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Cascia, Villa S. Silvestro, enciclopedia storica di stratificazioni culturali.

7 settembre 2011

Scavi Villa San Silvestro immagine di repertorio

di Francesca Romana Plebani

“Noi non siamo prodotti della natura, siamo prodotti della cultura”. 31 agosto 2011, presentazione dei risultati della sesta campagna di scavo di Villa S. Silvestro. Tali le parole del Prof. Filippo Coarelli che risuonano nella sala S. Pancrazio del Comune di Cascia, atte a suffragare l’importanza della memoria storica nel vivere presente. Sì, perché così si presenta il sito di Villa S. Silvestro, tanto agli occhi del ricercatore quanto a quelli di un qualsiasi visitatore: una fotografia storica del proprio passato.

Dopo due mesi di ricerche sul campo, sabato 3 settembre si sono ufficialmente concluse le operazioni di scavo svoltesi presso l’area archeologica della piccola frazione casciana, centro d’interesse scientifico dall’agosto 2006. Ogni anno, a partire, infatti, da quella data, quando fu scoperto l’immenso patrimonio archeologico, durante i mesi estivi riprendono le indagini delle antiche strutture, che si estendono per più di sei ettari a partire dal limite nord-occidentale della Piana di Chiavano.

Già dal quadro che emergeva dalle foto aeree del 2006 – articolate planimetrie frutto del susseguirsi nel tempo di fasi insediative risalenti a differenti momenti cronologici –  era apparso chiaro che il sito di Villa San Silvestro si sarebbe rivelato un vero e proprio “campione di dna” del mondo passato. Templi, aree pubbliche, necropoli, domus e altre strutture insediative costituiscono la testimonianza, attraverso i secoli, dell’importanza di questo centro nevralgico di scambi e comunicazioni tra vari territori e differenti popolazioni. Dall’età protostorica fino a giungere al Medioevo, il sito archeologico di Villa S. Silvestro ha restituito prova sicura del suo protrarsi di vita attraverso le varie epoche: si attestano reperti di età preistorica, testimonianze dell’abitato propriamente sabino, strutture di piena età romana e tardo-antiche, fino a giungere, non ultimo per ordine d’importanza, ad un insediamento di età longobarda. Non mancano inoltre materiali di XII-XIII sec. che comprovano ancora per quest’epoca tracce di frequentazione.

Fondamentali i ritrovamenti di epoca romana, la cui prima fase risalente ai primi anni III sec a.C., si colloca esattamente in corrispondenza degli anni cruciali della conquista della Sabina – quindi in piena epoca repubblicana -, congerie storica attorno alla si hanno poche testimonianze. Contermini al già noto e monumentale tempio italico – su cui sorse in seguito una chiesa -,  risalente proprio a quest’epoca, si articolano una serie di strutture pubbliche e private, decisamente rilevanti dal punto di vista commerciale e amministrativo: sono stati ritrovati infatti dei resti di tre portici, una strada, probabile un nodo centrale della viabilità della zona, abitazioni e almeno un altro tempio di epoca forse più recente. A seguito della conquista, infatti, Roma dovette decretare una presenza più capillare nel territorio e così venne creata struttura amministrativa intermedia tra la città ed il villaggio, polo amministrativo e politico che faceva da punto di riferimento per aree agricole e non urbanizzate: il Forum di Villa San Silvestro.

Sotto la direzione scientifica del prof. Filippo Coarelli e del prof. Paolo Braconi del Dipartimento perugino Uomo e Territorio, e coordinati sul campo dalla dott.ssa Francesca Diosono (che personalmente ringrazio), le indagini archeologiche sono state possibili grazie alla preziosa collaborazione di studenti, specializzandi, ed ex allievi della scuola perugina, impegnati sul campo insieme con studenti dell’Università L’Orientale di Napoli, della Complutense di Madrid e dell’Università di Strasburgo. Il sito di Villa San Silvestro è stato già oggetto di diversi convegni internazionali e protagonista di alcune mostre – la permanente delle quali è nel Museo Comunale di Palazzo Santi a Cascia. Lo studio è finanziato dalla Cassa di Risparmio di Perugia e dal Comune di Cascia, che nello specifico si è occupato della logistica e dell’ospitalità degli studenti e degli studiosi. Volte alla divulgazione scientifica ed effettuate gratuitamente per tutta la durata della campagna di scavo, si sono susseguite, due volte a settimana, visite guidate dell’area archeologica. L’associazione culturale “Tellus”, preziosa collaboratrice nel progetto, si è fatta come di consueto promotrice della raccolta fondi finalizzata al finanziamento delle ricerche, organizzando l’ormai familiare “Cena Romana”, tenutasi presso i giardini  M. Magrelli di  Cascia. Ulteriori obiettivi, che richiederanno studi più approfonditi e ulteriori campagne di ricerca, sono volti alla puntuale comprensione della destinazione d’uso e datazione degli edifici – oltreché alle diverse fasi  costruttive degli stessi -, e delle forme di  sfruttamento del territorio.

 

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Jamaica Happy Pub…il tuo sogno jamaicano!

8 febbraio 2011

di Francesca Romana Plebani

“Ci piace la gente con il sorriso”. Il Jamaica Happy Pub di Perugia vi accoglie così, come

Francesca Romana Plebani

recitano le parole dipinte al suo ingresso. Il sorriso, infatti, e l’atmosfera caraibica sono l’ispirazione del nuovo Jamaica Happy Pub, alternativa originale delle notti perugine e primo locale del brand Jamica del centro Italia, presente proprio su territorio umbro. Jamaica è una catena di locali serali in franchising – ben 20 nel nord Italia – la cui innovazione consiste, oltreché nell’allestimento del locale, soprattutto nell’aver creato un nuovo spazio dedicato all’intrattenimento e alla musica. Arredi in legno grezzo, colori accesi e giochi d’acqua costituiscono la cornice del divertimento targato Jamaica. Il Jamaica Happy Pub di Perugia, infatti, aperto dal martedì alla domenica, propone un programma variegato di serate dedicate alla musica reggae, hip hop e alla dance hall, a cui si alternano dj set, contests e concorsi canori. Il mercoledì e la domenica protagoniste assolute sono invece le migliori scuole umbre di danza latino-americana, che in una calda atmosfera di colori, ritmi passionali e tanta simpatia trasformano la serata in un vero show. Immersi in un’atmosfera tropicale, caratterizzata da palme, cascate d’acqua, spiagge di sabbia dorata sarà possibile consumare cocktails di frutta fresca, fiore all’occhiello del locale. Infatti prerogativa assoluta del Jamaica Happy Pub è la realizzazione esclusiva di cocktails a base di frutta fresca esotica e rum serviti in padelle in terracotta di varie dimensioni, che invitano alla convivialità e al divertimento. Prossimi eventi che avranno come scenario l’eccentrica cornice del Jamaica di Perugia sono il DJ Zone di martedì 8, evento aperto a tutti i coloro che pensano di avere qualcosa da dire con la musica e la vogliono condividere con tutti gli ospiti del locale, e le selezioni di JamaiCANTO Vocal Contest 2011. Le selezioni del concorso canoro JamaiCANTO si svolgeranno venerdì 11 febbraio 2011 alle ore 21:00. Per partecipare al concorso è necessario aver compiuto 14 anni e comunicare l’iscrizione entro il 9 Febbraio 2011, inviando l’apposito modulo(http://www.facebook.com/event.php?eid=188390231185593) tramite mail all’indirizzo di posta elettronica captainmarleypub@libero.it,  o consegnandolo al locale personalmente entro la data stabilita. Il concorso si svilupperà in 3 fasi: selezione, semifinale e finale.
Durante le selezioni, i partecipanti dovranno esibirsi in un brano edito di loro scelta, della durata non superiore ai 5 minuti. La giuria sarà composta da esperti competenti in campo musicale.
La semifinale si terrà il giorno venerdì 25 Febbraio 2011, mentre la finale avrà luogo il giorno venerdì 4 marzo 2011, sempre presso il Jamaica Happy Pub.
Per info: Jamaica Happy Pub Via Benucci 151, Zona Industriale Ponte San Giovanni PG

http://perugia.jamaicahappypub.it

L’Abbazia di San Pietro in Valle, imponente complesso fra la Cascata delle Marmore e Spoleto

