Posts Tagged ‘province’

Province in Umbria: Claudio Ricci, dal Presidente della Regione solo Promesse

30 giugno 2015
Claudio Ricci

Claudio Ricci

Il Centro Sinistra al Governo della Provincia di Perugia Non Chiude il Bilancio, Mancano 26.5 Milioni di Euro.

Claudio Ricci considera “solo comunicazione politica”, con poca sostanza, le affermazioni del presidente della Regione e della Giunta che, dopo aver “nascosto sotto la cenere” per mesi i gravi problemi delle Province, con “poca attenzione” per i dipendenti, ora si “desta improvvisamente” senza dare soluzioni concrete. (more…)

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RIFORME: MENO PROVINCE PIU’ PREFETTURE

28 dicembre 2013

di Ciuenlai

Vogliono cassare la Province, ma raddoppiano le prefetture. Dopo le ultime nomine (il Governo ne ha fatte ancora) i Prefetti sono diventato 200. La verità sulle famose “Riforme” è che esse non servono a razionalizzare e risparmiare, ma a conservare il sistema di potere della cosiddetta casta (nella prossima puntata, per iniziare bene l’anno nuovo, spiegheremo il grande bluff dell’abolizione delle Province).

PROVINCE – ARRIVA IL COMMISSARIO? LA REGIONE NON DECIDE IL GOVERNO SI

15 ottobre 2012

di Ciuenlai

Le Province sono in odore di Commissariamento. Un Commissariamento che potrebbe avvenire già l’anno prossimo. Lo ha annunciato il Ministro Filippo Patroni Griffi. In una intervista alla Stampa il titolare della delega sulla Pubblica Amministrazione ha testualmente detto “A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà modalità e tempi. Quindi saranno nominati dei Commissari e si andrà al voto. Per il riordino, infatti, non è che si potesse attendere la naturale scadenza della consiliatura (more…)

“CONTRORIFORME” – QUELLE UNIONI SPECIALI CHE NON RIDUCONO I COMUNI E AUMENTANO LE PROVINCE

17 settembre 2012

di Darko Strelnikov

Non tutti i mali vengono per nuocere. E il gota della politica umbra, data ormai la Provincia di Terni per “andata”, si è subito precipitato a studiare come trasformare una perdita in una risorsa (more…)

UNIONI DEI COMUNI O NUOVI “CARROZZONI DELLA POLITICA”?

22 dicembre 2011

di Ciuenlai

Levi uno e metti tre. Altro che azzeramento o riduzione degli enti di secondo grado. Come avevo ampiamente previsto la vicenda delle Unioni dei Comuni si sta trasformando in una moltiplicazione di “provincette” in tutte le latitudini e longitudini dell’Umbria. La prima conferma viene ( e come potevi sbagliarti) dall’enclave del Trasimeno. Al grido di “Morto un papa” (la Comunità Montana) se ne fa un altro (L’Unione), l’assemblea dei sindaci del lago (tenutasi in gran segreto martedì scorso) ha già pronta la bozza del futuro ente. E dentro ci sono delle chicche imperdibili. L’Unione avrà un Presidente, una Giunta con sette assessori al ramo (nel senso che gli verranno assegnate deleghe specifiche) e una assemblea di 24 membri. Avrà delle competenze di partenza sul sociale, sul controllo di gestione e sullo sviluppo di area vasta. Competenze che si spera di aumentare, magari approfittando della scomparsa delle Province e di altri enti. I servizi verranno gestiti in proprio, mediante affidamento a terzi con appalto e con altre ed imprecisate forme. Ma soprattutto avrà una dotazione organica di personale, debitamente non quantificata, formata da dipendenti trasferiti dai comuni aderenti, da altri enti e nonostante il divieto contenuto nella Bozza approvata in Regione, da “personale reclutato ai sensi della normativa vigente”. Tradotto; con la possibilità di ricorrere al mercato del lavoro e quindi di assumere. Infine l’Unione si dota anche di “un segretario generale, scelto dal Presidente, tra i soggetti aventi i requisiti previsti per l’accesso all’apposito albo”. E così abbiamo il primo assunto con uno stipendio dai cinquantamila euro in su. Mi dite adesso che differenza c’è con un qualsiasi ente locale e perché quelli che si stanno abolendo venivano definiti carrozzoni e questo una novità. La verità è che si sta realizzando il sogno di tutti i potentati locali, quello che è passato, in fasi diverse, per la terza o la quarta provincia, per i circondari e per le Comunità Montane. Adesso trova un compimento nelle Unioni. Tante piccole province, che rischiano di diventare i principali centri di potere dei vari territori. A questo punto non mi resta che correggere i numeri di inizio articolo. Levi due (le Province) e metti 14 (le Unioni Comunali).

P.S. Dopo aver scritto l’articolo è avvenuto un fatto che ha rafforzato le mie convinzioni. Per caso ho avuto un colloquio con un dirigente delle Comunità Montane Liguri. Le stanno smantellando anche loro. La maggior parte delle competenze, con gran parte del personale, torneranno alla Regione (non è prevista nessuna agenzia), che le gestirà, come mi sembra giusto, direttamente. Una minoranza andrà ai comuni singoli o associati. Ma come funziona un’associazione o unione dei comuni? Non come pensano quelli del Trasimeno, non è un ente di secondo grado. I comuni si associano per qualche servizio, uno di essi fa il capofila con il suo personale sia per l’erogazione che per eventuali stipule e gestioni dei contratti. Punto! Altro che assemblea, presidenti, assessori, personale ! Le Unioni dei comuni che si associano per erogare servizi sono tutta un’altra cosa. Se non ci credete andate da Burlando che ve lo spiega lui. Queste sono provincette di terzo livello.

nota di redazione: tutto ciò mi fa pensare ai feudi borbonici di sicliana memoria, dove ciascun nobile o potente si chiudeva in una zona prescelta  per gestire il proprio orticello, amministrava giustizia e decideva chi doveva lavorare e chi no, chi doveva mangiare e chi no. Dopo 150 anni di unione la storia fa marcia indietro? Ma almeno quelli erano nobili (si fa per dire) ma questi chi sono?

