Posts Tagged ‘riforme’

Da Terni un appello alle riforme, Trappolino: “Decisiva per la nostra regione una nuova pubblica amministrazione e un’offerta rinnovata di beni pubblici”

16 novembre 2016
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Carlo Emanuele Trappolino

“L’Umbria è tra le regioni dove la crisi ha colpito più forte e gli indicatori, pur positivi, continuano a testimoniare una ripresa faticosa; molte aree interne stentano a ripartire, schiacciate tra crisi industriali importanti, piccola impresa in difficoltà e disoccupazione, soffrono le zone colpite dal sisma. Diventa fondamentale, dunque, rilanciare il tema dello sviluppo e dell’occupazione, passando attraverso l’attuazione delle riforme più urgenti, a partire dalla riforma costituzionale e da quella della pubblica amministrazione, e la realizzazione di un piano straordinario per il lavoro, che guardi anche alla complicata realtà del pubblico impiego”. Ne è convinto Carlo Emanuele Trappolino, segretario provinciale del Pd di Terni, intervenuto, ieri, in veste di moderatore all’iniziativa sul referendum costituzionale organizzata dal Pd di Ficulle, ospiti l’assessore regionale Antonio Bartolini e il sottosegretario Luciano Pizzetti. “Il grande tema della riforma della pubblica (more…)

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Raffaele Nevi (Forza Italia) concorda con Giacomo Leonelli (PD): In Umbria le riforme sono state solo annunciate ma mai fatte in concreto

24 luglio 2014

Leggo con interesse gli interventi del segretario regionale del PD Leonelli che finalmente dopo anni di silenzi, e di ruoli ricoperti in Comune e Provincia senza mai fiatare, scopre, forse anche a causa della sonora sconfitta subita a Perugia da cui vuole distinguere le sue responsabilità, che quello che diciamo da anni, e cioè che in Umbria le riforme sono state solo annunciate ma mai fatte in concreto, è vero. Sulle (more…)

Renzi propone 3 riforme elettorali ed il popolo “applaude”

3 gennaio 2014

di Katia Bellillo

Katia Bellillo

Katia Bellillo

Siamo apposto, tutte le testate televisive ci annunciano che Matteo Renzi incalza! Appena il tempo di fare un brindisi per accogliere il nuovo anno, intonare un mesto pepè pepepè con la sua segreteria, che ci annuncia il grande evento! Caspita, non aspetta nemmeno la Befana! Ma si, tanto anche Letta per far finire le feste e levarci i quattrini non ha rispettato il proverbio! Del resto loro sono per le riforme. Quindi ecco la notizia, Matteo è pratico, deciso, quel che s’ha da fare, sa (more…)

L’ITALIA E’ UNA REPUBBLICA INCOSTITUZIONALE ? FORSE NON E’ PIU’ NEMMENO UNA REPUBBLICA

5 dicembre 2013

costituzione-repubblica-italianaL’Articolo 1 della nostra Costituzione, così recita:
L’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro.
La Sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Oggi la possiamo interpretare così: (more…)

E ADESSO IL PD AUTORIZZERÀ IN AULA L’ARRESTO DEL CAV?

7 marzo 2013

silvio-berlusconi-manetteAdesso il Pd deve dire se voterà o meno in Aula per autorizzare l’arresto del deputato Silvio Berlusconi. Se vuole governare e fare qualche riforma, ha bisogno di Silvio. Ma non può neppure non votare e salvare l’uomo contro il quale è da 20 anni che combatte per farlo uscire dalla scena politica. Certo, vista l’età andrebbe agli arresti domiciliari, ma questo è secondario. Siamo di nuovo in un cul de sac, con Grillo che saggiamente sta a guardare e con (more…)

Guido Lanzo: Forze Armate e Polizia, preoccupazioni del MIR – Moderati in rivoluzione

19 febbraio 2013

mir logoIl MIR è fortemente preoccupato per le condizioni economiche, di servizio e del morale del personale delle Forze Armate e di Polizia. I precedenti governi hanno, nei fatti, decretato la morte della peculiarità e della specificità della condizione militare, attuando una serie di provvedimenti negativi che hanno ulteriormente penalizzato la categoria di lavoratori deputato alla Difesa del Territorio Nazionale tralasciando le problematiche connesse alla Sicurezza Interna.

Gli eventi degli ultimi anni hanno impedito di redigere una piena riforma (more…)

RIFORME UMBRIA – APRIRE UNA VERA FASE COSTITUENTE

3 novembre 2012

di Ciuenlai

“Sono poche le cose di cui puoi essere sicuro” diceva Cartesio. Una di queste è che la Provincia di Terni è una “ridotta” ormai vicina alla resa. Eppure i nostri governanti continuano a sprecare un (more…)

“CONTRORIFORME” – QUELLE UNIONI SPECIALI CHE NON RIDUCONO I COMUNI E AUMENTANO LE PROVINCE

17 settembre 2012

di Darko Strelnikov

Non tutti i mali vengono per nuocere. E il gota della politica umbra, data ormai la Provincia di Terni per “andata”, si è subito precipitato a studiare come trasformare una perdita in una risorsa (more…)

L’ITALIA DEL SI, L’ITALIA DEL NO, L’ITALIA DEL FORSE

10 settembre 2012

E’ veramente cosi questo Paese? Il Paese delle contraddizioni? Lo Stato che disse “No al Nucleare”, ma nello stesso tempo compra energia di provenienza nucleare dalla Francia. Se (more…)

RIFORME – QUANDO ANCONA E’ POCO E TERNI TROPPO

4 agosto 2012

di Ciuenlai
La discussione sul riordino istituzionale dell’Umbria sta giungendo ad una ipotesi di proposta che verrà arruolata sotto le bandiere del policentrismo; parola che da almeno 10 anni  fa rima con la valle umbra sud. Proposta che sarebbe stata discussa in una primariunione sul (more…)

