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TRE INDIZI PER CAMBIARE PAGINA E L’UMBRIA IN CERCA DI NORMALITA’

8 ottobre 2010

di Darko Strelnikov

Dice che tre indizi fanno una prova. Qui siano a quattro. L’inchiesta Sanità succede infatti a quelle che hanno colpito altri grandi enti della Regione (Provincia e Comune di Perugia, Comune di Terni). Naturalmente parliamo di prova riferita alla politica e non ai presunti illeciti, che riguardano le indagini, sulle quali noi poveri commentatori, dobbiamo, per onestà dei fatti, alzare le mani e aspettare che il lavoro della magistratura faccia il suo corso. Insomma è la prova (sempre politica) che il sistema Umbria non regge più, che i suoi meccanismi possono venire accusati, a torto o a ragione, in casi sempre più frequenti, di scarsa trasparenza. E la dirigente nell’occhio del ciclone, la signora Rosignoli, è un esempio lampante di questo modo di concepire la gestione della cosa pubblica. I suoi sostenitori istituzionali la volevano a dirigere l’Asl di Perugia (non è un mistero, basta riprendere le cronache dei giornali di quei giorni). Bocciata nel capoluogo, viene nominata a Foligno. E per la serie, se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto, Perugia viene trasferita a Foligno. Come? Spostando lì la struttura regionale centralizzata per gli acquisti della sanità. Bingo! Dei limiti, delle forzature e dei pericoli di questo sistema abbiamo parlato tante volte, ed è inutile tornarci sopra, ci annoieremmo tutti. Non regge, punto! E’ un dato politico acclarato e che quindi diamo per scontato. Quello che invece mi preme mettere in discussione è il come se ne esce e soprattutto se i protagonisti, l’attuale classe dirigente vuole uscirne o no. Se, più semplicemente, cerca una vera alternativa o prova solo a far vivere la sua “creatura” con mezzi diversi. Perché il punto non è solo il dimagrimento di enti, commissioni e incarichi vari, ma la fine di un sistema che tende a premiare gli “amici” per crearsi un solido seguito personale e ha poco interesse (anzi nessuno) a valutare il merito e la professionalità delle persone. Insomma la domanda è se, nei partiti, nella società civile, negli enti pubblici, si metteranno in campo iniziative e metodi di selezione che possano veramente dare spazio alle energie e ai cervelli migliori, in modo da costruire una nuova classe dirigente in grado di far uscire l’Umbria da questo declino, che sembra ormai inesorabile e, purtroppo, inarrestabile. Detto così, assomiglia tanto ad una cosa scontata, ma è invece una specie di rivoluzione, che se ne porta dietro un’altra. Il consenso si conquista sulla base della capacità di governo e di dare risposte alle domande dei cittadini e non più su logiche lobbistiche o di gruppo. In conclusione, con affermazioni lapalissiane, ma non di moda, stiamo disegnando la fine del sistema oligarchico, che da almeno 15 anni, sta governando questa regione. Per spezzare questa strozzatura ci vuole un cambio di cultura politica e il ritorno al prevalere dell’ interesse generale su quello personale e particolare. Ed è un mutamento che deve attraversare tutta la società, non solo le forze politiche. Perchè questo tipo di gestione “fiduciaria” non poteva certo reggere a lungo, senza le pratiche consociative di sindacati e associazioni varie e con una vera opposizione in campo. Le responsabilità vanno divise equamente. Conosco l’obiezione. Questa specie di rivoluzione non si può fare in un periodo nel quale le risorse sono pari a zero e bisogna combatte per salvare quel che ancora c’è di buono. Ma un detto afferma che “il giocatore si vede quando perde, a vincere son buoni tutti”. Cambiare cultura politica, significa anche cambiare metodo nella gestione di quello che si ha a disposizione. Si dice sempre “bisogna innovare”, bene non diciamolo, facciamolo. Un esempio per tutti e che va a fagiolo con quello che abbiamo detto. La voce di spesa più consistente è quella del personale. Dentro questa voce una bella fetta è destinata a decine e decine di dirigenti e di posizioni apicali. Lo sanno tutti, lo sa anche il “complice” principale il sindacato, che molte sono invenzioni, prebende, alchimie per allargare a dismisura la pletora degli incarichi. Se la Perugina Nestlè avesse cento dirigenti come la Regione sarebbe fallita da un pezzo. Allora, senza far del male a nessuno, si vuol fare un accordo regionale nel quale si dice che queste posizioni sono messe in esaurimento per 10 anni e che le necessità improrogabili di professionalità verranno ricoperte utilizzando le risorse interne o attraverso la mobilità tra enti? E ancora, si vuol scrivere su questo accordo che le consistenti risorse liberate verranno utilizzate per migliorare i servizi e per premiare quei dipendenti, di qualsiasi livello, che dimostrano capacità, spirito di iniziativa e competenza? Guardate che queste “invenzioni”, da qui in avanti, saranno un obbligo. Perché l’alternativa sono nuove tasse, l’aumento indiscriminato delle tariffe e la riduzione draconiana dei livelli attuali di servizio. Tutte cose che, come noto, fanno alzare il tetto della popolarità. E qui veniamo al punto. C’ è una volontà di questo genere? A occhio, non mi pare. Manca la materia prima, che non è quella umana, ma quella scientifica e soprattutto la volontà di voltare pagina. 1) In Umbria non si discute di niente. E peggio non si studia (fino agli anni 80 questo mestiere veniva praticato e sostenuto da chi comandava). Nessuno (salvo qualche isolato caso non identificabile però con gli addetti ai lavori), enti in testa, si è preso la briga di fare una seria analisi e di produrre proposte per un largo dibattito teso a trovare soluzioni. Non c’è uno studio che dica dove e quanto (tanto, poco?) si è sbagliato negli anni passati e quali sono le risorse sulle quali puntare per il futuro. Le formulette “green e new” economy, senza un reale riscontro, non alzano il pil. E comunque non si è aperto su questo nessun serio confronto; 2) La classe politica è sempre più interessata alle questioni interne che a quelle esterne. Quindi…. 3) Il tessuto economico tende a seguire la legge della sopravvivenza più che quella delle vie alternative per lo sviluppo. Per gli imprenditori la pubblica amministrazione resta una vacca da mungere (e sempre e rigorosamente con sistemi a pioggia), non un partner con il quale fare scelte selettive e ottimali. Purtroppo per tutti siamo in tempi nei quali le decisioni non possono essere rimandate, debbono essere prese. Come diceva Alberto Sordi? “Chi si ferma è perduto”.

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