3 febbraio 2011

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Esattamente come l’Abbazia di Sant’Eutizio di Preci, le origini dell’Abbazia di San Pietro in Valle affondano le proprie radici nel fenomeno del monachesimo di IV sec. d.C. Attualmente situato nel Parco naturale del fiume Nera, a metà strada tra la Cascata delle Marmore e Spoleto, e immerso in un rigoglioso bosco, il complesso abbaziale deve la sua fondazione ai due eremiti siriaci, Giovanni e Lazzaro, che negli anni centrali del IV sec. d.C. peregrinavano in cerca di un luogo recondito dove dedicarsi alle loro attività di preghiera. Varcato il Monte Solenne e da lì ridiscesi nella valle Suppenga, avrebbero fondato, su un preesistente insediamento pagano, l’eremo che sarebbe poi divenuto l’Abbazia di San Pietro in Valle. Nell’VIII sec. d.C. Faroaldo IIduca di Spoleto, infatti, proprio sui luoghi dove avrebbero vissuto Giovanni e Lazzaro, diede il via ai lavori di edificazione dell’intero complesso monastico. Secondo una leggenda, fu lo stesso San Pietro ad ispirare in sogno il duca di Spoleto, il quale esortato dal santo, fece edificare nel luogo dell’attuale abbazia un monastero benedettino. Pochi anni seguenti, Faroaldo rinunciò al privilegio del titolo e, presi i voti, divenne monaco di San Pietro in Valle. Da allora il cenobio fu strettamente legato alla città di Spoleto, divenendo luogo deputato ad accogliere le spoglie di molti dei duchi della città.

 

Nell’881 il monastero subì, affrontando la medesima sorte dell’Abbazia di Farfa, il saccheggio dei Saraceni. Fu per volere di Ottone III che risorse solo nel 996. Nel 1234 Gregorio IX assegnò la gerenza del complesso monastico ai Cistercensi, esattamente in linea con quanto stava avvenendo nel Lazio sotto Innocenzo III.

Abbazia San Pietro in Valle

Nel 1484 Papa Innocenzo VIII donò il feudo dell’Abbazia ai Cybo[1].

Dal 1917[2], l’intero complesso risulta proprietà di privati, ed attualmente, ristrutturato, è stato tradotto in struttura ricettiva alberghiera.

La proprietà è comunque un monumento nazionale, meta di molte visite per le sue opere d’arte: la chiesa conserva, ad esempio, il ciclo degli affreschi di scuola romana (1150) antecedenti il Cavallini, e gli affreschi nell’abside del maestro di Eggi del 1445. [1]

La chiesa, corpo separato a se stante rispetto all’abbazia, è ad una sola navata e risale al VII secolo; mentre l’abside venne aggiunta solo del XII secolo. L’intera struttura conserva pregevoli affreschi medievali e rinascimentali[3] di scuola umbra, raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, che si svolgono sulle pareti  della stessa, simulando una finta galleria. Di particolare rilievo, sono invece due lastre di epoca longobarda, scolpite a bassorilievo e impiegate come sostegni per l’altare. Quella che costituisce la fronte della sacra mensa reca un’iscrizione in lingua latina, con una curiosa commistione di caratteri maiuscoli e minuscoli: “Ilderico Dagileopa, in onore a san Pietro e per amore di san Leone e san Gregorio, per la salvezza dell’anima (pro remedio animae)”. Ilderico fu duca di Spoleto tra il 739 e il 742. La lastra presenta due bizzarre figure a petto nudo, con braccia piegate a 90° e levate verso l’alto, e corto gonnellino che scopre metà delle cosce. Entrambe sono intercalate da fusti vegetali stilizzati, che le circondano, e i quali culminano con dischi con delle croci inscritte. Una delle due figure brandisce uno sorta di stiletto, interpretato da alcuni come uno scalpello. Ciò avrebbe fatto supporre che la figura in questione fosse la rappresentazione stilizzata di Orso, lo scultore indicato come autore della lastra, la quale, non a caso, reca  l’epigrafe Ursus magester fecit (“Il maestro Orso l’ha fatto”).

Più difficile comprendere chi sia l’altra figura: il gonnellino, indumento forse adatto all’attività di scultore, mal si addice alla dignità del duca. Le braccia levate sono state interpretate come atteggiamento rituale. La posa si riscontra anche per la figura del vescovo Liudger di Werden (frazione di Essen), effigiata sul coevo altare in osso, o per quella del vescovo Agilberto, raffigurata sul suo stesso sarcofago (leggermente più antico ai casi precedenti), conservato  nella cripta di Jouarre (Francia). Congiunto alla navata della chiesa, il lato settentrionale del chiostro è scandito da tre alti e grandi archi sorretti da pilastri quadrangolari. I rimanenti lati presentano una diversa

lastra di orso di fronte all'altare

situazione: l’ordine inferiore è costituito da portici con poderose volte a crociera sostenute da robuste e basse colonne di pietra locale.  Il Campanile è di pianta quadrata leggermente asimmetrica e presenta un parato murario costituito da blocchi irregolari di pietra locale. Le sue pareti permettono di osservare il classico fenomeno del rimpiego di materiali antichi: ad altezze differenti si notano, tra l’altro con intento decorativo, suggestivi frammenti di epoca romana e longobarda.

Bibliografia:

C. Favetti, Ferentillo Segreta: L’Abbazia di San Pietro in Valle Suppegna.

Francesco Dell’Acqua, Ursus «magester»: uno scultore di età longobarda, in Enrico Castelnuovo, Artifex bonus – Il mondo dell’artista medievale, ed. Laterza, Roma-Bari, 2004.

 


[1] Il papa Innocenzo VIII (Giovan Battista Cybo – ossia Giobatta, ricordato come il pontefice romano che iniziò la caccia spietata alle streghe), come detto, costituì per suo figlio Franceschetto Cybo un principato, nominandolo oltre che duca di Spoleto, anche conte di Ferentillo, e quindi governatore dell’Abbazia. A Franceschetto, che sposò Maddalena de’ Medici, successe il figlio Lorenzo Cybo, il quale sposò Ricciarda Malaspina marchesa di Massa e Carrara. Dal matrimonio nacque Alberico I Cybo, il quale, dopo la morte della madre Ricciarda, assunse anche (sempre per volere della madre) il cognome di Malaspina. Alberico I Cybo Malaspina divenne cosi Marchese di Massa, Signore di Carrara, Conte di Ferentillo governatore di Monteleone di Spoleto, e dunque signore anche della Abbazia di San Pietro in Valle. Il feudo di dominio dei Cybo Malaspina durò fino al 1730 con Alderano Cybo.