Province si … province no… il gioco delle parti continua

22 dicembre 2011

Che alcuni partiti della sinistra di governo in Umbria facciano quotidianamente il contro canto a livello nazionale e regionale chiedendo l’immediata dismissione delle province e poi continuano a mantenere posizioni di governo ed istituzionali anche in provincia partecipando anche a manifestazioni pubbliche a difesa delle stesse, è parte importante di quel teatrino che ha reso i politici e la politica inaffidabili.

Nel momento in cui a tutti è richiesta coerenza e sobrietà, non sono certo questi i comportamenti che possano essere sottaciuti ma politicamente denunciati e condannati.

Quello che è certo è che si intravede anche una corresponsabilità in quegli alleati che comunque sopportano queste incoerenze. Questo avviene quando le maggioranze si sorreggono per la gestione del potere e non invece su comuni progetti programmatici.

Maurizio Ronconi

Provincia SI … Provincia NO… grande confusione, intanto i cittadini pagano

24 novembre 2011

Lettera di Maurizio Ronconi

La confusione istituzionale regna sovrana sulla sinistra umbra. Mentre in consiglio regionale la sinistra umbra cancella le deleghe alle province condannandole prima all’inedia e poi allo smantellamento, il Presidente della provincia di Perugia Guasticchi, autorevole esponente del PD umbro, è il capofila della lobby locale e nazionale a difesa delle province. Senza entrare nel merito è certo però che questa confusione sulla organizzazione istituzionale endo regionale, non aiuta la nostra comunità ma ne complica notevolmente le prospettive. Ancora una volta le divisioni del PD le scontano i cittadini

LE CONTRADDIZIONI DELLA MAGGIORANZA E LA POLVERIERA DEI CONSIGLI A SCARTO RIDOTTO

23 ottobre 2011

di Darko Strelnikov

Le scaramucce in Consiglio Regionale non sono altro che la punta di un malessere profondo che investe il centrosinistra umbro in generale e il Partito Democratico in particolare. La mancata elezione della Consigliera di parità e il passaggio di questo incarico alla destra, non è un incidente tecnico, ma un dato politico diffuso. Vengono a galla i problemi e le contraddizioni di una coalizione divisa sulla linea da seguire, di una Giunta che esclude la minoranza del Pd, di un Consiglio sotto la spada di Damocle delle inchieste giudiziarie. Ma non c’è solo questo. La guerra del centro è anche il risultato delle tante battaglie che si combattono in periferia. Il Comune di Terni resta in precario equilibrio. A Spoleto il Pd perde pezzi verso l’opposizione ed è sempre più in balia delle manovre dell’ex sindaco Brunini detto, non a caso, “il cinghiale”. A Foligno non si riesce nemmeno a convocare il Consiglio Comunale per la mancanza cronica del numero legale. , mentre fuori ci si affronta a colpi di bazooka sulla presidenza della Vus. A Gubbio si è sull’orlo di una crisi di maggioranza e a Città di Castello cominciano a spuntare i primi comitati che contestano la nuova amministrazione. E mi fermo qui, anche se le turbolenze investono quasi tutti i principali centri della Regione. Turbolenze che sono destinate inevitabilmente ad aumentare per una ragione molto semplice : la quantità di potere da distribuire diminuisce a vista d’occhio. Di conseguenza l’instabilità aumenta, per l’aumentare di coloro che cercano nuovi approdi, sperando di riconquistare, in altre sedi, quello che hanno perso o che rischiano di perdere, nelle loro attuali collocazioni. Adesso, come abbiamo visto nelle settimane passate, l’attenzione si concentra sulla riforma endoregionale il cui documento continua ad essere una tela di Penelope : il giorno viene scritto e la notte cancellato. Ma il pericolo più serio, quello di cui ancora si parla poco, deriva dalle le norme della legge finanziaria, i cui effetti si faranno sentire da qui al 2015 in maniera dirompente. Parlo delle disposizioni che impongono la diminuzione dei Consiglieri e dei membri delle Giunte di tutti gli organi elettivi. Proviamo a fare una proiezione sui nostri maggiori enti locali, per capire quello di cui stiamo parlando. Iniziamo dalla Regione. La prossima volta si dovranno eleggere 20 consiglieri invece degli attuali trenta e la Giunta non potrà essere formata da più di un quinto dei membri dell’assemblea e cioè da 4 assessori. Se, ipoteticamente, le regole fossero state queste, l’anno passato 10 inquilini di palazzo Cesaroni sarebbero andati subito a spasso. Provo a fare dei nomi, tanto per capire l’ordine di grandezza della cosa. Raccomando a tutti di non prendere la cosa alla lettera, si tratta solo di una simulazione. Sono cosciente che nella realtà sarebbe anche potuto toccare ad altri e gli effetti non sarebbero cambiati. Cosciente di questi limiti scientifici ci provo lo stesso : Avrebbero potuto prendere la via di casa o del pensionamento, per la maggioranza, 4 membri del listino dei quali è impossibile valutare i possibili voti di preferenza (Fabrizio Bracco, Lamberto Bottini, Gianluca Rossi, Paolo Brutti); Roberto Carpinelli, anche lui proveniente dal “gratta e vinci” del listino, del quale però i cui 100 voti di preferenza raccolti nella lista della Fds sono stati invece ampiamente valutati; l’ultimo degli eletti del Pd (Renato Locchi); il socialista Massimo Buconi che ha sostituito Silvano Rometti eletto anche nel listino e, infine, per la minoranza, gli ultimi degli eletti nelle due circoscrizioni, Maria Rosi, Alfredo De Sio e Rocco Antonio Valentino. Parliamo di 10 membri che hanno una grande influenza e un notevole seguito nei loro partiti e la cui (solo ipotetica naturalmente) esclusione avrebbe potuto provocare, secondo Carlo Verdone, “un macello” dalle proporzioni bibliche. Ma questo è niente. Con la Giunta sarebbe andata anche peggio. 4 assessori; si presume, due al Pd e due agli alleati. Avendo avuto più voti Idv e Fds, gli esclusi sarebbero potuti essere i socialisti, che si sarebbero subito (e non ipoteticamente) precipitati a reclamare la Presidenza del Consiglio. In casa Pd l’incastro dei due assessori avrebbe, invece, dovuto tenere conto della rappresentanza delle due province e delle varie componenti politiche. Sarebbero girati “pizzini” del tipo “ trovare uno di Terni che vada bene alla minoranza e nella minoranza ai cattolici e tra i cattolici a Monsignor Paglia ecc. Insomma esponenti che magari a Roma sono di una corrente, a Perugia di un’altra e sul territorio di un’altra ancora. Non sono marziani; li chiamano quelli con il piede su tre staffe, dei quali c’è già qualche buon esempio in diverse parti dell’Umbria. Con le Province, poi, è quello che si chiama “il tracollo perfett0”. La messa nel limbo di queste istituzioni ha, infatti, provocato la loro spoliazione in termini di rappresentanza. Prima la riduzione dl 20% dei Consiglieri e poi la divisione per due del risultato ottenuto. Questa specie di equazione, con un’incognita che non è x, ma la soppressione o la sopravvivenza, la Provincia di Perugia passerebbe dagli attuali 30 a 12 Consiglieri; 8 di maggioranza e 4 di minoranza. Il Pd, sulla base dei risultati del 2009, passerebbe da 12 a 5 eletti. Il Pdl da 10 a 4. Una strage. Anche qui Giunta a 4. E ci sarebbe stato subito da risolvere questo quiz : Se il Presidente è altotiberino e uno dei due assessori del Pd necessariamente del capoluogo, quale territorio dovrà rappresentare l’altro?. Si accettano suggerimenti da Foligno, Spoleto, Gubbio, Lago, Bastia e Marsciano. Provateci voi ad usare il bilancino se vi riesce. Va invece un po’ meglio con i Comuni. La diminuzione del 20% di Consiglio e Giunta rende, come si è visto nelle prime elezioni con riduzione, possibile una gestione politica delle maggioranze e delle minoranze. Ma anche qui i vuoti sono consistenti. Forse non è un caso che le richieste di Unioni Comunali (siamo arrivati a 12, ma se ne annunciano 14) spuntano come funghi. Sarà per coprire i posti soppressi dalla finanziaria? Il punto è che questa serie di norme rischia di far esplodere una polveriera, perché viene innescato su un contesto, che ha determinato l’effetto inverso e cioè la moltiplicazione degli incarichi. Se non c’è una inversione di cultura rispetto all’individualismo come unico criterio della politica, il rimedio rischia di essere peggiore del male. Se non si mette in discussione l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti, perlomeno nelle forme attuali, se non la si diluisce in una rete democratica di garanzie, aumentando il ruolo di controllo, di proposta e di partecipazione alle scelte dei Consigli, si rischia seriamente il default istituzionale. Del resto con Consigli molto più snelli la cosa è fattibile. Ma bisogna superare la concezione dominante “dell’uomo solo al comando”, quella che ci ha portato a queste conseguenze e che ha determinato la formazione delle oligarchie, l’autoconservazione delle classi dirigenti e la lievitazione dei costi della politica.