ARTICOLO 18, QUANDO IL DIRITTO DEL LAVORO È OSTAGGIO DELLA CASTA

29 aprile 2012

Le innumerevoli polemiche politiche e sindacali relative a presunti vizi e accentuate virtù dell’art.18 dello statuto dei lavoratori hanno il merito di riproporre all’attenzione della collettività la questione dei diritti dei cittadini-lavoratori. È necessario fotografare la condizione attuale contrattuale dei lavoratori, una cui minoranza gode ancora del diritto di poter ricorrere al giudice del lavoro in caso di illegittimo licenziamento, mentre, la stragrande maggioranza ha un rapporto di lavoro sancito da un contratto atipico, le cui garanzie in caso di contenzioso sono prossime allo zero. Tutti i protagonisti delle odierne polemiche evitano di chiarire come sia stato possibile che in Italia siano state introdotte oltre 40 forme contrattuali alcune delle quali reintroducono di fatto, forme di sottomissione al datore di lavoro, in ossequio alla necessità di incrementare il Prodotto Interno Lordo. L’introduzione delle nuove forme contrattuali avviene con la legge 24/06/97 n. 196 meglio conosciuta come “decreto Treu “ dal nome del ministro del lavoro del governo di centro sinistra in carica, è per la cronaca la legge che ebbe l’approvazione di tutti i partiti che componevano la coalizione, PRC compreso. Numerosi governi si sono succeduti, centro sinistra o centro destra poco cambia, ma la miriade di contratti atipici sono rimasti in vigore costringendo le nuove generazioni a confrontarsi con una precarietà lavorativa ed esistenziale mai viste. La situazione è così surreale che anche alcune organizzazioni sindacali utilizzano i contratti atipici per l’assunzione dei propri dipendenti. La ripresa economica da molti prevista, anche grazie alla riforma del lavoro (decreto Treu), non si è vista, siamo invece dentro ad una crisi recessiva molto seria e, per coerenza, la casta politica si è inventata un governo tecnico che insiste nella tesi che eliminando alcuni diritti dei lavoratori si possano agevolare gli investimenti nella penisola e di conseguenza l’occupazione. Riteniamo queste tesi completamente destituite di fondamento. La causa della disoccupazione, sostanzialmente, si trova nella delocalizzazione delle imprese italiane all’estero dove il costo del lavoro è molto più basso, la tassazione è inferiore a quella italiana e il funzionamento della giustizia civile è di gran lunga migliore di quello italico; per non parlare poi delle clausole di adesione all’euro che hanno comportato ulteriori svantaggi per i cittadini e i lavoratori, mentre hanno soddisfatto le aspettative del sistema finanziario. Modificare l’articolo 18 sarebbe una vessazione nei confronti di quella fascia minoritaria di lavoratori che ne usufruiscono, senza alcun vantaggio per una economia liberista che non vuole fare i conti con i propri fallimenti storici. L’abolizione dei diritti sono solo una scelta politica arrogante di un governo che deve mostrare il comando, che deve avere il controllo del diritto tanto da poterne decidere le sorti. L’art. 18 è solo un preteso per dire che sui diritti si può, da adesso, contrattare e non più esigerli. Noi non ci stiamo e come M5S lotteremo per modificare la rotta.

Movimento 5 Stelle  – sezione Perugia

FALLIMENTO: L’ITALIA SULLA STRADA DELLA GRECIA?

18 aprile 2012

di Vito Schepisi

Anche questa volta i poteri forti, le terze colonne, i saltimbanchi politici, le caste, hanno occupato le istituzioni e bloccato il processo riformatore dell’Italia. Abbandonare la strada intrapresa, per dar loro ragione, però, è lo sbaglio più grosso che la gente comune e gli elettori possano commettere. La politica è fatta di momenti di grande esaltazione e di sconfitte. Mai, però, si deve pensare d’esser giunti all’ultima spiaggia. La tenacia deve restare sempre la virtù dei forti. Invece di cedere, è più proficuo avere coraggio e stringersi attorno a quelle idee e a quelle speranze che non possono sopirsi dinanzi a nessun atto di viltà. L’Italia è fatta da tanta gente operosa e serena, ma anche da tanta gente che vive alle spalle degli altri. E mentre i primi si affannano per trarre il necessario per il sostentamento della loro famiglia, altri vivono al di sopra delle loro possibilità, ma sui sacrifici dei primi. I nostri avversari sono quelli che hanno saccheggiato il Paese, raggiungendo persino i vertici dello Stato. Troppa retorica e troppa ipocrisia sono state le risultanti della spinta, ancora in corso, verso i pericoli del dissolvimento dei valori identificativi della nostra civiltà. Basta così a piangerci addosso: è ora mettere da parte la rassegnazione, invece. E’ necessario comprendere che dopo il venir meno della maggioranza alla Camera (di fatto è stato così) non c’era alternativa a Monti, se non elezioni anticipate per dar vita ad un altro governo (certamente di sinistra con l’aggiunta di Fini e Casini) che non sarebbe stato in grado di fare le riforme e di intervenire per tamponare la speculazione internazionale ed il progressivo deterioramento dei conti pubblici. Si può pensarla come si vuole. Si può dire, come faccio anch’io, che Monti stia sbagliando e che sta causando altri danni al Paese, ma con i BTP al 7% ci si avvicinava a una spesa annua di 100 miliardi per il solo costo del debito pubblico. Nel giro di qualche anno i 2.000 miliardi di debito sarebbero diventati 3.000. L’Italia avrebbe così preso la stessa strada della Grecia: il fallimento. I fatti stanno così! Senza un governo con i numeri in Parlamento e con una ben determinata volontà politica – da qui la necessità delle riforme, in modo tale che chi vince le elezioni sia anche in grado di governare, senza il teatro d’operetta di un Parlamento partitocratico – si può alzare quando si vuole la voce, ma i fatti restano quelli che sono. Le responsabilità vengono da lontano, ma a volte la stupidità è molto più vicina. Un intervento sulle pensioni un anno fa, il taglio delle province, una maggioranza parlamentare coesa e larga, capace di tagliare in modo massiccio le spese e di reggere l’urto del Parlamento e della piazza, capace anche di respingere l’assalto della reazione giudiziaria, avrebbe consentito un controllo più oculato e una gestione più progressiva degli effetti della crisi recessiva dei mercati. Non è stato così! Alcuni credendosi più furbi, hanno provato ad abbandonare la nave, pensando alle fortune personali. Avventurieri ridotti al lumicino di un partitino visto in lotta per il quorum, ed ora sottoposto al neo-democristiano di lungo corso dal viso bronzeo e pronto a ogni soluzione. Senza recuperare la serenità e senza ritrovarsi a dover scegliere per una nuova speranza di cambiamento, dopo il saccheggio della speranza del 2008, perderemmo ancora del tempo e faremmo la gioia di chi continuerà a saccheggiare il Paese. Cambiare non è facile. Chi ha pensato che sia solo sufficiente vincere le elezioni per cambiare tutto, ha sbagliato. La lotta è sempre dura e difficile. La rete che c’è nel Paese d’interessi particolari, di gestione politica del territorio, di cellule organizzate per sfruttare le risorse pubbliche e il lavoro degli altri, è così ben curata e così, diabolicamente, ben tessuta che sperare di sradicarla con facilità è impensabile. Neanche dinanzi all’evidenza e alla buona volontà di alcuni coraggiosi magistrati si riesce a far cadere le maglie dell’intreccio perverso. Si veda in Puglia, in Campania o a Sesto san Giovanni. Se si vuole che si continui così … bene! Basterebbe disertare il voto e la sinistra verrà ad amministrare anche il condominio delle nostre case … magari le cooperative si stanno già organizzando. Ma se vogliamo esser liberi, dobbiamo continuare a lottare, e soprattutto dobbiamo andare a votare.