[2] L’abbazia comunque ebbe sempre la commenda degli Ancaiani, nobili spoletini, fino alla sua vendita definitiva avvenuta nel 1907.

[3] L’intero ciclo pittorico è stato da pochi anni restaurato.

Mostra: L’Aquila e il Dragone: due Imperi a confronto.

22 gennaio 2011

di Francesca Romana Plebani

Francesca Romana Plebani

Ultime due settimane per ammirare la prestigiosa mostra “I due imperi. L’Aquila e il Dragone”, che si concluderà il prossimo 6 Febbraio. La seconda tappa italiana dell’esposizione è ospitata presso Palazzo Venezia, sede della Soprintendenza per il patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma.


La mostra, inaugurata il 18 Novembre 2010, da più di un anno e mezzo sta toccando i maggiori poli culturali di Cina e Italia, conta più di 400 pezzi, autentici capolavori della cultura cinese e romana. Due infatti le sezioni, romana e cinese, unite da un unico percorso che si snoda tra  immagini, statue, emozioni e conoscenza. Testimonianze di vita quotidiana, religione, società ed economia costituiscono la cifra di questa mostra che si propone  di ripercorrere sinotticamente le tappe salienti dei due Imperi,  nel periodo che va dal II sec. a. C. al IV sec. d.C.

Il padiglione romano pone l’accento, mediante opere di statuaria, monete, iscrizioni, oggetti – quali manifestazione dell’ambito sia pubblico che privato -, su alcuni elementi costitutivi e strutturali dell’impero: ideologia e politica (particolarmente ricca la sezione degli affreschi, tra cui quelli di Atena, Pegaso e Bellorofonte da Pompei, e le pitture parietali provenienti da Boscoreale); quello delle opere cinesi presenta al pubblico una selezione dei tesori più preziosi – alcuni dei quali esposti per la prima volta  in Occidente – della millenaria storia delle dinastie cinesi Qin e Han. Accanto a manufatti della cultura materiale i tesori cinesi constano di splendide giade, lacche, sete, ori, bronzi, terrecotte. Eccezionali per la qualità e il colore della giada[1] impiegata sono l’imponente sarcofago di legno, lacca e giada (280x110x108 cm) appartenuto a un sovrano dell’antico regno di Chu, rinvenuto a Shizishan nella provincia del Jiangsu (II-I sec. a.C.), e la veste funeraria del re Jian di Zhongshan, rinvenuta a Beizhang nella provincia dello Hebei (I sec. d.C.), costituita da migliaia di piastre di varie dimensioni e diversi spessori cucite insieme con filo d’oroDi grande interesse sono anche alcuni drappi funerari di seta, uno dei quali di inestimabile valore (ne esiste solo un altro simile e nessuno dei due era mai uscito, fino ad ora, dalla Cina). Posto sul sarcofago del figlio del marchese di Dai (II sec. a.C.), il drappo descrive il viaggio dell’anima del defunto verso il Cielo. Colpiscono le dimensioni di queste delicato manufatto a forma di “T” (235 cm circa per 141), la bellezza delle immagini, la straordinaria ricchezza e complessità dei motivi iconografici. Di eccezionale valore è anche il cosiddetto albero delle monete, in terracotta e bronzo: una sorta di altare al quale venivano recate offerte in denaro per invocare la benevolenza delle divinità. Tra le ceramiche, si segnalano alcune riproduzioni di edifici a più piani, tra i quali spicca il modello invetriato di una torre riccamente ornata (h 216 cm). Dall’8 ottobre, intanto, continua alla Curia Iulia, sede dell’antico senato nel Foro romano, il settore della mostra che illustra la grandezza politico-militare dei due Imperi. Di notevole importanza ed inestimabile valore, dieci statue dell’esercito di terracotta del Primo Imperatore – rinvenuto alla fine degli anni Settanta del secolo scorso a Xi’an (Shaanxi) -, e due imponenti animali fantastici di pietra che, posti all’ingresso del sepolcro dello stesso, avevano il compito di tutelare le sue esequie dall’influsso degli spiriti maligni. Questo progetto, oltre al suo indiscutibile rilievo culturale, costituisce un tassello importante all’insegna della positiva integrazione tra Occidente e Oriente, e rende merito alla positiva collaborazione tra l’Amministrazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Repubblica Italiana  e lo State Administration for Cultural Heritage della Repubblica Popolare Cinese.  Infatti, l’accordo stipulato tra i due paesi prevede l’istituzione di un partenariato pluriennale attraverso un rapporto strutturato, che lancerà un forte impulso allo scambio di mostre e collezioni museali, all’organizzazione e coproduzione di progetti espositivi. Il MiBAC, inoltre, parteciperà al progetto di musealizzazione del nuovo Museo Nazionale della Cina di Piazza Tien nan men (192.000 mq espositivi – uno dei più grandi musei al mondo), che dopo un lungo ed importante intervento di restauro riaprirà i battenti la prossima primavera.

[1] Si riteneva che la giada preservasse la salma dalla decomposizione, consentendo di raggiungere l’immortalità.

Sant’Eutizio di Preci in Valnerina: culla del monachesimo occidentale

8 gennaio 2011

Francesca Romana Plebani

di Francesca  Romana Plebani

Di origini antichissime, l’Abbazia di S.Eutizio si trova a Preci in Valnerina a circa 18 Km. da Norcia, e per diversi secoli fu il centro ispiratore di tutte le attività della valle e culla del monachesimo occidentale. Fu fondata agli inizi del V sec. dai monaci Siriani (i Padri del Deserto) giunti in Valnerina[1], la cui conduzione di vita suscitò l’ammirazione delle persone del luogo che si unirono ad essi proseguendone la loro esperienza.

Le vicissitudini e la costituzione della “congrega” videro emergere la figura di S. Spes, guida spirituale di S. Benedetto, di S. Eutizio e di S. Fiorenzo. Come tramandato da S. Gregorio Magno, fu S. Spes, nel 470 d.C., a fondare questa abbazia, o meglio, a far erigere un oratorio dedicato alla Vergine, su cui quindi sorse l’intero complesso.

A questo stesso momento storico, si fa risalire, infatti, la costituzione di una comunità definita ed organizzata. Morto S. Spes, gli successe S. Eutizio, al quale vennero riconosciute grandi virtù, e che divenne, così, la guida spirituale del cernobio. La comunità ebbe un notevole impulso in questo periodo. Venne eretto il primitivo monastero, e di seguito, la chiesa nella quale, alla sua morte, vennero deposte le stesse spoglie di S. Eutizio.
Nel periodo altomedievale molte donazioni arricchirono l’Abbazia, che in primo luogo acquisì diritti feudali su un vasto territorio esteso fino all’Adriatico, e che divenne una Congregazione propria. Il complesso di S. Eutizio, a differenza delle abbazie di Farfa e Montecassino, non fu distrutto nè dalle incursioni dei Longobardi, né cadde ad opera dei Saraceni.
Nei “tempi bui” del Medioevo molti Vescovi di Spoleto furono monaci eutiziani. La prosperità di cui godeva l’Abbazia permise ai monaci di migliorare gli edifici, di dotarsi di una biblioteca e di un operoso “scriptorium”. Questo la resero uno dei più rilevanti poli religiosi e culturali dell’Italia centrale per quel periodo. Non è un caso, infatti, se proprio dall’abbazia di S. Eutizio proviene il più antico documento in volgare dopo il Placito di Montecassino: la “Confessio Eutiziana”, risalente alla metà dell’XI sec.
Vanto della biblioteca eutiziana erano i testi tramandati, i quali conservavano gli antichi trattati della medicina greca e romana, e gli erbolari in cui erano enucleate le virtù curative delle erbe. I monaci arricchirono queste conoscenze con l’esperienza e dettero origine ad una importante scuola medico-chirurgica specializzata, la Scuola Chirurgica Preciana. Infatti, quando i Concilii proibirono agli ecclesiastici di esercitare l’arte medica, l’ordine monastico eutiziano trasmise il suo sapere agli abitanti dei paesi circonvicini, allora soggetti all’Abbazia.