Strelnikov.d@libero.it

IL MISTERO DELLE UNIONI COMUNALI E QUELL’IMPICCIO DI NOME PROVINCIA

15 ottobre 2011

di Darko Strelnikov

La vicenda delle riforme endoregionali è ancora avvolta da una fitta coltre di nebbia. Ogni volta che si annuncia l’eliminazione di un ente o di una agenzia, ne rispuntano altri o altre con nomi e funzioni diversi/e, che qualcuno sospetta siano “sempre indirizzati verso la conservazione del sistema di Governo umbro”. Questo tira e molla è determinato dalle richieste territoriali di divisione del potere e favorito dall’indeterminatezza sulla sorte delle Province. Non c’è cosa peggiore per una istituzione pubblica, che quella di essere lasciata nel limbo. L’ente, la struttura o la semplice competenza esistono, ma vengono praticamente cancellate dalla pratica politica “in attesa di notizie certe da Roma”. Per capire di cosa parliamo vi faccio un esempio pratico. All’inizio degli anni 90 prese corpo l’ipotesi di passare alle Province tutte le competenze di edilizia scolastica relative alla scuola media superiore. Tra la formulazione dell’ipotesi e la legge che stabiliva questo passaggio, passarono più di 10 anni. Il risultato fu che i Comuni smisero di spendere soldi per i Licei Classici, i Magistrali e gli Ipsia e le Province ereditarono degli edifici “cadavere”, che le costrinsero ad ingenti investimenti, che ancora non sono terminati. Non penso di sostenere un’ eresia se dico che l’argomento è stato affrontato, come al solito, sull’onda dell’emotività senza il giusto e doveroso approfondimento. Bisognava capire se era utile, necessario aprire questo fronte e, nel caso, cominciare ad indicare le possibili alternative all’attuale assetto. La prima domanda da farsi e alla quale bisognava rispondere era : “Ci vuole o no un ente intermedio tra Regione e Comuni?”. La risposta è si? Allora è inutile pensare ad altri baracconi. Teniamoci le Province, magari accorpandole, magari riformandole, magari ristrutturandole. La risposta è no? In questo caso era necessario porsi una ulteriore domanda : “Sono in grado le Regioni e i Comuni di assumersi e gestire al meglio tutte le competenze delle Province?”. Solo nel caso di un secondo e convinto si, si poteva passare alla fase della soppressione. Perché improvvisazione non fa rima con programmazione. Ho fatto questo excursus perché lo stato di ibernazione delle Province è diventato, soprattutto qui da noi, una specie di capo espiatorio per proposte indefinite su fantomatiche Unioni dei Comuni, che rappresentano solo un goffo tentativo di risposta agli appetiti dei territori e alla “voracità” dei potentati locali e delle varie cordate che si affrontano “qua e là per l’Umbria”. Non si capisce su che base devono formarsi, non si capisce quanti e quali saranno, non si capisce quanti se ne dovranno formare per ogni argomento ecc. Si sente dire che ne avremo una per l’acqua, quattro per i rifiuti e chi sa quante per le competenze delle Comunità Montane. E ancora, si parla di quattro fantomatici ambiti programmatori che, in pratica, sembrano studiati per essere i futuri sostituti delle Province. Le ubicazioni paiono essere queste : Perugia, Alta Umbria, Foligno – Spoleto – Valnerina e Terni. Vi chiedo sinceramente Pensate che il Trasimeno, Gubbio e Orvieto accetteranno di essere escluse da questo banchetto istituzionale? Ah dite di no? Allora la pensiamo allo stesso modo. Ma c’è di più. Quando verranno formate , qualunque sia la loro ragione sociale, diventeranno la base per l’apertura di vertenze di zona, per la loro estensione a tutte le altre materie. Insomma potremmo avere l’Umbria divisa in un decina di Circondari che si occupano di tutto. Il riferimento ai vecchi comprensori “soppressi per la disperazione” è puramente casuale. Invece il rischio di chiuderne due per aprirne cento è reale e concreto. E i costi lieviteranno. Non ci saranno gettoni per gli amministratori, ma possiamo scommettere che in termini di apparati (segreterie, consulenze e quanto fa clientela) i capi designati non si faranno mancare nulla. Giambattista Vico è famoso per i corsi e ricorsi storici. Direte; ma che c’entra? Centra c’entra. Su questo argomento particolare e sulla vicenda enti locali in generale, il filosofo napoletano può essere tranquillamente chiamato in causa. Il dibattito ci riporta infatti indietro nel tempo. Chi scrive nel lontano 1973 tenne una relazione, come responsabile provinciale del settore, agli eletti del Pci, in una affollata Sala dei Notari. I due pezzi forti della linea del Partito Comunista erano la pressione sul Governo per ottenere maggiori risorse e l’abolizione delle Province da sostituire con organismi intercomunali. Dopo quarant’anni siamo ancora lì. Corsi e ricorsi storici, che