 

 

 

NUOVA CULTURA. UN THINK TANK PER IL CAVALIERE

11 marzo 2012

L’idea, l’ultima in ordine di tempo, sarebbe questa: una Fondazione per il Cav, uno strumento diverso dal partito, un mezzo, insomma, per intrecciare nuovi dialoghi con mondi antichi e nuovi. Per interconnettersi, direbbe qualcuno. O per fund rising, aggiungerebbero altri, non ignorando che le Fondazioni, in genere, si fanno proprio in funzione di fondi da raccogliere. O, anche, di manager da incontrare, coinvolgere, utilizzare. Solo fondi? Solo manager? Chissà cosa ha in testa il Cavaliere che, pure, non sembra aver rinunciato al suo nuovo, inedito lavoro che è quello non soltanto di essere il padre nobile di un grande partito ma, e forse soprattutto, il detentore della golden-share di un governo. Il cui Premier, peraltro, manda a dire che la sua maggioranza è debitrice assai al Cav. Che si vuole dalla vita, pardon, da un governo dei tecnici? Il punto vero, però, sta in quell’idea di cui ha vagheggiato “ll Giornale” nei giorni scorsi a proposito della Fondazione che frullerebbe per il capo del Cav. Il punto, cioè, che riguarda un grande deficit, un vuoto, una sorta di buco nero che Berlusconi ha lasciato crescere ignorando quello ampio e fondamentale della cultura. Si tratta, semmai, di una riflessione che da anni andiamo ruminando ma che oggi sta assumendo pregnante attualità proprio perché il governo tecnico ha cambiato completamente le carte in tavola, il clima politico, il modo stesso di rapportarsi al paese delle forze politiche. Se non tutte, per lo meno quelle di vocazione maggioritaria. Il fatto è che Mario Monti si muove in un quadro in cui l’opposizione vera e propria, lo scontro da questa suscitato e che abbiamo conosciuto in tanti lustri di bipolarismo muscolare, è finita, non c’è più: la Lega è quello che è, un partito geografico costretto a mostrare i pugni agli altri perché impegnata a darsi colpi bassi al suo interno. Abbaia ma non morde. Di Pietro da sottoprodotto del berlusconismo è costretto a reinventarsi tutti i giorni per sopravvivere senza più il suo vero referente-pungingball attualmente padre della patria, Vendola non sa più che frasi immaginifiche inventarsi, salvo che triangolarsi con un sindaco postolaurismo e giustizialista (a Napoli n.d.r. ) e di un altro primo cittadino barese, ex giudice che va molto sui media ma che, prima o poi, insieme a tutti gli altri, dovrà fare i conti con la Politica. Perché di questo infine si tratterà, della ricostituzione dei partiti dopo il fallimento del bipolarismo urlante, agevolata dal governo di super Mario in una sorta di noman’s land, una terra di nessuno, una specie di serra dove i volonterosi sono costretti a riproporsi in termini diversi nei confronti del Paese. Ma se nessuno infatti più permettersi il lusso di staccare la spina, meno che meno Berlusconi e Bersani, ecco che per la legge dell’inerzia, i due sono costretti ad andare d’accordo, soprattutto sulle leggi elettorali, le leggi, cioè, che danno loro l’identità di maggiori partiti, di referenti più legittimi della maggioranza della popolazione. E’ in questo quadro che va inserita l’idea di una think-tank, di un luogo, di uno spazio collettivo, di una fondazione culturale cui il Cav attinga per dare al Pdl una marcia in più. Ciò che ora conta e fa la differenza, è la ricerca costante e feconda di nuovi orizzonti per la politica, e per chi la fa. La pax montiana va utilizzata per dare risposte di alto profilo, per dimostrare di avere una visione del Paese, della sua storia, del suo futuro in questo mondo. Per aprirsi all’universo della cultura, per dialogare con chi ne sa di più. E’ il tempo di un altro inizio. Se non ora, quando?

Paolo Pillitteri

 

Provincia SI … Provincia NO… grande confusione, intanto i cittadini pagano

24 novembre 2011

Lettera di Maurizio Ronconi

La confusione istituzionale regna sovrana sulla sinistra umbra. Mentre in consiglio regionale la sinistra umbra cancella le deleghe alle province condannandole prima all’inedia e poi allo smantellamento, il Presidente della provincia di Perugia Guasticchi, autorevole esponente del PD umbro, è il capofila della lobby locale e nazionale a difesa delle province. Senza entrare nel merito è certo però che questa confusione sulla organizzazione istituzionale endo regionale, non aiuta la nostra comunità ma ne complica notevolmente le prospettive. Ancora una volta le divisioni del PD le scontano i cittadini

NEVI, PDL, ESISTONO PRECARI DI SERIE A (COMUNITA’ MONTANE) E PRECARI DI SERIE B (TUTTI GLI ALTRI)

5 novembre 2011

Mi pare che sulla riforma endoregionale sia all’opera il partito della conservazione che crede che le riforme si possano fare purché non si metta in discussione lo statu quo. Il PDL è interessato a capire i dettagli del piano della Giunta Regionale e le conseguenti cifre precise ma ciò che si legge sui giornali sembra un film degli anni ’70 in cui, sulla scia del motto “ tanto paga pantalone”, si dava il via a grandi infornate di personale a scopi elettoralistici che oggi si ritrovano sulle spalle tutti i contribuenti umbri. Ora la Giunta Regionale invece di sgonfiare l’apparato, come l’Assessore Rossi ha più volte pubblicamente dichiarato, si appresterebbe a varare la più grande stabilizzazione di personale pubblico degli ultimi 20 anni. Se è scontato il consenso dei Sindacati che fanno il loro mestiere, altrettanto scontato, se quello che si legge sulla stampa fosse vero, sarà la nostra durissima opposizione in Consiglio Regionale perché l’Umbria non ha bisogno di avallare i danni delle precedenti gestioni “allegre”, di cui comunità montane e webred sono gli esempi lampanti, ma ha bisogno di forte discontinuità. È bene ricordate che i precari ci sono sia negli uffici della Giunta che del Consiglio e sarebbe difficile spiegare loro che esistono precari di seria A (comunità montane) e di serie B (tutti gli altri). E i giovani che non hanno mai avuto la fortuna di essere precari ma sono disoccupati? Annuncio che nei prossimi giorni il gruppo del PDL, una volta acquisito il quadro completo, farà le sue proposte precise alla comunità regionale assumendosi come al solito la responsabilità della contro proposta che “l’officina del PDL” sta elaborando. La speranza è che nella maggioranza le tante parole spese da autorevoli colleghi del PD, dell’IDV e di altri partiti non si pieghino come spesso succedete al partito della spesa pubblica e allo strapoteredella Cgil