Nel 1180, l’abate Teodino I diede inizio ai lavori per il restauro e l’ampliamento della chiesa. L’opera si conclusenel1236,sotto il successore Teodino II. Anche S. Francesco d’Assisi ebbe rapporti con l’Abbazia: egli ottenne dall’abate Raynaldus la chiesa di S. Cataldo al Valloncello per erigervi un lebbrosario.

Attualmente la chiesa, cuore dell’abbazia, mostra, ancora priva di manomissioni, la superba facciata ingentilita da un rosone in stile romanico-spoletino. All’interno, sottostante ad un presbiterio decisamente rialzato, è conservata un’ampia cripta, le cui volte poggiano su due massicce colonne in pietra locale di probabile pertinenza all’antico oratorio. Un pregevole tempietto, nel quale si conservano le spoglie di S. Eutizio, occupa il centro del presbiterio. Il monumento, la cui pregevole realizzazione fu attribuita a Rocco da Vicenza, venne scolpito nel 1514, su commissione dell’abate Scaramellotti. Posto a contornare il tempietto, sempre di realizzazione coeva, un coro intagliato in legno di noce, opera di Antonio Seneca, artigiano della vicina Piedivalle.

Il complesso dell’abbazia si affaccia su due cortili: il primo, il più ampio e dominato dalla chiesa è meravigliosamente ingentilito da due splendide bifore trecentesche; l’altro presenta una fontana, ad ornamento della quale, venne posta una transenna in pietra, scolpita a losanghe. Tale transenna, riferibile all’VIII sec., dovette appartenere alla antica chiesa dedicata alla Vergine.

Molto suggestive sono le grotte dove si ritirarono S. Eutizio e S. Fiorenzo, scavate nello sperone roccioso che sovrasta a picco l’Abbazia e, sulla cui sommità venne poi eretto il campanile. Nel X secolo vicino alle grotte fu costruito in pietra un piccolo eremo, con la cappella dedicata a san Fiorenzo. Si deve a Legambiente il recupero e la valorizzazione del percorso naturalistico e storico che si diparte dalle grotte di V sec. e giunge sino a Norcia, attraversando gli senari della Val Castoriana.

http://www.museiecclesiastici.it/museisingoli.asp?museoId=21#

Curiosità:  Oggi in questo luogo isolato ma ricco di storia vive un altro eremita “venuto da lontano”: un giovane polacco di nome Tadeusz , la cui vocazione lo ha condotto a vivere da anacoreta nei luoghi che furono di San Benedetto. Il monaco ha già restaurato la cappella dedicata al san Fiorenzo e lì ne ha ricavato una minuscola stanza dove vive. Due piccoli pannelli solari gli forniscono l’energia per illuminare la sua cella, mentre una semplice stufa a legna gli è funzionale per riscaldarla nei lunghi mesi d’inverno.

http://domenica.niedziela.pl/artykul.php?dz=swiat&id_art=00008

[1] Nel V secolo – in seguito alle persecuzioni dell’imperatore Anastasio Dikoro che sosteneva l’eresia ariana e del vescovo Severio di Antiochia – circa 300 monaci salirono sulla nave che li portò dalla Siria ad Ostia, in Italia. A Roma i monaci chiesero al Papa di affidare loro una zona isolata e tranquilla dove poter fare la vita eremitica. Il Papa li mandò nelle valli tra Spoleto, Cascia e Norcia. Un gruppo di monaci formò un importante insediamento eremitico a Monteluco di Spoleto, mentre circa 50 di loro, guidati da Santo Spes, arrivarono alla valle chiamata “Valcastoriana”. Lì formarono una piccola comunità dove oggi si trova l’abbazia di Sant’Eutizio e 15 eremi sparsi sulle montagne circostanti.

“Dal Falò alle Pasquarelle – Tradizioni del periodo natalizio nella città di Santa Rita”

22 dicembre 2010

di Francesca Romana Plebani

Cascia. Pochi giri di orologio ancora e durante la Santa Messa di mezzanotte di venerdì 24, presso la colleggiata di Santa Maria, verrà ufficialmente aperto il presepe realizzato dall’Associazione “Amici del Presepe Fabio CARBONARI”. “Dal Falò alle Pasquarelle – Tradizioni del periodo natalizio nella città di Santa Rita” è l’appuntamento che per il settimo anno consecutivo, dall’8 Dicembre al 23 Gennaio 2011, celebra la tradizione natalizia del presepe, vestendola di innovazione. Da quelli realizzati tradizionalmente, a quelli creati con l’uncinetto, scolpiti nel ghiaccio, costruiti con la pasta, il vetro e stoffe, i presepi esposti saranno di ogni genere e di diversi materiali. Le creazioni tra loro molto eterogenee – notevoli quelle ricavate all’interno di ceste in vimini e in vasche piene d’acqua – costelleranno i vicoli che si snodano tra le chiese, le cantine e i luoghi caratteristici del centro storico della città di Santa Rita.

Come ogni anno, la perfetta riuscita della manifestazione si deve all’impegno dell’Amministrazione Comunale e all’attiva partecipazione dei privati cittadini, delle scuole, dei centri anziani e degli artisti che hanno aderito, contribuendo ad inviare un bel segnale di amore e di pace attraverso il presepe. Ma soprattutto è all’Associazione “Amici del Presepe Fabio CARBONARI” e alla sezione locale del MO.I.C.A. che va il merito di aver coordinato la parte logistica ed operativa dell’evento.

Tra le creazioni più originali da ammirare, si annovera un presepe interamente realizzato con i bottoni ed uno composto unicamente di  sassi. Completamente in caramello il presepe più “dolce”.

Molto numerose le iniziative collaterali che stanno contribuendo a rendere l’intero territorio del casciano un immenso presepe all’aria aperta.

