Sovranità europeista e tritacarne degli spread

C’è vita (politica) sotto le macerie degli spread. In giro per l’Europa ci sono segnali confortanti, non allineati con i canoni più elementari, che tanto successo hanno in casa nostra. François Hollande, che la primavera prossima contenderà l’Eliseo a Nicolas Sarkozy, ha detto che i tedeschi se la possono scordare l’ipotesi di far controllare la disciplina di bilancio alla Corte di giustizia europea, perché una cosa è essere tenuti all’armonizzazione delle politiche fiscali, altra l’essere denunciati, e doverne rispondere a un giudice, per scelte politiche prese con metodo democratico. Detto in modo più generale: va bene cedere sovranità nazionale verso istituzioni europee che abbiano l’eguale base di legittimità, vale a dire siano frutto della volontà popolare, non va affatto bene, invece, rinunciarci a favore di quale che sia magistratura o burocrazia. Il socialista Hollande ha ragione, ed è il tema politico dell’Europa futura. Da noi sembra che esistano solo due opzioni: o tutti uniti nell’ottemperare ai dettami europei, delegandone l’attuazione ai tecnici, quindi ammettendo il commissariamento della politica e, con questa, della democrazia; oppure scatenarsi in un moto reazionario e antieuropeo, che abbia nella moneta unica il suo bersaglio ideale. Alternativa d’impareggiabile povertà culturale, oltre che politica. Dilemma che, oltre tutto, si risolve a tutto favore della prima opzione, che ha il difetto di caricare come una molla la rabbia sociale, senza disporre di alcuno strumento per governarne l’eventuale scatto. Oramai tutti hanno imparato che la Bce deve diventare “prestatore di ultima istanza”, talché lo sento ripetere a pappagallo da chiunque voglia darsi l’aria d’aver capito cosa significa.  Ma dietro la formuletta di rito c’è un problema politico: come all’interno di uno Stato la spesa pubblica (ed il debito che ne consegue) ridistribuisce reddito, così avverrebbe all’interno dell’Unione. La redistribuzione, possibilmente coniugata con la produzione, altrimenti genera burocrazia e miseria, è scelta politica, presuppone il chi, il cosa e il dove si guadagna e il chi, il cosa e il dove ci si rimette. Chi, in Europa, può praticare queste scelte? La risposta, oggi, è: nessuno.

Se si vuole uscire dalla trappola logica, che ha dato vita al tritacarne degli spread, si deve andare verso una maggiore integrazione, quindi verso maggiore cessione di sovranità, ma anche verso maggiore democrazia, quindi maggiore politica europea. In Germania non c’è solo l’incapacità e la pochezza di Angela Merkel, ci sono anche voci autorevoli, come quelle dei due Helmut, Schmidt e Kohl, che ne condannano le scelte. In Francia non c’è solo l’imperizia di Sarkozy (a proposito, visto che, secondo lui, detto in pubblico, la Merkel “nous fout le bordel”, perché non se ne chiede la destituzione e non lo si radia dai consessi civili, come si fece con chi, in privato, si è espresso poco opportunamente sulle terga della citata?), c’è anche l’europeismo di Jacques Delors e il pragmatismo di Jean-Claude Trichet. In Inghilterra il sindacato ha scioperato contro la riforma delle pensioni, ma i laburisti (che sono opposizione, di sinistra) non li hanno seguiti, ben consapevoli, come il governo, che lo stato sociale del passato non ce lo si può più permettere. Insomma, c’è vita (politica), ci sono idee e, grazie al cielo, ci sono interessi che si contrastano. L’Italia è la settima potenza economica mondiale. Abbiamo colpe verso noi stessi (alto debito pubblico e bassa crescita) e abbiamo sempre, demenzialmente, guardato all’Unione come a un vincolo, anziché come a un’opportunità. Ma la nostra forza ci consegna anche responsabilità e limitarci ad obbedire agli ordini senza interloquire, con autorevolezza e determinazione, nelle scelte ci rende complici di chi sbaglia. Trovo impressionante che la Camera dei Deputati abbia trionfalmente approvato (464 voti a favore e 11 astenuti) la modifica costituzionale che scolpisce nel marmo il pareggio di bilancio, impegnandosi ad un via libera definitivo entro il febbraio 2012, dimenticando che:

a) tale vincolo c’era già (articolo 81);

b) già nella legislatura 1992-’94 si corse al suicidio politico, facendosi imporre l’agenda da fuori.

La settima potenza economica non si fa dettare i compiti e corre a farli. Almeno chiede un consiglio di classe e, dentro quello, cerca le sponde per fare politica, per far valere i propri interessi, per non umiliare quelli europei. Così, come se fossimo ancora padroni della nostra storia

Davide Giacalone

 

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