Raffaele Nevi – Presidente gruppo PdL Regione Umbria

RENZI – BERSANI LA GUERRA DEI MONDI DIVERGENTI

31 ottobre 2011

di Ciuenlai

A Renzi va reso merito di aver scoperchiato il tetto e di aver messo a nudo la contraddizione principale del Partito Democratico : quella dell’incompatibilità tra due mondi completamente diversi e, in molti casi, agli antipodi. Il Sindaco di Firenze porta a estremo compimento il disegno Veltroniano. Va oltre il partito leggero e la vocazione maggioritaria, va oltre anche il partito personale, quello con il nome nel simbolo. Renzi non ha bisogno ne vuole organizzazioni politiche tra i piedi. Basta segretari, basta organismi dirigenti, basta organizzazioni territoriali. La politica la fanno i singoli che si organizzano con loro apparati e loro finanziatori. Le primarie non sono quindi un confronto tra persone con idee diverse, ma, come in america, una battaglia riservata a lobbies e gruppi di potere che detteranno anche il programma. Bush lo avevano pagato i petrolieri e giù guerre in medio oriente, Obama l’hanno sostenuto quelli della Greeneconomy che non hanno avuto niente e si preparano a scaricarlo. Bersani tenta disperatamente, invece, di far vivere un’idea collettiva di partito. Con mille contraddizioni, poca chiarezza sugli obiettivi di fondo e sulle alleanze e scarsi successi. Ma ci prova e basta questo per andare in rotta di collisione con i vari sindaci di Firenze di cui è pieno il Pd. Ora ditemi che cosa hanno in comune queste due cose? Ditemi perché stanno nello stesso contenitore? Renzi ha reso evidente la contraddizione di questi due mondi, da sempre in guerra : quello del bene personale e quello del bene comune. Caro Bersani, prendiamone atto e traiamone le conseguenze. L’alternativa, non è il riformismo (quello vero) ma “morire democristiani”.

LE RIFORME DEL SISTEMA AMMINISTRATIVO E ENDOREGIONALE DELLA REGIONE SONO UNA PRIORITA’, DA IRRESPONSABILI RALLENTARE LA LORO DEFINIZIONE.

29 ottobre 2011

Le dichiarazioni, apparse sul sito della regione dell’Umbria, del Capogruppo del PDL Raffaele Nevi che chiede di fermare la corsa all’approvazione delle riforme per la forte contrarietà delle categorie economiche lasciano un profondo sconcerto. L’Umbria ha bisogno di riforme in grado di spazzare via enti inutili e centri di potere per razionalizzare l’esistente e per abbattere i costi nella gestione di alcuni servizi. Emerge sempre più con chiarezza, dalla posizione espressa da Nevi, il tentativo di utilizzare le riforme solo al fine di salvaguardare gli interessi di questa o quella categoria senza preoccuparsi di quelli dei cittadini. Gli innovatori a corrente alternata o in base a quali interessi sono colpiti non possono trovare più spazio perché i cittadini sono stufi di politici che pensano prioritariamente a tutelare i propri interessi e quelli dei loro potenziali bacini elettorali sperando che la gente comune non si accorga di tali furbeschi e miopi atteggiamenti. Nevi, quando è costretto, approva atti come quello del Consiglio Regionale sui Consorzi con il quale si chiede di togliergli la competenza sulla tutela idrogeologica per assegnarla alla Agenzia Regionale della forestazione superando una iniqua tassazione dei cittadini ternani, ma di fatto lavora affinché nulla cambi, quindi mantenere tre consorzi, mantenere le competenze attuali e che a pagare continuino ad essere i cittadini. Nevi sostiene le Associazioni degli agricoltori che, di fatto, su questa vicenda tutelano solo i grandi proprietari terrieri che utilizzano i Consorzi per l’irrigazione al punto da suggerire tavoli tecnici dove a contare sono solo gli interessi di parte, associazioni e categorie economiche che sbandierano la necessità di combattere enti inutili e burocrazia ma che nei fatti, localmente, sono impegnati a mantenerli. L’Umbria rischia di affossare se non volta pagina rapidamente e la Giunta Regionale deve dimostrare coraggio e concretezza nell’affrontare le riforme mettendo in primo piano gli interessi delle nostre comunità e non spalleggiare enti e associazioni tutte protese a non modificare l’esistente. Le riforme devono saper affermare innanzitutto alcuni valori e cioè garantire un uguale trattamento per tutti i cittadini e le attività economiche della nostra Regione, gli stessi servizi alle stesse condizioni  e tutto ciò eliminando spreghi, cancellando privilegi e rendite di posizioni accumulate negli anni. I Comitati sostengono questa linea e invitano la Regione a fare Riforme in grado di superare anacronistiche disparità di trattamento fra i diversi territori per rafforzare e rendere più coesa l’intera Umbria.

Per i comitati – Leo Venturi

 

Rifondiamo il centro destra la proposta in dieci punti. Primarie per sostituire il Cav?

28 settembre 2011

Angelino Alfano

Da giorni si discute su chi debba prendere il posto di Silvio Berlusconi nel momento in cui sarà costretto a fare un passo indietro. Soltanto per citare gli ultimi interventi, ne hanno parlato anche Roberto Formigoni – che ha invocato le primarie, subito – e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ieri, dopo aver invocato riforme per la crescita, ha sposato in toto l’ipotesi di ricorrere alle consultazioni per stabilire l’erede del Cavaliere

1) Riforma fiscale – Diminuzione delle imposte, semplificazione del sistema, taglio delle aliquote, introduzione del quoziente familiare.