Dato il via alla rassegna mercoledì 8 dicembre, con l’inaugurazione del Presepe monumentale a Roccaporena presso il piazzale del Santuario di Santa Rita, la manifestazione toccherà il suo apice lunedì 27, quando alle 20.30 nella frazione di Avendita, prenderà luogo l’ormai consueto presepio vivente.

http://www.amicidelpresepecascia.it/presepedicascia/le-fotografie

Nocera Umbra e archeologia: Inaugurazione del Museo Centro di documentazione dei siti archeologici territoriali

16 dicembre 2010

 

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Ultime ore, prima dell’inaugurazione del “Museo Centro di documentazione dei siti archeologici territoriali”, che sabato 18 Dicembre verrà aperto al pubblico presso i locali dell’ex Municipio appositamente restaurato. Alle ore 11, il taglio del nastro tricolore e la cerimonia ufficiale,

Materiali preromani dalla necropoli del Portone, Roma-Museo Nazionale Preistorico Etnografico L. Pigorini (da Civiltà d'Appennino 2005)

presieduta dal sindaco di Nocera Umbra, Donatello Tinti e Alessandro Coccia, Assessore alla Cultura. Prenderanno parte alle celebrazioni il Presidente della regione Umbria, Catiuscia Marini, l’Assessore regionale alla Cultura Fabrizio Bracco, ed Elena Calandra, Soprintendente dei Beni Archeologici dell’Umbria. Al saluto delle autorità, farà seguito, a cura di L. Bonomi Ponzi e L. M. Manca, la presentazione del percorso espositivo museale, curato da B. Gori e finanziato con i fondi della Comunità Europea,  e la visita guidata delle sale. Il percorso prevede, attraverso il succedersi delle sale, un “cammino” espositivo, organizzato per fasi cronologiche: dall’età Protostorica, a quella Longobarda. Della sezione protostorica fanno parte, i reperti, strumenti litici prevalentemente, ascrivibili al Paleolitico, provenienti da Pascigliano, a cui si aggiungono quelli neolitici rinvenuti presso località Le Spogne, e i reperti dell’Età del Bronzo di Piani di Sorifa. I corredi della necropoli di Boschetto-Ginepraia (VIII – V sec. a.C.), unitamente ai reperti di recente acquisizione e restauro, della Collezione Staderini, arricchiranno il “padiglione” dedicato alla fase umbra ed ellenistico-romana. La sezione d’epoca romana vedrà l’esposizione di importanti iscrizioni di carattere pubblico e di materiali provenienti da via Garibaldi e dalla zona della

Nocera Umbra - panorama

Nocera Umbra - panorama

Palombara, ulteriormente valorizzata dai reperti, provenienti dalle necropoli note (Le Case, La Valle, Maestà di Picchio) e dal territorio. La via Flaminia e le monumentali opere (sostruzioni, ponti, chiavicotti) che ne costellano il tratto stradale nocerino, costituiranno uno dei punti focali di quest’esposizione: la realizzazione di un plastico del segmento viario, sussidiato inoltre dall’ausilio di supporti multimediali,  permetterà la migliore comprensione dell’importante asse viario in relazione alle sue infrastrutture. Infine, la sezione dedicata al periodo longobardo, sarà dedicata ai siti, noti e ultimamente individuati nel territorio. Saranno inoltre esposti alcuni corredi della nota necropoli di Pettinara – Casale Lozzi.

Alla presentazione dei reperti e all’apparato illustrativo dei pannelli farà da pendant una sezione multimediale, ideata per contribuire ad una più approfondita visione della documentazione archeologica sull’antica Nocera.

La realizzazione del Museo è stata possibile grazie ad un progetto del Comune di Nocera Umbra, che ha preso forma sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria e di L. Bonomi Ponzi, con la quale hanno collaborato M. P. Guerzoni, M. Albanesi, M. R. Picuti e A. Menichelli.

Sant’Anatolia di Narco, la chiesa di San Felice: i Santi contro il Drago.

10 dicembre 2010


Timpano, raffigurazione dell'Agnus Dei

di Francesca Romana Plebani e Benedetta Martini

Francesca Romana Plebani

Castel San Felice (frazione di Sant’Anatolia di Narco), castello medievale cinto da mura nelle quali si aprono tre porte di accesso, custodisce alle sue pendici il complesso abbaziale di San Felice di Narco. L’abbazia, che trae il nome dagli eremiti che per primi abitarono questo luogo, si incontra in mezzo alla piccola valle, lambita dal  fiume Nera che nel corso del tempo ne ha disegnato i contorni.

Benedetta Martini

Il complesso santuariale per tradizione si fa risalire all’Alto Medioevo, anche se l’edificio, in quel periodo, era di natura diversa da quella attuale. In principio l’area era un cenobio[1] fatto erigere da San Mauro di Siria, padre di San Felice[2]. Dell’edificio precedente alla chiesa non rimango tracce, se non nella tradizione.

La chiesa venne edificata nell’aspetto ancora oggi conservato nel 1194. In un manoscritto miniato del XII secolo proveniente da questa chiesa si trova infatti questa preziosa indicazione, che la specifica come eretta in questa data, a rifacimento di un preesistente edificio realizzato dai benedettini dopo la bonifica delle paludi circostanti. Della sua fondazione si trovano notizie in due Codici, i cosidetti “Leggendari del Capitolo del Duomo di Spoleto”, oggi conservati

Chiesa di San Felice

nell’archivio Capitolare di Spoleto. Menzione della chiesa si ritrova inoltre attestata nelle “Rationes Decimarum” del 1333 e 1334 e nel “Codex Pelosius”, redatto dalla diocesi di Spoleto nel 1393[3].

[1] Il cenobio è una comunità di monaci riuniti in un monastero sotto la medesima regola.

[1] Nella scena dell’uccisone del Drago, effigiata nel fregio decorativo al di sotto del rosone, compaiono entrambi i santi.

[1] Ulteriori documenti del 1254 e del 1257 la collocano sotto la giurisdizione della Pieve di Santa Maria di Narco (oggi distrutta)

Castel San Felice

Il santuario prende il nome dalla leggendaria figura di San Felice, personaggio i cui contorni si sfumano in quelli di eroe locale, e a cui la tradizione attribuisce la miracolosa uccisione del Drago che infestava la zona. Il Drago, figura dal complesso significato sia pagano che cristiano, oltre ad essere il simbolo della malaria che infestava i bacini[4], presso gli antichi cristiani era l’emblema del paganesimo. Nel caso specifico, la vittoria su questo mitico animale va ricondotta all’idolatria vinta dall’apostolato dei santi e, più verosimilmente, ad un’opera di bonifica della zona, un tempo paludosa[5]: non casualmente, la chiesa è situata proprio lungo il corso del Nera.

Uccisione del drago per mano di San Felice

La chiesa, in architettura romanica, è di notevole pregio. La facciata a doppio spiovente, oggi mutila del loggiato, presenta un magnifico rosone riquadrato e, posti al di sotto di questo, due bassorilievi istoriati: il primo, raffigurante la leggendaria uccisione del Drago, l’altro, la resurrezione di un bambino. Nel timpano è invece rappresentato l’Agnus Dei. Nella parte inferiore si apre il portale con arco a tutto sesto, lunettato.

L’interno della chiesa, ad un’unica navata, presenta un presbiterio rialzato e delimitato da plutei cosmateschi[6]. L’abside esternamente è diviso in cinque paraste[7], collegate tra loro da tre archetti che presentano due monofore negli intradossi[8].

Adorazione dei Magi

Della decorazione originale della chiesa rimangono solo alcuni lacerti, di cui l’unico di chiara identificazione è quello con la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. Si conserva, inoltre, un pannello con angelo che assiste al giudizio delle anime penitenti, rappresentate sui piatti di una bilancia, e nell’abside semicircolare  un Cristo Benedicente, opera del Maestro di Eggi (attivo anche nella vicina chiesa di Santa Cristina presso Caso).

Dal presbiterio, per mezzo di due scalinate laterali, si accede alla cripta, in cui è conservato un sarcofago, che la  tradizione ricorda come quello di San Felice.