teoria interessante. Solo che quella linea venne poi sviluppata e nacquero i famosi Comprensori, di cui abbiamo parlato prima. Fu un fallimento clamoroso. Quegli organismi non riuscirono a fare niente delle tante cose per le quali erano stati creati, perché bloccati dai veti dei singoli Comuni o dei singoli esponenti locali. Gli organi elettivi si presero la loro rivincita. I Comprensori furono sciolti e si tornò ad utilizzare le Province. Comprendo quindi le perplessità di coloro che, essendo per l’abolizione delle Province, non riescono a capire perché la Regione con i suoi dipartimenti non possa organizzarsi per prendersi direttamente la gestione di tutte queste materie. L’Umbria è piccola. Da tempo sostengo che per essere meglio governata, ha bisogno di una massiccia dose di centralizzazione nelle decisioni. Sono i servizi che vanno decentrati non gli organismi. Solo in questa maniera sì potrà ricostruire un modello di Governo capace di ottimizzare le risorse e, dimostrando efficienza ed economicità di resistere alla sfida di quelli che seguono il modello del “grande è bello” (le macroregioni). Tutto questo però presuppone l’esistenza di una classe dirigente che abbia l’autorevolezza necessaria a compiere queste “rivoluzioni” in nome dell’interesse generale. Purtroppo questa non esiste. Anzi il distacco tra chi governa e chi è governato aumenta ogni giorno. Non c’è una persona o un’entità politica che sia in grado di produrre una ricetta condivisa dell’Umbria del domani, riformista o conservatrice che sia. La confusione regna sovrana. Se l’autoconservazione della specie “casta” diventa l’obbiettivo principale ne consegue che tutto ruota attorno a questo elemento. In questo senso il sistema medioevale dei vassalli, valvassini e valvassori deve essere, obbligatoriamente, “pasturato”. Le Unioni dei Comuni, le aziende locali dei servizi (meglio se privatizzate), il sottobosco che gira attorno a queste strutture rappresenta un foraggio che può essere ristretto, ma non eliminato. La stessa messa da parte delle Province assume, quindi, una valenza politica. Essa permette la liberazione di risorse economiche e umane per il mantenimento di questo sistema e, cosa non meno importante, il depotenziamento di possibili concorrenti per la corsa alle poltrone più ambite. E’ questa cultura che va cambiata. Ma all’orizzonte non vedo profeti in grado di farlo. Eppure non si chiede la luna. Si chiede solo di avviare un percorso, sapendo però qual è il punto di arrivo che si chiama bene comune e non rielezione.

Strelnikov.d@libero.it

Fuori tempo massimo la manifestazione di Perugia in difesa delle province

13 ottobre 2011

LETTERA A GOODMORNINGUMBRIA

Con la crisi politica in atto è impensabile che la maggioranza di centro destra sia in grado di approvare una legge costituzionale per abolire le province. Rimane il rammarico per un progetto che poteva semplificare la burocrazia politica locale, eliminare sprechi e soprattutto clientele. Oggi, una classe politica che resiste al cambiamento si ostina a difendere l’indifendibile senza dire una parola invece sull’aumento della tassazione provinciale che invece affonda nelle tasche già vuote dei cittadini, verrà disconosciuta dagli elettori. Più che nelle giaculatorie in difesa delle province, bisognerà sperare nel miracolo della resipiscenza di quelle forze politiche, dal PdL al Pd che inserirono nel loro programma l’abolizione delle province facendo oggi marcia indietro.

Maurizio Ronconi

La campagna elettorale anticipata e i dolori del Pd Umbro

4 ottobre 2011

di Darko Strelnikov  Strelnikov.d@libero.it

Il ripetuto “mi ricandido” del Sindaco di Perugia Vladimiro Boccali denuncia una anomalia

Wladimiro Boccali

politica, che può determinare e sconvolgere il corso dell’intera legislatura amministrativa. L’attacco alle Province ha in pratica sancito l’apertura della campagna elettorale due anni prima del previsto. I posti che contano diminuiscono, quindi ogni partito, ogni componente e ogni aspirante candidato deve fare i conti con la contrazione dell’offerta. Le Province potranno anche resistere fino alle prossime elezioni, ma non saranno più un posto appetibile. Oramai sono il male nell’immaginario collettivo, come dimostra un sondaggio di un blog umbro, nel quale l’86% delle persone interpellate si sono espresse favorevolmente per la loro totale abolizione e solo il 4% per il mantenimento nella forma attuale. Quindi, al di là dei tempi di cambiamento, chi ci si avventurerà, rischierà di fare la parte del commissario liquidatore. Un tipico ruolo da fine carriera. Lo sanno in parecchi e  la “grande fuga” da Piazza Italia 11 è già iniziata. Da qui i “mi ricandido” che sanno tanto di gente che mette il