2) Riforma del lavoro – Più flessibilità per le categorie che oggi sono iper-garantite, più certezze e più tutele per chi oggi è precario.

3) Liberalizzazione delle professioni e degli studi – Abolizione degli albi e delle licenze e riduzione degli ordini professionali. Abolizione del valore legale del titolo di studio.

4) Riduzione della spesa pubblica e dei costi della politica – Dimezzamento dei parlamentari, diminuzione degli enti locali a iniziare dall’abolizione delle Province, abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti.

5) Privatizzazioni – Obbligo per il Tesoro e per gli enti locali di mettere sul mercato tutte le quote in società partecipate. Cessione di larga parte del patrimonio immobiliare pubblico.

6) Federalismo – Creazione di un vero federalismo fiscale e amministrativo.

7) Riforma istituzionale – Cambiare le istituzioni italiane secondo il modello presidenzialista o semi-presidenzialista.

8) Riforma della giustizia penale – Rigida separazione delle carriere, inappellabilità dell’assoluzione in primo grado.

9) Riforma della giustizia civile – Impegno straordinario per lo smaltimento degli oltre 5,5 milioni di cause pendenti e definizione di regole più rapide e tempi certi per i processi a venire.

10) Nuove regole per la sicurezza – Certezza della pena, controlli più severi per l’immigrazione, costruzione di nuove carceri

 

Riforma endoregionale “Non solo Asl” – Il problema della “sterpaglia istituzionale” e del sottogoverno che fa sistema (di potere)

27 settembre 2011

di Darko Strelnikov – Strelnikov.d@libero.it

Con che si coniuga la parola Riforme? Si dovrebbe declinare con il suo sostantivo naturale; il cambiamento. Ma il termine di per se non basta a fare una rivoluzione. Anzi, come sempre, ci sono varie maniere di intenderlo ed interpretarlo.  Per capire di cosa sto parlando citerò l’antropologo anglosassone Edmund Leach. Lui divideva il cambiamento in due classi : quello che avviene nella continuità e quello che provoca una rottura. Ecco in Umbria, come nel resto del paese, sarebbe venuto il tempo di sposare la rottura. Invece la politica “nostrale” applica e con pochissimo entusiasmo, la legge della continuità. Ma se non si producono forti scossoni, ci si prepara ad accettare, forse a consolidare coscientemente, lo schema di società suggerito dal sociologo Richard Sennett, quella composta da pochi vincitori e da tanti perdenti. E’ la difesa dello schema oligarchico della seconda Repubblica, quello delle leggi elettorali fatte a Roma con le liste bloccate e a Perugia e dintorni con i listini, bloccati pure loro. Lo schema dell’autocorservazione della classe dirigente. Per fare questo bisogna che il sistema, in qualche maniera, venga preservato, protetto e salvaguardato, usando la tecnica della mutazione conservativa e consociativa. Ecco perché, nella nostra regione, l’attuale dibattito sulle cosiddette riforme endoregionali è, a dire poco, arretrato e fuorviante. Le Province ci vogliono o meno, quante Asl dobbiamo tenere, quanti Ati dobbiamo sopprimere, quante Agenzie dobbiamo cassare o inventarci? Sono tutte domande inutili, se non si risponde al quesito fondamentale : “l’attuale sistema di governo va ridotto, sistemato o cancellato?”. Perché è un sistema che non è fatto solo dai grandi enti che conosciamo tutti, da quello che leggiamo sui giornali, ma da una miriade di incarichi e prebende che fa paura. Vi do i numeri per capire la vastità del problema : nel 2010 La nostra Regione  ha provveduto a fare quasi 1.100 nomine. In Umbria c’è un “nominato” ogni 820 persone; una specie di Grande Fratello di massa. Se ci aggiungete quelli che fanno, per conto loro, Province, Comuni ed enti vari si arriva a un “nominato” ogni 4/500 cittadini. Praticamente uno per via, o uno per paese. Una buona parte di queste nomine, naturalmente, prevede un compenso. Molte non specificano se l’incarico è a pagamento o no e sono solo una sparuta minoranza quelle in cui si partecipa completamente gratis.  Dentro il libro della Regione intitolato “Albo delle nomine” 2010, composto da ben 350 pagine, c’è posto per tutto e per tutti, anche per l’incredibile. Vi cito alcune chicche : C’ è un centro studi per la conservazione dei centri storici in territori instabili (quelli in terreni stabili non hanno una commissione, così imparano a stare sul piano), una commissione tecnica per l’accertamento dell’adeguato livello di conoscenza e competenza professionale degli imprenditori agricoli (cioè, se non sanno vangare, vengono bocciati e mandati a fare gli autotrasportatori?), due commissioni, una a Perugia e una a Terni, per le sostanze esplodenti (alle quali, dicono che la Lorenzetti sia un’ invitata permanente) e infine una commissione tecnica centrale del libro genealogico del cavallo agricolo italiano, forse in previsione della chiusura della Fiat Trattori. Tutte strutture che prevedono gettone e/o rimborso delle spese. Tutte strutture, che come potete capire, sono indispensabili all’amministrazione pubblica e delle quali non potremmo fare a meno nel corso della nostra giornata. Pensate che disastro per le massaie e le famiglie se chiudessero la commissione per la valutazione dei provvedimenti da adottare nei confronti delle imprese di condizionamento dell’olio di oliva vergine e/o extravergine di origine italiana, sottoposte a contestazione dall’ispettorato repressione frodi. Sarebbe la “goduria” dell’olio di semi. Sembrano barzellette, ma sono la nuda realtà dei fatti, sono il cibo del quale si è nutrita la seconda repubblica, senza distinzione tra destra e sinistra, tra maggioranza e opposizione.  E per capire di che ci stiamo occupando, basta scorrere i nomi degli incaricati, per scoprire che, in molti casi, si tratta di gente conosciuta, che ha una certa affinità e dimestichezza con la nomenclatura e che fa parte del giro allargato delle grandi famiglie politiche. Certo mi si risponderà che molte di queste sono solo applicazioni di leggi nazionali. Vero, ma, la sostanza non cambia, perché questo sottobosco viene usato a piene mani.  Infatti non mi risulta che ci sia qualcuno, in Umbria,  che si è impegnato a muso duro in una battaglia a viso aperto, per l’eliminazione di questa sterpaglia istituzionale. Nessuno,  perché se cassi quella che viene dal Governo, devi cassare anche quella che viene dalle nostre parti. La parola d’ordine, di maggioranza e opposizione, è lasciar perdere, tanto più che la “sterpaglia” permette di sistemare qualche centinaio di amici di entrambe le parti e di tutte le correnti. Insomma permette di fare sistema (di potere). La domanda non è quindi solo quanti Ati e quante Asl, ma cosa vogliamo fare di questo immensa platea di sottogoverno. Ce ne vogliamo liberare o la vogliamo tenere? E parte da qui ogni ragionamento su possibili piani di salvataggio dell’Umbria. Perché non è vero che i costi inutili della politica non risolvono. Se mettete insieme quelli visibili e quelli invisibili (che sono molti di più)  viene fuori una bella sommetta. Ma soprattutto si da il via ad un cambiamento epocale di cultura politica. Se, tanti di quelli che si dichiarano di sinistra (ma lo sono ancora?), vogliono veramente sconfiggere e superare il berlusconismo, questa è l’occasione per dimostrarlo. Questa è la volta di mollare gli ormeggi e di fare rotta verso quel tipo di navigazione, oggi ignota ai più, che va sotto il nome di interesse pubblico. Ma occorre mettersi in discussione cercando il consenso vero della gente, fregandosene di quello dei potenti e degli amici di cordata. Ma alla domanda “chi è per la rivoluzione faccia un passo avanti” tutti fecero dietrofront fingendo di non aver capito il comando.