Polla surgiva

Degna di nota è, infine, una polla sorgiva che sgorga presso il lato dell’abbazia più vicino al fiume. A questa fonte vengono attribuite fin dal Medioevo proprietà benefiche e guaritrici. La vasca originale della fonte è tornata ad essere visibile a seguito del suo ripristino, compiuto insieme al restauro del complesso abbaziale, avvenuto in occasione del Giubileo del 2000.

Sapiente esempio di integrazione che coniuga bellezza antica ed esigenze moderne, l’abbazia attualmente dispone al suo fianco una struttura ricettiva dall’aspetto esterno in pietra a faccia vista e dotata internamente di tutti i comfort.

Vale, inoltre, la pena ricordare la “Fiera dei Fiori”, mostra mercato di giardinaggio  e di florovivaismo, ospitata annualmente nello  spazio prativo dell’abbazia, durante i primi giorni di maggio.

Bibliografia:

L. Fausti, Le chiese della diocesi spoletina nel XIV secolo, in Archivio storia ecclesiastica umbra 1, pp. 129-205, Foligno 1913.

P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV: Umbria, Roma 1952

B. Sperandio, Chiese romaniche in Umbria, Perugia 2001.

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Monte Tezio: meraviglie di archeologia e natura.

3 dicembre 2010

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Abbracciato da sentieri che si snodano attraverso querceti naturali, boschi misti di roverella e leccio, pinete il cui profumo si stempera in quello di ginepri, biancospini e ginestre, il Monte Tezio (961m s.l.m.), preziosa oasi naturalistica del Comune di Perugia, conserva la testimonianza di un abitato protostorico. Il Tezio, infatti,  si inserisce in una catena di rilievi che taglia longitudinalmente la valle del Tevere da nord-ovest a sud-est, dal Monte Acuto (926m s.l.m.) al Monte Civitella (634m s.l.m.),  posizione geografica strategica di difesa e controllo, che ne ha favorito la sua occupazione già in tempi antichissimi geografica.

È la cima del monte, in apparenza simile ad una naturale distesa verdeggiante intercalata da qualche discontinuità, ad essere sede di antiche occupazioni antropiche, le cui tracce risultano in prevalenza evidenti  attraverso la documentazione fotografica dal cielo. Difatti, nel corso del tempo, l’abbandono del sito, la conseguente perdita di consistenza e di volume degli alzati e dei loro dislivelli, uniti all’inesorabile sgretolarsi sul terreno degli stessi hanno determinato una sorta di apparente recupero dell’originaria conformazione dell’ambiente naturale, che ne cela ad un occhio non esperto le tracce da terra[1].

Esattamente, l’artificiosa configurazione dell’area sommitale del Tezio ha fatto sì che si desse il via alle prime ricerche archeologiche. Le operazioni di scavo, attualmente in corso, sono, a partire dal Maggio 2007, sotto la direzione scientifica del Prof. Maurizio Matteini Chiari dell’ Università degli Studi di Perugia[2] (che ringrazio per le informazioni documentarie).

Già durante la prima campagna di scavo è stato riscontrato, l’ormai noto, recinto perimetrale[4] di delimitazione, delineato sul terreno da un doppio terrapieno concentrico con fossato intermedio in forma di ellisse[5]. Tale recinzione era posta a protezione dell’abitato, sorto non a caso proprio sulla cima di un monte che garantiva, grazie alla sua posizione strategica, il controllo di un’amplissima estensione territoriale, e principalmente dell’asse tiberino[6]. L’insediamento, ascrivibile ad un orizzonte cronologico che va dalla fase finale dell’Età del Bronzo alla  Prima Età del Ferro, occupa come già detto l’area sommitale del Tezio. I materiali rinvenuti, quasi esclusivamente ceramici e più raramente bronzei allo stato frammentario (con l’unica eccezione di uno spillone), hanno infatti permesso di fissarne estremi cronologici così determinati.

Le ultime campagne di scavo (2009-2010) hanno ribadito e confermato la fase di presenza e di occupazione prolungata della cima del monte, testimoniando una frequentazione estesa  nell’arco di più generazioni. Tale continuità di vita risulta  parimenti rimarcata dai materiali rinvenuti: notevole la quantità di frammenti ceramici d’impasto, spesso decorati e associati a congerie cospicue di reperti ossei animali – prevalentemente ossa di ovini – .

L’area del Tezio è inoltre oggetto di numerose e diversificate iniziative tese al recupero ed alla valorizzazione e salvaguardia dell’ambiente. Ne sono validi esempi l’organizzazione del parco naturale, di proprietà comunale e la realizzazione di una vasta area faunistica “polifunzionale”, prima in Italia nel suo genere. Inoltre, l’intera superficie del parco è attrezzata per ogni genere di escursioni: vasta la gamma di itinerari percorribili, dai più distensivi a quelli più adatti ad escursionisti esperti.
Le tabelle disposte lungo i punti di accesso distinguono infatti i sentieri in Turistici (contrassegnati da una T) ed Escursionistici (contrassegnati da una E), per i quali, diversamente dai primi, viene consigliato un abbigliamento adeguato (scarponcini ed equipaggiamento da trekking).

Il patrimonio archeologico e ambientale del Parco del Tezio lo rendono una tra più interessanti itinerari naturalistici e culturali – seppur ancora tra i meno noti –  da percorrere attraverso il territorio rurale  del Comune di Perugia.

 

Per ulteriori approfondimenti sul sito archeologico e sul parco del Monte Tezio:

http://www.fastionline.org/micro_view.php?fst_cd=AIAC_2390&curcol=main_column

http://turismo.comune.perugia.it/canale.asp?id=197

http://www.montideltezio.it/sentieri_nel_parco.htm

aC. (numerose le statuine in bronzo a figura umana o animale rinvenute) e posti più a valle, i quali oltre a fornire un’idea della continuità di vita di questa zona e della sua importanza – naturale linea di demarcazione tra regioni etrusche ed umbre –, restituisce uno spaccato della popolazione del tempo che viveva in questi territori: di non elevate condizioni economiche, dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, orientata ad una forma di culto di tipo agro-pastorale legato alla fertilità della terra.

 


[1] Le foto da terra in condizioni ottimali (ad esempio in fase di disgelo con la neve che si accumula nelle superfici concave e protette del fossato perimetrale) restituiscono gli esatti contorni di strutture e sezioni.

[2] Lo scavo è in concessione alla Fondazione Ecomuseo dei Colli del Tezio, con la Direzione scientifica e operativa dell’Università degli Studi di Perugia, Dipartimento di Scienze Storiche, Sezione di Scienze Storiche dell’Antichità, Cattedra di Urbanistica del Mondo Classico (http://dipartimenti.unipg.it/scienzestoriche/sezioni/85-monte-tezio-descrizione-dettagliata).

[4] La recinzione risultava nota da tempo e apprezzabile sia da terra quanto, e soprattutto, dal cielo.

[5] Durante la campagna di scavo 2009, che ha ancora interessato il settore occidentale della cima del  Monte Tezio, è tornato in luce un lungo tratto di una sorta di paramento in grandi lastre di calcare infisse a terra e disposte di taglio, destinate a fungere, con tutta probabilità, da contenimento alla muratura retrostante, edificata a secco.