Catiuscia Marini

cappello sulla sedia occupata per non perdere il posto. Non è il caso di Boccali, che questa mossa non avrebbe mai voluto farla. Perlomeno adesso. Secondo persone vicine al primo cittadino di Perugia la sua intenzione sarebbe stata esattamente quella opposta. E c’è da capirlo : oggi fare il Sindaco è solo oneri e niente onori. E questa è una condizione che può levare il sonno a coloro che oggi siedono sugli scranni più alti dell’Umbria. La diminuzione degli incarichi a 5 stelle aumenta, inevitabilmente, il numero dei concorrenti. In questa situazione è impensabile che il centrosinistra possa scegliere la strada delle riconferme per i secondi mandati. Le primarie sono una opzione “senza se e senza ma”. E, in questa situazione, chi rischia di più sono, paradossalmente, Boccali e la stessa Marini. La crisi favorisce gli sfidanti. In un contesto fatto di tagli e di tasse, di diminuzione dei servizi e di aumento delle tariffe, di ticket sanitari e di panini che sostituiscono i secondi (come ai miei tempi) nelle mense scolastiche, Sindaci e Presidenti possono giungere all’appuntamento letteralmente spompati e con un alto tasso di impopolarità. Per di più sotto la minaccia del “fuoco amico” di consiglieri fedeli ai pretendenti al trono. Non c’è, nel partito di maggioranza relativa, il clima giusto per un accordo. Quello precedente (Regione e Comuni di Perugia e Terni alla maggioranza e Province alla minoranza) è stato fatto saltare in aria dalla nuova realtà dei fatti. Farne uno nuovo è difficile. Le inchieste giudiziarie hanno scosso dalle fondamenta gli equilibri interni alle componenti del Pd. Gira un aria di sospetto da far paura. L’accordo di pace tra Dalemiani e Area Modem siglato in un famoso pranzo è quasi carta straccia. L’unica soluzione sarebbe quindi quella di competere alle primarie e poi trattare sulla base dei risultati raggiunti. Ma questo presuppone che correnti, cordate e componenti parlino con una voce unica. Non è così. Meno posti fa rima con più litigi. Risultato i Bersaniani sono spaccati e  i modem sono divisi. La frammentazione aumenta e la fa da padrona. Non esiste un leader riconosciuto, non esiste un gruppo dirigente autorevole, non esiste una linea politica da indicare e da seguire. Si va alla giornata, secondo gli umori e tenendo conto delle tante asperità di percorso. Si va per compromessi che spesso sono storia di un minuto. Le cosiddette riforme regionali risentono di questo clima. Spostare o abrogare qualcosa è una delle 7 fatiche di Ercole. Ogni giorno è un passo indietro rispetto al punto di partenza. E allora enti e strutture da salvare si moltiplicano ogni documento che esce. Ma più conservazione si fa e più gli elettori si distaccano dall’attuale classe dirigente. E, a modo loro, lo fanno anche sapere. Per il secondo anno consecutivo le feste di partito hanno impietosamente fatto registrare il tutto deserto per il Pd e il tutto esaurito per Vendola e Soci.  Mentre la Presidente Rosy Bindi parlava nel pieno centro di Perugia a 4 gatti e tre micine, in quel di Ramazzano, sperduta contrada di campagna, per raggiungere la quale è consigliato il navigatore, tale Don Andrea Gallo, alla kermesse regionale di Sel, trascinava fino ad ore piccole, migliaia di persone. Una aspetto che marca la diversità tra l’indifferenza per gli uni e la passione per gli altri. Ma c’è un altro indicatore che registra queste difficoltà. Le ennesime elezioni amministrative parziali. Anche stavolta, come qualche mese fa, i rumors parlano di difficoltà dei democratici ad individuare candidati forti a Todi, Bettona e Deruta. Nella città della Marini si andrà probabilmente alle primarie nelle quali quasi tutti i partiti del centrosinistra hanno già un candidato decente. Tutti meno il Pd dilaniato tra l’avvocato Marconi e l’ex segretario Rossini. Due persone che non sembrano riscuotere grandi consensi dentro e fuori il partito. E allora spunta il grande favorito. L’uomo che ancora non c’è; il candidato dei socialisti. Come andrà a finire lo vedremo, ma questa è l’ennesima prova di un partito che non riesce più a governare e ad egemonizzare la coalizione. E stavolta non sono elezioni normali, sono elezioni parziali in casa della destra (Todi, Deruta e Bettona). Perderle vorrebbe dire sancire definitivamente le ragioni di un declino. E pensate che potrebbe succedere dentro il gruppo dirigente del Pd, se in casa della Presidente il candidato non fosse del Pd e non risultasse vincente. Dicono che Antonino Ruggiano abbia ultimamente ricevuto strani segnali di appoggio. Sarà vero?

 

 

 

 

Guasticchi “Da Perugia l’offensiva per la verità sui costi della politica”

23 settembre 2011

“Da Perugia vogliamo lanciare un’offensiva di verità per dare un forte contributo alla semplificazione del sistema istituzionale e rispetto alla questione dei costi della politica. Il taglio delle Province porterebbe ad una aggravio di costi e ad una grande confusione istituzionale, elementi che hanno consentito, anche secondo l’agenzia Moody’s, il declassamento del debito pubblico. Lo dimostra il dato certificato secondo cui il costo del personale delle Province in Umbria, in caso di soppressione, aumenterebbe del 30% e cioè di 13milioni di euro”. Sono le  parole del presidente dell’Upi regionale e presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi in apertura della conferenza stampa convocata stamani nel Palazzo della Provincia di Perugia a cui ha partecipato il presidente dell’Upi nazionale Giuseppe Castiglione per fare un’analisi della situazione dopo il ddl sulla eliminazione delle Province. “La casta non abita nelle Province, la casta non siamo noi, sprechi e privilegi risiedono altrove – ha affermato Castiglione – Le Province sono un luogo dove non ci sono sprechi e dove si esercita la democrazia, non vittime designate. Non ci stiamo!”.

Le Province non hanno più entità politica

23 settembre 2011

LETTERA A GOODMORNINGUMBRIA

E’ un grave errore giustificare l’attuale assetto istituzionale locale e con esso la sopravvivenza delle province con i bassi costi degli apparati politici. La verità è invece che le province, se mantengono un significato di coordinamento delle funzioni di area vasta, non ne hanno invece più come entità politiche. In  realtà ormai il ruolo e le determinazioni assunte dalla provincia hanno un significato esclusivamente di coordinamento ed amministrativo senza che i Consigli provinciali abbiano mantenuto una valenza politica. Difendere le province così come sono da 150 anni ad oggi, magari trincerandosi sui costi contenuti dell’apparato politico ed aprire contestualmente fronti polemici verso gli altri livelli istituzionali, è miope e segno di superficialità. Sarebbe stato da attendersi da chi ha ruoli autorevoli nelle province e nell’Unione Province d’Italia, più che inutili azioni sindacali in difesa del proprio ruolo, un progetto di riorganizzazione serio e funzionale che prevedesse le province come veri enti intermedi, liberate dagli apparati politici e gestite da un consiglio formato dai sindaci delle città territorialmente interessate e da un Direttore Generale con compiti di coordinamento. Diversamente si partecipa al coro degli scontenti incuranti di una situazione nazionale drammatica che richiede a tutti grande responsabilità e disponibilità.