 

 

REGIONE UMBRIA, POLITICA, RIFORME, SANITÀ, QUALE FUTURO?

23 maggio 2011

di Sandra Monacelli Presidente gruppo consiliare “Casini – Unione di Centro”

L’aggrovigliarsi di inchieste giudiziarie esplose in ambiti diversi dell’Umbria, sulle quali vige pur sempre il principio che nessuno è colpevole fino all’accertamento della verità, induce a riflettere sull’esistenza di un sistema politico, evidentemente logorato dal troppo esercizio del potere, che anche per gli eccessivi condizionamenti e divisioni interne alle forze che lo compongono, non riesce a concretizzare l’atteso cambio di passo nelle scelte decisionali della nostra regione. ll motore vero di quei, fino ad oggi, “piccoli ritocchi” di facciata, quali sono stati ad esempio la riduzione delle tre direzioni regionali e i tagli operati sugli stipendi dei direttori stessi, ai quali si sono aggiunti i provvedimenti per definire la nomina dei primari negli ospedali e l’individuazione dei criteri per la selezione dei direttori generali, sembrano stati dettati non tanto dal riconoscimento di uno stato di inadeguatezza, ma dalla risposta ai dubbi accesi con l’inchiesta sulla sanità. È innegabile il caos politico che si è venuto a determinare anche per le lacerazioni interne ai partiti, le divisioni, le inquietudini, persino le eccessive contrattazioni entro le quali continua a rimanere invischiata la mancata nomina dell’assessore alla Sanità, che travolta prima dallo tsunami giudiziario, patisce ora una vivace rincorsa stile “albero della cuccagna”. Velati dai tatticismi, emergono però tutti gli appetiti stimolati dall’ambìto portafoglio più consistente dell’Umbria, da parte di chi ci aspira anche se non può dirlo apertis verbis. In questo baillame, c’è anche chi sa che non può arrivarci, come la volpe con l’uva, ma non ha la sapienza di tacere e sfoga l’insoddisfatto desiderio di potere dilettandosi a pontificare saggi consigli alla Presidente. È noto che l’Italia è il Paese dove siamo tutti bravi a fare il ct della nazionale di calcio… ma sarebbe opportuno che ognuno facesse il suo lavoro, nel rispetto del luogo nel quale i voti degli elettori l’hanno posto a svolgere le funzioni che il mandato compete, vincendo, magari, la smania di occuparsi delle questioni che attengono differenti ruoli…

Dalla Presidente Marini, che nel lontano 19 ottobre 2010 ha assunto ad interim la delega alla sanità, ci si attende la virata indispensabile per ridefinire la mission di un sistema che deve cogliere l’occasione per riprogettarsi, strutturandosi territorialmente in maniera organica e riorganizzando la propria rete ospedaliera. Sicuramente questa lunga permanenza della delega nelle sue mani attesta ormai la preoccupante gravità di una situazione che per evitare altri passi falsi è affrontabile esclusivamente con una gestione commissariale…

A questo punto ritengo che la scelta della Marini sia il preoccupato frutto di una scelta politica e non la conseguenza di una non-scelta, causata dall’overdose di pretendenti. Mi impensierisce, nell’avviato dibattito sulla sanità, l’assenza di analisi e di terapia su un sistema che va ri-programmato, mentre non riesce ad appassionarmi affatto la noiosa telenovela attorno ad un assessorato da nominare, che tra buoni consigli e voci a vario titolo “interessate”, insinua il sospetto che si possa parlare per conto di terzi…

Sandra Monacelli Presidente gruppo consiliare “Casini – Unione di Centro”

Umbria – Tre cose da fare subito : Riforme, nuovi rapporti politici e rimpasti di Giunta