[6] Situazione analoga a quella del prospiciente Monte Acuto. Si segnala, in proposito, come recenti indagini effettuate nell’area tra il Tezio e Monte Acuto abbiano rimesso in luce numerose tracce di insediamenti umani, databili al V sec. aC. (numerose le statuine in bronzo a figura umana o animale rinvenute) e posti più a valle, i quali oltre a fornire un’idea della continuità di vita di questa zona e della sua importanza – naturale linea di demarcazione tra regioni etrusche ed umbre –, restituisce uno spaccato della popolazione del tempo che viveva in questi territori: di non elevate condizioni economiche, dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, orientata ad una forma di culto di tipo agro-pastorale legato alla fertilità della terra.

“I templi e il Forum di Villa San Silvestro”

26 novembre 2010

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

“VILLA S. SILVESTRO. Tempio Romano III sec. a. C.”. Seguendo il nastro d’asfalto lungo ripidi tornanti attraverso magnifici panorami montani, questa l’indicazione che, all’inizio del lungo fondovalle, colpisce l’occhio del guidatore, una volta lasciata Cascia alle spalle e percorso 15 km in direzione Piana di Chiavano. Il sito venne scoperto intorno agli anni Venti del Novecento, quando si riportò alla luce il monumentale podio[1] del tempio principale. Già dall’Ottocento erano state segnalate le grandi basi di colonne vicino alla chiesa di San Silvestro, la quale, non tralasciando di ricordare la continuità di vocazione cultuale, venne edificata in età medievale proprio sopra all’antico tempio.

Nel 2006, considerata l’importante entità del monumento, sono ripresi gli scavi in concessione da parte della Soprintendenza dei Beni Archeologici dell’Umbria all’Università degli Studi di Perugia, esattamente presso il tempio.

Il sito archeologico di Villa S. Silvestro era compreso nella compagine culturale e storica di quella che in antico era la Sabina Orientale o Alta Sabina, costituendo così uno dei centri più degni di attenzione di questa zona, che in età augustea venne poi inserita nella Regio IV, Sabina et Samnium. L’altopiano di Chiavano, infatti, situato al confine tra le attuali regioni di Umbria e Lazio, a 15 chilometri dal comune di Cascia (PG) a cui appartiene, è un esteso e piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti. Questa striscia di pianura, sviluppata in lunghezza, è una di quelle aree che eccezionalmente interrompono quell’asperità orografica, descritta da Strabone (Geogr., V, 3. 1) e caratterizzante l’Alta Sabina.  Fin dall’età del Ferro quest’area, come indica la presenza di tre castellieri, doveva essere posta a controllo del percorso di valico e degli snodi viari, attraverso un vero e proprio sistema di recinti fortificati[2]. Questo estremo lembo della Sabina, pur caratterizzato dagli impedimenti appenninici, costituiva il passaggio obbligato per abbreviare i lunghi itinerari di percorrenza tra il Tirreno e l’Adriatico. A pochi chilometri gli uni dagli altri, tali snodi stradali con i relativi diverticoli permettevano la comunicazione tra le regioni contermini dell’Italia Centrale, creando così una fascia di collegamento e di  scambio all’interno del sistema di relazioni delle popolazioni centro-italiche. Infatti, a differenza della Sabina Tiberina che vide lo sviluppo di una fiorente economia agricola, la Sabina Appenninica rimase luogo della pastorizia transumante.

Tempio Romano Italico

Precisamente sul margine settentrionale della Piana di Chiavano − attraversata da uno dei principali assi di collegamento tra Rieti e il territorio del Nursino − è collocato il monumentale complesso edilizio. Identificabile con un forum o conciliabulum (tali sono infatti le attuali ipotesi interpretative per questa  zona), polo sacro e amministrativo preposto al controllo economico del territorio, l’installazione dello stesso a seguito della conquista di M. Curio Dentato nel 290 a.C., all’interno della prefectura nursina[3] va, dunque, ricondotta alla rilevanza strategica che tale luogo ebbe già in età precedenti. Fastosamente monumentalizzato agli inizi del I sec. a.C., a seguito del sisma del 99 a.C.[4], il complesso edilizio si articola in due vasti settori estremamente ravvicinati, entrambi porticati e con al loro interno edifici di culto caratterizzati da un diverso orientamento ed assetto planimetrico: il principale, ad alae, dedicato ad Ercole, l’altro, a sud-est del precedente, a doppia cella[5] e con tutta probabilità dedicato a divinità femminili. Intorno a questo secondo tempio, scoperto nel 2007,  si moltiplicano le case private, appartenenti a varie fasi della storia del centro, tra le quali, in particolare, una di vastissime proporzioni ed assai articolata, tanto da farla attribuire ad un importante personaggio locale. Inoltre, è stata messa in luce una vera e propria strada su cui si affacciavano le abitazioni, sostituite poi da un ulteriore ed articolato portico con funzione

Ricostruzione tridimensionale dell'area del grande Tempio

commerciale.

L’area d’interesse, oggi ancor di più inestimabile dal punto di vista del patrimonio archeologico, copre attualmente circa 5000 m²  e, alla luce delle recenti esplorazioni, sembra estendersi ulteriormente.

Eccezionali e complessi si sono rivelati i dati riscontrati e i ritrovamenti avvenuti durante le campagne di scavo. Le operazioni, impegnate soprattutto ad esaminare il settore prospiciente la Piana, hanno messo in luce non solo materiali di pregio (elementi della decorazione architettonica di alta qualità, un braccio della statua di culto in marmo pario[6] e tutta una serie di oggetti che arricchiscono le sale della mostra “I templi ed il forum di Villa San Silvestro”, in corso a Cascia, presso il Museo civico di Palazzo Santi, inaugurata il 5 Giugno 2009 in occasione delle celebrazioni nazionali in onore del bi millenario della nascita di Vespasiano), ma sequenze stratigrafiche che testimoniano la presenza di un precedente villaggio sabino (l’unico finora materialmente noto in Italia), più fasi di occupazione romana e frequentazioni di età tardo antica e alto-medievale.

Dalla prima campagna del 2006 all’ultima, nell’estate 2010, hanno partecipato allo scavo come volontari studenti, laureati, dottorandi e specializzandi, provenienti da: Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Lecce, Universidad Complutense de Madrid, Universidad de Salamanca, Université Paris IV, Ecole Normale Superieure de Lyon, Scuola di Specializzazione in Archeologia di Firenze. Il finanziamento per le ricerche 2010 si deve a: Università degli Studi di Perugia – Dipartimento Uomo & Territorio, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Comune di Cascia, Associazione Culturale Tellus.

I dati di scavo sono forniti  dall’équipe di ricerca diretta dal Prof. F. Coarelli e dal Prof. P. Braconi e coordinata dalla Dott.ssa F. Diosono, di cui anche chi scrive fa parte.


[1] Modello di podio a cyma reversa meglio conservato in Italia.

[2] Frequentazioni risalenti al Neolitico e all’Età del Ferro sono state inoltre confermate da alcuni materiali rinvenuti durante le operazioni di scavo.

[3] La conquista romana fu conseguente causa di grandi cambiamenti nel territorio sabino, che restava ancora legato a forme insediative sparse. Le terre sabine divennero patrimonio demaniale di Roma, che ne diede  una parte in assegnazione a coloni con cittadinanza romana che si insediarono sul posto, e che ne mantenne la restante a pascoli e boschi, per darla in affitto e ricavarne un’importante rendita per il fisco. Il territorio dell’Alta Sabina fu suddiviso in tre prefetture, Reate, Amiternum e Nursia, alla quale apparteneva anche il territorio casciano e dell’altipiano di Chiavano.