Maurizio Ronconi

RONCONI (UDC):LA REGIONE CANCELLA LE PROVINCE

16 settembre 2011

Con la legge sulla semplificazione burocratica la regione ha deciso di cancellare le province. Le competenze sui piani attuativi vengono tolte alle province che ora si ritrovano anche con un esubero di personale addetto. Al di là di tante manifestazioni folkloristiche nella sempre più incerta difesa delle province, sono questi atti legislativi assunti dalla regione ad esplicitare in modo chiaro cosa la maggioranza di sinistra intenda in realtà fare della province. Le Giunte provinciali, probabilmente troppo impegnate nella difesa corporativa dei propri enti hanno tralasciato invece di seguire con la doverosa attenzione il processo legislativo della semplificazione burocratica ritrovandosi ora con competenze dimezzate.

Maurizio Ronconi

LE PROVINCE DEGLI ALTRI

19 agosto 2011

di Ciuenlai

La proposta di abolizione della Provincia di Terni ha provocato confusione e panico e ha messo in evidenza il pressappochismo della nostra classe dirigente. Si va alla spicciolata. Nessuna idea unitaria, nessun progetto da contrapporre all’eventualità della soppressione, nessuna iniziativa regionale in cantiere, magari solo per discutere della cosa. E ci si accorge solo ora della fragilità della nostra Regione. E allora il “riequilibrio territoriale”, diventa una novità e una scoperta; ma quando fu proposto alcuni anni fa dalla stessa Upi, nessuno fece niente per dargli concretezza. Anzi Fu trattato come una boutade politica. Perché lo squilibrio serviva. Era la scusa per non potenziare questi enti intermedi. Perugia era troppo grande e sarebbe diventata troppo forte. Quindi era meglio che tutto rimanesse nelle mani della Regione. Finchè non si sarebbe ottenuto il vero obiettivo di testa manovra : la terza Procincia. Alla luce di quello che accade oggi sembrerebbe una battuta, invece è storia. Ma c’è di più. La proposta di abolire le province sotto i 300 mila abitanti è sul tavolo da oltre un anno. Ma nessuno da noi ha preso la cosa sul serio e agito di conseguenza, per scongiurare tale eventualità. Nemmeno gli amministratori ternani che hanno preferito, in questi ultimi 10 anni, vivere in uno “splendido isolamento” dal resto della Regione. A Perugia come a Terni, le barricate si sono alzate solo per evitare che Asl, Aziende, Ati, poltrone, poltroncine, strapuntini e sgabelli venissero razionalizzati e magari soppressi. Si è preferito difendere lo status quo, l’ideologia delle divisioni per aree, dell’autosufficienza territoriale del potere, che ha significato solo il mantenimento di costosi privilegi. Per poi scoprirsi “nudi” di fronte agli avvenimenti esterni. Non c’è quindi da meravigliarsi se le uniche risposte a questa situazione sono le inutili quanto dannose espressioni di ultracampanilismo (andiamo con Roma, a morte Terni ecc.). Ha parlato il popolino, che dirà anche cavolate, ma è l’unico che sembra avere a cuore questa questione. Chi invece doveva parlare è restato zitto. I due principali protagonisti del palcoscenico umbro, la Giunta Regionale e il Pd, sono, fino ad ora, restati muti. Salvo l’Upi e il Prc nessuno, delle altri parti si è degnato di far conoscere il proprio pensiero. E ci sono anche cose divertenti come quelle di casa Idv. Il partito va in piazza a chiedere le firme per l’abolizione delle Province e i suoi esponenti continuano a votare documenti per il loro mantenimento. Addirittura Alex Paiella (Membro del coordinamento Provinciale IDV Terni) chiede (adesso) il riequilibrio territoriale per salvare quella di Terni. Ma non è una eccezione, è la linea. Via le Province? Si ma quelle degli altri.

Lettera a Goodmorningumbria

17 agosto 2011

Da parte di chi auspica non da oggi l’abolizione di tutte le province evitando soluzioni furbesche come quella immaginata dal governo Berlusconi Calderoli, con altrettanta convinzione l’auspicio che i politici dell’Umbria abbandonino la facile tentazione delle rivendicazioni localistiche, applicandosi invece con maggiore serietà ad un complessivo disegno di riorganizzazione istituzionale endo regionale. Chi oggi non comprende che è ormai indilazionabile una nuova organizzazione endo regionale che faccia giustizia di tutti i particolarismi ma anche delle tentazioni di prevaricazione, rischia di non trovare più l’Umbria.

Maurizio Ronconi –  UDC

PROVINCE: SE CADE TERNI CADE ANCHE PERUGIA?