4 novembre 2010

di Darko Strelnikov

E’ cominciata la corsa al “dobbiamo cambiare”. Dopo l’apertura dell’inchiesta sulla sanità, si va avanti a botte di richieste di autocritica, di buoni propositi per il futuro, di dichiarazione sulla necessità di “invertire la rotta e rompere con il passato”. Persino i sindacati, che hanno fatto del consociativismo la bandiera della loro presenza negli enti pubblici umbri, reclamano (ma con che coraggio senza mettersi in discussione?) il cambiamento. Insomma dalle parti del centrosinistra in generale e del Partito Democratico in particolare, c’è una specie di fuggi fuggi dalle responsabilità e di messa in onda del gioco delle tre scimmiette (non c’ero, non sapevo, non vedevo, non sentivo, non parlavo). Sembra quasi che molti abbiano vissuto in un mondo lontano anni luce dalla nostra regione. Invece erano qui e partecipavano attivamente alla gestione del sistema di Governo (o di potere se vi piace di più) creato nell’ultimo decennio ed ora sotto accusa. Chi, come me ed altri,  ne parla da anni in termini politici, è stato spesso messo alla gogna, come eretico da sbattere sul rogo. Oggi, chi tappava gli orecchi, deve fare i conti con la dura “verità rivelata”. L’impressione però è che, ancora una volta, l’approccio non sia dei migliori e che si sia alle prese di posizione, ai riti di palazzo. Sembra che molti siano in attesa di tempi migliori, per poi gradatamente riprendere il lavoro : “da dove l’avevamo lasciato”. Non ci sono stati, infatti, segnali politici chiari di inversione di tendenza. Anzi, in alcuni casi (leggi la Presidenza della Vus), sono ricominciate le battaglie intestine. Ci si avvita su parole come “ trasparenza”, “merito”, “discontinuità”, che dicono tutto e non dicono niente. Persino l’opposizione sceglie strade per me sbagliate. Chiedere nuove regole per la nomina dei manager sanitari è aria fritta. L’esperienza insegna che più lacci si mettono, più si ingessano le norme, più si restringono le possibilità di opzione e più si creano le possibilità di fare “aborti”. Il punto è la modifica strutturale di un metodo e di una cultura, che è comune sia alla destra che ad una certa sinistra e cioè quella di privilegiare, negli incarichi, gli amici e gli amici degli amici. Unico requisito richiesto la fedeltà. Meglio se accompagnato da una scarsa capacità e intelligenza; cose che rendono più tranquillo il manovratore. Ma allora quali dovrebbero essere i segnali di cambiamento da mettere immediatamente in campo? Proverò ad elencarne qualcuno:1) Naturalmente le riforme. Riforme non aggiustamenti. Occorre un mezzo terremoto. Deve rimanere solo ciò che veramente serve ed essere cassato tutto quello (ed è tanto) che è inutile. Gran parte delle competenze oggi in mano ad un esercito di enti devono essere trasferite alle istituzioni elettive, anche per una questione di democrazia : sono le uniche il cui operato può essere giudicato dai cittadini. Niente nuove agenzie, via tutto l’intermedio, una sola Asl e va allargato il processo di accorpamento delle aziende pubbliche. Dopo quella dei trasporti ci vogliono quelle dei rifiuti e dell’acqua. Insomma un trend diverso, nel quale le nomine entrerebbero nel palmo delle due mani, costringendo tutti a fare in conti con la competenza, l’affidabilità e l’esperienza dei candidati.2) Le continue sconfitte elettorali, l’emergere di un sistema politico clientelare, deve imporre alla guida del centrosinistra una revisione dei rapporti interni. Il Partito Democratico è chiamato ad un bagno di umiltà e a rinunciare a fare la parte dell’asso pigliatutto e del dio- imperatore che decide ogni cosa. Il Pd ha in Umbria un potere che nessun altro partito, nemmeno il Pci, si è sognato di possedere. Ha tutte le principali presidenze, i sindaci delle città più grandi (dove non li ha è perché ha perso con il centrodestra o con altri), la maggioranza (spesso i 2/3 degli assessorati) nelle giunte, la conduzione dei Consigli. Invece di pensare, come ancora di salvezza, di allargare , ancora una volta, le sue alleanze verso l’Udc (che in questi giorni sta lanciando ponti d’oro alla Marini), condivida le responsabilità con gli attuali partners, costruisca un vero progetto comune di legislatura, impegnando tutte le istituzioni al raggiungimento degli obiettivi concordati. 3) Questo si porta dietro un altro processo da iniziare immediatamente : Il rinnovamento della classe dirigente. Qui mi tirerò dietro tutti gli strali possibili, ma, com’è mio costume, non mi sottrarrò ad esercitare il diritto di critica. E’ sotto gli occhi di tutti che, perlomeno negli ultimi 15 anni, si è assistito ad un graduale e costante peggioramento della qualità degli amministratori. Se non si riconosce questo dato è difficile produrre innovazioni per il futuro. C’è una discreta dose di incompetenza in giro, condita con qualche piccolo sorso di incapacità e di improvvisazione nella gestione della cosa pubblica, soprattutto nelle Giunte (non prendo in esame i Consigli, perché sono scatole vuote prive di poteri, che non incidono minimamente sulle scelte degli esecutivi). Questo, fra parentesi, ha reso sempre più difficile il lavoro dei Presidenti e dei sindaci eletti e li ha costretti ad assumersi in proprio, gran parte delle responsabilità dell’amministrazione. E’ l’effetto di una pratica che deve soddisfare gli orticelli delle formazioni minori e gli orti delle correnti dei democratici. Il primo correttivo da introdurre è quello di fare un accurato esame della situazione e prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di andare a rimpasti di Giunta in molti enti, mettendo dentro persone di riconosciuta capacità e dando maggiore fiducia ai giovani (se ci sono) che si sono veramente distinti nell’attività politica per spirito di servizio, che hanno già avuto esperienze pubbliche e che meritano, quindi, di essere messi alla prova. Non una rivoluzione, ma un cambiamento che dia un segnale preciso a tutta la società regionale e cioè che il merito e il rinnovamento vero (e non solo di anagrafe) diventano i principali se non gli unici criteri di scelta. 4) Fatto tutto questo abbiamo risolto? Ci abbiamo messo una pezza, una bella pezza. Perché manca ancora il futuro. Bisogna costruire meccanismi che aiutino la crescita di una nuova classe dirigente. La lancetta è già sul rosso. Le prossime elezioni amministrative testimoniano la grande difficoltà di tutte le forze politiche e dei poli a trovare candidati riconosciuti, popolari e competitivi. La generazione del 68 fa fatica a trovare sostituti. E allora ad Assisi spuntano riconferme e vecchi nomi, A Gubbio si brancola nel buio o si mettono in pista nomi di bandiera e a Città di Castello non si è ancora deciso se andare sull’usato sicuro (Bacchetta), su un dirigente di belle speranze (Biagini) o su un nome illustre che richiama la storia della nostra sinistra (Zaganelli). E, in questa confusione, il partito che soffre di più è il Pd, che scopre come le sue anime e i suoi dirigenti locali, non abbiano più il feeling di una volta con i cittadini. Per invertire questa tendenza le cose da fare sono due : una politica ed una istituzionale. I partiti debbono rivalorizzare e rivitalizzare le strutture di base, per rimettere in moto un meccanismo di confronto diretto sui problemi reali della gente e dare l’opportunità ad una nuova generazione di misurarsi sul campo con la politica delle cose e non dei palazzi. I comuni devono creare nei quartieri e nelle frazioni organismi di base, elettivi, senza compenso per i partecipanti, che costituiscano un ponte di congiunzione diretta tra l’amministrazione e i cittadini e, nel contempo, una utile palestra per decine e decine di persone, che così potranno iniziare a misurarsi su problemi, come gestione della cosa pubblica, bilancio, scelte. Tutto ciò perché la futura classe dirigente non si forma alle scuole di partito, che ci devono essere perché aiutano, ma alla scuola delle esperienze vissute sul terreno diretto, sul territorio, tra e con la gente, avendo come riferimento, una cosa ormai messa in soffitta, il bene comune. Per la serie, quando l’ovvietà diventa necessità.

