti in questo contesto – hanno detto Casella e Carlo De Romanis, segretario generale dei Giovani del Ppe – nel ruolo di protagonisti nella famiglia mondiale dei moderati, e’ motivo di orgoglio, in quanto conferma che il nostro partito
e’ tra i pochi a vantare membri eletti in tutti i network giovanili internazionali del centrodestra. Il nostro candidato ha ottenuto il 90% dei voti e si e’ classificato primo tra tutti i concorrenti degli altri paesi europei. Siamo convinti che il Pdl possa gia’ esprimere una classe dirigente giovane, capace di sostenere e vincere le grandi sfide politiche a livello globale”.
”L’Iydu – sottolinea il neoeletto Occhipinti – e’ un network globalmente impegnato in favore dei diritti umani e della democrazia fondata sul libero mercato. Fin da ora intensificheremo la nostra azione contro Mugabe, Fidel Castro e il regime teocratico in Iran perche’ i nostri coetanei possano, come noi, respirare finalmente un’aria di liberta’ ”.

Tornano i maneggioni della politica

6 dicembre 2010

Dott. Matteo Bressan – Coordinatore Provinciale Giovane Italia Terni

È sconcertante sentire che a distanza di anni, in un momento di oggettive difficoltà economiche a livello internazionale, ci siano ancora forze politiche che elogiano i metodi e il consociativismo della prima repubblica che tanto hanno devastato il nostro paese.

Allo stesso modo ritengo doveroso smascherare tutti coloro che in questi giorni si stanno trincerando dietro il rigido impianto costituzionale pur di attaccare la moralità e le novità portate in politica dal Presidente Berlusconi.

Si deve prendere atto che la volontà popolare non può essere sovvertita da congiure e maneggi di palazzo che hanno determinato la paralisi di questo paese per più di cinquant’ anni.

Questa paralisi e questo sistema che oggi vogliono recuperare i maneggioni della politica, come giustamente li ha definiti il Presidente Berlusconi, sono il frutto di una Costituzione, sicuramente piena di buone intenzioni, ma che ha di fatto impedito qualsiasi forma di governabilità in Italia.

Se i premi di maggioranza, tesi a garantire la governabilità, fanno paura a questo o a quel partitino sarà bene sin da ora smascherare l’ennesimo attacco dei presunti soloni della politica, della sinistra e dei maneggioni, che vogliono riaprire una stagione vergognosa della politica.

Chi ha perso le elezioni o chi è uscito, per il proprio tornaconto dal Governo, non può avere la pretesa di dettare le regole e l’agenda della maggioranza.

Guai a non applaudire Saviano

17 novembre 2010

di Matteo Bressan

Roberto Maroni e Roberto Saviano

Quando nel lontano 2006 uscì il libro Gomorra di Roberto Saviano si squarciò un importante velo sul mondo e i rituali della camorra e delle organizzazioni criminali.
Il libro ebbe così tanto successo che nel 2008 l’eccellente regia di Matteo Garrone e l’importante interpretazione di Toni Servillo produssero la vincente versione cinematografica del libro di Saviano.
Come spesso avviene in Italia però, i primati delle vendite nelle librerie, e in questo caso anche nelle sale cinematografiche, possono generare un diffuso senso di dogmatica e messianica verità in tutto ciò che viene detto e scritto.
Una volta messo in movimento un simile e perverso ingranaggio nessuno ha però avuto più il coraggio di esternare o quantomeno verificare qualsiasi affermazione di Roberto Saviano.
Tale dogma si è però interrotto lo scorso lunedì quando Saviano ha lanciato accuse, anzi sentenze nel più perfetto e inquietante parolaio da inizio anni ’90.
Giusta quindi la risposta e la presa di posizione del Ministro dell’Interno Maroni che ha chiesto di poter replicare in una nota trasmissione televisiva alle accuse dell’inconfutabile Saviano.
Non può passare più il principio secondo il quale nel momento in cui si scrive e si compie una battaglia culturale contro la criminalità organizzata si abbia la titolarità di sparare sentenze contro questo o quel partito.
Bisognerebbe ricordare infatti all’ottimo Saviano che è stato il Governo Berlusconi insieme al leghista Maroni a portare l’esercito in Campania per contrastare i Casalesi ed è stato sempre questo Governo a varare una serie di provvedimenti per colpire duramente le organizzazioni criminali, soprattutto sotto l’aspetto patrimoniale.
La cattura di Antonio Iovine è l’ennesimo colpo inferto al mondo della criminalità organizzata e se non si vuole riconoscere e dare giusto valore ai risultati di questa dura e difficile lotta alla criminalità vuol dire che si è diventati strumento di falsa informazione in mano ad una parte politica.
Pieno rispetto quindi per il Saviano scrittore ma altrettanto rispetto per chi sta quotidianamente lottando contro la criminalità organizzata.
I libri sono utili ma con i libri non si catturano i latitanti.