14 agosto 2011
di Ciuenlai

Bisogna far presto. L’abolizione della Provincia di Terni porta con se una possibile conseguenza; l’abolizione della Regione dell’Umbria. Se guardate bene la nuova geografia che la cancellazione delle province sotto i 300 mila abitanti determinerà, scoprirete che sono solo tre le regioni che avranno una sola provincia : L’Umbria, la Basilicata e il Molise. Le più piccole, quelle in odore di “morte”. E l’avere Provincia e Regione coincidenti rappresenta un argomento convincente a farle fuori. Non ha senso avere due enti che insistono sullo stesso territorio. In questo diverso scenario, la Provincia, più che ad un ente elettivo, somiglierebbe tanto ad una agenzia della Regione. Una delle due è di troppo. Ma la soluzione non è il riequilibrio territoriale delle due attuali province. Per arrivare a 300 mila abitanti Terni dovrebbe mangiarsi tutta l’area della ex terza provincia (Spoleto e la Valnerina non bastano). Un rattoppo che determinerebbe la nascita di due debolezze, con la nuova entità piena di attriti di stampo campanilistico. L’unica via d’uscita, sulla quale lavorare da subito, è l’unificazione con Rieti, aggregando la nuova Provincia all’Umbria e ripristinando il territorio della circoscrizione elettorale del dopoguerra.
In questo modo la nostra regione supererebbe anche il fatidico scoglio di un milione di abitanti, che potrebbe essere il primo limite per l’abolizione delle piccole Regioni. Una soluzione che fa comodo a tutti; a Terni che salverebbe la sua identità e a Rieti che entrerebbe a far parte di una realtà più adeguata alle sue dimensioni, con la possibilità di recitare un ruolo maggiore di quello che oggi esercita nel Lazio. Lo stesso Lazio non perderebbe praticamente niente essendo la Regione “metropolitana” di Roma. Quello che è certo è che il processo di razionalizzazione degli enti locali è iniziato e non si fermerà qui. Ma la nostra classe dirigente non sembra aver compreso questa nuova realtà, che coinvolge e coinvolgerà pesantemente L’Umbria.
Al di là delle difese di rito, è apparsa impreparata all’evento, in alcuni casi anche sarcasticamente compiaciuta e soprattutto ancora divisa e arroccata nei propri piccoli feudi di campagna, in perenne lotta tra di loro. I danni del passato adesso cominciano a venire alla luce. Le guerre con il capoluogo (l’ultima sui trasporti) hanno impedito la costruzione di una qualsiasi identità comune e di un progetto unitario. Il risultato di queste divisioni è che oggi, dalle nostre parti, nessuno farà le barricate per salvare questa provincia. E la conclusione eccola lì, pronta ad essere servita su un piatto con una pietanza amara. Questa manovra si sta mangiando Terni, la prossima potrebbe mangiarsi Perugia (in versione Regione).
Il cuore verde d’Italia perderebbe la sua autonomia e molti “lor signori” il loro potere. Come si dice : una favore e una contro.

 

 

LETTERA A GOODMORNINGUMBRIA

13 agosto 2011

Penso che la manovra varata da Berlusconi in un momento critico per il nostro paese vada nella direzione giusta.  Nei dettagli molto ancora si deve fare, ricordiamo che per noi le province dovrebbero essere eliminate tutte e non solo quelle sotto i trecentomila abitanti … i parlamentari vanno ridotti del 50% vanno eliminate le auto blu,vanno fatte le grandi riforme del mercato del lavoro… pero’ apprezziamo…

Aldo Tracchegiani – presidente Italia Federale

 

LA PROVINCIA E I COSTI DELLA POLITICA, IL DIBATTITO SI ACCENDE

6 agosto 2011

 Nel dibattito politico estivo sui privilegi e i costi della politica, un aspetto fondamentale è quello legato all’abolizione delle province.La protesta popolare monta e non poteva mancare quindi il contributo del disinteressato Guasticchi, il quale non esitando, bontà sua, a ricordare ai Cittadini il suo emolumento, ha trovato la compagnia e solidarietà di tutto il consiglio provinciale nella difesa ad oltranza dell’ente Provincia. Accendere i riflettori sugli stipendi dei consiglieri e del presidente è importante, ma rischia di distogliere l’attenzione da quelli che sono i problemi importanti in questione. Il punto focale da tenere in considerazione è che nel tempo la politica ha creato un insieme di doppioni come gli ATO, gli ATI, Autorità di bacino, le associazioni e consorzi di comuni e quant’altro, ognuno con il suo consiglio di direttivo e il suo pletorico apparato amministrativo, come già più volte denunciato dalla Corte dei Conti. Possiamo discutere all’infinito circa l’utilità degli enti intermedi, ma dobbiamo prendere coscienza che sono i costi di questo proliferare di enti, spesso dalle competenze sovrapponibili, quando non concorrenziali con i Comuni ela Regione, a pesare sul bilancio dello Stato, già fortemente indebitato al limite del default. Quindi occorre fare delle scelte e il tempo è poco. O si tengono le regioni o si tengono le provincie, tertium non datur. Non si tratta di demagogia. Naturalmente i costi della politica non si esauriscono nel capitolo Provincia, ma si estendono a quella valanga di enti pubblici inutili mai soppressi e nello scandalo dei rimborsi elettorali, prima aboliti da un referendum popolare e poi ripresentati truffaldinamente, sotto mentite spoglie, dai partiti. Tutti questi scandali sono stati creati dal sistema degli attuali partiti, di cui il Presidente Guasticchi e i consiglieri sono espressione diretta, non certo da Cittadini demagoghi. Il dramma è proprio essere arrivati a questo punto, con uno Stato sull’orlo del fallimento senza che la politica se ne sia resa conto. Non è mai riuscita a mettere un freno ai suoi costi e tuttora continua a discutere sterilmente, con maggioranza ed opposizione sempre d’accordo sulla difesa dei loro interessi. Ora non c’è più tempo ed occorre agire. Non ci dicano che è arrivato il momento di scelte coraggiose, per annunciare ai Cittadini nuovi balzelli e nuovi tagli indiscriminati. Comincino lor signori! Rinuncino ai contributi elettorali prima di venirci a fare la paternale sull’utilità della Provincia, per altro mai dimostrata.

MoVimento 5 Stelle Perugia

 

PRIVILEGI – Ora la “Casta” va all’attacco del “popolino”.

3 agosto 2011

L’Opinione di Stelio Bonsegna

 