Umbria, le contraddizioni e le potenzialità delle riforme regionali

23 settembre 2010

La nuova ed ennesima riforma endoregionale sta diventando una bella montagna da scalare. Non tanto per i provvedimenti di compressione del vecchio sistema, quanto per le ripercussioni che questo può avere sugli equilibri della politica umbra. Siamo alla terza fase. La prima, quella dell’abbondanza, è stata caratterizzata da una espansione a pioggia degli enti ed incarichi, soprattutto a livello periferico. Qualcuno che si è divertito a contarli e tra piccoli e grandi il numero avrebbe raggiunto la cifra di qualche migliaio. Non so se la conta sia esatta, ma so che erano un botto. Poi la seconda fase, quella della scorsa legislatura, quando di fronte alle prime difficoltà finanziarie e all’impossibilità di sostenere questo mastodontico apparato, si è scelto di ridurlo, mantenendo in piedi i grandi incarichi (Asl, Comunità Montane, Ati ecc.) smantellando il piccolo cabotaggio (Consorzi, parchi, enti settoriali ecc.). Adesso siamo alla terza fase e la linea mi pare chiara. Bisogna rinunciare a gran parte delle diramazioni periferiche (un solo Ati, niente Comunità Montane, Probabilmente riduzione delle Asl ecc.). Rimarranno le strutture primarie. Cosa comporterà un simile cambiamento? Comporterà che le nomine, essendo centralizzate, potranno soddisfare le necessità del ceto politico che ruota attorno ai gruppi dirigenti regionali. Non ci sarà più, per la periferia, la possibilità di sistemare le proprie questioni interne,attraverso la distribuzione di altri incarichi, diversi da quelli in mano ai Comuni. La pressione sul centro, inevitabilmente, aumenterà e il bilancino sui territori, applicato a man bassa, sulla distribuzione delle poltrone delle Giunte provinciali e regionale,dovrà, probabilmente, essere applicato anche ad enti, aziende pubbliche e quanto fa potere. E non è un caso che la lista dei papabili alla direzione di queste nuove realtà istituzionali, si stia allungando e di brutto. Il pericolo è quello di un aumento della conflittualità politica tra centro e periferia. I vassalli locali, privati della possibilità di soddisfare gli appetiti dei loro valvassori e valvassini, faranno fatica a ricomporre un quadro di fedeltà alla loro leadership. Di conseguenza anche gli uomini di riferimento  avranno le loro gatte da pelare con i loro referenti periferici. Eppure la nuova situazione potrebbe anche aprire scenari nuovi e più consoni ad un efficace governo dell’Umbria. La nostra regione, lo ripeto da tempo, ha un grande bisogno di centralismo. L’idea delle cento città ha portato a spinte disgregatrici, alla lotta tra territori, ad un sistema chiuso non dialogante. Una delle caratteristiche di questa linea che si è affermata negli ultimi 10 anni, è l’assalto al capoluogo, la sua relegazione ad un territorio qualsiasi. Anzi ad una zona di emarginazione. Le grandi infrastrutture sono state pensate lontano da Perugia. L’unica grande strada in costruzione è la statale 77 che porta da Foligno a Civitanova Marche, i progetti ferroviari sono fermi al raddoppio dell’Orte – Falconara via Foligno – Fossato di Vico, le piastre logistiche per lo stoccaggio delle merci riguardano Terni, Foligno e Città di Castello, le poche novità di innovazione industriale sostenute sono tutte ubicate nel centro – sud della regione e mi fermo qui. Il forzato accentramento delle competenze degli enti non elettivi può, quindi, costituire una occasione per una proficua inversione di tendenza. Ma saprà la nuova Giunta resistere alle campane e alle pressioni dei territori e produrre una politica che faccia ritrovare una unità di azione e che , soprattutto, ricostruisca uno spirito di appartenenza regionale, da tempo smarrito? L’Umbria più si accapiglia, più si divide e più diventa, per dirla alla Metternich, “un’espressione geografica”. L’epoca del cosiddetto Federalismo contiene il germe della semplificazione territoriale. Le regioni piccole vivono sull’orlo del baratro. Se poi risultano, come nel nostro caso, un consorzio di comuni divisi tra loro, sarà più facile sopprimerle, smembrarle in tanti pezzi e accorparle. I primi sintomi di questi pericoli si sono avuti già quest’anno, con la richiesta di abolizione delle province di Isernia e Matera, che avrebbe evidenziato l’inutilità di Basilicata e Molise. La necessità di cambiamento è quindi un fatto imperativo. Ma per vincere questa battaglia occorre che la riforma, qualunque essa sia, venga concepita come un taglio deciso con il passato. Non può e non deve essere letta come l’estremo mantenimento di un sistema di potere che, fra parentesi, fa ormai acqua da tutte le parti, ma come il punto di partenza di una nuova concezione regionalista. Quella che ha una visione unitaria della sua terra, che vive il suo capoluogo come elemento di riconoscimento e di aggregazione delle diversità, che punta a creare uno spirito forte di identità. E questo presuppone un altro passo decisivo, quello relativo alla formazione di un sistema delle autonomie, di una rete sussidiaria che è in grado di evidenziare le vere priorità, di unificare e rendere proficue tutte le risorse a disposizione, evitando di bruciarle in mille ed inutili rivoli. Si mi accorgo che sono scivolato sul politichese e allora mi spiego meglio. Basta con una scuola superiore in ogni comune, basta con gli ospedali di paese, basta con una superstrada per ogni territorio, basta con decine di aziende dei rifiuti e dell’acqua, basta con piani regolatori di Comuni vicini, simili e in concorrenza tra loro, basta con le mille zone industriali che di industriale hanno solo la pretesa, basta a “doppi servizi” che distano un metro dall’altro solo perché stanno in Comuni diversi ecc. Governare vuol dire affrontare questi nodi. E se la soluzione, come penso, è quella di centralizzare, Facciamolo e alla svelta. Del resto tra Terni e Città di Castello ci sono poco più di 100 km. Una distanza piccola che dovrebbe rendere più facile il Governo. Ma in Umbria le distanze sembrano invece abissali. E’ come se si fosse tornati all’epoca del somaro, quando per andare dal Pantano al mercato di Perugia, ci volevano 6 ore di tempo e arrivati ad una delle porte bisognava pagare il dazio, se no non si entrava. Una situazione (quella del dazio) che piacerebbe tanto a diversi nostri amministratori.