SAN GIUSTINO: TAKE FIVE-JAZZ ALLE CINQUE DOMENICA 14 NOVEMBRE

11 novembre 2010

Ottima partenza per il festival jazz iniziato al Teatro Filarmonica di Selci domenica scorsa. Si chiama «Take Five – jazz alle cinque» organizzato dall’Associazione Filarmonica «Giabbanelli» di Selci ed altri appassionati altotiberini, con il patrocinio del Comune, della Comunità Montana Alta Umbria e il sostegno di imprese locali. Il primo concerto è stato salutato da un pubblico numeroso e partecipe che ha applaudito , nell’inconsueto allestimento del Teatro Filarmonica, l’esibizione dell’ originale formazione di sassofoni «Sax & the city ensemble» di Faenza, diretto da Silvio Zalambani, che ha dato vita ad un pomeriggio musicale caldo e brioso accompagnato poi da piacevoli degustazioni enogastronomiche e da esposizioni fotografiche che saranno riproposte anche in occasione degli altri appuntamenti. A partire da quello in programma per domenica prossima, alle ore 17, con «Organic Food Trio» formato dal leader Cristiano Arcelli al sax, Matteo Addabbo all’organo hammond ed Andrea Melani alla batteria. Il trio indaga sulle differenti caratteristiche ritmiche dello swing, del funk e in qualche misura dell’hip hop, con l’obiettivo di aprire lo ‘spazio musicale’ quanto più possibile a contaminazioni di genere. Le musiche e gli arrangiamenti, oltre ad un numero di standards, portano il nome del Leader

Muro di Berlino 21 anni dopo… il 9 novembre 1989

8 novembre 2010

di Matteo Bressan e Nico Camilli – Giovine Italia Terni

Il coordinamento provinciale della Giovane Italia, movimento giovanile del PDL, vuole ricordare l’importanza storica e politica della ricorrenza della caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989, affinché un evento così significativo diventi e si consolidi nelle future generazione come un passaggio chiave della lotta per la libertà e per la democrazia contro tutte le forme di totalitarismo. Il muro non ha rappresentato solamente una limitazione della libertà di movimento della popolazione di Berlino ma ha di fatto impedito una libera circolazione delle idee andando a determinare due stili di vita e due economie differenti. È bene ricordare, nelle opportune sedi, come l’amministrazione Regan dal punto di vista politico e il ruolo svolto dal Pontefice Giovanni Paolo II abbiano contribuito rispettivamente ad esasperare le contraddizioni del regime comunista dell’Unione Sovietica e a fornire una cassa di risonanza alle popolazioni oppresse. Allo stesso tempo non vanno dimenticati gli sforzi del Presidente Michail Gorbačëv, la Glasnost e Perestroika, tesi a normalizzare e a trasformare una realtà politico sociale ormai in fase stagnante. Il crollo del muro di Berlino oltre a rappresentare la fine del totalitarismo comunista e della Guerra Fredda deve essere un monito e un esempio di ritrovata libertà e pace non solo in Europa ma in tutto il mondo.

 

Università, risposta di Giovane Italia di Terni al consigliere regionale Stufara

24 settembre 2010

di Matteo Bressan – Coordinatore Provinciale Giovane Italia Terni

Apprendo con stupore le dichiarazioni del consigliere Damiano Stufara che ha ben pensato di sfruttare in maniera demagogica la protesta dei precari dell’università di Perugia per sparare a zero contro il Governo Berlusconi e il Ministro Gelmini.  Vogliamo ricordare a tutti coloro che oggi a vario titolo si schierano con i precari che la difficile strada intrapresa dal Ministro Gelmini, di riformare il disastrato sistema universitario, è un passaggio obbligato per uscire dall’ambiguità prodotta dalla riforma De Mauro. Abbiamo il dovere di ricordare i danni prodotti da quella riforma di cui ancora oggi molti giovani laureati risentono le conseguenze. Un sistema che è servito a regalare cattedre e docenze e che ha spezzettato l’offerta formativa didattica in una miriade di corsi di laurea totalmente inadatti a consentire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Comprendiamo quindi le difficoltà dei precari ma non accettiamo l’ennesima propaganda contro il Governo.