[4] Nursiae  aedes sacra terrae motu disiecta  (Iul. Obs. 46).

[5] In Italia, strutture templari a doppia cella risultano attestate soltanto in pochi casi: oltre all’ipotesi del tempio di Montorio al Vomano (TE), testimoniati con sicurezza tali edifici si trovano solo nel bacino del Fucino (AQ), ad Alba Fucens ed Anxa, presso la Villa dell’Auditorium nel suburbio di Roma, e ad Ostia.

[6] Le dimensioni ricostruibili sono circa di 6 m d’altezza.

Archeologia: La casa è dove si trova il cuore. (Gaio Plinio Secondo)

22 novembre 2010

Francesca Plebani

di Francesca Plebani

“Conosci ora perché io preferisca la mia villa in Tuscis a quelle di Tuscolo, Tivoli e Preneste.” (V, 6). Plinio il Giovane (61-112 d.C.), oratore della prima età imperiale e governatore della Bitinia sotto Traiano, nell’epistola ad Apollinare riferisce della proprietà da lui preferita: la villa in Tuscis, residenza ubicata nel territorio di Tifernum Tiberinum, l’attuale Città di Castello. “L’aspetto del paese è bellissimo: immagina un anfiteatro immenso e quale soltanto la natura può crearlo. Una vasta e aperta piana è cinta dai monti, e le cime dei monti hanno boschi imponenti ed antichi. […] Eppure, benché vi sia abbondanza di acque, non vi sono paludi, perché la terra in pendio scarica nel Tevere l’acqua che ha ricevuto e non assorbito.” A Giovanni Magherini Graziani (1892-1924), storico tifernate, spetta il merito di aver sciolto l’annosa disputa sull’esatta

Villa Plinio in una foto aerea

ubicazione della residenza pliniana – indicata  nell’epistola IV, 1 semplicemente come in Tuscis (in Etruria) – riconoscendola nei resti affioranti (colonne, marmi, mosaici) nel campo di Santa Fiora, nei pressi dell’attuale abitato di Colle Plinio, nel Comune di San Giustino Umbro (PG). Il rinvenimento, infatti, di bolli impressi su tegola recanti le lettere CPCS, corrispondenti alle iniziali del nome completo di Plino, Caius Plinius Caecilus Secundus,  e la conformazione del luogo coerente con la descrizione pliniana, ha sollevato ogni dubbio da questa identificazione.

La scoperta dell’eccezionale estensione dell’area archeologica alla fine degli anni settanta del Novecento fu frutto del tentativo di bonificare il campo di Santa Fiora dai ruderi affioranti ad ogni aratura. I

l conseguente intervento di tutela della Soprintendenza Archeologica condusse poi ai primi saggi di scavo, e  successivamente alla proficua collaborazione scientifica con le Università di Perugia e di Alicante. Dal 1986, infatti, il rapporto di cooperazione tra l’equipe perugina e l’università spagnola ha condotto a ben 18 campagne di scavo,  l’ultima nell’agosto 2003.

Lo scavo ha esplorato in forma estensiva tutta l’area archeologica individuata, che attualmente occupa un’estensione di circa 2 ettari. La villa, che deve nome e notorietà ovviamente al suo più insigne proprietario – il quale provvide ad ampliarla e a dotarla di  un porticato aperto verso l’esterno – presenta fasi precedenti: quella c.d. “etrusca”, databile tra III e II sec. a.C. (lacerti di strutture murarie, pavimentazioni, scarti di fornace e terrecotte architettoniche), ed una fase di fine I sec. a.C. – inizi I sec. d.C. attribuibile agli interventi di Marco Granio Marcello.

Ulteriori fasi edilizie, ristrutturazioni e materiali, testimoniano continuità di frequentazione del sito almeno fino al V sec. d.C. Inoltre i bolli IMP(eratoris), databili tra II e III sec. d.C. su base paleografica, registrano come la proprietà, morto Plinio, fosse divenuta parte integrante del demanio imperiale. Nel corpo della villa, a nord dell’atrio, doveva collocarsi la chiesa di Santa Fiora o Flora, che ha dato il nome al campo. Da questa limitata area provengono frammenti di ceramica medievale (ancora in corso di studio). Interessante l’ipotesi che il culto di santa Fiora o Flora possa costituire una sopravvivenza, o piuttosto un’eco, del culto di Cerere che all’epoca di Plinio si praticava in questo luogo (la villa infatti ospitava un tempio dedicato a Cerere, ricordato da Plinio stesso nella lettera a Mustio, e probabile luogo di culto etrusco preesistente all’insediamento romano). Questa “continuità” cultuale sarebbe inoltre connessa con la presenza della vicina Pieve di San Cipriano. Il dies natalis di questo santo (14settembre), forse non casualmente, cade infatti il giorno seguente a quello della festa di Cerere, ricordata da Plinio (idi di settembre).

Fiore all’occhiello tra le antichità romane che il territorio umbro può vantare, la villa di Plinio ed il progetto di valorizzazione a questa legato, costituiscono un’esemplare prova di collaborazione tra l’Università degli Studi di Perugia (di cui personalmente ringrazio il prof. P. Braconi per la cortese disponibilità) e le istituzioni. Al Comune di San Giustino si rende infatti merito per la recente realizzazione di una copertura protettiva dell’area archeologica e per le iniziative promosse (apertura al pubblico di Villa Graziani e visite guidate agli scavi, Agosto 2010), finalizzate non unicamente alla tutela di un bene di inestimabile pregio, ma alla restituzione dello stesso al vasto pubblico.

Per ulteriori approfondimenti si segnala inoltre il sito www.arkecultura.com e l’intervento di R. Masciarri.

Si ringraziano il Prof. Paolo Braconi, docente di “Antichità Romane” presso l’Università di Perugia e direttore delle operazioni di scavo, responsabile scientifico degli scavi di Colle Plinio insieme al Prof. José Uroz Sàez dell’Università di Alicante, e tutti gli studenti dei corsi archeologici.

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Bibliografia

BRACONI 1998: P. BRACONI Paysage et amenagement: un domaine de Pline le Jeune, in Cité et Territoire II (Atti Bézier 1997), Paris 1998, pp. 155 ss.

BRACONI 2001: P. BRACONI, La Pieve ‘Vecchia’ di San Cipriano e la villa in Tuscis di Plinio il Giovane, in Umbria Cristiana. Dalla Diffusione del culto al culto dei santi (secc. IV-X) (Atti Spoleto 2000), Spoleto 2001, pp. 737 ss.

BRACONI 2003: P. BRACONI, Les premiers propriétaires de la villa de Pline le Jeune in Tuscis, in Histoire & Sociétés Rurales XIX 1, 2003, pp. 37 ss.

BRACONI-UROZ 1999: P. BRACONI – J. UROZ SÀEZ (a cura di), La Villa di Plino il Giovane a San Giustino. Primi risultati di una ricerca in corso, Perugia 1999.

BRACONI-UROZ 2001: P. BRACONI – J. UROZ SÀEZ, Il tempio nella tenuta di Plinio il Giovane in Tuscis, in Eutopia n.s. I 1-2, 2001, pp. 203 ss.

UROZ-ESTEVE 2002-03: J. UROZ SÁEZ – R. ESTEVE TÈBAR, Las Maufacturas etrusco-romans y el santuariode época republicana de Colle Plinio, in Lucentum XXIXXII, 2002-03, pp.103 ss.