Un “popolino” che si lamenta da decenni, della troppa disinvoltura della classe politica nella gestione della cosa pubblica e l’indifferenza con cui la classe politica affronta questa crisi internazionale. Ma soprattutto, disturba il modo con cui i nostri rappresentanti politici tendono a salvaguardare i loro stretti interessi, privilegi, oltre a comparire spessissimo in scandali vergognosi.
I nostri politici hanno dimenticato che sono stati eletti dal “popolino”, per essere da loro rappresentati al parlamento italiano e per tenere sempre in primo piano gli interessi del popolo e non i loro. Un attacco generico alla: ANTIPOLITICA dilagante tra gli italiani e che qualche partitello cerca di cavalcare, per poi poterla imbrigliare a suo favore e smorzare con calma, quando diventa troppo pericolosa. Quindi il “popolino” è avvisato: Nessun cambiamento nei loro privilegi, ma solo ritocchi di facciata. Il “popolino” non conta più niente, sono solo dei servitori che debbono essere solo governati da, non uno, ma più padroni. Famose le parole di Indro Montanelli: “In Italia, a fare la dittatura, non e’ tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire.  Lo diceva Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?”
Quanto emerge dalle misure prese recentemente dai due rami del Parlamento, dalla Presidenza della repubblica, da qualche Ente locale e da qualche raro Burocrate di Stato, danno già un’idea dell’andazzo. Misure, che se controllate con la lente d’ingrandimento, daranno l’idea dell’inghippo o per meglio definire il tutto, “la fregatura” che ci stanno propinando. Sono stati presi solo alcuni privilegi, raramente utilizzati dai parlamentari, gli è stato dato un valore (esagerato) e quindi moltiplicato per il numero dei parlamentari della corrispondente camera, ed ecco il risultato dei milioni di risparmio che ci vogliono dare a bere.
Quindi non si sono colpiti veramente gli stipendi (esosi) ed i veri privilegi dei burocrati di stato.
Se veramente fossero politici responsabili, avrebbero colpito i loro benefit, compreso il loro stipendio, a colpi di scure.

Queste responsabilità dovevano venire anche dagli enti locali, Regioni, Province, Comuni, Municipalizzate, enti limitrofi, oltre che da altri poteri dello stato.
Avrebbero dovuto fare tagli veri, per non aggravare ulteriormente la già delicata situazione delle famiglie italiane.

Questo si sarebbero aspettati i cosiddetti “ANTIPOLITICI”, che hanno ragione a lamentarsi di questo losco modo di amministrare e gestire la cosa pubblica.
Il popolo italiano non è contro la Politica, quella “vera e seria”, ma contro le Sanguisughe che stanno depredando l’Italia, riducendola ad un popolo di mendicanti ed indigenti.

Quindi, signori “rappresentanti” del popolo italiano, smettetela di offendere chi vi ha votati in buona fede, altrimenti rischiate uno scontro pericoloso, un vero e proprio cortocircuito con il “popolino”, cioè il popolo degli elettori che hanno a maggior ragione di dire che: LO STATO SIAMO NOI.

Varie sono le iniziative che stanno prendendo piede tra il popolo dei cosiddetti “indignati” e spero che trovino presto la quadra ed il modo di sincronizzarsi e far venir fuori un’unica voce di pretesa di cambiamento nella politica italiana.

Anche a suon di drastiche modifiche, dell’attuale vetusta Costituzione Italiana.
Un avvertimento ai politicanti:
Non cercate di mettere i bastoni tra le ruote a queste iniziative popolari e non partitiche (che fanno onore ad una vera Italia Democratica e Liberale), altrimenti ne pagherete lo scotto alle prossime elezioni politiche.

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE – LETTERA A GOODMORNINGUMBRIA

3 agosto 2011

Nel corso del 2010 le province italiane hanno pesato per ben quattordici miliardi di euro sul bilancio dello Stato. Di questa somma il settanta percento è stato destinato ai costi di funzionamento degli enti, mentre il residuo trenta percento è stato impiegato per erogare servizi al cittadino. Questo dato ci dice che le province, oltre a dimostrarsi in pratica superflue, sono affette da un’inefficienza strutturale che l’Italia non può permettersi. La verità è che oggi le province non sono più uno strumento dell’azione amministrativa, ma sono divenute solo un gradino nella scala gerarchica della politica: per questo motivo i soldi che dovrebbero servire per la manutenzione delle scuole e delle strade, ad esempio, vengono impiegati per iniziative di marketing politico-elettorale. Di qui l’insofferenza dei cittadini verso questi enti dei quali oggi mal si comprende l’utilità, visto che le funzioni della provincia potrebbero essere svolte agevolmente e con costi sensibilmente inferiori dalle regioni.

Tutti i partiti politici, da anni, hanno sfruttato le province in termini di consenso elettorale: in piazza è stata promessa la loro abolizione, in parlamento ne sono state autorizzate di nuove. Questo atteggiamento truffaldino e strumentale, ribadito nella bocciatura ad opera di PDL, Lega e PD della proposta di legge sull’abolizione delle province presentato da IDV, si ripresenta oggi in maniera ancor più evidente. Il caso è quello dell’aumento dell’imposta sull’RC auto da parte delle province (a ciò autorizzate dal DL sul Federalismo Fiscale): tutti si sono dichiarati contrari, tutti hanno ghermito i propri avversari politici senza preoccuparsi però di quello che stavano facendo i propri colleghi di partito nelle province limitrofe o di quanto era successo in Parlamento solo pochi giorni prima. In realtà nessuno dice che fino a quando le province esisteranno si dovrà far fronte ai loro costi “strutturali” e improduttivi a prescindere da chi amministri politicamente l’ente: Guasticchi (PD) e Podestà (PDL), a Perugia come a Milano, saranno sempre costretti a succhiare risorse dai cittadini per cercare di far quadrare il bilancio.

Finché ci saranno le province tutti avranno qualcosa di cui parlare, in termini più o meno contrari a seconda della convenienza del momento. Nel frattempo il nostro debito pubblico ha assunto proporzioni incomprensibili per un normale essere umano e le risorse accumulate con manovre finanziarie di “lacrime e sangue” svaniscono per le oscillazioni di borsa. La sensazione è che chi siede nella stanza dei bottoni abbia compreso che la crisi economica dell’Italia sia ormai irreversibile. Come dargli torto?

Fabrizio Gareggia

Ronconi, UDC, aboliamo le province

20 luglio 2011

La comprensibile, dal suo punto di vista, battaglia sulla utilità delle province, Guasticchi la dovrebbe indirizzare innanzi tutto  verso gli esponenti del suo partito a cominciare dal suo “mentore” il sindaco di Firenze, Renzi, che non perde occasione di ricordare l’inutilità e il costo delle province. Diversamente la battaglia si trasformerebbe in una “guerra ai mulini a vento” e Guasticchi in Don Chisciotte con magari qualche suo assessore, a scelta, in quella di Sancio Panza.

L’UDC ha sempre manifestato, sia nei programmi elettorali che negli appuntamenti parlamentari assoluta disponibilità a rivedere profondamente l’organizzazione degli enti locali a cominciare dalle Province, e non solo per risparmiare ma soprattutto per una migliore funzionalità e per una semplificazione a favore dei cittadini.

Maurizio Ronconi