Esteri, la Siria e i nuovi scenari mediorientali

23 settembre 2010

di Matteo Bressan

I cambi di fronte e le pressioni dei potenti vicini del Libano su una comunità piuttosto che su un’altra sono una costante della vita politica del Paese dei Cedri. Allo stesso tempo la storia del Libano è segnata dall’arrivo degli eserciti stranieri e dalle milizie armate: l’Olp, i siriani, i sauditi, gli yemeniti del Nord, i sudanesi, gli israeliani, gli americani, i francesi, gli italiani e il contingente britannico sono stati sempre ben accolti dal gioioso, scaltro e sospettoso libanese. Tutti gli eserciti che hanno attraversato o stazionato in Libano si sono sempre impegnati a non fermarsi una sola ora, un solo minuto più del necessario, per poi uscire dal complesso scenario libanese frustrati o umiliati.

Questa costante, insieme alla frammentazione comunitaria e confessionale della società libanese, va tenuta in considerazione alla luce di quanto sta avvenendo all’ombra del vertice tra Israele e Autorità Nazionale palestinese. Infatti, pur constatando che il fulcro della difficile partita è incentrato sul tentativo dell’amministrazione Obama – discutibile nei modi – di giungere alla costituzione di uno Stato palestinese, non sfuggono le manovre di Arabia Saudita ed Emirati Arabi di allontanare la Siria da Hezbollah, l’ingombrante Partito di Dio.

In questa direzione vanno anche le dichiarazioni del premier Saad Hariri, il quale, dopo aver per quattro anni puntato il dito contro la Siria quale mandante dell’assassinio del padre Rafiq, ha spiazzato molti analisti. In realtà erano emersi segnali di riavvicinamento già dallo scorso dicembre, quando il giovane Hariri aveva effettuato una storica visita in Siria, la prima delle tante che si sono succedute negli ultimi mesi. In quell’occasione evidenziammo che l’unica strada politica percorribile in vista della stabilizzazione del Libano passava per Damasco. Le dichiarazioni concilianti del premier Hariri, tese a distendere i rapporti tra Libano e Siria scagionando quest’ultima dal coinvolgimento nell’omicidio del padre, lasciano intuire come il vero pericolo sia Hezbollah. Nel giro di un anno, infatti, anche le indagini del Tribunale Speciale libanese hanno attutito le responsabilità siriane, per concentrarsi sul Partito di Dio.

La Siria torna quindi a giocare il ruolo di arbitro e paciere del Libano, e torna ad applicare quella che è stata storicamente la dottrina di Damasco nei confronti del Paese dei Cedri. La Siria, infatti, intervenuta nella guerra civile del 1975 a sostegno dei cristiani maroniti, ha sempre alimentato una latente conflittualità tra le varie comunità senza mai prediligere o sostenere la supremazia di una sulle altre. La stabilità del Libano è stata anche, in passato, un motivo di ricchezza per l’economia della Siria, che ha sempre gestito la tensione con Israele in base alle convenienze regionali e internazionali.

A questo punto, però, la partita sembra essere più difficile del solito. Per tre motivi. In primo luogo perché una politica eccessivamente filo-siriana metterebbe in difficoltà gli equilibri della

Coalizione del 14 marzo, attualmente al governo e nata in chiave anti-siriana. Il secondo problema è poi costituito dall’arsenale e dalla compattezza di Hezbollah, che nel sud del Libano è ormai a tutti gli effetti il vero padrone e arbitro della stessa sorte della missione UNIFIL. Hezbollah, infatti, potrebbe non gradire una restrizione del proprio campo di azione politico e militare e potrebbe saldare ancora di più i propri legami con l’Iran. Il rischio che il giocattolo sia sfuggito di mano e che la situazione possa degenerare è inoltre supportato dall’interesse che lo stesso Ahmadinejad sta dedicando al Libano. Il presidente iraniano, infatti, sarà in visita ufficiale il prossimo 13 ottobre in Libano e, oltre a visitare i luoghi della «resistenza» del Partito di Dio contro l’acerrimo nemico israeliano, potrebbe offrire al Paese dei Cedri nuove forniture di armi in sostituzione di quelle americane. Va ricordato, infatti, che dopo l’incidente avvenuto lo scorso agosto alla frontiera tra Libano e Israele, gli Usa hanno sospeso le forniture all’esercito libanese poiché seriamente preoccupati delle infiltrazioni di Hezbollah all’interno di questo. Non è da escludersi, pertanto, la possibilità che la Siria cerchi di armare e sganciare Amal, il partito del presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, da Hezbollah, come gli incidenti avvenuti alla fine di agosto a Beirut ovest sembrano far pensare.